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martedì 28 maggio 2019

Modi, banche e capponi di Galileo Ferraresi


Modi, banche e capponi


La settimana scorsa sono infine terminate le elezioni nella più grande democrazia del mondo che, nonostante quanto pensino i vari presidenti Usa, non sono gli Stati Uniti d’America ma l’India. Per la prima volta dalla nascita della nazione un partito differente dal Partito del Congresso è stato rieletto dopo aver retto il governo dello stato nella passata legislatura. Per la prima volta la dinastia Gandhi/Nehru non è riuscita a riprendere il potere dopo averlo perso, il Bharatiya Janata Party ha vinto ed è tornato al potere il vecchio governo retto da Modi. E a noi cosa interessa tutto ciò? A prescindere dal fatto che tutte le persone del mondo sono interconnesse tra loro e che ci dovremmo interessare anche a quanto accade in India, da questa elezione abbiamo da imparare qualcosa.
Nel novembre 2017 Modi iniziò una ferrea guerra al contante: ogni indiano doveva avere un conto corrente bancario ed ogni transazione economica doveva avvenire non più tramite il contante ma tramite i bit di una transazione elettronica. In una nazione dove decine di milioni di persone nascono, vivono e muoiono sui marciapiedi senza entrare mai tra le mura di un’abitazione non parrebbe che sia questo il problema principale del paese, e invece per Modi è proprio così. A causa di questa scelta governativa milioni di persone che vivevano di elemosine, di pochi centesimi di rupia all’angolo della strada, si sono trovate che senza un costosissimo Pos erano senza forma di sostentamento; a migliaia si sono ammazzate o sono morte di inedia e fame, ma la lotta alla sicurezza dello stato e all’evasione fiscale non permette debolezze e così Modi, forte dell’appoggio e degli aiuti economici della finanza indiana e mondiale, è stato rieletto: se lavori bene per chi ti paga non perdi il posto di lavoro.
Anche in Europa ci sono state le elezioni e i politici europei si sono sgolati per ricevere un voto in quello che ormai pare essere lo sport europeo, la caccia all’immigrato, e in questa confusione elettorale nessun mezzo d’informazione pare essersi accorto di un fatto a dir poco preoccupante: due aziende, una in Irlanda e l’altra in Lussemburgo, hanno ricevuto il permesso di aprire due nuove banche. Parrebbe una non notizia ma se consideriamo che le norme europee permettono ad una banca con sede all’interno dell’UE di aprire banche in tutti gli altri stati membri, e che le due società cui è stato riconosciuto questo diritto si chiamano Google e Amazon, ecco che dovrebbero drizzarsi i capelli in testa sia ai cittadini che ai banchieri.
Con queste autorizzazioni irlandesi e lussemburghesi i due colossi dell’informatica e del commercio elettronico potranno operare in tutta Europa e grazie alle loro strutture informatiche già esistenti, ad un controllo capillare della comunicazione, del mercato elettronico e della rete, potranno in pochi mesi spazzare via dal mercato bancario ogni concorrente oggi esistente assumendo una posizione di controllo del mercato bancario e sulla circolazione monetaria totale e che ottimisticamente possiamo chiamare duopolio.
Modi e i mendicanti indiani ci fanno vedere cosa succede a dirigersi verso un mondo nel quale le banche hanno il controllo totale dei nostri soldi e noi, perdendo i contanti, perderemo anche le nostre libertà basilari, a cominciare da quella di vivere. La guerra per l’uso del contante è una guerra per la libertà. Il controllo dei soldi e delle idee realizzabile in poco tempo dai giganti dell’informatica sta già scavano la fossa sotto i nostri piedi mentre centinaia di milioni di europei, sapientemente distratti dal teatrino elettorale, continuano a sbraitare l’uno contro l’altro senza accorgersi di quanto sta accadendo.
Non so perché ma mi è venuto in mente un passo di quel gran libro di politica intitolato I Promessi Sposi. Ad un certo punto Renzo se ne va per strada con due capponi legati per le zampe. Nonostante le due bestie siano con le zampe legate, a testa in basso e castrati, i due capponi continuano a beccarsi senza curarsi di nulla, tanto meno della pignatta nella quale dopo poco saranno messi a cuocere. Non so perché ma mi è venuto in mente questo passaggio di quel rivoluzionario di Alessandro Manzoni, non so proprio perché.

© Galileo Ferraresi, Bologna, 27 maggio 2019

Come distruggere il potere finaziario ? c'è lo dicono i fumetti ! Giorgio Pezzin da Il piccolo Ranger in puro stile Gianluigi Bonelli ! M.P.
 


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lunedì 27 maggio 2019

Blek e il festival del fumetto francese


Blek e il festival del fumetto francese


Il castello ripreso da :
consiglio agli organizzatori del festival di stare all’erta. Data l’atmosfera potrebbe aggirarsi Arsenio Lupin col fido Grognard (magari con le facce di Georges Descrières e Yvon Bouchard) in cerca di un fumetto d’epoca!


In Alsazia (se ben ricordo dalle letture dei romanzi di Simenon, da lì veniva la Signora Maigret) si svolgerà nel castello Malbrouck, la terza edizione del festival (dell’Unità? No di certo) de La Bande Dessiné.
   Ma perché lo segnalo ai 4 gatti (anche di meno) che seguono er blog mio? Ma perché di fronte ai noiosi personaggi della Marvel (non dico Batman della Dc, ma almeno il grande Mandrake ce poteva sta’, no? No! Vabbè!) svetta in prima grandezza il personaggio rappresentante dopo Tex del vero e unico fumetto popolare: Blek Macigno.


    La colpa è del disegnatore che lo ha disegnato per anni e gli è rimasto nel cuore, Jean-Yves Mitton.
   Insomma Grazie Mitton, ci hai dimostrato che Blek conquistò la Francia come e meglio di Giulio Cesare che qui sotto vediamo come lo ha raffigurato Uderzo e come lo disegna oggi Conrad.


  E grazie anche al mio amico François Hue che me lo ha segnalato.

  Ciao a tutti

Marco Pugacioff
  
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mercoledì 22 maggio 2019

LE MURA DI PARIS di Enzo Mancini


Le mura di Paris


  La notte del 12 agosto 1259, pochi mesi dopo un tremendo terremoto che secondo tradizione fu preceduto da un infausto e raggelante strepito di cavalli, il conte camerinese Ranieri Baschi, fedele all’imperatore Federico II – e quindi ora, a suo figlio Manfredi – da un bastione fece con una torcia un segnale al vicario generale della Marca di Ancona, del ducato di Spoleto e della Romagnola, il genovese Princivalle Doria che attendeva alla torre di Beregna. E Baschi aprì poi la porta Orientale di Camerino a ben 500 cavalli condotti da saraceni e imperiali che si diedero alla rapina e alla strage.
   Quattro giorni dopo, l’antica città fondata dai Camerti Umbri fu atterrata; ma gli uomini di Cingoli, Montecchio (Treia) e San Ginesio si rifiutarono di rovinare la parte del centro abitato a loro destinata, e così rimase intatto quel quartiere verso la Porta Orientale (poi Porta Giulia) che per essere sotto il duomo, si chiamava Sub Santo, poi Sossanta. V. Patrizio Savini, Storia di Camerino, 1859, pag. 54
«non molto tempo dopo […] il Dоria si annegò vicino a Terni nel passaggio della Nera, ed il Baschi fu ucciso vicino ad Orbisaglia.» Camillo Lilli,  dell’Historia di Camerino edizione del 1835, pag. 306
    Questa la fine di Camerino. Poi nel 1872 Aristide Conti, nel suo libro Camerino e i suoi dintorni a pag. 253 documenta una voce della tradizione orale che agli incolti e aridi intellettualoidi di stile universitario fa ridere a piene ganasce, ma a chi vuol cercare di illuminare i secoli oscuri della Storia, fornisce una fiaccola inaspettata; il passo narra che: La porta altre volte detta Orientale, devesi a Giulio Cesare Varano: il bastione, ricordato da un vicolo a sinistra, fu fatto da Guidubaldo della Rovere nelle così dette « mura di Paris: »
M.P.

 “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verita”.  ( 1 Timoteo 2, 4 )

Questo inizio preso da una lettera di san Paolo non piacerà a qualche vecchio stalinista mangiapreti. Ma questa ricerca della verità me la porto dietro da ragazzo, quando appoggiandomi ai vecchi muri della chiesa di San Claudio al Chienti,  san Chiodu per gli aborigeni, mi chiedevo: “Come è possibile che non si sappia niente di chi ha tirato su questo edificio, che non è venuto su come un fungo, per cui certamente ci son voluti sangue, sudore e lacrime?“
Oggi posso dire di aver avuto una risposta insperata a questa domanda, grazie all’intuito di un sacerdote salesiano, don Giovanni Carnevale. Non ebbi immediata conoscenza del clamoroso "scoop” comparso nel 1993 sulla rivista della provincia di Macerata, di cui l’assessore alla cultura responsabile, tal Menichelli, si affrettò a lavarsi le mani come Pilato. Ne fui informato dopo diversi mesi. Ma nel 1994 ero fra i quattro gatti convenuti in un auditorium della città di Treia ad ascoltare il poliedrico professore.
Proprio alle mie spalle avevo due noti presidi  di due scuole maceratesi, il prof. Vita e il prof. Caldarelli, purtroppo oggi entrambi buone anime.  Benché fossero entrambi persone serie e di una certa età, non avevano scrupoli a scompisciarsi dalle risate, come due scolaretti, nell’ascoltare le tesi del loro collega più anziano.  Normale reazione  della cultura ufficiale e dell’ambiente accademico. Che fece anche di peggio, ignorando completamente la teoria di Carnevale. Veramente ci fu una risposta di una, ( meglio che resti anonima ),  professoressa dell’Università di Macerata, che riuscì a riempire il teatrino antistante la chiesa di san Claudio con la promessa di pronunciarsi sull’argomento.                                                                   
Dopo oltre tre ore di tedioso sfoggio di cultura ritrita, la grande cattedratica si pronunciò:
“La teoria del prof. Giovanni Carnevale non sta né in cielo né in terra”.                                                                                         
Mi  aspettavo che dopo la drastica sentenza venisse anche data  una logica motivazione. La motivazione non fu proferita ma lasciata intendere:
“Perché lo dico io che sono un’accademica!“  
Il marchese del Grillo ci avrebbe aggiunto anche una parolaccia, ma lasciamo perdere.
  Ritornando alla conferenza del 1994  a Treia  il professor Carnevale chiese aiuto alla platea, invito reiterato, “di fronte ad un mare-magnum di bibliografia da rileggere e interpretare sotto una nuova luce.”  Io un aiuto lo diedi subito, nonostante la soggezione che avevo per i due presidi che stavano sghignazzando a mezzo metro da me.
Feci presente che nel Capitulare de villis si ordina esplicitamente di fare il vino cotto, prodotto tipico delle campagne maceratesi, con epicentro a Loro Piceno.
Don Carnevale questo capitolare non lo aveva ancora mai sentito nominare, ma prese subito la palla al balzo. Un altro consistente aiuto lo diedi  pubblicando nel 1997 “Aquisgrana Restituta”.                                      
In quegli anni ho conosciuto   una collega biologa che si interessava anch’essa alla storia del territorio, Simonetta Torresi, che mi disse di essere pervenuta alla scoperta di una storia diversa dalla versione ufficiale  indipendentemente da Carnevale.  Dopo il 1997 io, per problemi in famiglia, smisi di interessarmi della storia locale. La collega biologa invece è andata avanti come un treno, fino a produrre un lavoro immane: “La storia dei popoli delle Marche ovvero l’origine dell’Europa”.                                                              
Oggi che sono pensionato ho ripreso ad interessarmi saltuariamente all’argomento, che è un tentativo di riscrivere una storia del Medioevo più aderente ai fatti realmente avvenuti in questo territorio.              
Visto che la storia va riscritta, su questo non ci piove, da qualche parte debbo cominciare. Sono titubante a contraddire la ricostruzione di don Carnevale e del suo collaboratore Antognozzi, anche perché  la loro ultima fatica è appena stata sfornata e non ho avuto ancora il tempo di leggerla con calma.
Mi è sembrato di capire che il professore salesiano localizza “saint Denis” con San Ginesio ma evita di localizzare Parigi.  Ma mi sembra ovvio che se abbiamo in loco un doppione di Aquisgrana e di Roma ci deve essere stato anche un doppione di Parigi, la capitale dei Franchi[1].
Nel lavoro della professoressa Torresi, che ho letto e riletto, Parigi è localizzata a Macerata. A me questa ipotesi non convince. Mi perdoni se contraddico ma lo faccio a scopo costruttivo, non per voglia di litigare. Se poi lei o qualcun’altro mi convince che sbaglio sono pronto a fare ammenda.
Secondo me la Parigi primigenia, la capitale  della prima Francia, va spostata a Camerino.  



   Mi ci ha fatto pensare l’amico Marco Pugacioff, che mi ha informato della presenza a Camerino delle “mura di Paris”, sottolineando che Camerino è molto più antica di Macerata, e che Macerata è stata cinta di mura solo dall’Albornoz.
La capitale dei Franchi doveva essere una roccaforte difesa da mura già ai tempi di Guido e Lamberto e quasi sicuramente dai tempi preromani. Secondo me i Vidoni ebbero il titolo di Imperatori del impero romano carolingio perché stavano nella capitale dei Franchi. Ma oltre a Marco, che è di famiglia Camerinese, Cicero pro domo sua, quello che mi aveva già convinto in precedenza è fra’ Gregorio da Napoli.  Questo frate è il primo a cui frate Elia scrive una lettera per comunicare il decesso del fondatore dell’Ordine, Francesco d’Assisi; siamo  al  4 ottobre  del 1226.  Scrive a lui in qualità di Provinciale di Francia dell’Ordine dei Minori, e lo era da due anni.                                   
Di lui scrive Tommaso da Eccleston: “Quis enim Gregorio in praedicatione vel praelatione in Universitate Parisius vel clero totius Franciae comparabilis? Et  tamen  in fine  meruit  perpetuum carcerem”. ( Chi fu pari a Gregorio nel predicare o nel governare sia all’Università di Parigi che nel clero di tutta la Francia? E tuttavia alla fine si meritò il carcere a vita.)[2]
Si riferisce al fatto che fra’ Gregorio, nonostante fosse nipote del papa Gregorio IX, fu fatto incarcerare da Aimone da Faversham perché, in ossequio a Frate Elia, se la prendeva eccessivamente con gli Zelanti. Ora se frate Elia vuol far sapere a tutti i frati che è morto il fondatore dell’Ordine scrive una lettera ad un Provinciale che sta in un posto pieno di Francescani o no? E questo stava a Parigi. Ma i biografi di san Francesco sanno benissimo, e lo scrivono pure, che la maggior parte dei francescani a quella data stavano nelle Marche.
Carlo Bo ha scritto: “San Francesco è nato ad Assisi ma il francescanesimo è nato nelle Marche.”
Inoltre Silvia Gabrielli, al capitolo X del suo e-book San Francesco: il giullare di Dio riferisce «Alla sua partenza per la Terrasanta aveva affidato i fratelli a due vicari: Matteo di Narni e Gregorio di Napoli. Gregorio doveva percorrere l'Italia per confermare e aiutare i frati, mentre Matteo doveva restare nella Porziuncola per accogliere i frati che volevano entrare nell'Ordine.» Questa, fra le biografie del santo è la prima che ho trovato ad ammettere che praticamente Gregorio da Napoli[3] esercitava il suo ministero in Italia.
Leggendo il noioso testo di frate Eccleston ho anche notato che fra’ Gregorio si sposta da Sanctus Dionysius all’Universitate Parisius senza mettere il naso altrove. Eppure la Francia è così vasta! Mi torna più semplice pensare che il raggio d’azione del ministro francescano oscillasse tra Camerino e San Ginesio.
Ma ora spostiamoci  nella Francia con il Rodano e la Senna agli inizi del XIII secolo.                                     
Dal 1209 al 1229 non ci fu la crociata contro i Catari, culminata col massacro di Beziers?                                
Allora come facevano a stare sulle rive della Senna tutti questi devoti di Sorella Povertà? Se ben ricordo c’era poca differenza fra i seguaci di san Francesco e i  Catari, se si prescinde dal fatto che i primi riconoscevano la supremazia del clero e i secondi no. Come potevano stare la maggior parte dei francescani oltre le Alpi, in un posto dove comandava Filippo Augusto, che appoggiava l’estirpazione dell’eresia Catara? Non diceva Arnaldo di Citeaux ai suoi pietosi soldati: “Ammazzateli tutti che Dio riconoscerà i suoi”?                            
   Che poi nelle biografie di san Francesco i Catari o Patareni o come li si voglia chiamare non compaiono in alcun modo: come è possibile?  Secondo me alla morte di san Francesco la maggior parte dei francescani si trovava ad una giornata di cammino da Assisi, dal versante opposto del monte Pennino, a Camerino  e dintorni.
I dintorni di Camerino pullulano di luoghi collegati al primo francescanesimo, con una concentrazione che non ha eguali forse neanche ai dintorni di Assisi, spesso ignorati dalle tante biografie del santo, perché supportati da tradizione e non da documenti scritti.
A – Sefro: grotta del beato Bernardo di Quintavalle.
B – Monte San Vicino: grotta di San Francesco, dove avrebbe pernottato.
C -  Cerreto d’Esi: Eremo dell’Acquarella, sede del 1° capitolo dei Cappuccini.
D – Muccia: Eremo del beato Rizzerio, che incontrò S. Francesco a Bologna da studente.
E – Pontelatrave: dove il santo mutò l’acqua in vino, presso Beldiletto.
F – Camerino: Convento di Renacavata, forse il primo dell’Ordine Francescano.
G – Sarnano: dove il santo disegnò il serafino per lo stemma del comune.
H – Eremo di San Liberato, sempre presso Sarnano.
I – Eremo di Soffiano, anch’esso presso Sarnano.
K -  San Severino: incontro con frate Pacifico e l’episodio della pecora dei Fioretti.
L – Grotta dei Frati nella Valle del Fiastrone, con i Clareni.
E forse qualcuno mi sfugge.
Per quanto mi risulta sulle rive della Senna l’Università fu fondata da Robert de Sorbon nel 1253 circa e solo dopo questa data cominciò ad avere una certa rilevanza. Certo, mi si potrebbe obiettare che prima di Sorbon già esisteva una Università riconosciuta da re Filippo II Augusto e da papa Innocenzo III. Ma mi suona strano che il papa dovesse riconoscere l’Università in cui aveva studiato da giovane! Sarebbe come dire: «La scuola dove ho studiato non valeva niente, ma ora è diventato un istituto serio!»
È comunque probabile che per un certo periodo ci potrebbero essere state due Università di Paris, ma per distinguere a quale delle due si riferiscono i documenti, oggi ci vorrebbe la macchina del tempo. Inoltre da quanto ha scritto il professor Carnevale, mi sembra di aver capito che ai tempi di Filippo Augusto e dell’abate Sigerio di Saint Denis si attuò una Translatio Regni Francorum, che non risulta dai documenti, ma che ci deve essere stata per forza, se prendiamo per buona l’ipotesi storica del professore.
E poi alla Biblioteca Nazionale di Parigi si trovano documenti che non riguardano solo l’attuale territorio francese, come quelli che riguardano Francesco di Assisi o come in Germania sono finiti documenti riguardanti Francia e Italia. Ad esempio il Capitulare de Villis fu ripescato ad Helmstedt. Questo autorizza a dire che la terra del Capitulare si trovi fra l’attuale land della Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt?  
  Prima della data di fondazione della Sorbona, una miriade di personaggi andavano da Roma a Parigi come fosse la passeggiata dell’orto. Tommaso d’Aquino, che fra l’altro aveva un fisico corpulento, avrebbe seminato Reinhold Messner con la sua falcata potente, nell’attraversare le Alpi.
Se nel 1259 Percivalle Doria, che guidava le truppe di Manfredi, non avesse messo a ferro e fuoco Camerino, bruciando tutto quanto c’era di combustibile, forse oggi non sarebbe Bologna ad essere considerata la sede universitaria più antica d’Italia e d’Europa. Ciononostante risorse e il termine ”Universitate Parisius” continuò ad essere utilizzato anche dopo il 1259.
Da qui l’enigma di Dante, che visitò Parigi senza valicare le Alpi.  Per me il “vicolo degli strami” sarebbe più facile da trovare a Camerino che  presso le rive della Senna. La diocesi di Camerino tornò ad essere la più estesa delle Marche, come ai tempi di santo Ansovino, vescovo di Camerino che fu consigliere e padre spirituale di Ludovico il Pio.
Siccome leggo un sacco di cose e poi le rimugino, quasi fossi un ruminante, mi ha dato da pensare anche questo personaggio: Alcuino di York.
Ho letto la sua vita da un noiosissimo commento in latino di un certo Abate Frobenius di Ratisbona, scritto nel 1777. Cerco di farla breve senza ripetere tutta la vita di Alcuino detto anche Albino. Con lui facciamo un passo indietro ai tempi di Carlo Magno. Il famoso re, futuro imperatore, conobbe Alcuino a Parma mentre questi tornava da Roma nel 781. Carlo, entusiasta della sua cultura, lo invitò a trasferisci in Francia e a stabilirsi a corte, come “maestro della Scuola Palatina” di Aquisgrana. Ritornò in Inghilterra nel 786 e 790. Fu di nuovo in Francia nel 792. Partecipò al sinodo di Francoforte dove confutò l’eresia adozionista[4]. Fino al 796 risiedette perlopiù alla corte di Carlo Magno, seguendolo spesso nei suoi spostamenti. Dopo il 796 chiese al suo amico re di ritirarsi nel monastero di Fulda, ma il sire “per tenerselo vicino” lo mandò all’abbazia di San Martino di Tours.
Da questa abbazia continuò ad essere il più ascoltato consigliere del re, anzi in qualche caso si spostò “il Grande Carlo” da lui, all’abbazia di San Martino. Alcuino morì nella sua abbazia nell’804.
Ora ragioniamo. Tours dista da Aachen circa 750 km. C’era da attraversare la Mosa, la Senna, la Loira e foreste quasi vergini. Solo ad andare ci sarebbero voluti quasi dieci giorni, ad un cavaliere che fosse andato di fretta, ma di molta fretta. Un tempo con cui da Aachen si poteva andare per fiume e per mare anche a York.
Ma se il santuario di San Martino era a Monte San Martino[5] e Aquisgrana nella Val di Chienti, sotto Macerata, con un normale ronzino, anche a quei tempi si poteva andare e tornare in giornata. E quindi non mi sorprende che l’abate Frobenius si chieda: “Non sarà che l’università di Parigi sia stata fondata da Alcuino o da Carlo Magno”[6].
Gli rispondo subito: “Sì, perché stavano tutti  e due nella Francia picena e l’università di Parigi fu fondata a Camerino.” Alcuino per Carlomagno fu una specie di “ministro della pubblica istruzione” e i suoi allievi furono determinanti per il sorgere di parecchi Studi generali o università in embrione.                                                                                                                                                                                            
Ponendo nel Piceno la prima Università d’Europa si scioglie un altro enigma,  si comprende molto meglio la dinamica della nascita della lingua italiana, che è nata qui, a cavallo dei monti Sibillini, agli inizi del XIII secolo. Checché ne dica Dante Alighieri nel “De vulgari eloquentia” l’idioma toscano è figlio e non padre della lingua che si parlava nel Ducato di Spoleto, che  ricordo a chi non ne avesse idea che comprendeva sia l’ovest che l’est dei monti Sibillini. Con un centro come l’Universitate Parisius, a cui convenivano le menti più acute di tutta Europa, si spiega come il dialetto di Spoleto possa essere diventato “cardinale, aulico e curiale”.  Questi personaggi colti fra di loro parlavano in latino ma non erano fatti di puro spirito: dovevano interloquire anche con la gente comune.
Dante, tanto di cappello, la fece diventare “illustre”,  ma la lingua italiana ai suoi tempi era già nata: E’ o non è il “Cantico delle creature” di san Francesco il primo componimento scritto in Italiano? 


                                                                                                                               Giovedi  scorso mi son fatto un giro per Camerino, dove mi sono laureato nel 1975, non in utroque iure ma in Scienze Biologiche. Ci venivano studenti dalla Puglia, dalla Calabria, dalla Grecia. Mi chiedevo a quei tempi: “ Come ci può stare in questo piccolo paese una sede universitaria quando ce n’è  già una in provincia, a Macerata?“ La risposta ora ce l’ho: “Perché c’era prima che a Macerata”.  Ricordo che in una sala del palazzo ducale di Camerino ci sono i ritratti dei rettori  di vecchia data dell’Università: qualcuno di questi era conte del Sacro Romano Impero. Allora mi chiedevo” che ci azzecca?” ora mi pare abbastanza chiaro.
Giovedì scorso sono arrivato sotto la statua di Sisto V, che non si è spostato col terremoto, ma la targa di bronzo non c’è più; c’è una copia fotografica illeggibile da cui non si capisce che papa è. Avrei voluto fare un giro per le vie del centro ma era zona rossa.  C’era una camionetta dell’Esercito; c’era un vigile del fuoco a cui ho chiesto se si poteva andare, ma sapevo già la risposta: assolutamente no! C’era un gruppo di ragazzi muniti di casco che stavano entrando. Avevano l’età che avevo io cinquanta anni orsono, quando arrivai la prima volta a Camerino. Ma come è cambiata l’atmosfera!
Potrà tornare questo mortorio ad avere una vita normale?  Potrà mai credere qualcuno che da questo paesetto fra le montagne, messo in ginocchio dal terremoto,  è nata l’Europa moderna? Sic transit gloria mundi. Amen.   

Macerata 4 maggio 2019. 
Mancini Enzo




[1] Dice la guida T.C.I. delle Marche su Camerino «da Carlo Magno fu fatta capoluogo dell’omonima Marca che si stendeva dall’Appennino all’Adriatico» ovvero la Francia primitiva. p. 505, Milano Quarta edizione 1979.
[2] Vedi: Francesco Salvatore Attal, san Francesco d'Assisi, Messaggero di S. Antonio del 1947, pag.452: Lettera di frate Elia "Al caro fratello in Cristo Gregorio, Ministro dei frati che sono in Francia", e pag. 487: Nota 2 su Gregorio da Napoli con testo in latino.
Thomas of Eccleston era un cronista francescano inglese del XIII secolo. È conosciuto per De Adventu Fratrum Minorum in Angliam. Si hanno notizie su di lui dal 1224, quando i frati francescani arrivarono per la prima volta in Inghilterra, sotto Agnellus di Pisa, al 1258. Si designa semplicemente come "Fratello Tommaso". L’appellativo di "Eccleston" sembra essergli stato dato dallo storico inglese John Bale (1495 - 1563) vescovo di Ossory.
[3] Accesserunt ergo quatuor isti ad ministrum, fratrem scilicet Gregorium de Neapoli, et ab eodem recepti [sunt] apud S. Dionysium, […] Fratrem Gregorium de Neapoli Parisius Ministrum Franciae, […] vedi Eccleston in pagg. 22 – 23 in Monumenta Franciscana, J. S. Brewer, London 1858
[4]  Sotto Carlomagno l’eresia adozionista venne sostenuta da Felice di Urgel ed Elipando di Toledo.
[5] Dice la guida T.C.I. delle Marche su Monte San Martino «paese su un colle panoramico, strapiombante con pareti rocciose sulla valle del Tenna. È circondato da lunghi tratti di mura difese da torri. Pare venisse fondato nel sec. IX dai Franchi» p. 566, Milano Quarta edizione 1979.
[6] Frobenius Forster (1709 - 1791) un benedettino tedesco, scrisse un trattato sulle opere di Alcuino [FROBENII COMMENTATIO DE VITA B. F. AlBINI SEU ALCUINI], apparso in due volumi in folio (4 parti) a Ratisbona nel 1777; Poi ristampato nella Patrologia latina del Migne (voll. C e CI) [Vedi per le notizie: https://en.wikipedia.org/wiki/Frobenius_Forster]: An scholae huic universitas Parisiensis suos natales et Alcuino seu Carolo Magno suam originem debcat?

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lunedì 20 maggio 2019

Tarzan con Ron Ely


Tarzan con Ron Ely

   Questa serie televisiva nasce dopo una trilogia di pellicole cinematografiche con protagonista Mike Henry.
- Tarzan nella valle dell'oro (Tarzan and the Valley of Gold), regia di Robert Day, (1966)
- Tarzan e il grande fiume (Tarzan and the Great River), regia di Robert Day, (1967)
- Tarzan e il figlio della giungla (Tarzan and the Jungle Boy), regia di Robert Gordon, (1968)



   In questi film Mike Henry, interpreta un personaggio che sa calarsi bene in un uomo “civile” e lo si vede nella valle dell’oro, in giacca e cravatta con valigetta ventiquattrore al fianco; insomma un vero John Clayton, 13° visconte di Greystoke, anche se viene chiamato solo Tarzan.
     Nell’ultimo film una controfigura bionda prende il posto di Mike Henry nelle scene d’azione. È sicuramente Ron Ely, che sostituisce Mike Henry nella futura serie televisiva, tutta girata tra il Messico e altri stati dell’America centro-Sud; questo spiega perché quando provai per curiosità a vedere dei film in Versione Originale come Doc Savage, L’uomo di bronzo, tutti gli attori sembravano mangiarsi le parole. Il trucco è semplice, in Tarzan girando all’estero con attori e comparse di lingua spagnola, dovevano spiccicare un dialogo più pulito.



     Nella serie televisiva della fine dei meravigliosi anni ’60, però gli attori principali erano tutti attori yankee, come Jock Mahoney che fece Tarzan in due magnifiche pellicole:


- Tarzan in India (Tarzan Goes to India), regia di John Guillermin, (1962)
- Le tre sfide di Tarzan (Tarzan's Three Challenges), regia di Robert Day, (1963)



    Nella seconda pellicola Mahoney recita al fianco del gigantesco Woody Stroode, che ho sempre considerato un vero e proprio Tarzan di bronzo e che addirittura recitò il ruolo del gigantesco Lotar in un telefilm pilota su Mandrake.


    Ma in questa serie Tarzan, non bastandogli il figlio Jack chiamato dalle  scimmie Korak (l’uccisore), “adotta” un orfano della jungla, “D-Jai” interpretato da Manuel Padilla Jr. D-Jai. 



D-Jai ha un intero episodio tutto dedicato a lui (Capitan D-Jai), e influenzerà direttamente il mondo del fumetto, dove il personaggio di Korak venne diminuito d’età al pari di quella di D-Jai; naturalmente fu una pessima scelta.


Sicuramente il personaggio dell’orfano della giungla si riallaccia alla versione cinematografia di Boy, (in Italia se ben ricordo era chiamato “Bomba”) il figlio adottivo di Tarzan & Jane, che da Johnny Weissmuller a Gordon Scott era sempre presente al cinema.
    Le sceneggiature erano in genere sempre molto belle, Tarzan parla come un inglese erudito e in un episodio che non ho, dice chiaro e tonto mentre si libera dal palo della tortura dove sono anche i  suoi compagni di sventura “come è vero che su (mi sembra l’impero britannico) non tramonta il sole, io ritornerò!”


    Nell’episodio intitolato “La conversione” che ho in lingua spagnola, vi è la celebre Diana Ross nella parte di una suora.



    Ma in un episodio gli sceneggiatori hanno giocato un brutto tiro agli italiani. Si tratta de “La pietra blu del cielo”, che posseggo anch’esso solo in lingua spagnola; il nemico di Tarzan è un militare africano di nome Tatakombi, spalle larghe e con un po’ di pancetta che ricorda da vicino il duce italico. Roba da ridere, l’attore americano William Marshall indossa una divisa con un berretto da ufficiale che ha una grossa aquila sopra la visiera. E infatti il professor Singleton (l’archeologo è interpretato dall’attore Sam Jaffe) mentre Tatakombi parla al popolo riunito sotto al tempio dove è stata ritrovata la pietra blu del cielo – in effetti come il duce a Palazzo Venezia – ne parla come colui che tiene ipnotizzato il popolo alla stregua di Hitler e Mussolini.
   Comunque il vero scherzo da preti c’è l’ha fatto la televisione italiana, la Rai. All’interno del pessimo programma “Solletico” ha tagliato gli episodi di Tarzan; “Le montagne della Luna” manca di circa dieci minuti (alcune scene le ho reintegrate, ma tutte non c’è l’ho fatta).



Ma il grande ferito è “Il Re dei Dwazari” – interpretato da Robert Loggia il simpatico gatto ladro televisivo –  è lungo infatti solo 36 minuti sui 47 che durano tutti gli episodi. Pur avendo la versione in spagnolo, non me la sono sentita di integrare le scene tagliate, troppo lavoro per roba poi protetta dai copyright… anche se la condivido gratuitamente con tutti.
   Gli episodi dovrebbero essere 57, o perlomeno così si dice in rete.


   Ron Ely dopo aver fatto Tarzan, interpretò “L'uomo del mare” un sub che con la bella figlia Jennifer (era mozzafiato in bikini), effettua missioni di salvataggio nelle acque della Florida (doppiaggio perduto, e te pareva!) e poi Ka-El ovvero Superman in un episodio della serie televisiva di Superboy che credo di aver visto in italiano. E che – naturalmente – ho ritrovato in americano.


    Però Ron Ely mi è piaciuto molto nel krauti-western Il cacciatore solitario, una sorta di Blek Macigno che scorrazza nelle montagna dell’Alaska all’inizio del 900; qui agisce in coppia con l’ex Michele Strogoff (Raimond Harmstorf) che interpreta una simpatica canaglia.



   Ron Ely in Tarzan volle fare tutte le acrobazie e i combattimenti con gli animali. Ciò gli ha provocato almeno 17 ferite e lesioni nella sola prima stagione:
- 1. Sette punti di sutura alla testa da un morso di leone
- 2. naso rotto in una lotta nell’acqua
- 3. mascella slogata in una lotta
- 4. strappato collo e disco di cartilagine
- 5. separazione spalla destra    
- 6. separazione spalla sinistra
- 7. tre costole rotte dalla spalla sinistra
- 8. muscolo del bicipite destro lacerato
- 9. ferite da artigli di leopardo
- 10. polsi slogati da scene d'azione
- 11. tirato un muscolo bicipite femorale della gamba sinistra
- 12. tirato un muscolo della coscia destra
- 13. morsi e segni di artigli di vari animali della giungla
- 14. entrambe le caviglie slogate da atterraggi duri
- 15. cime dei piedi graffiate nella caduta in discesa
- 16. tallone sinistro incrinato
- 17. fondo del piede destro strappato scivolando sulle rocce.
   Sembra che nella seconda serie i produttori gli hanno imposto la controfigura.

Gli episodi

Nota bene: citerò solo i titoli in mio possesso e che condivido sul mulo,
le vecchie videocassette ne hanno dato una bassa qualità,
come per gli episodi di Agenzia Rockford.

01 – Gli occhi del leone
02 – Trappola per elefanti
03 – La libertà per un leopardo
04 – Una vita da salvare
05 – Il prigioniero
07 – Un puma coraggioso
08/09 – Silenzio mortale
10 – La controfigura
13 – Le perle dei Tanga
14 – La fine del fiume
15 – Duello finale
16 – Il popolo del vulcano
17 – La pista del dinosauro
18 – Il terremoto
20 – Il prezzo degli assassini
21 – Il fuggiasco
22 – Il generale
23 – La maschera di Rona
24 – Il sole nascente
25 – Caccia nella Jungla episodio non ho condiviso. Metà non si vede, si sente solo.


La furia di Tarzan esplode nell’ufficio del commissario dopo esser stato informato che
D-Jai, portatogli via dalla suora Charity, è scomparso.

26/27 – Charity Jons (I pirati del fiume)
28 – Il circo
29 – Ultimatum
30 – Algie B
32 – La leggenda della tigre
33 – Giustizia per un elefante
34 – Il cacciatore
35/36 – La pietra blu del cielo (audio spagnolo)
37 – La maledizione del Mugugna
38 – I fanatici
39 – L’ultimo dei superuomini
40 – L’uragano
41 – L’orgoglio della leonessa

Le montagne della luna è un vero e proprio western, pieno di cavalli com’è.
42/43 – Le montagne della luna
44 – L’amnesia di D-Jai
45 – I giganti
46 – Il professionista
48 – Il re dei Dwazari
50 – Safari de terror (audio spagnolo) episodio ripreso da una telecamera, video molto brutto
51 – La fine della sfida


Tarzan, signore della giungla


   Negli anni 70 furono poi realizzati dei disegni animati (in Italia si dice cartoni), di circa 20 episodi, realizzati dalla Filmation. Nello stesso periodo la stessa Filmation realizzò anche Flash Gordon, di cui si trova solo una versione in spagnolo.
I movimenti di Tarzan erano ripresi dagli attori cinematografici e davano un movenza stupenda, la voce del doppiatore (sembra la voce di 007, Luca Ward) e gli effetti sonori fanno bella figura su di un prodotto di non alta qualità.


Tarzan e N’kima, la sua piccola amica


In alcuni episodi, alcuni personaggi sembrano riprodurre visi di attori, il giullare di corte dei crociati di Nimar, sembra Totò


E nel cattivone di Tarzan contro i robot sembra Victor Buono


Qui Tarzan combatte contro il suo sosia robot


La trama di due episodi “tarzan contro i robot” e “l’esperimento Tarzan” mi sembra proprio che fossero poi riciclate e trasportata in un episodio a fumetti “ostrvo straha” [letteralmente L’isola della paura] illustrato da un disegnatore spagnolo, che dovrebbe aver visto la luce solo in Yugoslavia su Tarzan n. 43 e in alcuni paesi nordeuropei.

I Titoli

-        Tarzan e il dio dello spazio
-        Ritorno alla città d’oro
-        Tarzan al centro della Terra
-        Tarzan contro i robot
-        Tarzan e gli schiavi di Olimpia
-        Tarzan e gli strani visitatori
-        Tarzan e i crociati di Nimar
-        Tarzan e i fantasmi della foresta
-        Tarzan e il cimitero degli elefanti
-        Tarzan e il gigante di Ghiaccio
-        Tarzan e il mondo perduto
-        Tarzan e la città proibita
-        Tarzan e la città sommersa
-        Tarzan e la regina di Nubia
-        Tarzan e la terra dei giganti
-        Tarzan e l’esperimento Tarzan

Marco Pugacioff
  
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