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venerdì 22 giugno 2018

Supremo sacrificio Racconto di Lupo Rosso


Supremo sacrificio
Racconto di Lupo Rosso
Pubblicato a puntate su Robin Hood dal n. 8 del 15-06-1949 al n. 10 del 15 -08-1949


   Una lunga colonna di carrozzoni si snodava attraverso la selvaggia e desolata pianura del New Mexico. Erano pionieri che si avventuravano in quella landa deserta in cerca di nuove terre da fecondare e civilizzare.
   Risalivano le sponde del Rio Grande do Nord e si dirigevano verso Fort Suarez. Il Texas era stato troppo ingrato con loro, e sebbene fosse una terra feconda e ricca, era troppo pericolosa per la presenza di numerose bande di indiani.
   Due fratelli guidavano quegli ardimentosi coloni. Blake e George Hopkins, due giovani pieni di coraggio che erano conosciuti in tutte le pianure del Far West per il loro indomito valore e per l’astuzia che avevano nel trarsi d’impaccio. Gli indiani e i fuorilegge soprattutto li conoscevano, perché numerose volte avevano da loro subito amare lezioni. Blake il più grande, era
stato per cinque anni nell’esercito americano ed aveva partecipato a numerose azioni militari contro gli Indiani del Nord, ed era stato uno dei più valorosi difensori di Fort Grant, e per questo aveva meritato una ricompensa al valore che sempre gli fregiava il petto e di cui si gloriava con tutti. Chi ne andava più orgogliosa però era la sua adorata Marta Harding, che viveva nel lontano Kansas e che attendeva con ansia il suo ritorno per poterlo sposare.    George, non aveva certo la fama del fratello maggiore, ma era reputato un bravo e forte ragazzo che in momenti difficili aveva saputo dar prova di ardimento.
   Il sole stava per calare dietro i lontani picchi delle Rocciose, quando Blake fermò il suo pony facendo cenno ai compagni di arrestare la marcia dei carrozzoni.
__ Perché ci fermiamo, Blake? Non abbiamo forse fatto provvista di acqua questa mattina. Credo che per questa notte non ne avremo bisogno — Chiese Padre Mac Donald.
__ No, reverendo, non è per questo che ci fermiamo. Non sarebbe affatto prudente viaggiare di notte, potremmo avere delle cattive sorprese da parte di quei maledetti indiani.
— Per carità. Dio, allontana da noi quei demoni — implorò con enfasi Padre Mac Donald.
— Ho saputo che queste parti pullulano di Navajos. Ma por questo non c’è da preoccuparsi, padre, se eventualmente ci attaccassero, quegli infami avranno pane per i loro denti. E il pane che gli daremo non è per niente digeribile! Le bocche dei nostri fucili li terranno a bada. Siamo più di duecento fra donne e uomini, tutti bene armati, mentre quei luridi vermi non hanno che pessime armi.
— Ma essi sono in molti — intervenne George — e si dice che li comandi quel famigerato Tabo.
— Sempre pessimista tu, George — riprese Blake — Piuttosto pensa a far sistemare la colonna a cerchio, questo per noi è un posto ottimo. A lei, reverendo Mac Donald, vorrei dare il compito di far accendere i fuochi per i bivacchi.
— Farò del mio meglio, figliolo!
   Il cielo intanto si andava trapuntando di tremule stelle, ormai era notte. Attorno al campo tutto era silenzioso, solo di tanto in tanto si udivano le lugubri urla dei coyotes. Nel campo c’era ancora un po’ d’animazione. Alcuni pionieri giocavano a dadi, altri parlavano sommessamente, alcuni attendevano a pulire le canne dei fucili. Da un lato, solo, stava passeggiando Padre Mac Donald: pregava.
   I fratelli Hopkins si diressero allora verso il carrozzone di Haddy Williams,
uno dei più vecchi ed influenti scouts da tutti amato per la sua saggezza e bontà. Udendo che qualcuno si avvicinava, il vecchio Harry uscì dal carrozzone discendendo la rozza scaletta.
— Salute, ragazzi — disse con voce catarrosa ai due fratelli — Quale diavolo vi porta qui?
— Siamo venuti da te, vecchio, per organizzare i turni di sorveglianza — disse Blake.
— Benone! A proposito ragazzi non avreste un pugno di tabacco per soddisfare la mia povera pipa?
— Eccoti servito! — rispose George porgendogli una sacchettina di pelle — Questo è del Kansas, un po’ forte ma buono.
— Grazie, George. Facciamo bene a sorvegliare il campo questa notte. Sento odore, di polvere da sparo, io. Con questi Indiani non si può stare un minuto tranquilli. Accomodatevi — disse il vecchio, indicando un grosso ciocco di legno. — Starete più comodi.
   Parlarono per circa mezz’ora e decisero di vegliare tutta la notte finché non
si fosse lavato il sole. Ormai tranquilli, gli altri pionieri si ritirarono nelle loro tende. La luna brillava alta nel cielo e la sua argentea luce si rifletteva sinistramente sull’accampamento. Era quasi mezzanotte, quando l’alto silenzio che incombeva sulla prateria fu rotto da un nuovo grido di un coyote, al quale rispose subito un altro più vicino ma più roco.
— Blake! Non ti sembra strano questo urlo? — disse Harry Williams avvicinandosi ai due fratelli che in quel preciso momento avevano terminato il giro del campo.
— Infatti, vecchio mio. La bestia mi sembra un po’ raffreddata. E direi piuttosto che l’urlo sia uscito più dalla bocca di un uomo che da quella di un coyote! — rispose Blake.
— Guardate i cavalli — interloquì George — Sembra che sentano qualche cosa nell’aria: nitriscono e scalpitano in modo insolito. Mi preoccupa un poco il pensiero dei Navajos.
   L’urlo del coyote, diversamente modulato si fece udire più vicino e distinto,
e quasi contemporaneamente una nube di frecce si abbatté sul campo, andando ad infiggersi contro le pareti dei carrozzoni. Erano i Navajos! Blake, scaricando in aria il suo fucile, diede l’allarme, e gli altri due, urlando come ossessi, si preparavano alla prima difesa. Un immediato panico, si sparse per tutto il campo, e le urla di rabbia dei coloni si intrecciarono alle grida paurose delle donne. Nello stesso tempo numerose vampe di armi da fuoco si videro accendersi nell’immensa prateria seguite da forti e laceranti detonazioni, e una pioggia di pallottole si abbatté sui pionieri che risposero con numerose ben nutrite scariche di fucileria. Ma non si poteva nulla contro quell’orda di selvaggi inaspettatamente armati di centinaia di fucili.
   Cantando i loro peana di guerra alcuni Navajos si slanciarono contro le difese del campo, mentre numerosi altri, caracollando focosi destrieri, formavano un cerchio attorno all’accampamento, cerchio che andava sempre di più inesorabilmente stringendosi. Già numerosi bianchi erano morti, altri feriti, la difesa del campo subiva irreparabili vuoti e gruppi di coloni accorrevano dove più esisteva minaccia di una penetrazione indiana. Molti carri erano in preda alle fiamme, avendo i Navajos fatto uso anche di frecce infuocate, numerose donne intervenivano con secchi d’acqua; ma era ben poca cosa. Ad un tratto si udì un urlo lacerante, la cavalleria dei pellirossa si arrestò come d’incanto. I fucili Navajo tacquero.


   Un maestoso indiano, la testa ornata da un grosso diadema di penne multicolori, si avanzò verso il campo cavalcando un magnifico poney bianco.
   Dal campo si poteva distinguere bene. Era Tabo in persona! Un nuovo urlo seguito da alcuni gesti e tutti i guerrieri si slanciarono come un sol uomo contro i pionieri, i quali alla vista di ciò ripresero fuoco con più accanimento e disperazione. La distanza che separava gl’indiani dal campo andava sempre di più scemando. Seguì il violentissimo urto. I Navajo, abbattute le ultime difese, entrarono con grida infernali dentro il campo, abbattendosi come una rovinosa e devastatrice valanga.
   Molti coloni cercarono un qualsiasi scampo, il panico si era impossessato di
quei saldi cuori; ma il Padre Mac Donald non li seguì. Ormai era suonata l’ora a cui egli da tempo si era preparato, e in abito sacerdotale si fece incontro ai Navajo come per fermarli. Protendeva verso l’alto un crocefisso. Trafitto da frecce e palle cadde a terra con il nome di Dio sulle labbra.
   Quei malvagi si precipitarono sul corpo inanimato, lo scotennarono, lo mutilarono orrendamente e poi lanciando delle grida di gioia si bagnarono il volto col sangue di quel valoroso, per diventare valorosi come lui.
   Incendiarono i carrozzoni rimasti sani dopo aver depredato merci ed animali. Il vecchio Williams poiché uccise con la sua Colt uno dei capi indiani, finì subito tra i fendenti imperdonabili di numerosi tomahawk. Gli uomini sopravvissuti, fra cui i fratelli Hopkins, decisero di arrendersi. Forse potevano cessare quella carneficina, d’altronde era inutile sperare in un capovolgimento della situazione. Assieme alle donne e ai bambini furono fatti camminare verso Nord. Dietro a loro i miseri resti di quello che fu il campo ardevano ancora.




POSTA DEL C.A.F. (Club Amici di Fantax)
Da Robin Hood dal n. 8 del 15-06-1949

   Dicono che tra il dire ed il fare ci sta di mezzo il mare, per conto mio, cari ragazzi, fra il dire ed il fare ci sono di mezzo tutti gli oceani messi insieme. Mi
ero raccomandato nei numeri scorsi di non scrivere allegando francobolli per la risposta e sollecitando magari con cartoline, il più delle volte illeggibili, una lettera personale.
   Credetemi, cari amici, mi è assolutamente impossibile rispondere a tutti, dovrei prendere in affitto un paio di dattilografe che scrivessero notte e giorno ininterrottamente, questo le mie magre finanze non me lo permettono ed allora dovete rassegnarvi (come mi rassegno io per le dattilografe).
   Aspettate un momento; si è aperta la porta e voglio vedere chi è entrato. Porca l’oca! Come stai vecchio amicone dei tempi d' oro. Permettete ragazzi che vi presenti un vecchio amico? Sì? Grazie, io sapevo che tutti i miei amici sono pure, i vostri. Ecco qui: Red Killer, questi sono gli iscritti ai C.A.F. tutta gente in gamba e piena di fegato, ma dimmi un po’, che cosa fai da queste parti? Anzi, aspetta un momento a rispondere facciamo una bella intervista per i ragazzi del C.A.F.
— Allora, che sei venuto a fare in Italia?
— Sono venuto in Italia per consegnare al tuo direttore l’ultimo reportage delle mie avventure westerniane che verranno pubblicate nei prossimi numeri di « AVVENTURE » la rivista che conta tanti milioni di lettori in America e che ora sta imponendosi anche in Italia.
— E quando conti di ripartire per il Far-West?
— Il più presto possibile, caro il mio Lupo Rosso, è una terra dalla quale non si può stare lontani e tu lo sai.
— E' vero quanto circola in determinati ambienti, che una importante casa americana ti ha proposto di girare alcuni films per lei?
— Verissimo, ma non ho accettato. La gloria del regno della celluloide non mi
attira menomamente, per ottenerla sarei costretto ad abbandonare la prateria e questo... beh, or debbo proprio scappare, il piroscafo parte fra due ore e debbo ancora fare un sacco di cose.
   Arrivederci Lupo Rosso e speriamo tu possa liberarti presto da tutte queste scartoffie.
Non sono riuscito ad aggiungere parola, la visione della prateria mi ha velato gli occhi e stretto un nodo alla gola. Fortuna a te, Red, buono e generoso, eroico e scanzonato, possa tu far trionfare sempre il tuo intramontabile ideale di giustizia e di libertà.


POSTA DEL C.A.F.
Da Robin Hood dal n. 9 del 15-07-1949

   Cala la sera ed una malinconia infinita mi scende nel cuore. Il treno corre rullando, quasi volesse concigliare le palpebre sbarrate nella luce rossastra del tramonto con il sonno che la stanchezza suggerisce ma al quale il cervello non riesce ad abbandonarsi.
   Fra dodici ore sarò a Costantinopoli, davanti agli occhi mi si parano immagini vecchie di quasi quarant’anni fa, quando scalzo e male in arnese scesi da un vecchio trabiccolo di brigantino per recarmi nel quartiere ebreo alla ricerca di un abito sempre usato ma un poco più decente. Di quella prima
sosta in quei paesi che allora, i primi reporters dei grandi giornali, si divertivano a definire «del sole» ne serbo un ricordo orribile anche se terribilmente confuso.
   Credo d’aver imparato a bere proprio quella notte. Malgrado tutto, però, credo che quando scenderò in quella stazione un nodo di commozione mi stringerà la gola.
   Tornando in certe viuzze, tanto strette da non permettere il passaggio di due persone affiancate, alla ricerca di una piccola bettola che per porta aveva delle collane di bambù sonore come nacchere, unte dal contatto e da centinaia di mani di ogni razza, mi sembrerà di udire il fruscio di un paio di piedi scalzi che poi tante strade del mondo dovevano conoscere, di vedere l'ombra furtiva di uno sparuto ragazzo con gli occhioni spalancati e pieni di sgomento, davanti a tante cose nuove e per lui incomprensibili.
   Questo ero io e così cominciai la mia lotta per la vita, la mia conquista per un posto nel mondo.
Non sono arrivato molto in alto forse, considerando gli schemi su ci è basata la gerarchia della società comunemente intesa, ma la mia vita ragazzi, vi posso garantire che l’ho vissuta forse, meglio di tanti altri, certamente molto più intensamente di milioni di persone.
   Ora torno dopo tanti anni, verso questi luoghi che mi videro ragazzo, alla ricerca di un comune amico, il più sincero, il più cordiale, il più simpatico, il più forte, Fantax del quale da più di un mese siamo privi di notizie.
   Fra alcuni giorni mi recherò nelle terre infuocate dove quei visi di limone stanno suonandosele come forse non è mai accaduto nel corso della loro storia plurimillenaria.
   La notte è scesa con la caratteristica rapidità di queste regioni, i miei occhi stanchi indovinano, più che vedere, le parole che scrivo, penso con malinconia, con tutta la malinconia propria delle persone d’età che lì nella nostra bella penisola avete forse ancora il sole alto sull’orizzonte e con questa visione nel cuore, più dolorosa di tutto ciò che l’immaginazione può suggerirmi di dover prevedere nel corso di questo mio viaggio, socchiudo gli
occhi al sonno riparatore.
A presto ragazzi e speriamo con buone notizie.
Lupo Rosso


   Nel 1949 Giovanni Luigi Bonelli collaborava con lo stesso editore con cui LucianoBottaro – arrivando in bicicletta da Rapallo – stampava il suo Aroldo il bucaniere.  E ho proprio idea che Lupo Rosso era il nom de plume con il quale firmava quel gran dio del fumetto popolare ed erede di Emilio Salgari: Gianluigi Bonelli… e per averne conferma – oltre a nominare come popolo pellerossa, i navajo – basta vedere il “marchio di fabbrica” nell’esclamazione di Robin Hood: peste !


Marco Pugacioff
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martedì 19 giugno 2018

Johnny Manila - un singolare personaggio


 
Johnny Manila
un singolare personaggio


   Un ingegnere chiamato Ted Ariston ha deciso di far rinascere una leggenda, quella di Zorro. Un giorno, salutata – bisogna ammettere con molto calore – la sua fidanzata Kate, prende la diligenza per Nogales. Ma la diligenza viene rapinata dalla banda di Zitar, lasciando dei morti dopo la scorreria.
 
Zitar e la sua malefica madre
   Ted (non Tex, chiaro), recupera un cavallo dal traino della diligenza e con la sua valigetta si butta sulle tracce della banda, non prima di essersi fermato, e cambiato in Zorro. Una colt, la maschera nera e il capello di stile messicano in tutto uguale a quello di Don Diego (si somigliano pure, ma saranno imparentati?) sono in un doppiofondo della sua valigia.


La copertina dell’albo...
...e la prima tavola 

   Dopo uno scontro con dei guerrieri Cherokee, Zorro entra nel paese di Silver City. Dopo essersi sfamato, presa una stanza, sta per coricarsi a letto, quando gli si presenta un singolare personaggio senza il braccio sinistro e armato di un kriss, il pugnale malese usato da Yanez de Gomera. È Johnny Manilla ! 


    Manila cerca Zitar per vendetta e alla fine i due nuovi amici scoveranno il covo della banda in un cimitero. L’episodio uscì sulla collana mensile Zorro gigante n. 10 anno II, dell’agosto 1970.


       Il personaggio è nato e la casa editrice decide di crearne una collana e nell’agosto del ’71 esce il primo numero, il cui titolo è tutto un programma:  "Ci rivediamo all'inferno!"

La pubblicita di Manila in Zorro 

   Manila e Zorro si rincontrarono almeno in altra avventura, e qui Manila (dato il cognome, anche se biondo, è sicuramente di origine messicana) già conosce il volto nascosto dietro la maschera di Zorro. Quest’altro episodio lo trovato nel 3 di Zorro gigante del ’76, intitolata “Il tatuaggio”. È la seconda parte di una storia iniziata nel numero precedente  e che non possiedo, ovvio che, visto il tipo di disegno, potrebbe anche essere una ristampa di numeri precedenti.



Manila è micidiale sia con la colt che il pugnale. Dalla striscia “Pistolettate in <<Do maggiore>>"


Un bel collegamento a C’era una volta il West di Todaro

     L’autore dei testi dovrebbe essere sicuramente Furio Arrasich, così come mi ha scritto Angelo Todaro in una e-mail del 18-06-2018: «I disegni di alcuni erano miei (come quello che hai mandato), i testi erano solitamente di Furio Arrasich. Però non so se c'erano altri autori.»

Una delle belle tavole di Todaro

   In effetti altri autori c’erano. Secondo la pagina di guida al fumetto italiano (http://www.guidafumettoitaliano.com/guida/testate/testata/3804) «Nel 1973 disegni Studio Di Vitto e di Onofrio Bramante. Copertine di Franco Picchionni (P. Franco) e Studio Par. In appendice la storiella comica JOHNNY MANILA di Oriali.» Ovviamente qui Todaro non è citato.

Il Manila umoristico di Oriali. L’autore realizzò anche la versione umorista di Geronimo, Zorro e Il santo, sempre per Cerretti. 


   Di Furio Arrasich (classe 1934) ho letto una biografia su https://comicvine.gamespot.com/furio-arrasich/4040-83908/ in cui è scritto che
si trasferì a Roma negli anni '50, iniziando come giornalista per i quotidiani e come autore di romanzi polizieschi per la casa editrice Cofedit. Nel 1964, creò Fantax, il suo primo personaggio a fumetti (ovviamente nulla che vedere con la creatura francese di Marcell Navarro), che fu presto raggiunto da Demoniak, Dany Coler e Alika. 

 
Dopo la chiusura di Cofedit, ha lavorato ai fumetti Zorro, Geronimo e Johnny Manila per Cerretti. È stato nominato direttore della serie settimanale Menelik nel 1971 e ha debuttato con Maghella, prima disegnato da Dino Leonetti, e più tardi da Mario Janni. 


Nel 1972, Arrasich collaborò con Cavedon per scrivere Peter Paper, una serie creata da Pippo Franco e disegnata da Raul Buzzelli. Ha lanciato Sorchella nel 1974 e ha scritto per vari fumetti, tra cui Jacula, E.P, Risate, Racconti Stellari e Pippo. Nel 1982, ha lasciato il fumetto per diventare un editore.

   Di Manila dovrebbero essere usciti 21 numeri in tre anni, fino al ’73. i titoli sono ripresi dalla pagina della guida sopracitata e sono:
Anno I
01 (00.08.71) – “Ci rivediamo all’inferno!”
02 (00.09.71) – “Fate la festa a Manila”
03 (00.12.71) – “Precedenza ai cadaveri”
04 (00.12.71) – “Missione a Cotton Hall”

Anno II
01 (00.01.72) – “A tutto piombo”
2/3 (4) (00.04.72) – “Per un pugno di piombo”
04 (5) (00.05.72) – “Chi beve birra campa cento secondi”
06 (00.06.72) – “Se ci tenete alla pelle”
07 (00.07.72) – “Missione a Cotton Hall”
8/9 (00.09.72) – “E non interrompermi quando sparo”
10 (00.10.72) – “Un inferno, signori miei!”
11 (00.12.72) – “Il vecchio indiano”

Anno III
01 (00.01.73) – “Il cimitero dei bastardi”
02 (00.02.73) – “Giustizia, ragazzo, e non vendetta!”
03 (00.03.73) – “Precedenza ai cadaveri”
04 (00.04.73) – “El Rojo”
05 (00.05.73) – “Fate la festa a Manila”
06 (00.06.73) – “Chi beve birra campa 100 secondi”
07 (00.07.73) – “Pistolettate in do maggiore”
08 (00.08.73) – “La lunga pista per il Nord-Ovest 2ª parte: Tramonto bianco”
09 (00.10.73) – “E me che cercavi, rubagalline?”

   Il personaggio riapparve in una ventina di albetti a striscia dal ’76 al ‘78, tutte ristampe.
 
    Personalmente ritengo che questo singolare personaggio, avrebbe potuto apparire anche sul grande schermo – in uno spaghetti western – ma per miopia o chissà cos’altro non ha avuto purtroppo questa opportunità.
 ringrazio i signori

Angelo Todaro
e
Domenico Di Vitto
 per la loro cortesia 


Marco Pugacioff
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giovedì 31 maggio 2018

Apache vuol dire nemico



Apache vuol dire nemico
“«Gli Huexotzincas, i Xochimilacas, i Cuitlahuacas,
i Malinalcas, i Matlatzincas abbandonarono la loro terra
e partirono senza meta». Così inizia il racconto riportato
 dal Codice Aubin, che descrive le origini degli Aztechi;
la terra che essi furono costretti ad abbandonare era
un’isola in mezzo all’Atlantico, distrutta da un’immane
catastrofe e chiamata Aztlan.
Vi ricorda nulla questo nome?”
Alfredo Castelli, Almanacco del Mistero 1988


Turok, la prima vignetta di Rex Maxon del 1954, interamente da me riscritta

   A me piace sognare, e in una realtà squallida come quella che abbiamo davanti, mi rifugio nei miei fumetti che mi fanno sognare… Naturalmente i fumetti popolari, quel tipo di fumetto che entro breve scomparirà.
Grazie a questo tipo di fumetto ho da sempre ammirato la popolazione cosiddetta indiana o pellerossa. E nel mondo del fumetto, in Usa fu creato un
personaggio chiamato Turok, un Kiowa-Apache.


Una tavola dalla prima avventura illustrata da Alberto Giolitti. Angelo Todaro scrive che
Giolitti ereditò il personaggio da altri artisti, (il n. 24 è il suo primo episodio), e  che poi continuò in Italia, fino al n. 130 dell’aprile 1982 (due suoi episodi sono rimasti inediti). L'idea del personaggio di Turok probabilmente fu dell'editore Matt Murphy, ma fonti eminenti assicurano che le prime storie furono scritte da Alberto Giolitti, pur non disegnandole.[1]

Da una sua edizione in lingua spagnola ho trovato un articolo scritto da bianchi americani (non messicani) e ho pensato di ampliarlo e inserendo anche diversi tipi di informazioni, che la maggior parte di chi leggerà considererà solo voli di fantasia.

   I Dhyani Ywahoo, della nazione Cherokee, ci dicono che i loro antenati vennero dalle Pleiadi (le Sette Stelle) e che atterrarono su una super-isola posta nell’Oceano ad Est (Atlantide?) […] e lì vissero fino al cataclisma che distrusse la nuova patria inabissandola. Da lì scapparono con mezzi prodigiosi verso Ovest, e colonizzarono il nuovo continente.


Bronco (il vero nome non si è mai saputo), che percorre il cosiddetto West con la compagna
di pelle bianca  Bella, dimostra a un Capo apache di essere un uomo rosso. Da Bella & Bronco n. 4 di Gino D’Antonio e Renato Polese

   A Sud, gli Apache raccontano di un enorme isola al cui centro era un vulcano, mentre il porto d’entrata rappresentava un vero labirinto. L’Apache Lasa Delugio ci offre una vera descrizione grafica della montagna sacra – che sputava lava come una gigantesca fontana  –, parlandoci di un dio del fuoco che si arrampicava, ruggendo, attraverso caverne per poi uscire dalla bocca del monte per scuotere e distruggere la terra    così come fa il lupo col coniglio –. Perciò gli antenati abbandonarono quella magnifica isola che stava
inabissandosi, fuggirono ad Ovest, per fermarsi a Nord dell’attuale Golfo del Messico. Ma prima di potersi diffondere nei territori di caccia furono tenuti sotto protezione dagli dèi per un certo tempo in enormi tunnel sotterranei. Una volta liberi, agli Apache furono donate armi e sementi[2].

Un primo piano di Turok

   Secondo la storia ufficiale, all'arrivo degli spagnoli nella regione sud-occidentale dell'attuale territorio degli Usa, nel sedicesimo secolo, costoro la trovarono abitata da un gruppo di popolazioni che in seguito furono conosciuti come los apaches. Il nome deriva da una parola della popolazione Zuni che significa nemico. Ma tra di loro si chiamavano Indé, ovvero semplicemente «la gente».
   Questo li accomuna ai Navajo (il popolo di Tex o meglio di Aquila della Notte) il cui nome imposto dai primi esploratori spagnoli fu indios apaches de Navajó. Los navajo si identificano tra di loro come dineh, «il popolo».


"Coronado si avvia a nord" - olio su tela di Frederic Remington. La spedizione di Francisco Vázquez de Coronado (1540 - 1542), che passando per il Nuovo Messico coloniale, si spinse fino alle Grandi Pianure.

   Gli apache sarebbero migrati dal lontano nordovest del continente americano, avanzando sempre più a sud nel corso dei secoli, facendosi strada attraverso i domini di altre tribù.
I loro prigionieri venivano sottoposti a schiavitù anche se a volte venivano incorporati nella tribù con pieni diritti. Alcuni di questi Apaches adottivi acquisirono grande fama come guerrieri.      
   Gli Indé erano divisi in sette tribù, ciascuna governata dai propri leader politici e militari. Nel Nuovo Messico dove erano gli Jicarillas e i Mezcaleros, e nelle pianure più a est gli Apaches-Kiowa (la gente di Turok, appunto) e i Lipanes. Famosi anche gli Apache Mímbreños e i Chiricahuas (quelli di Cochise).
Purtroppo le sette tribù Apache non erano politicamente unite e talvolta erano persino nemici tra di loro, come i Lipanes, nemici dei Mezcalero.
   Gli Indé parlano una serie di lingue Athabasca[3] meridionali, che sono state classificate in Apache delle pianure, Apache orientale e Apache occidentale.
   Oltre che temibili guerrieri, questi indiani erano soprattutto pescatori e cacciatori molto abili e come agricoltori conoscevano bene le tecniche di irrigazione e coltivazione nelle aree aride. 


Un esempio di coltivazione in aree aride dei pellerossa è dato dai bei disegni di Alessandro Chiarolla, (ottimo allievo del padre Renato Polese) in Zenith Gigante n. 406
Intitolato Conquistadores! Di Mauro Boselli


Ragazza apache con cesto. Foto di Carl Werntz, circa 1902

   Le donne Apache sapevano come tessere cesti artisticamente decorati, che erano usati per conservare i cereali. Inoltre ne fabbricavano altri impermeabili per conservare i liquidi.
Gli Apaches occidentali e gli indiani Navajo avevano un sistema di clan matriarcali.
Come quasi tutti i nomadi, gli Apache vivevano in case temporanee. Le loro tende erano chiamati wickiups; Erano coniche o a volta e ricoperte di ciuffi ed erbe che venivano sostenute su pali di pioppo o salice. Durante l'inverno queste abitazioni erano coperte con pelli molto ben aderenti.


Esempio di tenda Mescalero in Nuovo Messico

   Tutti gli Apaches vivevano in tre tipi di abitazioni. Il primo era un tipo di tenda usata per vivere nelle pianure. Il secondo tipo di alloggio erano i vikiupas, una specie di capanna, chiamata Vigvam.
Questa casa è formata da un telaio di legno alto 2 metri e 5 centimetri, rinforzato con fibre di manioca e coperto di arbusti ed erba. Queste capanne erano di solito degli Apaches che vivevano sulle montagne. Se un membro della famiglia che viveva nella capanna cessava di vivere, veniva incenerito.
Il terzo tipo di alloggio era un Hogan, e veniva usato durante i periodi caldi quando si inoltravano nel nord del Messico, il cui interno era perfettamente fresco. La sua costruzione è ancora comune nella nazione Navajo[4].


Esempio di abitazione Chiricahua poco elaborata. Era la casa di un uomo della medicina in Arizona




Gli sciamani appartengono a una classe sociale elevata.

   La mitologia Apache parla di due eroi mitologici. Uno è il sole/calore, che fa fronte ai mostri assassini, il secondo è l'acqua/luna e il tuono, figlio dell'acqua, nato fuori dall'acqua, che è dannoso per gli esseri umani. Altre leggende parlano di un juego de pelota [partita con una palla] segreta in cui chi gioca sono animali buoni e cattivi che devono decidere se il mondo debba rimanere nell'oscurità eterna o entrare in una nuova alba. Occupano un posto importante anche le leggende del coyote e dei triksteris[5].
   Alcuni animali se demonizzati potevano causare varie malattie. Tra essi i gufi, i serpenti, gli orsi e i coyotes.


Coyote in Canoa, FN Wilson, 1915.

   Il termine Diyi si riferisce a uno o un gruppo di forze invisibili che scaturiscono da una serie di animali, piante, minerali, fenomeni meteorologici e da delle creature mitologiche dell’universo Apache occidentale esistente. Una qualsiasi di questa varietà di forze può vincere un uomo per poi utilizzarlo per vari scopi.
In molte delle “divinità”, si personificano le forze della natura che la gente utilizza per i propri fini attraverso vari rituali o cerimonie.
In queste cerimonie erano molto coinvolti gli stregoni o meglio gli sciamani, ma era possibile, che  una manifestazione diretta avvenisse in un singolo individuo. I rituali e le loro forme variavano nelle diverse tribù Apache. Molte cerimonie di Chiricahuas e Mezcaleras erano realizzate con ciò che veniva appreso durante delle personali visioni religiose, ma i Jicarilla e gli Apache occidentali avevano rituali ben consolidati.


Pelle di bisonte con rappresentata la cerimonia della pubertà. Della tribù Chiricahua.

   La pubertà nelle ragazze viene utilizzata nella danza del amanecer, (danza dell’alba), altri rituali e celebrazioni venivano effettuate con le canzoni dei Navajo; le cerimonie di consacrazione erano i rituali più frequenti, ed erano ben fissate almeno dall’antichità tra i Jicarilla de los llanos, delle pianure.


La Danza della Pioggia illustrata sempre da Chiarolla.

Molte maschere cerimoniali venivano utilizzate per rappresentare gli spiriti religiosi. I Navajo, gli Apaches e gli Jicarilla occidentali detengono una notevole conoscenza incentrata sulla filosofia religiosa e usano tracciare dei simboli sulla sabbia del deserto. Si ritiene che l’uso di maschere e della  pittura sulla sabbia lo abbiano appreso dalla cultura dei Pueblo.

Gli invasori bianchi

Il leggendario Cochise divenne Kociss un formidabile eroe a fumetti di Gianluigi Bonelli, illustrato da Emilio Uberti.

   L'ostilità di questo popolo contro gli uomini bianchi fu esasperata dal trattamento inumano delle vittime da parte degli spagnoli che sistematicamente li trasformarono in schiavi. Peggio ancora, fu messa una taglia per i loro scalpi. Ciò ha portato persone senza scrupoli [bianchi spagnoli o americani] ad attaccare i pacifici villaggi degli Apache per ottenere quella infame ricompensa. Gli indiani fecero naturalmente ricorso alla vendetta. Nel corso del tempo, questo stato di cose si intensificò e lo spargimento di sangue tra coloni e apaches fu abbondante.

Da Tex n. 260 - Segnali di fumo di Gianluigi Bonelli e Giovanni Ticci

Da Tex n. 283 - Il carro di fuoco


Geronimo e Aquila della Notte – un sogno di Gianluigi Bonelli

   Guidati dai loro famosi capi guerriglieri Cochise (fratello di sangue di Tex), Mangas Coloradas e Geronimo (Goyaałé), gli Apache seminarono il terrore fino al punto di espellere i bianchi quasi interamente dal territorio dell'Arizona. La lotta di questa guerra non dichiarata fu prolungata in azioni sporadiche fino agli anni del decennio successivo al 1880.
   Gli Apache hanno tenuto fronte all'esercito degli Stati Uniti per lungo tempo fino a quando non si sono sottomessi per vivere pacificamente.



Saguaro, di Bruno Enna e Luigi Siniscalchi, è un pericoloso Navajo che è entrato controvoglia nel F.B.I. Ha una deliziosa compagna mezzosangue e vive tutto il dramma di un popolo vinto e sottomesso dai bianchi. Una tematica già sviluppata in maniera diversa e più drammatica nell’americano Scalp. Saguaro, si vede bene, era ispirato graficamente da Turok.

L’infame destino dei resti di Geronimo


Rino Albertarelli descrisse la vita di Geronimo a fumetti

   Purtroppo per Goyaałé [Geronimo] che trascritto in inglese diventa Goyathlay, cioè «el que bosteza [colui che sbadiglia]»), dopo una vita passata a lottare, morì in cattività nel 1909; sembra che l’avvocato Prescott Bush sia riuscito a rubare il cranio di Geronimo all’inizio del secolo e lo abbia consegnato alla famigerata Skull and Bones, da cui escono tutti i presidenti Usa.
   Molti ritengono questa storia non vera, vero però è che il figlio e il nipote dell’avvocato divennero presidenti Usa.
Tuttavia esiste attualmente una petizione al Congresso degli Usa per rimpatriare il teschio di Gerónimo[6].




 Gerónimo prigioniero di guerra degli americani nel 1905
Marco Pugacioff




[2] Vedi HYDRA TRIPUDIANS, ricerca di un professore d’università, e collaboratore dell’enciclopedia Treccani   il quale si nasconde sotto il peusdomino de Il Pensatore per la sua visione blasfema della storia del passato del nostro pianeta   ha riassunto la straordinaria indagine di due «ricercatrici indipendenti M. Constance Guardino e Marilyn A. Riedel che hanno effettuato importantissime indagini etnografiche presso varie tribù nelle riserve e i dati ormai non sono più da intendersi come sconcertanti bensì come confermativi: le maggiori nazioni del gruppo Algonchino-Athabaska ci offrono leggendo concordanti non solo tra loro ma anche con il patrimonio mitico del nostro Vecchio Mondo.»
[3] Le lingue Atabascan o Atapascan costituiscono un gruppo di lingue indigene che fanno parte della famiglia Na-dené. Sono parlate da tribù note come atabascas o atapascas, situate in due gruppi principali, uno nel sud e uno nel nordoccidentale de Norteamérica. Il gruppo Atabascan è uno dei più grandi gruppi linguistici del Nord America per il numero di lingue che raggruppa e il numero di chi le parla; tuttavia, la famiglia Uto-Aztec, che si estende per il Messico, ha più persone che si esprimono in questa lingua. In termini di territorio, solo le lingue algiche coprono un'area più ampia.


Atabasco settentrionale, Atabasco del Pacífico e Atabasco meridionale (apache)

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