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mercoledì 29 marzo 2017

Apollo Granno, dove sei ?



Apollo Granno, dove sei ?



Albecht Dürer - Apollo e Diana 1502 c.


  
  
   Qualunque risultato possano portare le ricerche sull’edificio di San Claudio, sia esso del XII secolo oppure del VII secolo come ipotizzava Rossi Giuseppe Rossi[1] si arriverebbe a demolirebbe la straordinaria intuizione del professor Giovanni Carnevale, un insegnante di storia dell’Arte che avrebbe creato un sogno meraviglioso per questo Piceno, popolato solo da lupi, mucche e terremoti.
Di conseguenza, avrei personalmente perso tanti anni ad inseguire questo sogno facendo tante piccole ricerche… era meglio se disegnavo Blek o Cucciolo.


Un gran bel disegno di San Claudio

   Ma personalmente non volendo far svanire questo sogno all’alba, come avviene per tutti i bei sogni e non potendo rinnegare l’imperatore Romano Guido, mi sono detto: ma Apollo Granno (da cui deriva le acque di Granno, Aquisgrana) dov’è. È davvero in Germania?   
    Dovete sapere che qui nel Piceno è stata localizzata una “planu de Ara Grani”. Può essere solo una «piana (che è) detta dell'Aia di grano[2]»? Per di più sarebbe strano battere il grano in mezzo ad una selva, un luogo pericoloso dove potevano girare animali feroci. Del resto come si fa ha costruire una chiesa, Santa Maria al bosco ovvero Santa Maria in Selva, semplicemente dove vi è una delle tante aie dove si batteva il grano.
Da quando la Chiesa ha conquistato il suo potere, ha in genere costruito sopra antichi centri religiosi pagani, e la traduzione dal latino di Ara, va bene sia con aia, sia con ara o altare.


Intaglio in ametista raffigurante Caracalla, arte romana, verso 212. Provenienza: tesoro della Sainte-Chapelle.

   Se l’imperatore Caracalla andò da Serapide, da Esculapio e da Apollo Granno, perché dire che andò a Pergamo per sacrificare a Esculapio e presumere che per sacrificare a Serapide l’Imperatore arrivò fino ad Alessandria in Egitto[3]… ma scusate, non stava male? Non sarebbe stato meglio per lui arrivare in una terra non lontana da Roma, in cui vi erano culti dedicati ai tre Dei? A Treia vi era un culto di Dei egiziani[4], Esculapio era nella zona della recente città di Macerata, non per niente la sua statua (che subì un tentativo di furto) si trova all’interno del comune, di cui parlò molto brevemente anche Giuseppe Tucci[5]; e Granno? 
   Era da cercare qualche notizia su questo Granno.
   Prima di tutto chi è Granno e perché è stato associato dai nostri antichi padri, i Romani, ad Apollo? Grannos (in variante Granos) sta per «Sole», è quindi una divinità solare. Granno era anche un dio guaritore e lo si consultava in genere nel suo santuario di Grand nei Vosgi, attraverso i sogni.


Inscrizione dedicata al culto di Apollo-Granno, da Grand in Francia.

Per ciò fu associato ad Apollo, dio delle arti, ma anche delle purificazioni e della guarigioni, usato sovente – già dai Greci – per indicare il Sole. Granno era altresì associato (o meglio associati, apollo e Granno) a Sironia (Hygie a Faimingen), che un’iscrizione trovata ad Augsbourg in Germania l’assimila a Diana, la bella dea selvaggia, dal volto sempre giovane, accomunata alla Luna. Come sottolinea il ricercatore Patrice Lajoye[6] i due, Sirona (Diana) e Apollo-Granno formavano una coppia, sia sulle iscrizioni che sul piano astronomico: erano il sole e la luna.
Del resto nella mitologia latina Apollo e Diana erano gemelli e dopo il medioevo fu concepita l’idea che i due ebbero una figlia chiamata Aradia.


Sirona e Apollo
    Iniziando la mia ricerca ciò che venne fuori è un libricino di appena 25 pagine scritto da Johann Georg von Eckhart nel 1720 [Dissertatio De Apolline Granno Mogovno In Alsatia ...]. Qui si riferisce che gli scrittori Greci e Romani attribuivano le acque calde e salutari al Sole o ad Apollo, rendendole per questo sacre. E il soldato Romano che doveva servire la Patria in giro per il mondo, dovunque andasse, dedicava un luogo alle sue divinità favorite, come per esempio a Dianam Arduinnam (sembra nella Arduenna Sylva che l’autore pone tra il Mosa e la Mosella) per esercitarvi cacce proficue. E tra le altre cose era che Granno fosse il fratello di Nerone, a cui dedicò delle terme mirabili in Roma, una cosa a cui sembra aver creduto perfino Federico Barbarossa. Non solo ma vi era anche uno spettro chiamato Granno, molto famoso in Inghilterra, la cui apparizione nelle strade calde delle città faceva presagire un incendio e per cui in Germania si pensò che fosse un demone dell’acqua, quello di Aquisgrana.
    Ma la certezza che i bagni di aachen-Aquisgrana fossero davvero carolingi e quindi di origine Romana, dov’è? Finalmente una traccia me la dà un libro del 1824, il Giornale arcadico di Scienze, Lettere, ed Arti Tomo XXI, stampato a Roma nel Gennaio 1824. Qui al paragrafo intitolato “Due belle iscrizioni provenienti dalla Germania” alle pagg. 59-60-61 vi è scritto « Potrebbe darsi che l’epiteto di Granno dato ad Apolline fosse conosciuto a’ veri eruditi fin dal secolo XVI, almeno pe’ marmi allora comparsi di sotterra, fra’ quali uno rinvenuto in Roma.» e più oltre «Il più delle lapidi col nome di Apolline Granno essendo venuto in luce nelle contrade germaniche, dove diede occasione a dispute.» Dispute? E quali sono queste dispute intercorse tra Schoepflino e Eckhart? Che tra’altro controbatte proprio la scritta APOLLINI GRANNO MOGOVNO? Andiamo a vedere L’Alsatia illustrata, tomo I, l’edizione del 1751 e guarda un po’! Johann Daniel Schoepflin analizzando l’ara dedicata al dio, scrive a pag. 462: «[…] si Aquisgranensis urbis vestigia tam certa, ac Maguntiaci, reperiremus in Antiquitate Romana».
   A dire la verità le reliquie romane ci sono in quelle zone della Germania, c’è perfino un tempio di Apollo-Granno che gli storici assicurano essere quello visitato da Caracalla[7].


Il tempio di Apollo-Granno a Faimingen-Lauingen in Germania, che i tedeschi dicono addirittura costruito da Caracalla nel 212 a. E.V.

   Ma sorpresa, la lapide conservata in quel sito è diversa da quella delle dispute. Eccola qua sotto.



    Inutile, qualcosa non torna in tutto questo. Faimingen si trova al centro della Germania, ed anche la lapide di Apollo-Granno Mogouno si trova ben lontana da Aachen o Aquisgrana che dir si voglia. La scheda dice: Apollin(i) Gran/no Mogouno / aram / Q(uintus) Licini(us) Trio / d(e) s(uo) d(edit). Il Luogo: Horbourg-Wihr / Horburg  presso la città di Colmar, in Francia.



  Altre stele si trovano a Branges / Haedui presso la città di Branges in Francia e la dicitura recita: Deo Apol/lini Gran/no Amarcolitan(o) / Veranus / Verci f(ilius) Tilander / v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)



    Ancora: Trier / Augusta Treverorum presso la città di Treviri in Germania, la dedica recita: In h(onorem) d(omus) d(ivinae) [d]eo Apolli/n[i G]ra[n]no Phoeb(o) / L(ucius) I[n]genuvius Pri/manu[s] ex voto p(osuit)



    A: Augsburg / Augusta Vindelicorum presso la città di Augusta in Germania. La scritta recita: Apollini / Granno / Dianae / [S]anct(a)e Siron(a)e / [p]ro sal(ute) sua / suorumq(ue) / omn(ium) / Iulia Matrona



    A casa nostra: Roma (sembra trovata sul monte Quirinale[8]) e la scritta recita: Apollini / Granno et / Sanctae / Sironae / sacrum



    A: Bitburg / Beda presso la città di Bitburg in Germania e la scritta recita: In h(onorem) d(omus) d(ivinae) Apollin[i Granno] / et Siro[nae]


    A: Baumburg / Bedaium presso la città di Altenmark an der Alz in Germania e la scritta recita: Apollini / Granno [e]/[t S]ironae / AI[3] N[3] / In[2]io[2] / v(otum) s(olverunt?) l(ibentes?) l(aeti?) m(erito)



    A: Lauingen presso la città di Lauingen in Germania e la scritta recita: [In h(onorem)] d(omus) [d(ivinae)] / [deo Sancto Apollini Granno et de]ae Sanctae Si[ronae] / [3] item valuas O[3] / [3] Tr(ebius?) Victori[nus(?)] / [omnibus honoribus in civita]te sua functu[s] / t(estamento) [f(ieri) i(ussit)]  dove sarebbe la stele soprariprodotta con il tempio relativo.



     A: Sarmizegetusa / Burgort / Varhely presso la città di Sarmizegetusa in Romania e la scritta recita: Apollini / Granno et / Sironae / C(aius) Sempronius / Urbanus / proc(urator) Aug(usti)


© Krešimir Matijević (Trier)

     A: Ennetach presso la città di Mengen in Germania e la scritta recita: Apollini / Granno / et Nymph/is C(aius) Vidius / Iulius pro / se et suis / v(otum) s(olvit) l(ibens) l(aetus) m(erito)


    A: Faimingen presso la città di Lauingen in Germania e la scritta recita: Apollini Granno et Sanctae Hygiae [3] / Mat(ri) deum ipsorum pro salute Luci[…  


    A: Astorga / Asturica Augusta presso la città di Astorga in Spagna nella provincia di León. Il dedicante è Giulio Melanio [Julius Melanius], un governatore imperiale. La scritta recita: Serapidi / Sancto / Isidi Myr(i)onym<a=O>(e) / Cor(a)e Invictae / Apollini Granno / Marti Sagato / Iul(ius) Melanio / proc(urator) Augg(ustorum) / v(otum) s(olvit)



    Molto interessante è questa lapide spagnola perché compare anche Serapide. Se ci fosse stato indicato anche Esclulapio, t’avrei salutato Aachen. 
(Il presente elenco è ripreso da https://en.wikipedia.org/wiki/Grannus)
    E in ultimo, un vaso dedicato ad Apollo-Granno fu ritrovato nel 1818 a Fycklinge in Svezia[9].





    E Mogounus? Mogons o Moguns era un dio adorato nella Britannia romana e nella Gallia. La prova principale sono dei altari dedicati al dio dai soldati romani, ma la divinità non è di natività italica. Sembra essere celtica. Gli altari di pietra innalzati a Mogons sono stati trovati nel Regno Unito. Anche se la moderna Mainz in Germania deriverebbe il suo nome da Castrum Moguntiacum, l’accampamento militare romano. Qualcuno ha collegato l’antico Magonsaete (l’odierna Kenchester, in Inghilterra) con Magons, ma quel nome più probabile deriva dall'antica locale città di Magnis.
Magons può aver avuto altri epiteti, come Grannus o Veteros, come succede per la maggior parte degli dei adorati dai Romani.


Un altare del dio Mogons e del genio del posto. (deo mogunti et genio loci)


Altare dedicato alla dea Mogontia, da Giulio Paterno [Julius Pa[t]ernus] all’epoca di Antonino Pio e scoperto nel 1880 nell’area di Le Sablon (Metz).
Oggi nel Museo di Metz. CAG, 57.2, Metz, 2005, p. 311, fig. 288.

   La parola Magonus, sarebbe anche un epiteto di San Patrizio, il santo che convertì l'Irlanda al cristianesimo. Lo studioso Koch afferma che il nome alternativo di Patrick Magonus ... Mauonius, Maun, ecc, (come si trova nella Muirchiu’s Life e in altre agiografie), potrebbe essere derivato dal celtico * mogu -, * Magu -, schiavo, servo. San Patrizio non era irlandese. Poteva essere arrivato come schiavo dalla Gran Bretagna,  una volta fuggito, si sarebbe convertito al cristianesimo, e, seguendo i dettami di un sogno, tornò in Irlanda per convertire i suoi ex aguzzini. Forse apparteneva ad una famiglia che discendeva da un ufficiale romano lasciata in Inghilterra quando l'esercito romano dovette evacuare la Gran Bretagna. Da qui l'epiteto Magonus[10].
    Insomma, qua non abbiamo più nessuna ara su Granno, ma abbiamo molte antichità Romane e altomedievali, lassù hanno alcune are, ma non hanno antichità altomedievali. E non tutte (anche se localizzate in Germania) possono ricondursi direttamente alla moderna Aquisgrana. Ma sarà mica che invece di un Imperatore Romano fasullo, come dicono tutti gli storici di grido su Guido, ci sia stato un certo Barbarossa che si è creato una Aquisgrana tutta per sé, e senza alcuna attinenza con le vere Acque di Granno? Ah già, qua abbiamo solo un’aia dove battere il grano…
    Ma bando a questa astrusa considerazione. Ciò che resta è che quando io disegno Blek Macigno prendo per modello il Tarzan serbo di Branislav Kerac. Che centra questo? Solo una cosa molto semplice: se Teodulfo ha preso un modello, bè, quel modello rimane San Claudio seppur bizantina e non franca. Qui non si tratta di piedi, cubiti, analisi di malte, o quant’altro ma di un disegno e il modello è quello, non si scappa.
E questa è una cosa a cui, tutti i ricercatori che collaborano con Camerino o i tedeschi, dovranno – mi dispiace per loro – prima o poi fare i conti.

Marco Pugacioff

Ringrazio gli amici
 Giovanni Scoccianti
 e Enzo Mancini
 per le discussioni avute intorno a questa ricerca.


[1] Giuseppe ROSSI, San Claudio al Chienti, in «Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche», II, Ancona 1896.
[2] Prima di Dante: tra l'Italia mediana e quella settentrionale, Michele Melillo – 1978, pag. 32
[3] Istorie romane di Dione Cassio Coccejano tradotte da Giovanni Viviani, Volume 5, Milano 1823, pag. 304, nota 1.
[4] L’esistenza di un Serapæum a Trea, (l’odierna Treia), ovvero di un santuario di divinità egizio-orientali era sospetta da tempo; finché negli scavi archeologici del ’85-’88 nell’area dell’orto del convento francescano vennero fuori motivi figurativi quali l’ibis e ambienti e arredi particolari tipicamente egizi, utili a ricreare un’atmosfera esotica con vasche collegate ad un uso abbondante di acqua proprio della pratica del culto di Iside e Serapide. Vedi pagg. 71 e seguenti del libro Beni archeologici della provincia di Macerata, AA. VV., CARSA Edizioni 2004. 
[5] Nel suo scritto Illustri città romane del Piceno poco conosciute, ELVIA RICINA,  a cura di Carlo Babini, EDIZIONI del GRUPPO 83, 2007. pag. 41. Qui scrive che le diverse lapidi, bassorilievi che ornano l’atrio del palazzo municipale di Macerata, provengono dal teatro Ricinese, «ma fra tutto primeggia una statua di Esculapio simile in tutto a quella che si conserva nel Museo Borbonico di Napoli.».
Riguardo Esculapio e Macerata, non si può dimenticare il giuramento fatto nel XVII secolo dal medico chirurgo Tarduccio Salvi di Macerata «Io chiamo in testimonio Apollo Medico, Esculapio, Igia, e Panace figliuoli di Esculapio, tutti Dij, e Dee, che io in quanto per me si potrà, e quanto si potranno stendere le mie forze, sarò per osservare tutto quello, che con giuramento hò detto d’osservare, e che si contiene in questa scrittura.». Lo scritto è Il chirurgo, trattato breve, diviso in dieci parti del 1642.
[6] Patrice Lajoye, « Le soleil a rendez-vous avec la lune... Grannos et Sirona » [archive], Histoire Antique n° 67, 2005, p. 66-69. V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Grannos
[7] Ma anche qui ci sono dei dubbi. Ecco è scritto nella nota alla voce su Granno nella wikipedia francese: «Jeanne-Marie Demarolle, « Caracalla consulte Apollon Grannus en 213 : À Grand ou à Faimingen (Rhétie) ? », La mosaïque de Grand : actes de la table ronde de Grand, 29-31 octobre 2004, p. 63-82»
[8] Dizionario storico mitologico di tutti i popoli del mondo ..., Livorno 1829 Volume 7, pag. 3055.
[9] V. http://www.bygdeband.se/?post_type=attachment&p=2378006
[10] V. https://en.wikipedia.org/wiki/Mogons

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lunedì 27 marzo 2017

Vampiri, fantasmi e alieni della Transilvania.


Vampiri, fantasmi e alieni
della Transilvania.


Carlos Villar è il Conte Dracula nella versione spagnola della pellicola Universal del 1932.

  La Transilvania è ormai conosciuta per il popolare personaggio dell’orrore Dracula. Anche se quando Bram Stroker lo creò, l’originale ambientazione doveva essere in Austria, poi il bravo autore optò per la Romania, ma il suo personaggio, da vivo gli procurò solo amarezze e morì lentamente di consunzione, credendo che i vampiri  volessero bergli il sangue. Prima di morire urlò “è lì, mi vuole! Strigoi, strigoi!”[1].


Il personaggio storico di Vlad Tepes è stato studiato da Robin Wood che ne realizzò una versione a fumetti illustrata da Salinas figlio.

    Eppure dopo la sua scomparsa, la Transilvania divenne una attrazione turistica proprio per la sua creatura, benché Drakul, (il figlio del diavolo) Vlad Tepes sia esistito realmente e fu un grande eroe della sua patria. Da giovane fu prigioniero dei turchi (insieme al fratello Radu) e imparò da loro l’atroce e mortale tortura dell’impalazione. 


Rovine del castello di Poenari a nord di Curtea de Argeș in Romania.

     Oggi però non è solo il castello di Vlad Tepes, chiamato Poenari, ad attirare turisti, infatti sempre più persone sono desiderosi di vedere la foresta della città di Cluj Napoca.


Clavdiopolis, Coloswar vulgo Clavsenbvrg, Transiluaniæ ciuitas primaria“. Cluj nel 1617 - immagine realizzata da Georg Houfnagel da un disegno di Egidius van der Rye.

Questa antica città è situata nel cuore della Transilvania e fu sempre luogo di incontro di diverse lingue, culture e religioni. Il nome Cluj deriva secondo alcuni dal latino Castrum Clus usato per la prima volta nel secolo XII.


Uno dei simboli della città è proprio la Lupa Romana, che allatta Romolo e Remo, una statua donata a Cluj dalla città di Roma e che si trova proprio in centro. In epoca medievale divenne nota come “Città Tesoro” per la ricchezza di cui godeva. 


   Eppure ciò che attira, oltre ai suoi monumenti e la sua università, è proprio la sua foresta, che fino a poco più di cento anni fa era un luogo normale come la casa di Robin Hood, la foresta di Sherwood. Qui gli abitanti del luogo ci cacciavano, oppure raccoglievano funghi e frutti di bosco e lo attraversavano su di un sentiero ben delineato in cui nessuno aveva paura a passarci di notte.
Poi qualcosa cambiò nella foresta di Hoia. Gli alberi iniziarono a crescere storti, deformati e gli animali che la popolava se ne andarono, come gli uccelli. La gente sussurrava che Vlad Tepes, sì proprio Drakul, amava cacciare sotto i rami di questa foresta. Di più, che quel demonio di uomo avesse un vero e proprio amore per questi boschi. 


Il primo fatto strano avvenne subito dopo la prima guerra mondiale. In uno dei paesi vicini abitava un pastore che si chiamava Baciu (che in rumeno indica una parola come capo), e questo pastore aveva centinaia di pecore. In un giorno del mese di giugno Baciu portò a vendere più di duecento pecore alla fiera di Cluj-Napoca, e passò per la foresta di mattina presto, ma non arrivò mai!
Tutti alla fiera si allarmarono, anche perché il gregge era già stato pagato e iniziò una ricerca in massa che coinvolse centinaia di persone. La foresta, una superficie di 35 ettari, fu battuta metro per metro, senza alcun risultato. Da allora la foresta fu chiamata Hoia Baciu.
Naturalmente la foresta inghiottì anche altre persone, ma i loro corpi venivano ritrovati e la tragedia venne attribuita all’assalto degli animali selvatici, però dopo la seconda guerra mondiale una giovane insegnante che non credeva né in Dio né nel diavolo entrò nella foresta a cercar funghi. Non vedendola tornare la gente del posto la andarono a cercare e la trovò seduta all’ingresso della foresta. La poveretta aveva completamente perso la memoria, tanto da non ricordare nemmeno il suo nome e non sapeva cosa gli fosse accaduto.
   Un giorno una bambina di cinque anni correndo dietro a una farfalla scomparve nella selva e non fu più ritrovata, nonostante le ricerche. Ebbene cinque anni dopo, la bambina ricomparve con gli stessi vestiti indosso e tenendo la farfalla tra le mani… per la piccola erano passati solo pochi minuti.

 
   La gente del posto dice che se si entra nella foresta si prova una strana sensazione di nausea o di dolore, che lascia segni visibili sul corpo, segni di eruzioni cutanee, mal di testa, vertigini, vomito e tutto senza causa apparente. I medici non possono determinare la causa di questi disturbi su persone in genere sane. Per fortuna poi il paziente si rimette in sesto. E inoltre c’è costante, la sensazione che qualcuno li segua da dietro gli alberi, tanto da parlare anche di fantasmi. I fantasmi di contadini del luogo sfortunati, derubati e uccisi senza pietà da potenti locali, e da ungheresi, romeni, e turchi massacrati secoli addietro. Per la povera gente, il medioevo non finirà mai, né ieri, né domani.

 
   Nel 1960 gli strani fenomeni della foresta di Hoia Baciu accesero la curiosità del biologo rumeno Aleandru Sift, tanto che sfidò pure le terribili storie della foresta, attravesandola in lungo e in largo per fare un servizio fotografico e senza avere nessuna spiacevole conseguenza. E scattò una foto di un oggetto volante (per altri solo uno strano fulmine) non identificato.
Negli ultimi anni gli abitanti dei paesi circostanti si sono dati una spiegazione alle diavolerie che accadono a Hola Baciu. Credono che in un particolare punto della foresta vi sia un portale verso un altro mondo.

Blek Macigno cavalca nella foresta di Hoia Baciu

   Ma in fondo ha forse ragione Andrew Leshukonsky, autore del blog sul paranormale russo. Il castello di Dracula potrebbe arrivare a influire, nonostante la lontananza, con la sua energia negativa questa foresta mistica. Già, chi lo sa…  

Fonti:
Il Giornale dei misteri n. 477 – novembre 2011 – pag. 46


[1] Testimonianza data dal pronipote di Stoker allo scrittore spagnolo Javier Sierra. 

Marco Pugacioff
va agli

sabato 25 marzo 2017

Piccolo campionario dell’insolito 3



Piccolo campionario dell’insolito 3

Lo strano e gigantesco uccello sopra Barcellona

prologo
l’òliba

  «Quando avevo dieci anni – già allora vivevo a San Juan Despí[1] – eravamo soliti cenare nelle notti d’estate sotto ad una vite nel giardino della mia casamasía [casa rurale]. Quando già il sole se ne andava, udimmo un rumore di sbatter d’ali insieme a delle strida. Mio padre ci disse «sta passando l’'óliba[2]!» e vedemmo nel cielo un grande uccello che volava lentamente, così come affermava mio padre, in direzione del cimitero. A tutti noi venne la pelle d’oca.
    In questo ultimo mese ho visto passare al tramonto, due volte, per il cielo di San Juan Despí, in direzione Barcellona-ovest, un uccello di un metro e 50 centimetri da punta di ala a punta di ala, che emetteva le stesse strida e che volava uguale a quella óliba di quarant’anni fa.»
  Antoni Insa Arbós
Geometra municipale di San Juan Despí 
lettera del 27/06/1990 al quotidiano La Vanguardia.[3]

La cronaca

   Nel museo di Storia Naturale di Los Angeles è esposto un’impressionante volatile impagliato con un’apertura alare di quasi otto metri. Qualcuno ritiene trattarsi dell’Uccello del tuono di cui si parla nelle leggende di popoli rossi come gli Ojibwa o gli Ilinois. Si dice anche che molte di queste creature furono abbattute durante la guerra di secessione americana.



    Nell’odierna Spagna, il volatile di maggior grandezza è l’avvoltoio nero, che ha un’apertura alare di circa due metri e mezzo, eppure un essere alato di maggiori dimensioni volò a Barcellona nel 1990 e su cui il ricercatore spagnolo Javier Resines ha indagato.


Il bel libro inchiesta del signor Resines, scaricabile dal suo sito:

    Sembra che una strana creatura alata veniva avvistata nel ’90 in Spagna del nord (in particolare a Barcellona), Francia e Italia. Di qualcosa di spaventosamente enorme e che non aveva la forma di un aquila si avvistò in quello stesso periodo di notte anche nella piccola cittadina dove abito, posta in centro Italia. Comunque da una lettera al quotidiano barcellonese La Vanguardia del 28 di giugno, si dava notizia che un uccello di dimensioni esagerate aveva sorvolato a gennaio il piccolo centro di La Morra, vicino Cuneo.
   Tutto ebbe inizio con una lettera a un quotidiano di Barcellona in cui un lettore, il signor Pere Carbó del quartiere Les Corts, dichiarava che la notte del 28 di maggio fu svegliato (e con lui, altri vicini) dalle terribili strida di un uccello che videro poi al balcone. Un essere volante di più di tre metri di apertura alare. All’epoca – scrive Resines – per essere pubblicata una lettera doveva essere correlata dai dati personali in modo da poter poi eventualmente rintracciare l’autore.
    Seguirono altre lettere in cui veniva confermato l’avvistamento. In maniera inquietante (specialmodo per il sottoscritto che vive con una gattina) in alcuni quartieri i gattini di casa sparivano dai balconi, e alcuni testimoni affermarono che l’uccello gigante aveva qualcosa di bianco nella sua parte inferiore… c’è bisogno di scrivere cosa immagino?  
    La notizia passò poi nell’arco di tre mesi, ad essere derisa. Non per niente in una lettera del 6 di luglio ironicamente si diceva che l’uccello aveva un colore nero, colore tipico degli uccelli malvagi delle favole di streghe.

ωωω

Incubi nella chiesa profanata

   Il ricercatore Jacques Collin De Plancy narra, nel suo Dizionario infernale, che durante le guerre della Repubblica francese in Italia, un reggimento francese venne fatto albergare in una chiesa profanata.
   I contadini cercarono di avvisare i militari di evitare quel luogo sinistro. Se i soldati vi avrebbero passato la notte si sarebbero svegliati con la sgradevole sensazione di soffocare, e in più avrebbero avuto un grosso cane sul loro petto. Ovviamente i militari risero di quei avvertimenti, ma al momento in cui venne la mezzanotte accade ciò che fu loro previsto dai contadini italiani. Infatti i soldati si sentirono oppressi, non riuscivano a respirare e ognuno di loro vide un cane nero sopra il loro petto, cane che poi scomparve facendoli tornare a respirare.
    Il fatto fu riferito ai loro ufficiali che la notte seguente dormirono anche loro nella chiesa violata. Ebbene anche i graduati soffrirono come i loro soldati. 


   È da notare che il cane nero è uno spettro canino tipico della tradizione britannica e la sua apparizione viene considerata come un presagio di morte, tanto che Conan Doyle ne fece una creatura malefica di uno dei suoi romanzi di Sherlock Holmes. L’idea di questo cane è diffusa un po’ in tutto il Regno unito (Sir Walter Scott cita quello dell’isola di Man), in Normandia, e nelle due Americhe[4].   

ωωω

La maledizione della valle dei sette morti in India

    Alla fine degli anni ’60, Peter Kolosimo narrò di questo spaventoso episodio nel suo libro Non è terrestre. In alcune delle successive edizioni questo episodio fu censurato, de toute façon, da dove aveva saputo di questo terrificante evento? Bè, Kolosimo leggeva e parlava numerose lingue, e riceveva libri e riviste da tutto il mondo.
Ma un altro giornalista, un americano che si firmava George Cunningham-tee, narrò di questa vicenda in un articolo che pubblicò sul quotidiano The Pittsburgh Press il 5 novembre del ’78. Questa è una mio barbaro adattamento:


   Una maledizione, secondo il dizionario, è una preghiera o invocazione recitata per poter causare danni, lesioni o tormenti. È una pratica molto malevola che vive fino alla sua reputazione; una potente maledizione può portare fino alla morte.
Probabilmente la più familiare delle maledizione è quella collegata con la scoperta della tomba del giovane faraone Tutankhamon. Molte delle persone coinvolte con l'apertura e la profanazione della tomba e dei suoi tesori in essa contenuti, sono morti nel giro di pochissimo tempo dell’apertura, infatti accecate dalla eccitazione della scoperta, non hanno osservato i sinistri presagi che avrebbero portato la maledizione del faraone sopra le loro teste.
In una giornata assolutamente calma e senza vento, sorse una piccola tempesta di sabbia, che venne attraverso il deserto e arrivò fino alla bocca della tomba.
Quasi subito un falco, l'antico emblema della regalità, volò da est e poi si allontanò maestosamente.
E il giorno in cui Howard Carter finalmente aprì la camera sacra, il suo canarino fu inghiottito da un serpente... che era anch’esso l'emblema del giovane faraone.
L'ispettore generale delle antichità in Egitto, un certo dottor Weigall, si allarmò per il modo spensierato con cui gli scopritori condussero l'apertura della tomba, soprattutto quando Lord Carnovan, finanziatore della spedizione, per dare una festa ai suoi ospiti, fece preparare dei tavoli carichi di vino e cibo.
  - Se questo è lo spirito con cui si vuol procedere, - commentò Weigall - non si vivrà più di sei settimane.
Weigall stesso sperimentò un evento spaventoso in relazione a una reliquia presa dalla tomba.
La reliquia era un gatto di porcellana che credeva contenesse la mummia di un animale vero, sacro a Bubastis, la dea dell’amore dalla testa di gatta.


Weigall portò a casa il reperto per l'esaminarlo, ma non trovò alcun giunto per separare le due metà di porcellana. Alla fine decise di andare a letto, ma non riuscì a dormire, perché fu assalito da strane fantasie in cui il gatto sembrava lo fissasse. Infine si addormentò, ma fu improvvisamente risvegliato da un forte rumore.
Saltò giù dal letto e si trovò attaccato da un enorme gatto grigio che gli graffiò le mani e il viso prima di fuggire da una finestra. WeiGall si precipitò a seguirlo e vide quel gatto nel giardino, teso ad arco e irto come quando fronteggia un nemico poi scomparve tra i cespugli.
Tornando nella sua stanza, Weigall trovò la reliquia del gatto di porcellana spalancato in due parti. Era in piedi perfettamente verticale, e il gatto mummificato contenuto nell’urnetta lo stava fissando!
   Vari luoghi, possono essere sotto l'influenza maligna di una maledizione forse dovuta a qualche terribile evento che vi avrebbe avuto luogo.
Un posto così è in India, ed è chiamato la Valle dei Sette morti.

 
Un gruppo di avventurieri di cui faceva parte Graham Dickford erano in India alla ricerca di un tesoro che alcune voci asserivano essere in una certa valle.
Le autorità britanniche in India sentirono parlare di Dickford solo quando, nel 1892, venne ritrovato in stato di collasso e venne portato in un ospedale di una piccola città. Ciò che riferì, prima di morire, fu un racconto terrificante.
Lui e i suoi compagni aveva scoperto una misteriosa valle nel mezzo di una fitta giungla dove gli indigeni gli avevano narrato di un tempio pieno di tesori fantastici. Invece di trovare cumuli di oro e gioielli, però, il suo gruppo inciampò in un luogo di orrore. Lui fu l'unico a  riuscire a fuggire vivo, ma tormentato dalla febbre, con ustioni su tutto il corpo, e completamente calvo.
Nel 1906 il governo indiano inviò una spedizione verso la valle e scoprì che era infestata dai serpenti più velenosi dell'India.
Il capo della spedizione riferì anche che ci fu un boato terrificante e delle fiamme volarono da un capo all'altro della valle.
Due membri di questa spedizione morirono e gli uomini che andarono a recuperare i corpi poi soffrirono di incubi spaventosi e un senso terribile di depressione.
Una seconda spedizione si effettuò cinque anni più tardi, composta da esperti esploratori della giungla. Eppure dei sette uomini, solo due ritornarono.
Per un  po’ non si effettuarono altre esplorazioni finché nel 1919 non si inviò un altro gruppo di esploratori. Trovarono abbastanza facilmente la valle ma vi rivennero gli scheletri di ben 17 uomini. Ma anche loro pagarono un alto prezzo.
Il secondo giorno nella zona, infatti tre membri del gruppo che stavano ridendo e scherzando con gli altri, improvvisamente e senza motivo apparente si voltarono e saltarono da una scogliera rocciosa.
Quella fu l'ultima spedizione ufficiale.
Se mai ci fosse stato un tesoro, la maledizione invocata per proteggerlo aveva fatto il suo lavoro; la posizione della Valle dei Sette morti è ormai un segreto di governo gelosamente custodito.
   Ah! Se questa macabra storia fosse arrivata a Salgari, e l’avesse trasformata per i suoi Sandokan & Yanez, che romanzo magnifico avrebbe potuto scrivere.




[1]  Municipio spagnolo in provincia di Barcellona, la sua storia inizia in epoca romana in cui riceveva il nome di Vicomiciano.  https://es.wikipedia.org/wiki/San_Juan_Desp%C3%AD
[2] L'òliba, òbila, olibassa, xuta, xupa, xura, babeca, xibeca, mifa o meuca (Tyto alba) è un uccello rapace notturno dell’ordine dei Strigiformi e della famiglia dei Titonidi.
[3] La extraña y gigantesca ave sobre Barcelona
  Por si sirve de algo y en relación con las cartas de los señores Carbó (10/6/90) y Ametller (16/6/90), que se refieren a un ave de grandes dimensiones, debo manifestar:
Cuando yo tenía diez años - ya entonces vivía en San Juan Despí - solíamos cenar en las noches de ve­rano debajo de una parra en el jar­dín de mi casamasía. Cuando ya se había puesto el sol, oíamos un ruido de palmear de alas y también graz­nidos. Mi padre nos decía: "Ja passa l'óliba". y veíamos en el cielo una gran ave que volaba pausadamente, tal y como afirmaba mi padre, en di­rección al cementerio. A nosotros se nos ponía la carne de gallina.
   En este último mes he visto pasar al anochecer, dos veces, por el cielo de Sant Joan Despí, en dirección Barcelona-oeste, un ave de unos 1,50 m de punta de ala a punta de ala, que emitía los mismos grazni­dos y volaba igual que aquellas "òli­bes" de hace 40 años.
ANTONI INSA ARBÓS
Aparejador Ayuntamiento
De Sant Joan Despi


piccola ricerca di Marco Pugacioff
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va agli