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sabato 29 aprile 2017

Il Monte dedicato a Diana, a Bagnères, in Francia


Il Monte dedicato a Diana, a Bagnères, in Francia


Bagnères-de-Bigorre, sugli Alti Pirenei Hautes-Pyrénées

La storia di Bagnères è strettamente legata alla presenza di sorgenti calde e alla loro utilizzazione. Si pensa che al tempo dei Romani, o Gallo-Romani Bagnères s'appelait Aquae Convenarum (o anche come credono altri studiosi, Vicus Aquensis). 


questo ex-voto romano, situato nella scalinata delle terme, è chiamato l’altare di Sembedo [Autel de Sembedo]. È grazie a lui che si crede che Bagnères si chiamava Vicus Aquensis.
Bagnères era una città ricca, per questo fu distrutta dai barbari. Quando nel 1824 si effettuarono i lavori per la costruzione delle grandi terme, si ritrovarono le rovine. Per un lungo tempo, mille anni secondo Michelet, l'attività delle Terme fu interrotta e riprende nel corso del medioevo. Per ricostruire le terme furono utilizzate una gran quantità di pietre provenienti dal castello di Mauvezin ormai in disfacimento. Si venne a curare in queste terme, oltre a molti nobili e regnati, anche Rossini.


Altare Votivo al musée du marbre di Bagnères, rende omaggio alle divinità delle acque, le Ninfe.

L’epigrafe recita «Severo Serano ha assolto volentieri, al voto fatto alle Ninfe per la sua guarigione». L’ara venne trovata sul posto delle terme attuali nel 1825. 


Le Terme come si presentavano nel XIX secolo, con a destra la Torre Mauhourat usata come prigione, distrutta poi nel 1865.

Il monte


Diana cacciatrice e le sue ninfes, opera di Pierre Paul Rubens, collezione privata, Madrid.

Bedat viene dal latino "vetare" interdetto, vietato. L’autore del sito apprende dal favoloso (e pressoché introvabile) libro di René Escoula Glanes bagnéraises che al tempo dei Romani, il Bedat era un luogo in cui il bosco sacro e le grotte erano consacrati alla " bionda sorella di Apollo il Dorato", la sorella di Apollo non può che essere Diana (curioso. Già nell’antichità si tingevano i capelli, infatti Diana è mora). Era interdetto ai profani di frequentare questo luogo da cui il nome «Bédat».


Litografia di Bagnères del XIX secolo. A destra, il Bédat.

Il tempo passa e la foresta scompare dal Bédat come si può vedere da vecchie foto e litografie del XIX secolo. Gli abitanti di Bagnères avevano distrutto la foresta essenzialmente per farne legna da ardere, ma anche per le costruzioni e per far loro pascolare le loro greggi sulle colline brulle.
Il Bedat non era più che una terra desolata, devastato dalle acque in deflusso. La stessa Bagneres subiva smottamenti sempre più frequenti.
Nel 1866, allorché fu lanciata l’idea di fare una statua della Vergine sul Bedat, Alphonse Cazes mise all'ordine del giorno la questione della riforestazione del monte:
«Considerate anche che i pellegrini e i curiosi non mancheranno di andare a vedere il monte. Ma non troveranno niente sulla strada. Non lasciamo perciò la vecchia montagna con questa mancanza; la tradizione vuole che essa abbia gli alberi».



Fu proibito di farvi passare le greggi e di tagliare gli alberi. Il monte fu perciò di nuovo interdetto, e questo perfino dai nazisti nella seconda guerra mondiale per evitare le fughe in Spagna.
È perciò che il monte è oggi magnificamente alberato e per di più con qualche specie rara, ma purtroppo niente più bella sorellina, Diana, di Apollo.



Tuttavia quando fu posta la prima statua della Vergine nel 1867, Diana si deve essere infuriata parecchio, infatti l’anno successivo un uragano di inaudita violenza abbatte la statua. Per non correr più rischi, con notevole difficoltà, si porta una nuova statua pesante ben due tonnellate, che è la copia di quella sul piedistallo a Piazza di Spagna a Roma. 


L’entrata superiore della grotta

Sul Bédat si trovano ben tre aperture di grotte che nel neolitico fu casa per uomini primitivi. Le grotte formano una rete lunga più di mille metri e profonde sessantacinque. In più sarebbe esistita una quarta apertura nell’antichità.



Però ci sono le fate, con una fonte e con una grotta. Ecco la fontaine des fées. Una sorgente lascia colare un piccolo filo d’acqua.



E poi la grotta. Per trovare le fate bisogna andare un po’ più in basso di dove è la fonte.


Al trou des fées! L'acqua della fonte si perde al fondo di questa cavità. Il mormorio di questa acqua, è il canto delle fate! La legenda racconta che ad ogni tramonto del sole, si possono osservare le impronte dei piedini delle fatine.


 

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Marco Pugacioff
va agli

mercoledì 26 aprile 2017

La porta del Diavolo a Digione


La porta del Diavolo a Digione



       A cinque chilometri a nord ovest di Digione in Francia, in un luogo isolato della campagna invaso dal verde, appare un’insolita e isolata porta in pietra divisa da un pilastro che alimenta voci sinistre su apparizioni del diavolo, di fantasmi, della dama bianca e, secondo le visioni di una ragazza, perfino della Vergine. E per non lasciar fuori niente, qui ci sarebbero scomparse delle persone e di frequente i motori delle automobili si arrestano in prossimità di questa porta malefica.
    Questo rimasuglio di porta è ciò che resta dell’albergo Bernardon a Digione, demolito durante la rivoluzione. Fu Adolphe Bonnet a portarla qui, al di sotto della sua fattoria di Champmoron – ereditata dal padre Jean Bonnet nel 1828 – nel luogo dove la sua proprietà si collegava con il convento di Bonvaux. Sembra che la sua tomba, un ammasso di roccia piuttosto levigato (Adolphe morì nel 1873), sia sul sentiero in salita che porta alle mura della fattoria e sembra che a volte da lì partono dei fuochi fatui.


     Perché sono nate tutte queste leggende? A causa di un blasone sopra la porta ormai corroso che rassomiglia a una testina cornuta e quindi la fantasia vi ha immaginato il diavolo.
    A questo punto vi traduco, adattandolo, un racconto di una signora francese: «Mi chiamo Christine J. e vi voglio raccontare ciò che mi è accaduto. La porta del diavolo (o porta della Dama bianca) è situata nella campagna dell’Ovest digionese, dopo Plombières-lès-Dijon, sul comune di Daix. La leggenda vuole che se qualcuno entra da una porta e se esce dalla stessa e non dall’altra, la scalogna si accanisce su di lui [La légende veut que si on entre par une porte et qu’on ressort par la même et non par l’autre, le malheur s’acharnera sur nous…].
   Personalmente sono molto coi piedi per terra e il mio mestiere – faccio il chimico in una grande fabbrica di prodotti chimici nella regione di Dôle – non mi porta certo verso la credenza al paranormale, né al meraviglioso. Ho avuto un’infanzia con dei genitori che detestavano la religione e che mi allevarono in un clima “cartesiano”, con tutto ciò che poteva essere il più possibile razionale. Ora ho 47 anni e mi rendo conto dopo questa avventura che mi è accaduta insieme al mio fidanzato che ciò che si appella razionale, non può essere forzatamente il riflesso della realtà…
    Una sera del giugno 2005, come tutti i sabati, ricevemmo in casa degli amici. In questa serata il compagno di una delle nostre amiche era fortemente orientato verso il “metafisico”, e ci fece tutta una serie di dimostrazioni con una tavoletta in cui faceva girare un bicchiere che – non so per quale prodigio – si muoveva sulla nostra tavola del salotto, rispondendo alle domande che gli poneva il suo manipolatore [ottima maniera per attirare il male, nota di Puga].
   Personalmente, fui molto impressionata da ciò che credevo essere della prestidigitazione e per l’abilità di questo giovanotto che ci faceva questo spettacolo di magia gratuita, e pensavo che visto che non guadagnava molto dal suo mestiere, avrebbe potuto guadagnare molto con questa pratica (la tavoletta aveva indovinato molte cose rispondendo bene alle molte domande che gli avevamo posto).
    Subito dopo terminammo la serata bevendo e parlando di spiritismo e di fenomeni paranormali. E fu lì che questo giovanotto ci parlò di questa porta del diavolo situata a una trentina di chilometri da noi dicendoci: “Ha! Tu non credi né agli spiriti, né ai demoni. Và dunque sul sentierino dall’altro lato delle porte, un venerdì sera a mezzanotte e vedrai. Ma preparati ad avere la più grande paura della tua vita e munisciti di una torcia elettrica. Ma soprattutto non dimenticarti che devi imperativamente passare dall’altra porta da cui sei passata per uscire. È estremamente importante. Un ultimo consiglio, se tu vedi il cane nero del diavolo non averne paura ma non avvicinarti a lui ed evita che ti tocchi.” Un po’ frastornata gli risposi che non credevo a tutte queste storie e per dimostrargli che il male si fondava su tutte queste dicerie, saremo andati il venerdì prossimo se il tempo lo permetteva (piove molto qui) passando le porte a mezzanotte.


    Come convenuto io e il mio fidanzato prendemmo così la strada di Plombières Les Dijon per arrivare prima di mezzanotte a quelle porte considerate infestate, e che il mio compagno conosceva molto bene perché era di Digione…
     Arrivammo con una buona mezz’ora di anticipo. L’oscurità non era ancora totale e la notte era molto dolce come tutte le notti di Giugno in Borgogna… Muniteci di buone torce elettriche come ci avevano detto, abbiamo atteso mezzanotte in auto, prima di penetrare in quelle belle porte ma alquanto impressionanti in quella notte d’estate… A mezzanotte suonata siamo entrati dalla porta di destra e schiarito il cammino, ci apparve un sentiero stretto che si alzava in dolce pendenza e l’abbiamo seguito per una cinquantina di metri, poi i nostri occhi si abituarono all’oscurità e spegnemmo le torce… Tutto ad un tratto un violento colpo di vento si fece sentire e siccome non avevamo previsto di portare abiti da pioggia e pensando a un uragano, facemmo marcia indietro…

 
    Ma con mia grande sorpresa, un grosso cane nero con gli occhi brillanti, ci sbarrava il cammino e sembrava venire verso di noi grugnando. Il mio compagno aveva un bastone e non essendo un codardo, mi passa davanti e alza il bastone. Per qualche istante il cane lo fronteggia e poi balza verso di lui, ma con nostra grande sorpresa il cane scompare in questo balzo e in seguito l’abbiamo sentito abbaiare dietro di noi. Coraggiosi ma non temerari,  ci siamo diretti verso le porte per uscirne prima che il cane ritornasse verso di noi. 


Le porte apparvero alla luce delle nostre torce allorché udimmo il rumore di una cavalcata. Ci girammo e vedemmo lo stesso cane ma stavolta ci apparve come fosse di fuoco e seguito da un uomo che era anch’esso infuocato. Ci siamo dati a gambe levate, e uscimmo – almeno credo – dall’altra porta, montammo in vettura e partimmo con una gran paura di aver assistito a questo spettacolo veramente più che impressionante dove regnava un'atmosfera indefinibile
   Da allora ebbi sempre degli incubi e certamente non è per vantarmi che vi ho scritto, infatti non vi ho dato il mio vero nome… da allora io e il mio compagno ci siamo sposati e ogni volta che ritorniamo a Digione evitiamo con gran cura Daix e le sue porte dell’inferno perché siamo ambedue persuasi di aver visto il diavolo
     Il testo originale di questa narrazione era nel sito magieindienne.net84.net, che oggi non esiste più ed è stato sostituito con il nuovo sito:  http://magieindienne.free.fr/porte_du_diable.php


L’immagine è tratta da un video, probabilmente (come spero) falso, ma molto coinvolgente. Vedi: https://www.youtube.com/watch?v=jiTD27BqEgM

    C’è chi dice che il luogo, anche visto notte è assolutamente normale, ma c’è anche chi asserisce che una setta malefica, chiamata Amour et Misericorde[1], vi faccia dei riti ogni 15 di ogni mese… per sicurezza meglio non visitare quel posticino in quella data e nei venerdì notte. Vabbè, lo spettacolo terrificante visto dalla narratrice di cui sopra poteva anche essere una messa in scena di quel Mandrake maligno [anzi di quel Mefisto] entrato in casa sua, però… mi viene in mente che fu proprio Lenin a creare negli anni 20 l’accademia delle scienze sovietiche dove, pur essendo una accademia di pensiero comunista, i fenomeni paranormali venivano studiati, perché il male è sempre esistito,  anche nell’antichità. Non c’è bisogno di una qualsiasi religione che ci dica che esiste. 


Un’immagine a volo d’uccello del luogo della porta del diavolo

   Dal sito http://www.panormal.net/t1470-la-porte-du-diable-a-dijon leggo ancora:  «io conosco molto bene la porta del diavolo e non a Digione ma in un paesino non lontano chiamato Mâlain. In questo villaggio ogni anno si recensiscono 666 abitanti (e non è una stronzata). La metà degli abitanti sono ancora legati ai loro costumi e si conoscono tutti e purtroppo appena arriva una famiglia, questa riparte ben presto perché i paesani dicono loro di essere trattati come discendenti di stregoni[2].» 



E gli risposero: «Basta il nome del villaggio ad ispira fiducia (le malin [ovvero il diavolo] era un altro nome per il diavolo nel Medioevo) [Rien que le nom du village inspire confiance (le malin était un autre nom du diable au moyen âge)]. »
In effetti dal ’97 a Mâlain vi è ogni due anni una Fiera dell'artigianato nella Terra di Streghe[3] [Foire Artisanale au Pays des Sorcières], una manifestazione simile a quella di Bargota in Spagna[4]


Secondo la leggenda riassunta in Wikipedia, Mâlain porta bene il suo nome infatti fu considerato un antico luogo per la pratica della magia nera in Francia. In effetti si racconta la storia di una ragazza che una sera, sarebbe stata condotta da un uomo vestito di rosso, fino ad un crepaccio, dalla brutta fama chiamato Il crepaccio del Diavolo [La Crevasse du Diable] e che conduceva fino agli inferi. E così il castello di Mâlain [château de Mâlain], oggi in rovina è considerato esso stesso come maledetto perché costruito al di sopra di questo crepaccio del Diavolo.
   Dopo aver letto più siti su questa porta del diavolo di Digione, ho scovato un altro blog: http://www.nousnesommespasseuls.com/t19927-Les-portes-du-diable-pr-s-de-Dijon.htm dove trovo una discussione sulla porta di Digione e che parla contemporaneamente di un’altra a Perpignano e che mi riporta al sito di magia indiana http://magieindienne.free.fr/porte_du_temps.php e l’articolo è intitolato:

La porta aperta su di un altro tempo

 
   La strana avventura sarebbe capitata a giovane sottotenente chiamato nel ’66 nella cittadella di Perpignano. Ecco cosa narra: «Ero sovente distaccato alla suddivisione dei Pirenei Orientali [subdivision des Pyrénées Orientales], perché ero in quei giorni allievo ufficiale alla scuola ufficiali di riserva “E.O.R.” di Montpellier nel Rossiglione [Languedoc-Roussillon] e il centro di trasmissioni della cittadella di Perpignano munito di tutto il materiale militare più moderno per l’epoca, si prestava perfettamente all’apprendimento degli ufficiali di collegamento.
   Nel 1966 mi preparavo alla nuova chiamata di leva, dopo aver fatto i due anni di scuola in Francia, perché dovevo raggiungere Israele, per compiervi il mio servizio militare ma questa volta come soldato franco-israeliano.
   Alloggiavo in quel momento in una camera situata nella parte alta della cittadella, nel centro di trasmissioni. Avevo vent’anni e talvolta prendevo libera uscita in città e rientravo piuttosto tardi nella mia camera.

 
   Il baraccamento del centro trasmissioni era situato davanti a una grande piazza d’armi, dove sovente vi erano dei défilés, a fianco di un edificio in stile spagnolo con delle belle arcade, e di fronte a una buona cinquantina di metri dall’altra parte della piazza d’armi vi era lo spaccio [le foyer], i servizi, e una sorta di magazzino in cui si metteva di tutto, materiale da costruzione, carriole e altro ancora. Tutto questo circondato dalle muraglia: di cui, quelle situate al sud est davano sul palazzo dei re di Maiorca, di cui questa cittadella modificata da Vauban faceva parte in quell’epoca.


   Erano circa le undici di sera, in quella calda notte di settembre e rientravo dai miei giri notturni nelle vie di Perpignano. Devo aggiungere che non bevevo alcolici, ne fumavo e non prendevo alcuna sostanza illecita. Stavo per aprire la porta della mia camera allorché vidi una porta nella muraglia a circa cinquanta metri da me, di cui non mi ero mai accorto prima di allora. Questa porta voltata, abbastanza larga e alta era aperta e vi vedevo dei barlumi rossastri, come se vi fossero accessi dei fuochi, dell’agitazione e un runore simili a dei barili che venivano rotolati… Pensai: “Guarda, è strano, è la prima volta che vedo questa porta, cosa faranno là dentro in un’ora così inusuale.” Poi entrai nella mia camera e mi coricai.


Corte interna del Palazzo dei Re e


…l’altra facciata

   L’indomani mattina come tutte le mattine ripresi il trantran del mio lavoro e passai davanti a quella porta e lì, con mia grande sorpresa vidi al suo posto una porta murata… e da parecchio tempo. Ero sicuro di non aver sognato ma esitai a parlarne e alla mia prima libera uscita andai in giro con l’aria di qualcuno interessato alla storia del palazzo dei re di Maiorca situato dietro questa porta e aperta alla sua visita. Domandai quale era stata la sua utilità e da quando tempo era stata murata. Con mia grande sorpresa il guardiano mi rispose che questa porta era murata da lungo tempo, ben prima della prima guerra mondiale e che suo padre che era militare alla 53° di linea in quegli anni non l’aveva mai vista aperta e gli dispiaceva perché quella uscita sarebbe stata una buona scorciatoia per andare in città durante i suoi rari permessi.
   Io non dissi più niente e cercai di proseguire la mia indagine in silenzio perché, per un ufficiale, non è bene raccontare storie strane come quella e d’altra parte la guerra d’Algeria non era così lontana e non bisogna attirar troppa attenzione su quello ch4 succedeva nelle caserme. Più tardi seppi che non ero stato il primo ad averla vista aperta e appressi che altri avevano provato a passare all’interno ma non vi erano riusciti ma sapevo che qualcuno di quei sperimentatori di porte aperte nel passato si erano fatti numerosi anni negli ospedali psichiatrici della regione.
    Non ho mai dimenticato ciò che vidi quella notte d’estate del ’66 e non ho trovato mai nessuna spiegazione, e sono tornato più volte in quella cittadella che ora è un centro di DGSE (un centro di spionaggio militare) così come che al palazzo dei re di Maiorca dov’è la porta in questione è ora inaccessibile al pubblico e non voglio nascondere queste storia benché ormai molto lontana. Occupo sempre i miei pensieri soprattutto su un tipo di rimpianto di non esser stato più curioso e di aver tentato il passaggio verso un’altra epoca…»
    Ritornando all’altro sito, vi è scritto che numerosi testimoni hanno raccontato storie simili… e un tale Nanarbe scrisse anche dopo aver letto la testimonianza di cui sopra che «Ho fatto numerose inchieste nella regione del Rossiglione, dove ora risiedo, e mi hanno rassicurato sulla mia sanità mentale, perché non solo il solo ad aver assistito a ciò. E sembra che non solo questa porta di Perpignano, ma altre porte murate da lungo tempo si aprono in questa regione che non può dirsi che misteriosa e piene di reliquie del XII e XIII secolo.» 
   Già, proprio delle vicende – come diceva la serie televisiva americana – ai confini della realtà.




[2] Secondo la Wikipedia francese, gli abitanti sono 738 e il nome del paese deriva dal latino Mediolanum e alla pagina del toponimo latino è scritto: Il senso della parola è «centro del territorio». [Mediolanum (toponyme).] Strana però la definizione medievale che si allontana di parecchio dal nome latino  Vedi: https://fr.wikipedia.org/wiki/M%C3%A2lain
Secondo Pierre Carnac “Mediolanum designava un luogo situato in mezzo a una pianura, essendo «medio» il centro e «lanum» la pianura. In effetti tanto Milano in Italia o Meillan (quasi al centro della Francia), come Zignano in Italia (in Etruria, altre volte «Mezonemuzus = al centro» in etrusco), sono tutti luoghi del centro.” Vedi l’articolo I segreti dell’Ombelico del mondo, pagg. 26-30, Giornale dei Misteri n. 57, Dicembre 1975.
[3] http://sorcieres-de-malain.com/
[4] Vi ricordate di Johannes, il prete stregone di Bargota? Vedi: https://marcopugacioff.blogspot.it/2017/04/il-prete-stregone-di-bargota.html

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Marco Pugacioff
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Il «cammino di Carlomagno» nel Rossiglione. La Carrera de Carlos Magno.




Il «cammino di Carlomagno» nel Rossiglione. La Carrera de Carlos Magno.



    Durante le mie ricerche su Ramon de Perrelos[1], mi misi alla ricerca di un articolo su «Le scienze occulte a Perpignan nel XIV° secolo» di Pierre Vidal, apparso su una rivista culturale “Ruscino[2]” del Rossilone[3], nel ’22 o giù di lì.
   Nonostante tutti i miei sforzi, non approdai a nulla. La rivista non era mai stata scannerizzata, tranne l’anno 1913 dalla benemerita Biblioteca Nazionale di Francia; ma con mia grande sorpresa, venni a sapere che lo stesso erudito catalano aveva scritto un’altro articolo decisamente interessante: «Un faux "Chemin de Charlemagne" en Roussillon. La Carrera de Carlos Magno.»


    Ma purtroppo è anch’esso introvabile, perciò mi sono messo alla ricerca di qualcosa che potesse supplire alla ricerca. Ed è venuto fuori un libro del 1835, intitolato «Histoire de Roussillon, comprenant l'histoire du royaume de Majorque» di Dominique Marie Joseph Henry. Alla pagina XXVII e alla seguente dell’introduzione è scritto «Oltre alla via Domitia, che era la rotta militare, il Rossiglione era ancora attraversata, come ai nostri giorni, da dei percorsi mantenuti a spese della provincia, che i Romani chiamavano actus, e che erano come le nostre strade dipartimentali. Questi percorsi, che avevano una larghezza sufficiente al passaggio di un solo carro, comunicavano da una provincia all’altra. Noi classificheremo in quest’ordine, 1° i percorsi che percorrono la spiaggia tra il mare e gli stagni, attraversando le grau[4] de la Nouvelle e quello di Leucate, passando a Torelles e arrivando presso gli Indigetes dalla Massane e da Banyuls. Sia che questa strada divenne una grande via, oppure, come noi diremmo, strada reale, negli ultimi tempi dell’impero, e che più tardi Carlomagno aveva stanziato del capitale per la sua riparazione, sempre che lui fosse lì e trovasse quelle strutture chiamate Mutationes, una sorta di posta dove erano dei cavalli al servizio del governo per la celerità dei dispacci, e che i resti che susistono ancora in questo percorso portano nel paese il nome di carrera de Carlos-magno. La diramazione di questo percorso, che attraversa il passo della Massane, era difeso da un castello dove era di stanza un distaccamento della legione decumana di Narbona: questo castello si chiamava Caucoliberis, Collioure di cui il nome si trova per la prima volta nell’itinerario dell’anonimo di Ravenna. Da questo punto il percorso attraversava la fine del golfo di portus Veneris[5], e si dirigeva su Cervaria, limite delle Gallie. 2° Un altro percorso conduceva anche al paese degli Indigetes passando per le montagne di Vallespir: un posto militare difendeva ugualmente questo passo, così come ben indica con evidenza il nome di Custodia dato a un antico borgo dell’estrema frontiera, oggi chiamato Custojas: sappiamo che questo nome di Custodia come quello di Castellum e di Praesidium, indicavano dei luoghi fortificati sulle frontiere di uno stato e destinati ad avere una guarnigione.
   Non parleremo di altri percorsi meno grandi che gli actus, e che i Romani chiamavano iter. Mantenuti a spese dei proprietari utenti, e con le stesse caratteristiche, più o meno, che hanno oggi le strade locali.»


Chiesa di Nostra Dama degli Angeli [Notre Dame des Anges] (XVIIème siècle)

  Divertiamoci ora a vedere la storia delle varie località della carrera de Carlos-magno: Collioure, (in catalano Cotlliure) o Caucoliberis (port d’Illiberis: Elne) come fu chiamata dai Romani, fu un importante porto commerciale sul Mediterraneo. La sua situazione geografica ne faceva un vero nodo di comunicazione tra la Gallia e L’Iberia. Nel 218, dopo la sua traversata dei Pirenei, Annibale si accordò con delle tribù galliche, che l’aiutarono a combattere i Romani. Ma dopo che Roma sconfisse Cartagine, le truppe romane intrapresero la conquista di tutto il litorale. Dei tempi di Roma si è trovato a Collioure nel 1825, tra il colle di Mollò e Cosprons, una lapide iscritta che – tradotta nel 1832 dall’erudito di Perpignan Pierre Puiggari (1768-1854) -  menzionava il nome di Valerio Flacco [Valerius Flaccus], comandante della fortezza; pietra che secondo i racconti popolari indicava un tesoro nascosto e oggi scomparsa a causa della bramosia d’oro dell’uomo. 


Castello Reale [Château Royal] (XIIIème siècle – XVIIème siècle)

   Nel 673, il castrum di Collioure fu preso dal re visigoto Wamba. Nel 711, le truppe musulmane, a seguito della loro conquista spagnola, attaccano tutta la Settimania [Septimanie]. Narbona cade nel 759 – poi riconquistata da Pipino il breve nel 759 – mentre il Rossiglione è sottomesso nel 725.
   Poi ecco la riconquista carolingia, dopodiché la provincia resta frammentata, e Collioure cadrà sotto il dominio dei conti d’Empuries-Roussillon. Nel 981, Lotario re di Francia, ordinerà a Guifré, duca di Rossiglione, di fortificare la città. Ma tutta la costa subirà periodicamente delle incursioni saracene, e in seguito dei Normanni, sarà dominata dai re di Aragona o di Maiorca, dai francesi o dagli spagnoli, fino al trattato dei Pirenei del 1659, quando tutto il Rossiglione sarà definitivamente della Francia[6].


Il porto di Port-Vendres nel XVIII secolo.

   Vediamo ora portus Veneris, in catalano il suo nome è Portvendres. La più antica grafia attestata viene dal I secolo d. C. e indica o un porto di quarantena oppure più semplicente un «Porto di Venere». È infatto detto che su una delle sue scogliere vi era un tempio dedicato a Venere già dal VII secolo a. C. 


Nel medievo il piccolo porto vicino Collioure – che si era riempiuto – fu progressivamente abbandonato, anche se viene menzionato nel testamento di Giacomo I, il Conquistatore come la città di «Port-Vendre de Collioure», qui uniti in un solo comune, anche se separati geograficamente. Il porto fu nuovamente scavato nel 1780, i suoi lavori furono compiuti nel 1788, e durante la rivoluzione francese il suo nome fu Port-la-Victoire[7].


Una tipica barca catalana

   Infine Cervaria, in catalano Cervera de la Marenda: la valle di Cerbère era coperta di foreste e scrittori antichi come Strabone o Plinio il Giovane nelle loro descrizioni citavano spesso un luogo popolato di cervi, il locus cervaria, ai confini delle Gallie.
   Dal passato più remoto emergono ancora numerosi megaliti, non solo in questa valle, ma ve ne sono altri anche verso Colera e nel versante sud dei Pirenei ed erano chiamati con timore «Pietre del diavolo» ["pierres du diable"]. 


   E con Carlomagno e il suo discendente Carlo il calvo che avvengono le grandi costruzioni di chiese e monasteri. Elne ( in catalano Elna, città vicino Perpignan ) sarà la prima a ricevere un vescovo. È in questo periodo che una cappella chiamata Sant Salvador de Cervera è sotto l'autorità del monastero di Quirze.


 Il monastero di Sant Quirze de Culera

   La conquista del Rossiglione porterà al trattato dei Pirenei nel 1659; ed è grazie alle citazioni greche e latine della valle dei Cervi, ed anche del famoso detto Locus Cervaria Finis Galliae, ovvero che «Nel luogo detto Cervaria, finiscono le Gallie», che il Rossiglione e Cervaria diventano francesi[8]


   E qui prendono corpo le mie fantasie [per la scienza ufficiale non esiste altro modo di definirle… bà!], se Carlo Magno doveva tornare a casa, specialmodo dopo la sconfitta di Roncisvalle, doveva passare i Pirenei occidentali (dove appunto è Roncisvalle), costeggiare il massiccio centrale francese e poi arrivare ad Aachen… e qui casca l’asino! D’accordo lo scontro a Roncisvalle c’è stato, ma che ci andava a fare ad Aachen se nemmeno esisteva? Dite di no, cari signori storici? Eppure un certo Federico Barbarossa, la notte di natale del 1165, fece santificare dall’antipapa Pasquale III, «una mummia avvolta in un vecchio sudario rattoppato[9]» dicendo che era Carlomagno (creando così di fatto con San Carlo Magno, il sacro romano impero) e poi l’anno dopo la traslò, dove? Ad Aachen, creata per l’occasione. Perché archeologicamente parlando nemmeno la Cappella Palatina è di epoca carolingia. Aachen ai tempi di Carlomagno era una città che posso tranquillamente definire fantasma!
   Diciamo anche che re Carlo abbia sborsato dei soldi per far riparare questo percorso, ma sarebbe sufficiente per dargli il suo nome? No di certo!
   Perciò non resta che una conclusione che il sovrano era passato di lì con il suo esercito! E da dove veniva messer Carlo se non dall’Italia… quindi è anche ovvio che abbia attraversato il golfo di Genova e poi quello di Lione ed ecco il suo esercito sfilare nella valle dei cervi per entrare in Spagna, e passando con timore le «Pietre del diavolo». 


Guerrieri superstiziosi

Mi immagino come quei guerrieri superstiziosi si facessero  il segno della croce invocando tutti i santi del paradiso vedendo il menhir situato sul fondo del massiccio di Quer Roig, chiamato Pietra dritta [Pedra Dreta], unica vestigia del sito un tempo occupato da una casa colonica [in francese mas] e una cappella detta di Sant Salvador de Cervera, oggi scomparsa da alberi rimpianti e dai tracciati di strade carrozzabili, lì dove forse passava l’antica strada che passava attraverso i valichi di Les Balitres e di Banyuls.
Del resto, al disotto della strada forestale detta strada alta [route du haut], rimane per una decina di metri i resti di una possibile via pavimentata di un metro di larghezza, fiancheggiata da un muro di pietra abbastanza spesso[10].
   E al ritorno ecco che l’esercito carolingio sfilare a Roncisvalle, è strano però che abbia anche un altro nome, ovvero col de Cize, stranamente simile al passo della Cisa, quel passo in Toscana che l’esercito franco doveva attraversare per andare e tornare dalla “Douce France”, le Marche del tempo.  


L'Aquisgrana originale, nelle Marche

Ma sì, del resto sono solo bazzecole, quisquilie, pinzillacchere come direbbe Totò! Oh no, ma il principe della risata tra i vari titoli nobiliari aveva pure conte palatino e cavaliere del sacro Romano Impero[11]. Accidenti alle coincidenze…
Marco Pugacioff
 

[1] Ramon de Perellos, autore del viatgeal purgatori, opera della letteratura catalana del XV secolo. Perellos – come l’oramai famigerata Rennes de chateau – è un borgo fantasma che dista un’ora di auto da Paziols, presso Perpignan. Da quello che mi scrive il 10 dicembre 2014, il mio amico Bernard: «Perellos (a fianco di Opoul), già quando io ero ragazzo, non aveva che un solo abitante: il pastore, con il suo gregge. Vi è il suo castello in rovina, quello appunto di Perellos e dei bei fossili. La cappella è sempre là, con una bella pietra del XV° secolo che parla di un pellegrinaggio in Irlanda. Attualmente, in estate, viene aperto un caffè per i turisti.»


Il borgo di Perellos

[2] Il nome della testata deriva dall’antica città di Roscino, che diede il nome alla regione (Roussillon), e che fu distrutta dai Normanni nel 859. Vedi le pagg. XXII & XXIII del libro di Dominique Marie Joseph Henry.
[3] Riguardo al nome, in rete, nel sito antique map sarebbe in vendita una mappa intitolata: La Contea di Rossilone di Giovanni Giamcomo de Rossi pubblicata a Roma all’incirca nel 1690.  vedi: http://www.oldmaps.com/maps/Western-Europe/La-Contea-di-Rossilone-by-Giovanni-Giamcomo-de-Rossi-circa-1690-id199417.htm 
[4] Grau è un termine occitano che significa «estuario» o «canale», derivato dal latino «gradus» col significato «passo, posto, posizione» o dal gallo-romano d'origine gauloise «grauus» significante «riva sabbiosa, spiaggia». vedi: https://fr.wikipedia.org/wiki/Grau
[5] Da non confondersi con la nostra Porto Venere uno dei borghi marinari della Liguria. L'antica Portus Veneris, infatti, era un piccolo approdo romano tra Luni e Sestri Levante, all’estremità del Portus Lunae, in splendida posizione a controllo del passaggio tra l’isola Palmaria e la costa. Trae il nome da un antichissimo tempio dedicato a Venere Ericina che sembra fosse situato dove ora sorge la chiesa di San Pietro, su una punta che si protende nel mare e ben si confà ad una Dea protettrice dei naviganti. Vedi il sito: http://www.turismoprovincia.laspezia.it/it/localita/golfo-dei-poeti/portovenere/cenni-storici
[7] Vedi il sito: https://fr.wikipedia.org/wiki/Port-Vendres  ed anche la pag. 337 del libro: Nuova geografia universale, antica e moderna cosmografica, fisica ..., Volume 3: https://books.google.it/books?id=QVMPK5pemnIC&pg=PA336&lpg=PA336&dq=Caucoliberis&source=bl&ots=nm-Kq7fcG2&sig=lrGgMsuxyV70hNfKxk_h7FdD0YQ&hl=it&sa=X&ei=wkOhVLG5IJL1asqTgbAB&ved=0CDkQ6AEwBDgK#v=onepage&q=Caucoliberis&f=false
[9] Vedi pag. 202 del libro di Lucia Tancredi, Ildegarda: la potenza e la grazia, ed. Città Nuova, Roma 2009.
[10] Vedi nota precedente.

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Marco Pugacioff
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