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giovedì 25 agosto 2016

San Claudio al Chienti – primitiva Aquisgrana


San Claudio al Chienti – primitiva Aquisgrana
 Cronaca di una ricerca
Foto tratta da: http://rete.comuni-italiani.it/foto/2008/4715
 
    Alla fine degli anni ’80 un professore molisano ormai in pensione, si mise alla ricerca di informazioni su un certo numero di monumenti di cui non vi erano precise notizie storiche. Il professor Giovanni Carnevale, salesiano classe 1924, da anni trapiantato nella piccola cittadina di Macerata puntò innanzitutto le sue indagini sull’edificio di San Claudio al Chienti per la sua strana ed inquietante bellezza, inquietante proprio per il mistero che circonda la sua origine.







Io, Giovanni Scoccianti e il professore alla fine del 2012







Piante riprese dal libro di G. Carnevale, L’enigma di Aquisgrana in Val di Chienti, Sico ed. 1994



    In un fazzoletto di terra al centro delle Marche, questa struttura ecclesiastica ha ben tre copie gemelle, opera di una stessa mano [San Vittore alle Chiuse – Genga (Ancona), S. Maria alle Mojie – Maiolati Spontini (Ancona), S. Croce dei Conti – Sassoferrato (Ancona)], anch’esse trasformate nei secoli dagli uomini. Le informazioni erano scarse e tutte facevano risalire il fabbricato al XIII secolo, poi d’improvviso, da buon professore di Storia dell’Arte, il docente arrivò ad una piccola scoperta dallo sviluppo straordinario: la pianta originale di San Claudio era uguale anch’essa nella forma originale ad un oratorio di una cittadina presso Orleans, cioè Germigny-des-Prés, un comune francese situato al nord della Loira. Nel IX secolo, Germigny ospitava la "villa" di Teodòlfo [detto d'Orléans, nato verso il 755 in Catalogna e morto nel 820], abate di Saint-Benoît-sur-Loire e riformatore della Bibbia insieme ad Alcuino.




   L'oratorio fu consacrato il 3 gennaio 806 ed è tutto ciò che oggi resta della sua casa. Il disegno della pianta (la base da cui si parte dal terreno per alzare i muri della nascente struttura) dell’oratorio non poteva mentire; era stata copiata dalle strutture originali degli edifici religiosi italiani! Ed ecco una grande sorpresa: l’abate Teodòlfo, che fu alto dignitario della corte di Carlo Magno, fece costruire nella sua città questa basilicam miri operis, instar eius quae Aquis est constututa «basilica di raffinata fattura, costruita sul modello di quella che è ad Aquisgrana1». 
[ 1 J. Von Schlosser, Schriftquellen zur Geschichte der Karolingischen Kunst, Wien 1892, p. 212 citato in Giovanni Carnevale, La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti, pag. 24, Ed. Queen 1999.]

    Il problema era che la struttura di Aachen dove riposano le ossa del presunto Carlo Magno non era assolutamente simile a Germiny e quindi non c’era possibilità di sorta: per tutti gli storici Teodòlfo aveva mentito.

 Il reliquario dove riposano le ossa di Carlo il Grosso [Karl der Große]
Il professore però per scovare l’origine di San Claudio, volle proseguire le sue ricerche in questa direzione e in Notker al capitolo XVII della Vita Caroli Magni2
[ 2 Vedi Eginharti, Vita Caroli Magni. Edita cum adnotationibus et varietate lectionis a Gabriele Godofredo Bredow, p. 71, C. G. Fleckeisen (Helmstadii),1806.]

trovò che Carlo Magno, per costruire la sua Cappella, ex omnibus regionibus cismarinis opifices vocavit «aveva reclutato maestranze di tutti i paesi al di là del mare» o meglio dall’Oriente, maestranze che ancora conservarono le antiche, sapienti tecniche di costruzioni dell’ingegneria romana.

Vi era allora da cercare una struttura affine a quelle di San Claudio e di Germiny nella antica regione che i Romani chiamavano Siria, per risalire alla fonte dell’architettura di San Claudio.











Era l’antico palazzo omayade di Khibert Al Mafjar [letteralmente le rovine di Mafjar] detto anche Qasr Hisham [Palazzo di Hisham] situato nei pressi di Gerico e costruito dall’architetto Abdullah Sulaym e crollato appena terminato a causa di un terremoto nel 746.







La parte del palazzo detta Frigidarium era chiaramente il basamento di San Claudio! Quindi l’ipotesi era giusta San Claudio era la primitiva Aquisgrana e le maestranze per costruirla venivano realmente da al di là del mare.

  Ancora immagini di Khibert, qua sotto, relative al frigidarium dal sito: http://archnet.org/sites/4136/media_contents/5243
 









 


   L’impero romano rifondato da Leone III ponendo la corona sopra il capo di Carlo magno non era più in una zona disagiata ai confini del mare del nord, ma in un ambiente caldo e temperato sito tra la sede dei papi e la capitale dell’impero romano d’Oriente.




Carlomagno di Agostino Cornacchini al Vaticano & Pupo Siciliano raffigurante Carlomagno
e qua sotto visione d'insieme del complesso oggi.



  Ulteriore conferma alla particolarità dell’attuale San Claudio viene da Enzo Mancini che scrive «Gli storici dell’arte insegnano poi che nel Medioevo gli edifici con due torri gemelle sono simboli di potere, segno dell’aquila bicipite, a due teste, classico simbolo imperiale».3
[3 Vedi Enzo Mancini, Aquisgrana Restituta, pag. 42, ottobre 2013, Macerata.]
   In più dalla Germania arrivò la notizia che uno studioso, tale Heribert Illig, esponeva la tesi che l'età carolingia era da cancellare dalla Storia per la totale assenza – in territorio germanico – di relative prove archeologiche e storiche.

   Il motivo? «La struttura del Sancta Maria di Aachen risale integralmente al Barbarossa. L'esame tecnico dell'edificio non permette altre conclusioni. Si tratta di una struttura ottagonale massiccia destinata a sostenere il peso di una cupola anch'essa in muratura massiccia, a blocchi di pietra.





   Per neutralizzarne l'enorme spinta gravitazionale, la muratura dell'ottagono di base fu "armata" con cerchi di sbarre di ferro di cm 8x8, collocati a varia altezze. Analogo sistema di contenimento fu riservato alla muratura della cupola, "armata" con quattro cerchi di ferro, intervallati e degradanti. Al possente macigno che funge da chiave di volta, dello spessore di m 1,35, fu ancorato il gigantesco lampadario ottagonale in bronzo, dono votivo del Barbarossa. Tale ancoraggio richiese la perforazione del macigno in tutto il suo spessore, naturalmente prima che fosse sollevato in sede, a completamento della cupola. Il lampadario del Barbarossa "firma" perciò l'età di tutto l'edificio. Ci sono comunque numerose altre ragioni "tecniche" che escludono un'ascendenza carolingia. Illig ne enumera addirittura due dozzine.»4

[4 Illig H., Das erfundene Mittelalter (Il Medioevo inventato), ed. ECON, Dusseldorf 1996, e Hat Karl der Grosse je gelebt? (Ma è mai vissuto Carlo Magno?), Mantis Verlag, Graefelfing 1994. citato dal Professore in La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti, pag. 182, Ed. Queen 1999.]
 

   Un’altra costruzione di più modeste dimensioni (qui in una foto del signor Franco Bartolo e oggi coperta dal fogliame) si trova alle spalle di San Claudio è di origini orientali e i cui ruderi della sua chiesetta gemella si trovano a Lubbein in Siria meridionale. Questa Cappellina in Val di Chienti, servì a conservare originalmente la Cappa di San Martino (un’importante reliquia per i franchi), e fu la sede della Schola Palatina,5 
[5 Vedi l’omonimo libro del Professore edito nel 2011 scritto su dettatura dal sottoscritto e riveduto nel testo e nelle note storiche da Giovanni Scoccianti.]
ove studiarono tutti i figli dei nobili vicini a Carlo magno, tra cui il nonno dell’imperatore Guido, un marchigiano di etnia franca già Marchese di Camerino, morto nell'894.



 


Tiramolla indica quel poco che si vede dall'alto del sito altomedievale alle spalle di SanClaudio.




Mia illustrazione della Cappella Palatina ai tempi in cui Carlomagno era ancora vivo. Disegno già pubblicato su Primapagina n. 36 – Luglio 2006

Qualcuno ha assurdamente individuato nella stessa Cappella Palatina il palazzo di Carlo Magno, un palazzo i cui resti erano ancora ben visibili nel XVI secolo, prima di scomparire totalmente. Palazzo costruito sicuramente sopra l’antica città romana di Pausala, di cui si è trovato traccia negli scavi del 1982, eseguiti per ricercare la città perduta. Cappella Palatina, cappellina e palazzo erano un complesso di edifici che costituiva Aquisgrana, la sede dell’imperatore Carlo Magno.

Quando il sovrano morì nel 814, sulla facciata della Cappella Palatina fu eretto un arco commemorativo a modello di quelli romani e la salma dell’Imperatore trovò riposo al di sotto di esso. Sopra la tomba del primo imperatore, venivano consacrati tutti i sovrani fino al Barbarossa. Questo arco si ampliò fino all’attuale terrazza a cui si accede oggi con una scalinata.
 
Illustrazione in cui ho disegnato il piccolo sepolcro al di sotto dell’entrata dell’attuale San Claudio. Il sito è stato letteralmente traforato nel corso del 2014, trovandovi solo terra.

Inevitabile che dopo più di mille anni e gli ultimi lavori davanti l’entrata di pochi anni

prima del 2000, facessero riempire il buco di terriccio.
 
   Nel 1165, Federico I detto il Barbarossa, dovette abbandonare l’Italia ormai ingovernabile e cercò le ossa di Carlo Magno per un suo progetto ambizioso: la notte di natale, fece santificare dalla sua creatura, l’antipapa Pasquale III, «una mummia avvolta in un vecchio sudario rattoppato»6 



[6 Vedi pag. 202 del libro di Lucia Tancredi, Ildegarda: la potenza e la grazia, ed. Città Nuova, Roma 2009.]

dicendo che era Carlomagno (creando così di fatto con San Carlo Magno, il sacro romano impero) portando l’anno dopo la salma ad Aachen, creata per l’occasione.








                San Carlomagno con sulle mani il modellino della cattedrale di Aken


Questo progetto viene ricordato come translatio sanctissimi Karoli imperatoris, a cui associò pochi anni dopo la traslazione dell’impero, la Translatio Imperii.

Da quel momento l’Impero divenne della nazione tedesca e sacro.

La primitiva Cappella finì sotto gli artigli dei vescovi di Fermo e della sua origine se ne perdette la memoria. I maceratesi nel 1212 la rovinarono facendo crollare il suo interno con la relativa cupola.
  


    Federico II, ristrutturò l’intera struttura e dotò l’ingresso del piano superiore di un magnifico portale in pietra d’Istria, di cui oggi si conserva ancora buona parte. Uno dei pennacchi della cupola che sovrastava la Cappella Palatina, sopravvissuto al crollo, fu riutilizzato per voltare lo scalone che sale al terrazzo.
   Ma la parola Aquisgrana da dove deriva? Dalle acque di Granno, o Apollo- Granno, divinità adorata nel Piceno e da cui prende il nome Macerata Granne, ancora in uso nel dialetto locale, per distinguerla da Macerata Feltria (in provincia di Pesaro Urbino) derivante invece dalla ben più importante divinità di Giove Feretrio. Ara Grani significava ”altare del dio Granno. Un dio Granno ai tempi dell’antica Roma esisteva di sicuro, e aveva un tempio nei pressi dell'attuale Urbisaglia, meta di numerosi pellegrinaggi. Andò a chiedergli la grazia di rimettersi in buona salute anche l’imperatore Caracalla, che gli era particolarmente devoto.






Busto dell’imperatore Caracalla ai Musei Capitolini


   Lo scrittore greco Dione Cassio racconta quanto segue: Nessuna divinità diede a Caracalla un qualche segno di guarigione del suo corpo o della sua psiche, sebbene egli onorasse tutte le divinità guaritrici importanti... Non lo aiutarono né Apollo-Granno, né Asclepio, né Serapide, sebbene egli li pregasse con insistenza e continuità.
Egli si reco personalmente da loro, offrendo preghiere, sacrifici e offerte votive e molti suoi incaricati viaggiavano ogni giorno con queste cose, Vi andò anche personalmente, per ottenere qualcosa con la sua presenza, e fece tutto quello che i devoti sono soliti fare, ma non ottenne nulla di ciò che sarebbe stato necessario per la sua salute.7

[7 Da Dione Cassio. Histor. Rom. , Lib. LXXVII, cap. 15.]



Arnold Böcklin, (Bâle in Svizzera, 1827 - Fiesole 1901 ), dà un idea dei culti antichi nel suo
dipinto "Il bosco sacro".


   Quando nel sec. VIII Carlo Magno costruì ad Aquis Grani il suo Palatium, in Val di Chienti persisteva ancora il ricordo del dio e delle sue salutari acque.
L'espressione Aquis Grani significa che il Palazzo sorgeva appunto nei pressi delle acque sacre al dio Granno.
   Il culto al dio Granno, fu poi perpetuato nel “planu de Ara Grani”[straordinario toponimo scovato dal ricercatore Massimo Orlandini], in una radura dove i devoti pagani continuarono a venerarvi un’antichissima Ara in onore del Dio. Un lucus ossia bosco sacro al dio Grannus, che era nel punto ove adesso c’è la chiesa di S. Maria in Selva.
  Naturalmente agli storici locali questa rilettura della Storia del Piceno non piace e la considera una solenne sciocchezza e devono aver bene accolto l’arrivo di una ricercatrice, una certa Hildegard Sahler, che ha scovato tutti i documenti più antichi su questi monumenti fissandone le date di fondazione (ma non di edificazione) al XII secolo.

Il presente articolo è
la prefazione del mio libro
L'imperatrice Ageltrude
tra i carolingi e Napoleone


Marco Pugacioff

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