San
Claudio al Chienti – primitiva Aquisgrana
Cronaca di una ricerca
Foto tratta da: http://rete.comuni-italiani.it/foto/2008/4715
Alla
fine degli anni ’80 un professore molisano ormai in pensione, si mise alla ricerca
di informazioni su un certo numero di monumenti di cui non vi erano precise
notizie storiche. Il professor Giovanni Carnevale, salesiano classe 1924, da
anni trapiantato nella piccola cittadina di Macerata puntò innanzitutto le sue indagini
sull’edificio di San Claudio al Chienti per la sua strana ed inquietante
bellezza, inquietante proprio per il mistero che circonda la sua origine.
Io, Giovanni Scoccianti e il professore
alla fine del 2012
Piante riprese dal libro di G. Carnevale, L’enigma
di Aquisgrana in Val di Chienti, Sico ed. 1994
In
un fazzoletto di terra al centro delle Marche, questa struttura ecclesiastica ha
ben tre copie gemelle, opera di una stessa mano [San Vittore alle Chiuse – Genga
(Ancona), S. Maria alle Mojie – Maiolati Spontini (Ancona), S. Croce dei Conti –
Sassoferrato (Ancona)], anch’esse trasformate nei secoli dagli uomini. Le
informazioni erano scarse e tutte facevano risalire il fabbricato al XIII
secolo, poi d’improvviso, da buon professore di Storia dell’Arte, il docente
arrivò ad una piccola scoperta dallo sviluppo straordinario: la pianta originale
di San Claudio era uguale anch’essa nella forma originale ad un oratorio di una
cittadina presso Orleans, cioè Germigny-des-Prés, un comune francese situato al
nord della Loira. Nel IX secolo, Germigny ospitava la "villa" di Teodòlfo
[detto d'Orléans, nato verso il 755 in Catalogna e morto nel 820], abate di
Saint-Benoît-sur-Loire e riformatore della Bibbia insieme ad Alcuino.
L'oratorio
fu consacrato il 3 gennaio 806 ed è tutto ciò che oggi resta della sua casa. Il
disegno della pianta (la base da cui si parte dal terreno per alzare i muri
della nascente struttura) dell’oratorio non poteva mentire; era stata copiata
dalle strutture originali degli edifici religiosi italiani! Ed ecco una grande
sorpresa: l’abate Teodòlfo, che fu alto dignitario della corte di Carlo Magno,
fece costruire nella sua città questa basilicam
miri operis, instar eius quae Aquis est constututa «basilica di raffinata fattura, costruita sul
modello di quella che è ad Aquisgrana1».
[ 1
J.
Von Schlosser, Schriftquellen zur
Geschichte der Karolingischen Kunst, Wien 1892, p. 212 citato
in Giovanni Carnevale, La scoperta di
Aquisgrana in Val di Chienti, pag. 24, Ed. Queen 1999.]
Il problema era che la struttura di Aachen
dove riposano le ossa del presunto Carlo Magno non era assolutamente simile a Germiny
e quindi non c’era possibilità di sorta: per tutti gli storici Teodòlfo aveva
mentito.
Il reliquario dove riposano le ossa di Carlo il Grosso [Karl der Große]
Il
professore però per scovare l’origine di San Claudio, volle proseguire le sue
ricerche in questa direzione e in Notker al capitolo XVII della Vita Caroli Magni2
[ 2 Vedi Eginharti, Vita
Caroli Magni. Edita cum adnotationibus et varietate
lectionis a Gabriele Godofredo Bredow, p. 71, C. G. Fleckeisen
(Helmstadii),1806.]
trovò
che Carlo Magno, per costruire la sua Cappella, ex omnibus regionibus
cismarinis opifices vocavit «aveva
reclutato maestranze di tutti i paesi al di là del mare» o meglio dall’Oriente,
maestranze che ancora conservarono le antiche, sapienti tecniche di costruzioni
dell’ingegneria romana.
Vi
era allora da cercare una struttura affine a quelle di San Claudio e di Germiny
nella antica regione che i Romani chiamavano Siria, per risalire alla fonte
dell’architettura di San Claudio.
Era
l’antico palazzo omayade di Khibert Al Mafjar [letteralmente le rovine di Mafjar] detto anche Qasr Hisham [Palazzo di Hisham] situato nei pressi di Gerico
e costruito dall’architetto Abdullah Sulaym e crollato appena terminato
a causa di un terremoto nel 746.
La
parte del palazzo detta Frigidarium
era chiaramente il
basamento di San Claudio! Quindi l’ipotesi era giusta San Claudio era la
primitiva Aquisgrana e le maestranze per costruirla venivano realmente da al di
là del mare.
Ancora immagini di Khibert, qua sotto, relative al frigidarium dal sito: http://archnet.org/sites/4136/media_contents/5243
L’impero
romano rifondato da Leone III ponendo la corona sopra il capo di Carlo magno
non era più in una zona disagiata ai confini del mare del nord, ma in un
ambiente caldo e temperato sito tra la sede dei papi e la capitale dell’impero
romano d’Oriente.
Carlomagno
di Agostino Cornacchini al Vaticano & Pupo Siciliano raffigurante
Carlomagno
e qua sotto visione d'insieme del complesso oggi.
Ulteriore
conferma alla particolarità dell’attuale San Claudio viene da Enzo Mancini che
scrive «Gli storici dell’arte insegnano poi che nel Medioevo gli edifici con
due torri gemelle sono simboli di potere, segno dell’aquila bicipite, a due teste,
classico simbolo imperiale».3
[3 Vedi Enzo
Mancini, Aquisgrana
Restituta, pag.
42, ottobre 2013, Macerata.]
In
più dalla Germania arrivò la notizia che uno studioso, tale Heribert Illig, esponeva
la tesi che l'età carolingia era da cancellare dalla Storia per la totale assenza
– in territorio germanico – di relative prove archeologiche e storiche.
Il
motivo? «La struttura del Sancta
Maria di Aachen risale
integralmente al Barbarossa. L'esame tecnico dell'edificio non permette altre
conclusioni. Si tratta di una struttura ottagonale massiccia destinata a
sostenere il peso di una cupola anch'essa in muratura massiccia, a blocchi di
pietra.
Per
neutralizzarne l'enorme spinta gravitazionale, la muratura dell'ottagono di
base fu "armata" con cerchi di sbarre di ferro di cm 8x8, collocati a
varia altezze. Analogo sistema di contenimento fu riservato alla muratura della
cupola, "armata" con quattro cerchi di ferro, intervallati e
degradanti. Al possente macigno che funge da chiave di volta, dello spessore di
m 1,35, fu ancorato il gigantesco lampadario ottagonale in bronzo, dono votivo
del Barbarossa. Tale ancoraggio richiese la perforazione del macigno in tutto
il suo spessore, naturalmente prima che fosse sollevato in sede, a completamento
della cupola. Il lampadario del Barbarossa "firma" perciò l'età di
tutto l'edificio. Ci sono comunque numerose altre ragioni "tecniche"
che escludono un'ascendenza carolingia. Illig ne enumera addirittura due dozzine.»4
[4 Illig H., Das
erfundene Mittelalter (Il Medioevo inventato),
ed. ECON, Dusseldorf 1996, e Hat Karl der Grosse je
gelebt? (Ma è mai vissuto Carlo Magno?), Mantis
Verlag, Graefelfing 1994. citato dal Professore in La
scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti,
pag. 182, Ed. Queen 1999.]
Un’altra
costruzione di più modeste dimensioni (qui in una foto del signor Franco Bartolo e oggi coperta dal fogliame) si trova alle spalle di San Claudio è di origini orientali e i cui ruderi della sua chiesetta gemella si trovano a Lubbein in Siria meridionale. Questa Cappellina in Val di Chienti, servì a conservare originalmente la Cappa di San Martino (un’importante reliquia per i franchi), e fu la sede della Schola Palatina,5
[5 Vedi l’omonimo libro
del Professore edito nel 2011 scritto su dettatura dal sottoscritto e riveduto
nel testo e nelle note storiche da Giovanni Scoccianti.]
ove studiarono tutti i figli dei nobili
vicini a Carlo magno, tra cui il nonno dell’imperatore Guido, un marchigiano di etnia franca già Marchese di Camerino, morto nell'894.

Mia illustrazione della
Cappella Palatina ai tempi in cui Carlomagno era ancora vivo. Disegno già
pubblicato su Primapagina n. 36 – Luglio 2006
Qualcuno
ha assurdamente individuato nella stessa Cappella Palatina il palazzo di Carlo
Magno, un palazzo i cui resti erano ancora ben visibili nel XVI secolo, prima
di scomparire totalmente. Palazzo costruito sicuramente sopra l’antica città
romana di Pausala, di cui si è trovato traccia negli scavi del 1982,
eseguiti per ricercare la città perduta. Cappella Palatina, cappellina e palazzo
erano un complesso di edifici che costituiva Aquisgrana, la sede dell’imperatore
Carlo Magno.
Quando
il sovrano morì nel 814, sulla facciata della Cappella Palatina fu eretto un
arco commemorativo a modello di quelli romani e la salma dell’Imperatore trovò
riposo al di sotto di esso. Sopra la tomba del primo imperatore, venivano
consacrati tutti i sovrani fino al Barbarossa. Questo arco si ampliò fino all’attuale
terrazza a cui si accede oggi con una scalinata.
Illustrazione
in cui ho disegnato il piccolo sepolcro al di sotto dell’entrata dell’attuale
San Claudio. Il sito è stato letteralmente traforato nel corso del 2014,
trovandovi solo terra.
Inevitabile
che dopo più di mille anni e gli ultimi lavori davanti l’entrata di pochi anni
prima
del 2000, facessero riempire il buco di terriccio.
Nel
1165, Federico I detto il Barbarossa, dovette abbandonare l’Italia ormai ingovernabile
e cercò le ossa di Carlo Magno per un suo progetto ambizioso: la notte di
natale, fece santificare dalla sua creatura, l’antipapa Pasquale III, «una
mummia avvolta in un vecchio sudario rattoppato»6
[6
Vedi pag. 202 del libro di Lucia Tancredi, Ildegarda: la potenza e la grazia,
ed. Città Nuova, Roma 2009.]
dicendo che era Carlomagno (creando così di fatto con San Carlo Magno, il sacro romano impero) portando l’anno
dopo la salma ad Aachen, creata per l’occasione.
San
Carlomagno con sulle mani il modellino della cattedrale di Aken
Questo progetto viene ricordato come translatio
sanctissimi Karoli imperatoris,
a cui associò pochi anni dopo la traslazione dell’impero, la Translatio Imperii.
Da
quel momento l’Impero divenne della nazione tedesca e sacro.
La
primitiva Cappella finì sotto gli artigli dei vescovi di Fermo e della sua origine
se ne perdette la memoria. I maceratesi nel 1212 la rovinarono facendo crollare
il suo interno con la relativa cupola.
Federico
II, ristrutturò l’intera struttura e dotò l’ingresso del piano superiore di un
magnifico portale in pietra d’Istria, di cui oggi si conserva ancora buona parte.
Uno dei pennacchi della cupola che sovrastava la Cappella Palatina, sopravvissuto
al crollo, fu riutilizzato per voltare lo scalone che sale al terrazzo.
Ma
la parola Aquisgrana da dove deriva? Dalle acque di Granno, o Apollo- Granno,
divinità adorata nel Piceno e da cui prende il nome Macerata Granne, ancora in
uso nel dialetto locale, per distinguerla da Macerata Feltria (in provincia di
Pesaro Urbino) derivante invece dalla ben più importante divinità di Giove
Feretrio. Ara Grani significava ”altare
del dio Granno”. Un
dio Granno ai tempi dell’antica Roma esisteva di sicuro, e aveva un tempio nei pressi
dell'attuale Urbisaglia, meta di numerosi pellegrinaggi. Andò a chiedergli la
grazia di rimettersi in buona salute anche l’imperatore Caracalla, che gli era
particolarmente devoto.
Busto
dell’imperatore Caracalla ai Musei Capitolini
Lo
scrittore greco Dione Cassio racconta quanto segue: Nessuna divinità diede a Caracalla un
qualche segno di guarigione del suo corpo o della sua psiche, sebbene egli
onorasse tutte le divinità guaritrici importanti... Non lo aiutarono né Apollo-Granno,
né Asclepio, né Serapide, sebbene egli li pregasse con insistenza e continuità.
Egli si
reco personalmente da loro, offrendo preghiere, sacrifici e offerte votive e
molti suoi incaricati viaggiavano ogni giorno con queste cose, Vi andò anche personalmente,
per ottenere qualcosa con la sua presenza, e fece tutto quello che i devoti
sono soliti fare, ma non ottenne nulla di ciò che sarebbe stato necessario per
la sua salute.7
[7 Da Dione Cassio.
Histor. Rom. , Lib. LXXVII, cap. 15.]
Arnold
Böcklin, (Bâle in Svizzera, 1827 - Fiesole 1901 ), dà un idea dei culti antichi
nel suo
dipinto
"Il bosco sacro".
Quando
nel sec. VIII Carlo Magno costruì ad Aquis
Grani il suo Palatium,
in Val di Chienti persisteva ancora il ricordo del dio e delle sue salutari
acque.
L'espressione
Aquis Grani significa che il Palazzo sorgeva appunto nei
pressi delle acque sacre al dio Granno.
Il
culto al dio Granno, fu poi perpetuato nel “planu de Ara Grani”[straordinario toponimo scovato dal ricercatore Massimo Orlandini], in una radura
dove i devoti pagani continuarono a venerarvi un’antichissima Ara in onore del
Dio. Un lucus ossia bosco sacro al dio Grannus,
che era nel punto ove adesso c’è la chiesa di S. Maria in Selva.
Naturalmente
agli storici locali questa rilettura della Storia del Piceno non piace e la
considera una solenne sciocchezza e devono aver bene accolto l’arrivo di una
ricercatrice, una certa Hildegard Sahler, che ha scovato tutti i documenti più
antichi su questi monumenti fissandone le date di fondazione (ma non di edificazione) al XII secolo.
Il presente articolo è
la prefazione del mio libro
L'imperatrice Ageltrude
tra i carolingi e Napoleone
Marco Pugacioff
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