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lunedì 17 luglio 2017

La Commedia dell'Arte (Il Carnevale)


LA COMMEDIA DELL’ARTE
Articolo apparso sull'Enciclopedia dei ragazzi Mondadori, volume III, 1958
Libro xx   -   il  LIBRO DEL TEATRO - Pagg. 1998 - 2001


Anni or sono, un celebre critico definì un famoso attore italiano come un discendente dai « Comici dell'Arte ». L'attore era tanto geniale quanto incolto, e se l'ebbe a male. Ma si placò ben presto, quando qualcuno gli fece sapere che la «Commedia dell'Arte» è stata manifestazione tra le più fulgide del nostro teatro, e i suoi attori non già istrioni rozzi e randagi, bensì artisti di grandissima valentia, ammirati con entusiasmo incredibile, per oltre due secoli, dai pubblici di tutta Europa, nonché da principi, sovrani, artisti e poeti famosi. Isabella Andreini era chiamata «la divina» come ai nostri giorni Eleonora Duse; e, come la Duse fu cantata da Gabriele d'Annunzio, Isabella ebbe fra i suoi esaltatori Torquato Tasso. Tristano Martinelli, famoso Arlecchino, durante un'udienza concessagli da Enrico IV re di Francia, spinse la sua impertinenza fino a sedersi sul trono lasciando il re in piedi; e, s'intende, non venne punito. Al medesimo Martinelli, Luigi XIII tenne a battesimo un figlio; perciò Arlecchino scriveva al re ed alla regina di Francia chiamandoli Compare  Gallo e  Comare  Gallina. Un altro Arlecchino famosissimo, Domenico Biancolelli, assisteva un giorno al pranzo di Luigi XIV, il «Re Sole», e adocchiava certe pernici servite in un gran piatto d'oro massiccio. Il re se ne accorse e disse ai servi: «Date quel piatto ad Arlecchino». E l'attore pronto: «Anche le pernici, Maestà?». Il re, con gesto regale, rispose: «Anche le pernici»; e Arlecchino si portò via il magnifico piatto. Tutte le corti d'Europa ospitarono compagnie di attori «dell'Arte». A Parigi attori italiani ebbero un teatro stabile per circa due secoli, e si fregiarono del titolo di «Comédiens du Roi».


   Orbene: quali le ragioni di un successo cosi grande? Non certo pregi di arte letteraria. La «Commedia dell'Arte» nacque soprattutto come reazione al teatro degli umanisti, che appariva freddo e monotono a un pubblico che non fosse colto. Il suo repertorio era costituito, più che altro, dai cosiddetti scenari o canovacci a soggetto. Erano tracce di commedie, o di drammi pastorali, distese atto per atto, scena per scena; ma le battute non erano scritte per intero, bensì indicate con cenni sommari. Sviluppare quei cenni era compito dell'attore, o della sua capacità d'invenzione. Perciò la «Commedia dell'Arte» aveva il suo pregio nella rappresentazione, non nell'opera scritta. Gli allestimenti erano fastosissimi; alla recitazione si univa la musica e la danza. Gli attori erano insieme cantanti, sonatori, mimi, ballerini, persino acrobati e giocolieri. Lo Scapino Gabrielli sonava egregiamente otto o dieci strumenti. Tiberio Fiorilli, detto Scaramuccia, a ottant'anni somministrava ceffoni ai compagni di scena servendosi della pianta dei piedi. L’Arlecchino Visentini sapeva fare il salto mortale reggendo in mano un bicchiere di vino senza versarlo; e in certe scene di comico spavento, usciva dal palcoscenico e si metteva a correre sui parapetti e i cornicioni dei palchi, tutt'intorno alla sala.
   E tutto questo non era, non poteva essere frutto d'improvvisazione, bensì di una preparazione lenta, accurata, meticolosa.


   Accadeva qualche volta, è vero, che l'attore inventasse, anche improvvisasse battute particolarmente vivaci. Però quelle battute venivano subito registrate e replicate all'infinito. Cosi, anche al nostro tempo, attori come Ferravilla, Scarpetta, Petrolini, i De Filippo. Le battute non erano scritte per intero, ma supplivano largamente certi zibaldoni scritti e anche stampati: contenevano i cosiddetti lazzi, cioè facezie o motti arguti; c'erano soliloqui o tirate, vale a dire racconti, sfoghi appassionati, invettive; c'erano concetti, che erano detti complicati, bizzarri e ingegnosi; c'erano sortite per cominciare una scena oppure saluti e chiusette per concludere e andar via. Alla necessità di una preparazione lenta, accurata, meticolosa, risponde la denominazione stessa di «Commedia dell'Arte». Nel Medioevo recitavano attori improvvisati, dilettanti, come i nostri filodrammatici; e recitavano solo di quando in quando, in certe ricorrenze festive o religiose. Invece col Rinascimento si costituirono le compagnie regolari, composte di gente che faceva l'attore di professione, il comico di mestiere o d’arte. E costoro cominciavano ad addestrarsi fin dall'infanzia.



   Inoltre c'erano le maschere, ed erano quanto si può pensare di più lontano da ogni improvvisazione.  È noto che  nella «Commedia dell'Arte» i personaggi erano quasi sempre gli stessi, tipi fissi o convenzionali, che ricomparivano di opera in opera con lo stesso nome, lo stesso abito, la stessa truccatura, lo stesso linguaggio; e fra questi tipi alcuni portavano una maschera che copriva il volto, tutto o in parte, e rendeva ancor più fissa la fisionomia. Cosi ogni attore finiva con l'essere lo specialista di una parte sola per tutta la sua carriera, o tutt'al più di due o tre parti, a seconda dell'età.


  

   Del resto, anche gli attori moderni sono ben lontani dall'improvvisare quanto vorrebbero far credere. Gli attori sono in genere abbastanza vanitosi. Forse gli applausi danno loro alla testa come un buon vino. Una delle loro vanità è quella di farsi credere geniali, rapidissimi nel capire o interpretare un personaggio. Ma ciò è vero solo in certi casi e fino a un certo punto. Gli attori più rapidi non sono sempre i più bravi. Certo non improvvisano gli attori grandi, gli artisti veri, almeno quando affrontano personaggi di grande impegno; anzi elaborano un personaggio, una parte, per mesi e mesi, talora per anni. È rimasto proverbiale il caso di Giovanni Emanuel, un grande attore dell'Ottocento, che studiò per molti anni l'Edipo Re di Sofocle e non lo rappresentò mai; si sentiva sempre imperfetto per una creazione cosi grande. Insomma in teatro, come in ogni arte, l'improvvisazione serve ben poco, è quasi sempre faciloneria, superficialità, grossolanità. Diceva Alessandro Manzoni che genio è «pensarci su». L'affermazione non va presa alla lettera. Per scrivere i Promessi Sposi ci vuole anzitutto quel dono raro che si chiama ispirazione. Certo, però, anche il «pensarci su» è elemento fondamentale; senza il «pensarci su», la ispirazione non rende ciò che potrebbe. Cosi una pianta, quando è coltivata con cura, dà fiori più belli e frutti più buoni.

Le maschere della Commedia dell'Arte e le loro attribuzioni.
Le maschere più famose erano le seguenti:
   a) Arlecchino, e i suoi simili: tutto un corteo  di  zanni o buffoni: Truffaldino, Scapino, Mezzettino, Tabarrino, Frittellino, Pedrolino, Sganarello, Coviello, Tartaglia, Canassa, Fracanappa, Zangurgolo, ecc. ecc. Erano servi ora sciocchi ora astuti, ora balordi ora intriganti, ora fannulloni ora faccendieri. Arlecchino era goffo e scansafatiche, goloso, mangione e sporcaccione. Portava una maschera nera, tonda e camusa, e un abito intarsiato di mille colori. Aveva sempre con sé una spatola e somministrava botte sonanti sulla testa o su altre parti meno nobili degli altri personaggi.
   Arlecchino era bergamasco e cosi pure Brighella: «Mi son Brighella, Gavicc e Gambòn — da le vallae de Bergamo — sensal de matrimoni e giügadór de balon». Cosi diceva Brighella, in una specie di presentazione. Era talvolta servo intrigante (Brighella viene da briga, imbroglio), talaltra servo affezionato e fedele. Portava un abito bianco orlato di verde.
   Una specie di Arlecchino napoletano era Pulcinella, gobbo, tutto vestito di bianco, con maschera nera e naso adunco. Di carattere somigliava un poco ad Arlecchino; ma era molto più intelligente, ragionatore; era filosofo bonario, accomodante, rassegnato alla miseria e alle beffe; e infine, da buon napoletano, gran cantore.
   b) Pantalone de' Bisognosi, vecchio signore o vecchio mercante, talora onesto, accorto e bonario, talaltra taccagno, rimbambito e vizioso. Portava un abito scarlatto con cappa e tòcco neri, e sul volto una maschera nera col naso adunco e con la barba a pizzo volto all'insù.
   e) Il Dottor Balanzon o Dottor Graziano: medico ignorante e tronfio, saccente e spropositone. Veniva da Bologna, sede di una famosa università, e parlava mescolando italiano, bolognese e latino. Vestiva come i medici del Seicento: gran cappa nera con lattuga bianca intorno al collo e gran cappellone.
   d) Il Capitan Fracassa o Capitan Spaccamonti, Capitan Matamòros (ammazza-mori), Capitan Spavento di Vallinferno. Era spagnolo. La Spagna era la patria ideale degli hidalgos, nobili spiantati e affamati, capitani di ventura pieni di boria, spacciatori di frottole gigantesche e di gesta strepitose. Fracassa vestiva pomposamente da gentiluomo del Seicento, con gran cappellone piumato, e portava un'enorme durlindana. Era magro e allampanato come la morte; aveva voce tonante e cavernosa da «orco mangiaputtini».
   e) Colombina oppure Corallina, Smeraldina, Argentina, Olivetta, Pasquetta ecc. Era la servetta tutta pepe e brio, civetta e spiritosa, corteggiata da servi e padroni, e capace di gabbarli tutti in una volta.
  f ) Rosaura e Florindo erano gli innamorati sentimentali e sospirosi. Si chiamavano però anche Isabella, Ardelia, Angelica, Angela, Flamminia, oppure Lelio, Ottavio, Fabrizio. Le madri, le mogli, le sorelle, le cognate si chiamavano spesso Beatrice, Clarice, Leonora.
   Molte maschere avevano una patria, quasi simboleggiavano una città o una regione. La maggior parte, però, era veneziana. Venezia era la città ideale del teatro e delle feste, del carnevale e delle baldorie, del buonumore e della gioia di vivere ovverossia del morbín. I «Comici dell'Arte» dovevano assicurare in contratto, quando venivano scritturati, di saper parlare correntemente il dialetto veneziano.
   Quando Goldoni attuerà la sua famosa riforma del teatro, le maschere tramonteranno a poco a poco. Riappaiono ancora oggi, ogni tanto, quando si rappresentano talune commedie di Goldoni o Gozzi, di Molière o Marivaux. Eccezione illustre sarà Pulcinella: a Napoli egli resisterà fin quasi ai nostri giorni e verrà via via impersonato da interpreti abilissimi, divenuti poi famosi.
   Le maschere hanno lasciato una loro eredità, i cosiddetti ruoli, cioè tipi diversi e fondamentali di attori e attrici cui si assegnano parti di un genere determinato: il Primo Attore e la Prima Donna, l'Amoroso e l'Amorosa, l'Ingenua, la Servetta, il Brillante, il Mamo (una specie di brillante giovane, un po’ sciocco), il Padre nobile e la Madre nobile, il Caratterista, il Generico, la Seconda Donna, la coquette, per parti di civetta, di mondana, di donna bella e vanitosa. Gli attori che sanno sostenere più ruoli si chiamano Promiscui. In quasi tutti questi ruoli è possibile riconoscere la maschera originaria che ad essi corrisponde.


Una illustrazione tratta da un albo di Mandrake dei primi anni '70, edito a Roma dai Fratelli Spada.

Libro xx   -   il  LIBRO DELLE CURIOSITÀ - Pagg. 4531 - 4532
Che cos'è il carnevale?
   Carnevale vuol dire carnem levare, questa espressione si riferisce al giorno che precede le Ceneri, cioè al primo dì di quaresima: nei primi tempi dell'era cristiana, in questo giorno si sarebbe dovuto prepararsi ad un regime più parco e severo cominciando col privarsi della carne; ci si privava della carne, infatti, ma per abbandonarsi (quasi allo scopo di rifarsi in anticipo del prossimo periodo di penitenza) a sollazzi e gozzoviglie. Cosi si spiega la contraddizione apparente fra il significato vero della parola carnevale e quello ch'essa ha invece oggi nell'uso comune. In pratica il carnevale corrisponde press'a poco (che la sua durata varia da regione a regione) a quella settimana che precede la quaresima: teoricamente, tuttavia, esso dovrebbe cominciare subito dopo il Natale e, per essere esatti, la sera di San Silvestro. Non per nulla in questo giorno si inauguravano le stagioni d'opera dei grandi teatri.
   Il carnevale assurse, nei secoli passati, al massimo splendore in parecchi luoghi; specialmente a Venezia, a Firenze, a Torino, a Ivrea, a Nizza. In Firenze — col favore dei Medici, signori della città — i festeggiamenti si svolsero in forma grandiosa, con mascherate su carri allegorici (i « trionfi ») accompagnate dai canti detti appunto «carnascialeschi». Uno di questi canti è il famoso elogio di Bacco e di Arianna composto da Lorenzo de' Medici stesso (detto il Magnifico). Il carnevale deriva, secondo alcuni studiosi, da antiche feste latine in cui, dopo un certo periodo di dissipatezze e di piaceri, veniva messo a morte un fantoccio travestito da re (ciò che ancor oggi si fa in alcune città, specialmente in quel giorno di metà quaresima che è detto per lo più carnevalino e che è come un ritorno di fiamma dell'autentico carnevale).    Questo  rito burlesco sta forse a significare la morte dell'inverno: di qui il tripudio di tutti e l'attesa della primavera, della sua gioia, dei suoi frutti. Il carnevale avrebbe dunque  un'origine   agricola, contadina.  Probabilmente   esso   significa   anche un'altra cosa:  la libertà da ogni norma, da ogni legge,  da ogni  autorità: almeno   per  pochi   giorni, ciascuno faccia a suo genio ciò che vuole e si comporti a dispetto d'ogni  controllo!  In questo caso il carnevale sarebbe una prefigurazione caricaturale di quel mondo in cui ciascuno potrebbe fare ciò che vorrebbe (se questo mondo fosse possibile!).
   Ecco perché in Calabria v'è l'uso di portare in giro, sulla groppa di un asino, chiunque nel giorno di carnevale venga sorpreso al lavoro.


Un bell'abito carnevalesco.
   In molte città oggi si costuma, a modificazione dell'antico uso del re del carnevale, proclamare le reginette del carnevale. L'uso è nato in Francia ma ha avuto subito successo anche da noi: cosi, invece di grossi bamboloni fatti di paglia e coperti di stracci, sono state scelte graziose bambole in carne ed ossa, abbigliate come autentiche regine.
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una splendida illustrazione dell'illustratore Guido Zamperoni, tratta dal cap. 10 del Libro del Teatro.
   La «Commedia dell'Arte» è certo una delle manifestazioni più fulgide del teatro italiano. Essa nacque nel sec. XV, come reazione al teatro grave e solenne degli umanisti, di quei letterati, cioè, che traevano l'ispirazione per le loro commedie dagli autori classici, greci e latini, si che il loro teatro era fatto più per le persone colte che per la grande massa del popolo. La «Commedia dell'Arte» trionfò non solo in Italia, ma in tutta l'Europa; e le cosiddette «maschere», cioè le figurazioni tipiche dei personaggi principali che agivano in queste commedie, divennero presto di fama universale. In questa tavola abbiamo rappresentato le maschere più popolari e più celebri del nostro teatro dell'Arte; esse indossano i loro abiti tradizionali, come appaiono ancor oggi nei cortei carnevaleschi e, qualche volta, anche sui palcoscenici. Molte di queste maschere le riconoscerete a prima vista come quelle di Arlecchino, con l'abito tutto a toppe, di Pantalone veneziano, di Pulcinella napoletano; altre vi riusciranno meno note, perché facenti piuttosto parte di tradi­zioni regionali. Eccovene, in ogni modo, l'elenco: 1. Giangúrgolo -(Calabria); 2. Florindo; 3. Gioppino (Bergamo); 4. Rosàura; 5. Sandrone (Modena); 6. Fagiolino (Reggio Emilia); 7. Scaramuccia (Napoli) ; 8. Brighella (Venezia); 9. Isabella; 10. Tartaglia; 11. Stenterello (Firenze); 12. Rugantino (Roma); 13. Pulcinella (Napoli); 14. Meneghino (Milano); 15. Dottor Balanzone (Bologna); 16.  Capitan Spaventa (Genova);  17. Arlecchino;  18.  Colombina;  19. Pantalone (Venezia); 20. Gianduia (Torino); 21. Mezzettino.

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Una Maschera moderna degli anni '60


   Negli anni '60 apparve su MammaRai, una nuova maschera che allietò l'infanzia dei bambini di quegli anni. Si trattava di Gaetano Pappagone. Come è scritto nel frontespizio dei suoi fumetti illustrati dal Maestro Luciano Bernasconi, "Il suo nome, come tutte le altre maschere, ha origini antiche che oggi possono risultare quasi imprecisabili, comunque, la fonte alla quale Peppino ha inteso ispirarsi è il nome che si dà ad una qualità di prugne di poco costo chiamate, secondo l'usanza popolare napoletana: «Pappacone». Gaetano Pappagone è ignorante, pavido, pieno, più che di sentimenti, d'istinti primitivi, ma onesti. Malizioso e, messo a contrasto con la realtà della vita di tutti i giorni, diviene a volte, per forza di cose, anche furbo. Una maschera del costume dei giorni d'oggi che, con la interpretazione che ne ha dato Peppino De Filippo, ha trovato la sua espressione più giusta e simpaticamente popolare." 


    Una maschera tanto popolare [come quella del pagliaccio Scaramacai interpretato da Pinuccia Nava 1920-2006], che però è scomparsa con la dipartita del popolarissimo Peppino De Filippo. Ma negli anni '50, sempre per restare in tema di fumetti, non possiamo dimenticarci delle Maschere che facevano sognare i piccoli lettori del Pioniere, insieme a Chiodino e a Cipollino.


Marco Pugacioff

                       
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Le navi di Nemi



LE   NAVI  DI   NEMI
Articolo apparso sull'Enciclopedia dei ragazzi Mondadori, volume VI, 1958
Libro xx   -   il  LIBRO DELLE CURIOSITÀ - Pagg. 3949 - 3952




Nel 1895 vi fu una importante ripresa delle  operazioni  di recupero delle navi di Nemi. Fu allora  che  vennero  sollevati  dalle   acque   mirabili bronzi  riproducenti  teste  di leoni e di lupi. Eccone qui un perfetto esemplare.  


   Seguire le varie fasi attraverso cui, dai lontani tempi del Rinascimento ai primi trent’anni del nostro secolo, si pervenne al recupero delle navi romane giacenti nel fondo del lago di Nemi, è un po' come seguire un'avventura: tanto più interessante quanto più primitivi sono, in relazione al tempo, i mezzi di scandaglio.
   Fu nel 1441 che Leon Battista Alberti, per incarico  del cardinale Prospero Colonna, intraprese il tentativo, primo della serie, di sollevare la nave più vicina alla cosiddetta Casa del Pescatore,  cioè la prima di quelle che saranno recuperate nel  1930. L'Alberti, che riuscì a trarne su qualche pezzo, riferì che la nave da lui ritenuta di Traiano ( altri ne faranno risalire  la  costruzione  a  Tiberio  e  altri ancora,   in  seguito   ai  definitivi  ritrovamenti,  a  Caligola ) «era fatta,  dal lato di fuori, di tavole doppie e impeciate di pece  greca, con pezzami  di pannilini e di sopra vi avevano fatto una scorza di piastre di piombo, fermandole con chiodi di bronzo». Altre notizie, tramandate da Biondo da Forlì, precisano che la nave  «di dentro poi era fatta talmente che non solo era sicura dalle acque, ma si poteva e dai ferro difendere e dal fuoco». Interessante è la relazione fatta dallo stesso Biondo circa il  modo  con cui  le operazioni   furono   eseguite.   Egli   infatti narra come fossero stati mandati da Genova alcuni marinai che nuotavano come pesci, i quali tuffandosi giù nel fondo del lago sapevano dire la grandezza delle strutture e quanto fossero intiere o rotte. Essi  vi  attaccavano  poi  tanti  uncini  di ferro ed essendosene spezzato uno di quelli legati nella prora, ne venne su solo una parte. A vedere come essa era fatta accorsero i più begli ingegni della Corte romana.
   Si accertò intanto che non una, come era credenza, ma due erano le navi affondate.
  Nel 1535 si procede nell'avventura con una importante innovazione: l'architetto bolognese Francesco De Marchi con un «instrumento, nel quale si entrava e si discendeva nel fondo del lago, dove potevasi indugiare un’ora e più, sino a quando il freddo obbligava a salire», visita il fondo del lago: questo «instrumento» potrebbe essere stato il primo scafandro e il De Marchi potrebbe essere stato il primo palombaro. Il De Marchi riuscì a rimuovere dallo scafo sommerso, a mezzo di argani posti sopra uno zatterone sostenuto da botti galleggianti, grandi quantità di travi di vario legno, insieme a smisurati chiodi di legno, di ferro e di metallo rilucente, con capocchie raggianti d'oro e d'argento. Egli riscontrò minutamente la struttura dello scafo, le fiancate, i pavimenti di «smalto», i mosaici, le «camere» nelle quali, confessa, non osò entrare per la paura di perdersi.
   Passano altri tre secoli e si arriva nel 1827 all'esperimento fatto dall'idraulico romano Annesio Fusconi: anch'egli usò uno scafandro, anch'egli costruì una zattera su botti vuote, anch'egli trasse a galla legname e qualche parte di metallo.
   Nel 1895 vi è ben più importante ripresa delle operazioni di recupero, dirette da Eliseo Borghi e compiute a mezzo di palombari. Fu allora che vennero sollevate dalle acque tarsie di marmo e metallo, bronzi meravigliosi riproducenti teste di leoni, di lupi e della Medusa. Finalmente nel 1927 si decise di giungere alla fine dell'avventura: bisognava recuperare completamente le due navi nemorensi, o scaricando parte delle acque del lago di Nemi in quello di Albano mediante la costruzione di una galleria, o esaurendo le acque del lago con pompe. Si preferì quest'ultimo mezzo e nel '28 ebbe inizio la pompatura, che porterà in due anni all'abbassamento del livello del lago sino a circa 14 metri sotto il livello primitivo. Già dopo un anno, nel '29, la prima nave, la più vicina alla riva, cominciava ad emergere e si iniziava subito la delicata operazione archeologica di scavo. Nonostante la distruzione di tutte le strutture superiori dovuta soprattutto ai tentativi di recupero del passato, vennero a galla in ottimo stato di conservazione bronzi artistici di squisita fattura, una piattaforma girevole, un grande rubinetto in bronzo perfettamente lavorato, meravigliosi mosaici, paste vitree, pavimenti di marmi policromi.
   Raggiunto nei 1930 l'abbassamento del livello già detto, la prima nave venne a trovarsi del tutto scoperta. Si iniziò allora il prosciugamento della zona circostante alla nave e infine si studiò il modo di trasportare la nave sino all'antica riva del lago. Bisognava trainare, senza arrecare danno, una mole il cui peso era stato stimato di 270 tonnellate! Il trasporto fu realizzato avendo formato al disotto della nave una piattaforma a ossatura metallica della larghezza e della lunghezza dello scafo, che potesse scorrere su rotaie ed essere trainata da un argano. Non bisognava però ancora considerare chiusa l'avventura: restava da esplorare e da liberare la seconda nave, che giaceva a una profondità da 15 a 21 metri. Riattivato il funzionamento delle pompe e abbassato il livello del lago sino a 21 metri, tra il giugno e l'agosto del '31 anche la seconda nave era scoperta.
   Con il recupero della seconda nave era stato salvato un altro prezioso documento della tecnica navale romana. Purtroppo, però, nella notte del 31 maggio 1944, gli scafi lignei delle due imbarcazioni vennero completamente distrutti da un incendio appiccato, sembra, da soldati di una batteria germanica piazzata presso il Museo. Ad ogni modo, essi sono stati subito ricostruiti in cemento armato, per cui, insieme alle preziose suppellettili che erano state nascoste a Roma, questi due grandi cimeli sono stati novamente restituiti alla nostra ammirazione e alla storia.



L'appassionante mistero che si è creato attorno alle navi di Nemi durava ormai da parecchi secoli. Già nel1441 fu intrapreso il primo tentativo di recupero delle due imbarcazioni. Ma solo in epoca recente si riuscì a portare a secco i preziosi relitti.  


A che servivano le navi di Nemi?



Ecco la fiancata di una naveportata a galla: Un interessante interrogativo è legato alle navi recuperate nel lago di Nemi: a che scopo esse furono costruite? In seguito ad alcune iscrizioni trovate su certe fistole dell'imbarcazione, sembra ch'esse siano appartenute all'imperatore Caligola che le avrebbe usate come riservatissima dimora estiva.


   Un interessante interrogativo è legato alle navi recuperate nel lago di Nemi: a che scopo esse furono costruite? Discordi sono le ipotesi, come discordi sono stati i pareri circa l'imperatore che ne volle la costruzione: opinione generale è però quella che ne attribuisce la costruzione all'imperatore Caligola, cosi chiamato per i piccoli calzari ch'egli portava.
Escluso che le navi fossero destinate all'uso mercantile o a quello militare, alcuni hanno fondato la loro congettura circa il probabile uso di questi grandiosi palazzi galleggianti basandosi sulla natura pavida e sospettosa di Caligola, il quale può aver sognato di rifugiarsi, lontano dai pericoli temuti, in mezzo alle acque di quel lago tanto famoso per il tempio e il culto di Diana. Egli avrebbe fatto costruire per sé e per la sua corte un vero palazzo galleggiante, che corrisponderebbe alla prima delle due navi recuperate, la più ricca e adorna, mentre la seconda potrebbe avere avuto la funzione di collegare il «palazzo»  alla riva.
Altri studiosi hanno creduto di riconoscere nella prima nave le caratteristiche delle terme, avendo notato i resti dei pavimenti con la intercapedine, a   dimostrare che si trattava di un edificio riscaldato, e le grandi condutture di piombo, indice che la nave era fornita abbondantemente di acqua.  E hanno congetturato: quel Caligola che è arrivato a tal punto di stranezza da nominare senatore il suo cavallo, da far gettare un ponte di navi sul mare per passarvi sopra con grande apparato di forze come un novello Serse, quello stesso imperatore avrebbe fatto costruire una  pseudonave  per porvi sopra un ele­gante stabilimento di bagni. Come nel lago di Albano ciascuna villa aveva il suo piccolo stabilimento e il suo imbarcadero, cosi la villa di Caligola sulle rive del Iago nemorense  avrebbe  avuto il  suo  stabilimento, costruito però, a differenza degli altri, su una base galleggiante.
   Un'altra ipotesi, legata al tempio e al culto di Diana, ha trovato una smentita nella vastità della mole e nella conseguente difficoltà di movimento e di approdo delle navi. Si era infatti pensato che le due navi avessero potuto appartenere al tempio di Diana e che fossero usate per il trasporto di visitatori da una riva all'altra o per cerimonie religiose o per processioni nei lago. Ma come avrebbe potuto essere adatta a ciò quella, soprattutto, delle due navi che era soverchiata di edifici e carica di bronzi, di piombi, di mosaici? È più verosimile, dunque, che le navi fossero dì proprietà di Caligola, a qualunque scopo egli le avesse destinate, e che dopo la sua morte, avvenuta nel '41 d. C, abbandonate alle intemperie e senza custodi che ne assicurassero la conservazione, l'acqua sia penetrata nelle stive e le abbia fatte a poco a poco sommergere. 


Ricostruzione ideale d'una delle navi di Nemi, e precisamente della maggiore, quella che, secondo una interpretazione degli storici, l'imperatore Caligola costruì per i suoi svaghi personali e i suoi riposi.
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   Come cantava Ettore Petrolini negli anni '30 in Una gita pe' li Castelli Romani:
«Qua c'è Ariccia, più giù c'è Castello
ch'è davvero un gioiello con quel lago da incantà,
e de fragole un profumo solo a Nemi puoi sentì,
sotto quel lago un mistero ce stà,
de Tiberio le navi sò l'antica civiltà...»

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venerdì 14 luglio 2017

Apollo a Horbourg (Francia)


Apollo a Horbourg (Francia)

 
La piccola cittadina di Hourbourg, nel dipartimento dell’Alto Reno, in Alsazia, conta poco più di 5500 abitanti[1].
Si alza su una collinetta di ghiaia d’origine naturale e questa ubicazione spiega (scrive l’associazione di archeologia e di storia di Horbourg-Wihr) l’onnipresenza dell’acqua, con la frequente necessità di proteggersi contro le inondazioni. Non per niente il paese si trova alla confluenza del corso antico dell’Ill e del Thur ai quali si aggiungevano il Lauch e il Fecht in epoca romana.
Tutta questa confluenza d’acqua dava un aspetto paludoso alla zona. L’etimologia medievale di Horbourg, «Horoburc», si può tradurre infatti in “Il castello delle paludi” ["château des marécages"]. 



Infatti i sedimenti alluvionali sono stati propizi allo sviluppo agricolo della zona, attestati dalla presenza dai numerosi centri rurali gallo-romani del luogo. Grazie alla carpologia[2] si è messo in evidenza una larga policoltura[3] abbondante di cereali, anzi dopo il ritrovamento nel 1782 di un bassorilievo con due geni alati e dei grappoli d’uva, si è visto che vi erano anche delle vigne.



   Grazie all’epigrafia[4] e in particolare di un’iscrizione conosciuta fin dal 1816, si sa che Horbourg-Wihr aveva la qualifica di vicus, un villaggio, un grande agglomerato del territorio dei Rauraci[5], la cui capitale era situata non lontana da Bâle, ad Augusta Raurica.
Si può situare l’impianto romano a Horbourg-Wihr, grazie all’attività archeologica, all’inizio dell’Era Volgare, ovvero all’epoca di Augusto. Sempre secondo gli studi dell’associazione archeologica, l’occupazione del sito è più da attribuire a dei civili che a dei militari, come lascia supporre una posizione di questa importanza. 

Il municipio [La mairie] di Horbourg


Fondamenta del tempio gallo-romano di Horburg al n° 6, di rue des Ecoles.

Gli strati più antichi si trovano al centro della città, trovati nel 1993, nella zona del municipio dove erano abitazioni e una fonderia, i cui scarti – risalenti appunto agli anni ’20 dell’Era Volgare – furono datati nel 2009. Le abitazioni erano per la maggior parte di legno e fango, però sempre al centro della città (Jardin Ittel - rue des Ecoles) vi era un edificio pubblico, forse un tempio, costruito in bella opera muraria regolare e probabilmente circondata da un colonnato. A poca distanza, nel 1972 l’archeologo Charles Bonnet scoprì un ulteriore edificio in pietra rimaneggiato nel III secolo, provvisto di un sistema di riscaldamento (hypocauste) che poteva benissimo appartenere a un complesso termale.

Il centro del paese. Si può notare dietro il municipio la zona archeologica
   Il vicus aveva anche attività legate alla ceramica e al bronzo, ma le inondazioni, un cambiamento climatico e le nefaste invasioni barbariche segnano la fine del fiorente paese.
Tra il 259 e il 260 e. V. la frontiera dell’impero romano ripiega sul Reno e questo dà un ruolo strategico importante al sito al cui centro vi era l’antico vicus. Si edificò infatti un accampamento militare o castellum, che bloccò questo crocevia strategico delle vie di comunicazione.
   La presenza dei militari romani in zona è data grazie al fatto che la I legione Martia era stanziata nella regione e suoi distaccamenti sono presenti anche a Eguisheim, a Kaiseraugst e soprattutto a Biesheim.
In più due bolle della VIII legione sono conservate al Museo di Unterliden a Colmar e la cui attribuzione a Horbourg fu data recentemente dalle ricerche d’archivio che davano il loro ritrovamento proprio a Horbourg.
Proprio il campo di Horbourg costituiva un collegamento chiave della difesa sul Reno nel IV secolo insieme al sito militare di Biesheim-Oedenbourg.
Ammiamo Marcellino ci parla della battaglia di Argentovaria, combattuta a maggio del 378, proprio vicino Colmar  da Graziano e il capo dei Lentiensi[6] Priario che morì in battaglia.
   E alla fine della civiltà romana, la città gallo-romana lascia il posto ad un castello.


   L’antica città romana di Horbourg-Wihr, poteva essere Argentovaria, un toponimo latino che figura in numerose fonti antiche e che è posizionato al centro dell’Alsazia, all’altezza di Colmar, tra L’Ill e il Reno. Oggi, al contrario di ciò che è scritto nella wikipedia francese, non ci sono prove sicure per darlo del tutto a Horbourg. Vi è infatti un altro pretendente che può rivendicare il toponimo rispetto a Horbourg. Si tratta di  Biesheim-Oedenbourg, altro sito gallo-romano ai bordi del Reno e che si è sviluppato attorno a dei campi militari…


L’Alsazia dalla Tabula Peutingeriana.


   Sempre a Horbourg, ci sono numerose stele funerarie di cui non si è ancora individuato la necropoli. Sono ben 24 e tutte in arenaria rossa.

Vi erano inoltre presenti molti culti classici e comuni un po’ in tutta la Gallia. Tra questi:
-        Culto della Dea Vittoria sotto forma di un altare.


-        Culto della Dea Epona, sotto forma di una stele in cui è raffigurata sopra un cavallo e con una mela. Proteggeva i viaggiatori e le stalle.
-          Culto ad una Dea anonima legata all’agricoltura, sotto forma di un basso rilievo dove è raffigurata seduta con due geni alati e con dell’uva.
-        Culto di Divinità del panteon gallo-romano nel loro insieme: altare con la dedica di Marzio Birrio [Martius Birrius].
-        Culto di Mercurio, sotto forma di un altorilievo mutilato eretto da Tito Silvio Locusta ed sotto la forma di una statuetta di bronzo. Ambedue presenti al piccolo museo gallo-romano di Biesheim. 


La curatrice del museo Bénedicte Viroulet, conservatrice del museo scrive[7] «Si tratta di un sito primordiale che fece parte del dispositivo di romanizzazione della regione. I militari si installarono qui, non per fare la guerra, ma per portare la cultura romana agli indigeni locali, con l’introduzione di nuovi costumi, tradizioni, elementi d’architettura…». Da notare che nel piccolo museo è esposta anche statuette di Mercurio, Ercole, Mitra, Bacco, di Isis…



E un meraviglioso intaglio in agata rossa raffigurante l’imperatore Commodo a cavallo che con la sua lancia sta per trafiggere il re di una tribù germanica di appena cinque centimetri d’altezza.

 

Ed infine:

    il culto ad Apollo, con il famoso altare alto un metro e largo 55 centimetri dedicato ad Apollon Grannus Mogounus, identificato erroneamente con le acque di Aachen, principalmente dall’antiquario Eckard nel 700.


L’ara di Apollo Granno Mogouno fu scoperta casualmente nel 1603, durante la costruzione della casa «Hirtz», ma fu distrutta – insieme a molti altri reperti romani e medievali – dall’incendio della biblioteca di Straburgo del 1870 avvenuto in seguito ai bombardamenti prussiani. Però una riproduzione ancora esiste proprio ad Horbourg, nel luogo del ritrovamento.

Fonte: http://www.archihw.org/archeologie-horbourg-antiquite Il bel sito archeologico di Horbourg, con cui ho tentato un contatto tramita la loro e-mail.

[2] carpologìa s. f. [comp. di carpo- e -logia]. – Studio scientifico dei frutti delle piante. V. http://www.treccani.it/vocabolario/carpologia/
[3] policoltura s. f. [comp. di poli- e coltura]. – Tipo di agricoltura piuttosto primitivo consistente nel coltivare in piccoli appezzamenti di terreno tutto quanto è necessario all’agricoltore e alla sua famiglia. V. http://www.treccani.it/vocabolario/policoltura/
[4] epigrafia Branca dell’archeologia che studia le epigrafi (iscrizioni incise nel bronzo o nel marmo) antiche. V. http://www.treccani.it/enciclopedia/epigrafia/#eorientale-1
[5] RAURICI (Raurici, più tardi anche Rauraci). - I Raurici erano un piccolo popolo di razza celtica abitante presso il Reno, ad occidente di questo, nel punto dove esso, uscito dal lago di Costanza, piega verso settentrione. Essi confinavano con gli Elvezî e con i Sequani, occupando anche una parte dell'alta Alsazia. […]

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