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sabato 2 febbraio 2019

La povera Papessa Giovanna



LA povera PAPESSA GIOVANNA

   La papessa Giovanna [ papa Giovanni VII], uccisa dalla bestialità cristiana – come già aveva fatto con Ipazia di Alessandria –  è sempre stata considerata una storia falsa e infatti in Platina si legge dopo la sua storia fabula che anagrammata diventa il famigerato bufala.

La tragica fine di Ipazia vista da Moreno Burattini e Branislav Kerac
da Zenith  Gigante 693 gennaio 2019  

  Qui di seguito vi sono dei documenti d’epoca, leggeteli, poi torneremo sull’argomento.


da:
PLATINA DELLE VITE DE' PONT.
GIOVANNI   F E M I NA.

GIOVANNI  Anglico conseguì con malvaggie arti (come vogliono) il Ponteficato. Perciò che essendo donna, diede à credere ch'egli fusse huomo. Essendo giovanetta se n'andò con un suo amante,  che era persona dotta, in Athene; dove sotto eccellenti maestri apprese, e fe tanto frutto nelle scientie, che venutane poscia in Roma, pochi pari vi haveva, non che superiore,  che nella intelligentia della scrittura sacra à lei si agguagliasserò. Onde e dottamente  leggendo, & acutamente disputando, tanta auttorità, e benivolenza si guadagnò, che essendo morto Leone, fu ella per consentimento di tutti (come dice Martino) creata Pontefice. Ma essendo poi da un suo servitore ingravidata, e tenutone un tempo il ventre occulto, finalmente andando à S. Giovanni in Laterano, soprapresa dalli dolori, frà il Coliseo, e San Clemente partorì, e nel medesimo luogo morì, havendo due anni, un mese, e quattro giorni retta la Chiesa, e fu senza honore alcuno sepolta. Alcuni scrivono due cose, e che quando và il papa à San Giovanni in Laterano, abborrendo questo atto, fugge di fare quella strada; e che per non cadere nel medesimo errore, ogni volta che si crea il Pontefice, si fa sedere in una seggia aperta di sotto, perchè l’ultimo diacono toccandolo veda, che egli sia maschio. La prima cosa non niego; della seconda dico à questo modo, che per ciò si fa il Pontefice dopo la sua creazione sedere in quella sedia à quel modo fatta, perchè chi in tanta degnità monta, sappia, e si avegga per questa via, che egli non è Dio: ma huomo, & soggetto alle necessità della natura, & à quella spetialmente dell'evacuare.  Onde è meritamente quella sedia stercoraria chiamata. Queste cose, ch'io ho dette, volgarmente, e senza certo auttore si dicono. E per non parere di haverle ostinatamente lasciate à dietro, ho voluto breve, e schiettamente qui dirle. E poi che quasi tutti gli altri le dicono, erriamo col volgo anco noi in questa parte; benché quanto ho io detto, verisimile sia, e da potere agevolmente credersi. Vogliono alcuni, che in questo tempo fusse il corpo di San Vicenzo da un certo monaco portato di Valẽtia città di Spagna in un villagio della Francia chiamato Albiense. Dicono anco, che Lothario essendo già di molta età si vestisse monaco, lasciando à Lodovico il figliuolo l'Imperio; il quale Lodovico ritornatone tosto in Germania, ne tenne à freno, & ad obedientia tutti coloro, che pareva, che dovessero prendere le arme, per ribellarsi.


La Papessa nei tarocchi illustrati da Luciano Bernasconi

ANNOTATIONE.

Confutatione della fabula di papa Giovanni femina.
Questa favola di Giovanni femina, anco prima, che io incominciasse à penetrare la verità delle historie non mi puote mai parere verisimile. Percioche non posso imaginarmi, che fussero in quel tempo gli huomini cosi stupidi, & sciocchi, che à cosi sublime grado cosi alla cieca essaltassero una persona incognita, non havendola prima per longo tempo approbata, anzi che una donna in vece d’un huomo à quella dignità sollevassero. Che se pure fusse stata tanta la sciocchezza di quei tempi, c’havessero potuto cosi fatta sceleranza commettere, non si deve credere, c'havesse il grande Iddio sofferto, che una femina, che non è di ordine alcuno capace, la sedia di San Pietro da Christo Salvator nostro ordinata, & dalla quale la Chiesa santa si regge, macchiata havesse. Vedendo dall’altro canto, che molti, & di non poco grido, à questa historia assentiscono, & che si tiene volgarmente per vera, ne hò molto meco istesso dubitato, & mi sono finalmente risoluto di ritrovare, se è possibile, totalmente esaminandola, onde si sia questa cosa nata, & insieme l’auttore di lei. Havendo io adunque diligentemente letti gli antichissimi libri, cosi della libraria di palazzo, come delle altre, & veduto anco accuratamente tutte le scritture antiche ecclesiastiche, ne hò finalmente una chiara, & manifesta notitia di tutta questa favola havuta. Io mostrerò dunque prima, che que­sto non puote essere per conto alcuno: ma che sia favoloso. Appresso farò chiaro, onde havesse questa favola origine, & chi prima la descrivesse. Nè mi farà grave con molti argomenti tutta questa novella annullare, che alla Chiesa Romana tanta ignominia, e vergogna apportò, e mostrare, che ciancia espresse elle siano. Incomincierò primieramente a desputar del tempo, nel quale quelli, che lo iscrissero, questo papa ripongono. Quanti hanno di questa cosa fatto mentione, tutti fuori che uno indice falso nel fine del settimo libro di Othone Frisingense, pongono fra Leone Quarto, & Benedetto Terzo,  il Ponteficato di questo Giovanni femina di due anni, cinque mesi, & tre giorni.  Nel qual tempo Anastagio Bibliotecario di Santa Chiesa, che scrisse le Vite de’ Pontefici fino à Nicola successore di Benedetto Terzo, e viveva, et si ritrovò presente, come egli stesso dice, alla creatione di Sergio Secondo, di Leone Quarto, di Benedetto Terzo, di Nicola primo, di Adriano Secondo, e di Giovanni Ottavo, non solamente non fa egli mentione alcuna di questo Ponteficato di Giovanni femina, che anco scrive, che dopo Leone Quarto, non vacò più che quindici giorni la Chiesa. Et soggiunge, che tosto dopo Leone Quarto, fu in suo luogo Benedetto Terzo creato.  Et le sue proprie parole sono queste. Morì il santo Leone Quarto a' 17. di Luglio, fu sepolto in san Pietro, e vacò quindeci giorni il Ponteficato.  Dopo la cui morte subito tutto il clero Romano, & i principali della città, e’l popolo si raunarono insieme, pregando il Signore, che havesse voluto alla Chiesa sua dare un buono, e santo pastore.  Di che divinamente ispirati, di un consentimento tutti per le sue sante opere elessero Pontefice Benedetto. Et facendone la plebe gran festa con hinni spirituali, nel palagio, di Laterano lo condussero; dove secondo il solito nella sedia Pontificia lo collocarono. Fin qui dice egli. Nè si vede, che faccia di questo Giovanni femina mentione alcuna. Onde chiaramente si conosce, che per nessun conto puote questo Pontefice femina essere in questo tempo, se la verità della historia non si perverte.  Ma facciamo, che Anastagio in questo luogo lo riponesse, vi repugna apertamente la ragione de' tempi, & de gli anni, ne' quali gli altri Pontefici la Chiesa ressero, ne fra Adriano primo, e Giovanni ottavo, quello spatio di due anni cape. Percioche dal 772. nel quale fu, Adriano primo creato, fino al 882. nel quale Giovanni Ottavo morì,  non si può ne anco un mese, non che due anni, di Ponteficato altrui interporre, volendo bene in computo degli anni seguire, che io accuratissimamente hò dal medesimo Anastagio, da Annonio, & da altre antiche inscrittioni, instrumenti, e brevi cavato. Essendo già 706. anni, da che scrivono, che questa femina Pontefice fusse (percioche la pongono verso l’anno 855. della salute nostra) come può egli essere, che non solamente Anastagio Bibliotecario, che in quel tempo visse, ma di quanti ne scrissero poi, o toccarono le cose de' Pontefici (come furono molti) fino al 1350. noi ne facesse alcuno per 400. anni continui mentione alcuna? Poco dopo, Anastagio scrisse la sua historia, dove fa spesso mentione de’ Pontefici, Ademaro monaco di Santo Hermano di Parigi;  il quale fu da Annonio monaco del medesimo monasterio, già sono quattrocento anni seguito. Reginone anco Abbate Prumiense seicento anni sono;  Hermano Contratto, & Lamberto Scasna Burgense, monaci amendue, che furono già cinquecento anni à dietro; &  Othone Frisigense quattrocento anni sono, & Corrado di Lichtenauo. Abbate Vrspergente già sono 300. anni, scrissero tutti le loro historie, & croniche, e nessun di loro, ancor che diligenti in porne successivamente i Pontefici Romani fece mai di questo Giovanni mentione. Ne anco Leone Vescovo di Ostia, né Giovanni prete di Cremona, ò altro scrittore cosa alcuna ne toccò, Nella libraria di Vaticano sono sei, ò sette brevi indici, ò liste d’e Pontefici, e ne è una anco in versi, scritte in vari libri, avanti ad Innocentio IIII.  & non si vede mai in alcun di loro farsi mentione di questo Pontefice.  Di più in cinque antichi libri delle vite de' Pontefici, di Damaso, di Anastasio, & di Pandolfo Pisano, non si sente mai questo Giovanni femina nominare. Solamente si vede nel margine fra Leone IIII. & Benedetto III. aggiunta da altro autore quella favola, e scritta con lettere molto diverse da quelle de gli antichi esemplari. Appresso, à che effetto Leone Nono, che visse da dugento anni poi, fennendo a Michiele Cerulano Patriarca di Costantinopoli, & à Leone Acridano heretici, e scismatici, poteva in quella sua epistola riprender la Chiesa Costantinopolitana, perchè havesse in quel Patriarcato una femina, & Eunuchi ammessi (intendendo di Niceta, e di Ignatio) se havene già in Roma una femina governato il Papato, ch’era assai peggio? Percioche scrive egli in quella sua lunga epistola, ò libro contra le heresie de’ Greci nel ventesimoterzo capo à questo modo.  Non possiamo noi credere quello, che la fama publica approba, che la Chiesa Costantinopolitana contra il primo capo del Concilio Niceno, habbia per tutto promossi gli Eunuchi, e lasciato anco talvolta nella fede de’ suoi Patriarchi sedere una femina. Percioche la enormità del fatto, e la fraterna benivolentia non ci lascia credere cosa cosi detestabile, & abominevole.  Considerando dall’altro canto la vostra negligentia intorno alla censura de’ santi canoni, & che gli Eunuchi, & i manchi di alcuna parte del corpo non solamente al clericato, ma alle altre dignità ecclesiastiche anco indifferentemente promovere, mi terrò; che habbia agevolmente così potuto essere, come si dice. Ma ancor, che io dicessi, che havessero molti di quello Giovanni femina scritto, mostrerò nondimeno dal contesto della favola istessa non potere essere vero. Non fu creato mai legittimo Pontefice in Roma per forse novecento anni da San Pietro fino a Papa Formoso, che non si fosse dai primi anni nella Chiesa Romana allevato, & ascesone al diaconato, ò pure al sacerdozio per tutti i gradi degli ordini ecclesiastici.  Il che vedrà essere così a punto stato osservato, chi vorrà per l’ordine de' Pontefici andare minutamente discorrendo.  Or come adunque una femina ignota senza origine, e senza patria certa, & senza testimonio alcuno della vita passata, puote diventare così alla cieca Pontefice? Vediamo hora, a che modo questa favola ne composero. Dice l’auttore della favola, dal quale Platina, e gli altri la tolsero; che Giovanni Anglico per natione di Maguntia, tenne il Ponteficato due anni, un mese, e quattro giorni; ò pure cinque mesi, e tre giorni; e che vacò poi la Chiesa un mese.  Ora vedete, che ignorantia di scrittore; il chiama Anglico, e per natione di Maguntia, come se Maguntia in Anglia fusse, e noi in Germania più tosto.  Ma Platina più avisato, contra l'opinione dell'auttore dice, che ella fu d'Anglia: ma oriunda di Maguntia. Hora soggiunge poi. Questi fu femina (come dicono) e fu, essendo fanciulla, menata vestita da huomo da un certo suo amante in Athene; dove fé tanto frutto in varie scientie, che non ritrovava pari.   Dice la favola, che ella andò a studiare  in Athene.   Hor dove era più Athene in quel tempo, o come v'era più studio alcuno, che tutta quella contrada, come dalle historie di que' tempi si cava, era in poter de barbari, e miseramente oppressa?  Vi aggiunge poi, che ella leggendo per due anni in Roma hebbe grandi huomini per discepoli; e stando in Roma in grand'opinione di buona vita, e di dottrina, fu ad una voce eletto Pontefice.   Qui sono due bugie; la prima, che ella in Roma leggesse publicamente buone lettere.  Percioche il manco pensiero, che allora havessero quelle genti, s'era, che in Roma studio publico alcuno fusse; come dalle historie di que’ tempi facilmente si vede.   L'altra bugia è, che ella tenesse due anni il Papato; percioche, come s'è detto, non si poteva questo grado dare se non a Cardinali allevati infin da i primi anni nella Chiesa di Roma. Segue poi.   Ma ella fu nel Papato da un suo servitor ingravidata; e non sapendo il tempo del parto, nel voler andar da san Pietro a san Giovanni in Laterano, assalita da' dolori del parto per strada, fra il Coliseo e la Chiesa di san Clemente partorì, e morì nel medesimo luogo, come si dice.  Qui si vuole mirare, che l’auttore della favola, che assai grossamente la scrisse, anch'egli poco vera la tenne, e difficile a credersi; poi che nel principio dice. Fu (come dicono) femina; e qui nel fine scrive: Fu nel medesimo luogo (come si dice) sepolta.  Non afferma il fatto: ma lo racconta per, come dicono, e come si dice. Ma come quella donna non s'ingravidò mai, & hora vecchia (come è verisimile, che fusse) essendo Papa ingravidò, e partorì?  Hora prima, che partorisse, non portava ella il ventre gonfio? Come di tanti servitori, e di tante genti della corte, che la solevano del continuo accompagnare, di cosa così chiara non s'avide alcuno giamai?   Non sen'avide alcuno; perchè ella con due, o tre soli servitori, se ne atava sempre chiusa in palazzo. Anzi tutto il contrario.   Perchè se poco prima, che partorisse, quando e più verisimile, che ella se ne dovesse restar in casa, andò da san Pietro a san Giovanni in Laterano: molto più prima nella sua gravidezza doveva lasciarsi veder, e parlar da tutti. Io non credo, che possa alcuno pensar, che fussero colli sciocchi, & inetti gli huomini di quel tempo, che al viso, alla voce, & a gl'atti, non sapesse alcuno discerner un'huomo da una femina, & una femina nove mesi gravida, e travagliata da tanti incommodi, quanti sogliono la gravidezza accompagnare. Non haveva ella i servi, i familiari, i medici, i cortigiani? Hor come in due anni di questa cosa non fu huomo, che se n'accorgersse. Cosa certo degna di Martino monaco di Cistello, che scrivendo la vita de’ Pontefici fu, come a me pare, il primo, che (già sono più di 300. anni) questa novella divolgò, e scrisse. Ma prima che io di lui parli, mi spedirò della favola, che segue a questo modo. E perché il Papa fugge sempre di fare questa strada, credono molti, che per aborrimento di questo fatto lo faccia. Ne ella si pone nel numero de' Pontefici, per esser stata donna. Fin qui dice egli.  Ora che andando in Laterano il Pontefice non vada per quella strada, non è questa la causa: ma è più tosto; perchè non potendo per la gran compagnia, che egli suol menar seco, per la strettezza del luogo passar per mezzo del Coliseo, che è la sua dritta strada: ne piega a man manca, e ne va poi al dritto verso san Pietro e Marcellino, per non confonderne con tante giravolte l'ordine della cavalcata, ritornando di nuovo presso l'Anfiteatro alla strada, che presso santi Quattro Coronati ne và in Laterano: La medesima ragione è anco del ritorno, che egli poi fa. E nondimeno so, che molti Pontefici usciti di quest'ordine, e regola sono.  Della capella poi, che è in quel luogo, dove vogliono, ch'ella fusse sepolta, e medesimamente di quella seggia di porfido, che è in Laterano, nella qual dicono, che si conosca, se il Papa era maschio, parmi soverchio, e vano parlarne; per esser tutte cose favolose, e dal volgo ignorante finte.


Testo del Platina tratto da una edizione dell'anno 1700.

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Favola di Papa Giovanni femina da chi fosse prima descritta.


La Papessa nei tarocchi del vino illustrati da Luciano Bernasconi

Hora il primo, che (come ho detto) la favola di questo Papa femina scrivesse, fu un detto Martino, che vogliono, che fusse Polacco, monaco di Cistello, e penitentiero d'Innocentio Quarto, che scrisse le vite de' Pontefici fino al suo tempo, & un libro intitolato, Delle cose maravigliose di Roma, che fu poi da altri di maggior bugie ocupletato. E non è costui, (come alcuni pensarono) quel celebre Martino Cromero Polacco, che molto accurata, e dottamente la historia di Polonia scrisse; e fu gran tempo Orator del Re suo presso l’Imperator Federigo; e fu persona di costumi, dottrina, e d'ogni maniera di virtù ornatissimo. Ma ritorniamo a quel Martino, che fu come io credo, l’auttore di questa favola; percioche io non la ritrovo in auttore, che avanti di lui scrivesse, salvo che in una Cronica di Sigiberto, dove fra Leone, e Benedetto si legge a questo modo.   Giovanni Papa Angelico. È fama, che questo Giovanni fusse femina, e conosciuta per tale da un suo solo fami­liare, che la ingravidò, & ella essendo Pontefice partorì, & però non la ripongono nel numero degli altri Pontefici. Così ivi si legge.  Ma che questa cosa sia di Galfredo monaco, che visse dopo Martino, e di Roberto, che supplì Sigiberto, ne fa fede questo; che non si ritrova tale cosa ne gli antichi, e veri essemplari di Sigiberto. Ma perchè sappiamo, chi fusse questo Martino, che questa favola scrisse, e quanta fede prestar gli si debba, dico, che egli è quel medesimo, che fa il libro delle cose meravigliose di Roma; dove scrive, che il successor di Romolo fu Pompilio padre di Numa secondo Re de’ Romani; e che Numa Pompilio fu di Roma tribuno della plebe; e che chiama la porta Ostiense Capena; e pone presso il Castel Sant’Angelo la Collina; e dice, che il Pantheone fu tempio di Cibale, e l’Anfiteatro tempio del Sole; e la statua equestre di Marc’Aurelio un villano di Tivoli; e che i cavalli del Quirinale fussero fatti da filosofi; e’l tempio della pace rovinasse nella notte di Natale, & altre cose cosi fatte, e sciocche. Hora da questo cosi otioso, e scempio scrittore hanno gl’altri tutti, che dopo lui scrissero, tolta la favola di Giovanni femina. Platina aggiungendovi alcune cose del suo, con alquanto più polito stile, tutta questa favola scrive; aliaquale quanto creder si debba, ò già con molti argomenti mostro.
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Opinione del Panuinio, chi fosse Papa Giovanna femina.

Ma perché tutte le bugie notabili hanno da qualche verità principio, io crederei, che questa favola di Giovanni femina nascesse dalla sporca vita di Giovanni Duo-decimo, il quale essendo per la potentia d’Alberigo suo padre stato fatto in Roma ancor garzonetto Pontefice, hebbe alquante concubine, come Liutprando da Pavia nel testo, & settimo capo del sesto libro scrive; e le principali concubine erano Giovanna, Rainera, e Stefania. Hora da questo papa Giovanni, e da Giovanna sua concubina, a’ cui cenni si reggeva forte allora il Papato, la favola di Papa Giovanni femina nacque. La qual prendendo forza di tempo in tempo, ne è a poco a poco, per opera di qualche scrittor ignorante, in reputazione di Historia venuta.




Frontespizio di un testo del XVII secolo sulla papessa.

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La Negromante di Angelo Caroselli (1585-1652), può ben adattarsi all'idea della Papessa.

La papessa Ggiuvanna.
Fu ppropio donna. Bbuttò vvia ‘r zinale
Prima de tutto e ss’ingaggiò ssordato,
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.

E cquanno er Papa maschio siede male,
e mmorze, c’è cchi disce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a Ssangiuvanni su in zedia papale.
Ma cquà sse ssciorze er nodo a la commedia;
ché ssanbruto [1] je preseno le dojje,
e sficò un pupo llì sopra la ssedia.

D’allora st’antra ssedia [2] sce fu mmessa
Pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
Si er pontescife sii Papa o Ppapessa.
                 
Giuseppe Gioachino Belli-1831.

La Papéssa Ggiuvanna [3]
Dice che ttanti anni fa, ma pproprio tanti, una regazza se vestí dda ômo, studiò ttanto, se fece prete, da prete passò mmonsignore, da monsignore vescovo e da vescovo cardinale. Ecchete che mmorì er papa d'allora e li cardinali s'aridunonno in concrave e elès-seno papa proprio lei! ché era la ppiù strutta de tutti. Ma, ppoveracci, che ne sapeveno quelli che llei invece d'esse un cardinale era una cardinala? Fatta papa, se messe nome : papa Ggiuvanni. E ttutto sarebbe ito bbene, si armeno, bbuggiaralla, doppo ch'era arivata a esse fatta papa, se fusse contentata de quela fortuna che j'era capitata, facenno armeno la donna come se deve! Ma ssì, mmanco pè gnente! Sii che uno de quelli patrassi che je staveno sempre a le coste pe' sservilla, se fusse incajato ch'er papa, invece da esse maschio, era femmina, sia come se sia, er fatto sta che fra er papa e quer patrasso daje e tt'aridaje, vonno di' che cquarche imbrojo ce succésse. Infatti l'affare agnéde tanto avanti, che ffinar-mente doppo quarche mese, ar papa j'incominciò a ccresce la panzétta. E ddice che ttramente un giorno annava in pricissione, nun m'aricordo bbene si a la pricissione der Corpusdommine, o a quarch'antra pricissione, quanto tutt'in d'un botto je préseno le doje, e lli in mezzo a la strada, spanzò un papetto. Vé potete immagginà' cche scànnelo che successe! Gnisuno credeva a l'occhi sua. Nun se poteveno persuvade che er papa fussi stato femmina ; e cche avessi potuto infinenta allora annisconne er cèsso [4] suo. Abbasta er fatto 'sta cche ffu ttanta la pavura che dd'allora in poi prese a li cardinali, che ttutte le vorte che avéveno da rifà' un papa nôvo, s'assicuraveno, prima de incoronallo, si era maschio o femmina. Anzi a 'sto proposito, se dice, che dde fôra a la cchiesa de S. Giuvanni Latterano c'era una ssedia de màrmoro sbucata come quela de le crature, indove la quale er papa, prima da èsse incoronato, ce se metteva a ssède, senza portà' ni ccarzoni ni mmutannne. E ddice che in der tramente ch'er papa ce stava a ssede, de sotto a la ssedia, diversi cardinali s'annàveno a assicurà', co' ttantod'occhi, si llui poteva o nun poteva èsse' fatto papa. 'Sto papa Giuvanni fémmina pe' ddistinguello da ll'antri papi der médemo nome. fu cchiamato la Papéssa Ggiuvanna.


Giggi Zanazzo – 1911.

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   Bisogna dir la verità. Sono un ricercatore storico di piccolo taglio, infatti dovrei solo disegnar fumetti, ma mi sono impegolato negli anni passati in una storia che, scommetto, fa storcere il naso a tutti voi, quella di Aquisgrana in val di Chienti.
   Ma ho anche messo il naso sulla controversa vicenda dei Vidoni e guarda un po’, ci rientra anche la bella papessa (bè, me la immagino bella, così come la raffigura Bernasconi).
   Ma la conferenza in rete del professore Pietro Ratto mi ha spinto ad andare alla ricerca della redazione più vecchia di Platina; alla biblioteca di Macerata avevo trovato l'edizione dell’anno 1700. Su google libri, niente di più, ma ho una grande biblioteca virtuale che già mi aveva aiutato in passato: Gallica.
Perché su Gallica ho trovato l'edizione in latino del Platina fatta  Venezia nel 1479 e sorpresa!
Avete letto i documenti precedenti? Se non l’avete fatto, l’importante è che vediate queste pagine qui di seguito.


  Pur non conoscendo il latino, ho trovato tra Leo IIII (a pag. 190) e Benedictvs III (pag. 194) Iohannes VII [Giovanni settimo] (pag. 193) «[..] sexu cu femina» e nessuna fabula!
  E i bravi storici dicono che questa storia non è vera. Oh Diana!

Marco Pugacioff


[1] Ex abrupto: all’improvviso.
[2] Sedia stercoratoria.
[3] Giovanni VIII, successore di Leone IV.
[4] Sesso.


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domenica 20 gennaio 2019

Il noce di Benevento, Congrega di streghe



Il noce di Benevento,
Congrega di streghe


   L’abate  Diego Zunica, napoletano di origine spagnola ed appartenente alla Compagnia di Gesù, nel suo libro La ricreazione de’ curiosi, ( Napoli MDCCXXXI ) narra – nell’italiano ampolloso del XVII secolo – la storia del noce di Benevento, e vi riassumo qui, i fatti salienti:


Le sabbat des sorciers, 1927
   Lo stile del demonio, di Satana, è quello di voler assomigliare a Dio e per arrivare a simili onori, dice Zunica, si riunisce con pochi seguaci. Primi tra tutti gli Stregoni e poi le Streghe sue spose, che sono consacrate solennemente al suo servizio col suo amore.
   Siccome l’Arcangelo Michele scelse in Siponto, una grotta consacrata col suo nome e conosciuta oggi come S. Angelo in Puglia e da sempre luogo di pellegrinaggio, allora lui si elesse il noce di Benevento perché da tutte le parti del mondo venissero le Streghe ad adorarlo e a celebrare con lui nozze impure.
   Secondo l’autore, il Demonio si diletta di quest’albero solo «perché porta nel nome di nuocere» e rammenta la vicenda della noce della via Flaminia a Roma, talmente popolata di demoni che infestavano i passanti con orribili visioni, tanto che papa Pasquale I fece ricorso alla Vergine per porvi rimedio. Estirpò così la pianta dalle radici e vi trovò le ossa dell’imperatore Nerone che fece prontamente gettare a fiume. Costruito sul luogo un altare ( una chiesa ) detta Vergine del popolo, sparirono così «le Fantasime, e le larve».


   Poi prosegue scrivendo che non lontano da Benevento, in un bosco, fra molte noci, ve ne era una era di singolar grandezza che faceva trono di Belzebucco e da famoso teatro dei festeggiamenti, dei banchetti e delle oscenità delle streghe. Zunica non sa, al tempo in cui scrive, se questa noce era ancora visitata dai demoni, ma curioso di vederla si inoltrò in quel bosco lontano da Benevento quattro sole miglia, insieme a un suo amico, il quale era padrone di un villaggio chiamato Pianca. L’abate chiese a un rustico – un contadino – di età avanzata, di condurlo sul posto ma costui non riuscì a distinguere il noce famoso tra quanti ve ne erano. Il luogo è così ritirato, scrive Zunica, e fuor di mano da apparigli melanconico anche per lo scorrere di un torrente d’acqua che si getta nel fiume Sabbato.


Raffaele Mainella, il Noce di Benevento, 1883: da
   È qui, comunque, che da remote regioni le streghe vengono portate sopra un caprone, che esse chiamano Martinello. L’etimologia del nome strega, scrive il solerte abate, si deduce da quello di un uccello chiamato Strix perché questo stride nella notte e a sua imitazione le streghe vagano per l’aria esercitando i loro malefici. Ma queste donne diaboliche sono chiamate altresì Lamiæ, non per la vita che conducono con i demoni Incubi e Succubi, ma per la crudeltà usata nei malefici contro gli uomini, infatti le Lamie sono fiere dell’Africa, col volto di donna e con petto e mammelle talmente procaci da attrarre gli uomini per poi crudelmente divorarli. 

 
Felicien Rops, tentazione di S. Antonio

    Le streghe, per diventar tali, devono rinunciare al battesimo e agli altri sacramenti per dedicarsi solo al culto del Demonio. Questa loro proclamazione avviene in due modi: una privata e l’altra solenne. La prima può farsi in qualsiasi luogo, l’altra si fa sotto al noce di Benevento davanti al Demonio, che si manifesta in trono e leggendo alle novizie i suoi statuti. Dopo averle esortate a non adorare più le immagini sacre, la Croce e tutto ciò che appartiene alla legge di Cristo, il Demonio si fa dare giuramento di fedeltà e a donarsi a lui in corpo e anima; le nuove adepte devono inoltre fornire «con qualsiasi arte» altre novizie alla loro setta, meglio è se sono vergini consacrate a Dio. Fatto questo il Demonio in forma umana, le abbraccia e si impegna a prestar loro ogni amore ed ubbidienza, in segno di ciò, porta loro un libro dalla pagine nere da usare come canone di sacri testi e poi si termina la processione. Da lì in poi la strega è obbligata ad assistere ai sacrifici notturni che si terranno alla gran noce beneventana e a ubbidire alle antiche professe. Come ultimo sigillo del patto, il principe diabolico dà alla nuova strega un demonio assistente che la servi e la soddisfi in ogni suo desiderio e che la porti sempre al noce di Benevento.


Questa splendida immagine è tratta dal libro:
SON ALTESSE LA FEMME PAR OCTAVE UZANNE.
Illustrations de Henri Gervex, J.-A. Gonzalès, L. Kratké, Albert Lynch, Adrien Moreau et Félicien Rops. Paris, A. Quantin, imprimeur-éditeur, 1885.
   Vi sono altri luoghi dove avvengono le assemblee e le congregazioni diaboliche, come in luoghi particolari dell’Inghilterra e della Norvegia, ma la più frequentata, a dir di Zunica è sempre la noce di Benevento. Le nuove streghe, le novizie, vengono festeggiate con un enormità di balli, giochi, tripudi, banchetti e lascivie. Quando il demonio assistente intima alla strega di andar alla congrega, essa si unge di un unguento superstizioso, e portatasi fuor dall’uscio, vi trova un caprone ( Martinello ) che monta e che la porta velocemente alla noce.


Illustrazione di Bernard Zuber, pubblicata nel 1926 nell'opera de Maurice Garçon intitolata
La Vie exécrable de Guillemette Babin, sorcière
come quest'altra:




Una giovane strega si fa ungere per andare al sabba.
  Qui arrivata e riunita ad altre donne, tra cui Dame, claustrali, vergini, riveriscono il Diavolo seduto in un soglio sontuoso, ma in modo diverso dal consueto, perché non gli voltano la faccia, ma le spalle; ne si inginocchiano congiungendo le gambe a terra, ma aprendole e alzandole verso il cielo come a volerlo calpestare. Quasi sempre avvengono i sacrifici e dopo di essi, Satana, alzatosi dal trono, ordina i giochi e i sollazzi carnali.



   I demoni custodi delle streghe si trasformano in Incubi e le profanano, mentre le streghe amanti dei fattucchieri si uniscono insieme, e qui chi dà di piglio alla vergine, chi alla maritata, chi alla monaca claustrale, con sonori baccani da esser uditi dai passanti. Dopo aver saziato la libidine, saziano anche la gola con mense abbondanti di cibarie e vini delicatissimi, brindando ai loro amanti. Dopo due ore di questi bagordi, si spengono i lumi e riprendono a unirsi nella lussuria. Terminata la congregazione, sul dorso dei loro Martinelli, le streghe ritornano alle loro case.


"Sabbat de sorcières" dipinto del 1909
   In tali riunioni, o congreghe che dir si voglia, non bisogna mai nominar il nome di Dio, perché tutto l’apparato della festa svanirebbe all’istante, come accade a quel marito – secondo il racconto di Paolo Ghirlando – che scoprì che la moglie era una strega e la costrinse a condurlo a una festa sotto il noce piena di uomini e donne, con un convito a dir poco generoso, ma ahimè le delicate vivande erano insipide. Dopo aver richiesto ripetutamente del sale, gli fu recato, ma gli uscì una lode a Dio dalle labbra. Tutto il convito sparì all’istante e lui rimase al buio, nudo in pieno inverno, sotto alla noce. Dopo giorni di viaggio ritornò alla casa e denunciò la moglie all’Inquisizione.  


«Hai visto il diavolo?» Scena tratta dalla pellicola Il settimo sigillo del 1957
   Spaventoso è per i demoni anche il suono della campana dell’Ave Maria. Una strega di nome Lucrezia tornava da una congrega, quando il suo Martinello svanì all’udire tale suono e si ritrovò in mezzo alle spine vicino a un fiume. Un giovane che passava di lì la riconobbe nonostante fosse scapigliata, la ricoprì col suo mantello e la riportò a casa e per questo ebbe molti doni dalla strega. Purtroppo il giovane non si tenne il fatto per sé, e dopo poco tempo la notizia arrivò all’inquisitore Paolo Ghirlando che imprigionò Lucrezia.


   La potenza delle streghe, dice Zunica, è pari quasi a quella del demonio. Esse succhiano il sangue dei bambini, prendono figure di gattini o di uccelli e volano per aria con le sembianze di asini rendendo farneticanti gli uomini e poi affascinano, ovvero colpiscono con i soli sguardi. Infatti avvenne nella città di Spira che un mercante in viaggio nella Svevia, usci dopo pranzo dal castello dove dimorava per passeggiare nella campagna. Era accompagnato da due servi, i quali alla vista di una vecchia che stavano per incrociare, lo esortarono a farsi il segno della croce perché essa era una malefica. Lui non ci credete, ma la vecchia lo guardò storto e subito sentì una tale dolore al piede che dovette rientrare servendosi di un cavallo. Fu chiamato un vecchio contadino a distruggere il malefizio, il quale lo curò in nome di Dio, prendendo del piombo liquefatto in un vaso di ferro, lo gettò in una scodella d’acqua collocata sopra il piede malato. In quell’acqua il piombo formò le immagini di ossa, di nervi e di pelle. Era la prova del maleficio e promise il vecchio di guarire il mercante in tre giorni; al che il mercante gli chiese come facesse a indovinare col piombo la sua infermità. Il vecchio rispose
   - Voi sapete, che sette sono i metalli sopra i quali dominano i sette pianeti, e poiché Saturno domina sopra il piombo, quindi la sua proprietà è tale, che se sarà liquefatto sopra il maleficiato, dimostrerà col suo influsso il suo maleficio.
   Dopo tre giorni il vecchio restituì la salute al mercante. Zunica paragona lo sguardo malefico delle streghe – di cui i fanciulli sono più facili prede – a quello del Basilisco che col veleno dei suoi occhi pietrifica all’istante, sia gli uccelli in volo, sia gli uomini che uccide con l’aria infetta dai suoi occhi; l’unica maniera per uccidere il Basilisco è con uno specchio in cui l’aria infesta al riverbero del vetro ritorna a lui e l’uccide a sua volta. E qui termina lo scritto sul Noce di Benevento dell’abate Zuniga.


Stigma diaboli, peinture anticléricale de Clovis Trouille.
   Queste erano le credenze che sarebbero state soffocate solo col secolo dei lumi e che tanta carne umana portò al rogo. L’abbate Filippo Bianco nel suo libro LESSICOMANZIA ovvero Dizionario Divinatorio-Magico-Profetico stampato a Napoli nel 1831 rispose così a Zunica «L'autore molte altre cose rapporta intorno alla Noce di Benevento, per le quali tanto risi che non distesi alcuno articolo pel corso intero di una mattinata. (V. pag. 485)». Citato in:  http://www.pontelandolfonews.com/index.php?id=3082


Luis Ricardo Falero (1878)
   Non di meno mi sembra inevitabile pensare che questi racconti fossero usati per eccitare la fantasia così come venivano usate oggi le riviste per adulti e i fumetti come Jacula.
    


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Glenfinlas - Walter Scott


Glenfinlas


   Glenfinlas o il Coronach[1] di lord Ronald è una ballata basata su una storia tenebrosa. Ecco di seguito il riassunto proposto da Water Scott[2].
   immagini tratte da: http://frankzumbach.wordpress.com/2014/09/12/glenfinlas-from-the-book-of-british-ballads1842/
   Due cacciatori delle montagne di Scozia passano la notte in un bathy[3] solitario. I due si dividono con gioia il risultato della loro partita di caccia e si versano a fiumi il liquore chiamato whisky.  Uno dei due esprime il desiderio di avere con loro due belle figliole per completare la serata.
   Ha appena detto queste parole, che due donne vestite di verde, giovani e belle, entrano dentro all’hutte danzando e ballando. Colui che ha parlato viene subito sedotto dalla sirena che s’attacca a lui di preferenza, e la segue. Il suo compagno però non si muove, diffida di queste belle incantatrici, e si mette a cantare degli inni alla Vergine Maria, accompagnandosi con la sua cetra. Infine arriva l’alba, e la sua seduttrice scompare. Non vedendo ritornare il suo amico, il cacciatore lo va a cercare nella foresta, e non ne trova più che le sue ossa. Esso era stato divorato dal demone che lo aveva fatto cadere in trappola. Il luogo che fu scenario di questi eventi si chiama da quei giorni Il vallone delle donne verdi.
    Glenfinlas è una foresta nelle Alte colline [Highlands] di Perthshire: questa faceva una volta parte del dominio della Corona, e appartiene oggi al conte di Moray. Questa contea, con il cantone adiacente di Balquidder, fu già abitato soprattutto dai Mac Grégor. Ad ovest della foresta di Glenfinlas è il lago [Loch] Katrine, e la sua entrata romantica si chiama Troshachs. Il Teith passa a Callender, al castello di Doune, e si getta nella foresta, preso Stirling. Il défilé di Lenny è immediatamente al di sotto di Callender, e conduce alle Highlands. Glenartney è una foresta presso Benvoirlich. L’insieme di questi siti forma una tavola degna dello spettacolo sublime delle Alpi.

«Gli abitanti invisibili dell’aria ubbidiscono
alle loro voci e accorono ai loro segnali. Essi conoscono
gli spiriti che creano le tempeste e, immobili di stupore,
contemplano le segrete operazioni dei fantasmi.»



   O Hone a rié! O Hone a rié[4]! Avanti, piangiamo il Capo! l’orgoglio dei figli di Albyn non è più; l’albero superbo di Glenartney copre la terra del suo tronco caduto; non rivedremo più lord Ronald.
   O tu, nobile figlio del grande Mac Gillianore, tu che non hai mai tremato davanti a un nemico! Quale valore poteva essere comparato al tuo? Chi mai poteva evitare la tua rapida freccia?
   Le vedove sassoni[5] sanno dire come i più arditi guerrieri delle pianure fecero arrestare della loro caduta le rive sonore del Teith, allorché tu calavi su di loro al défilé di Lenny.
   Ma chi dimenticherà quei giorni di festa dove ognuno vide brillare sulla collina lo stendardo di lord Ronald; al chiarore delle fiamme[6], le giovani donne delle montagne e i loro amanti danzano gaiamente.
   Animati dalla lira di Ronald, i vegliardi, essi stessi, dimenticavano i loro cappelli bianchi! Avanti! Oggi noi cantiamo l’inno funebre! Non rivedremo lord Ronald.
   Un Capo di un’isola lontana venne a dividere i piaceri del castello di Ronald, e a cacciare con lui la fiera selvatica che balzava sui fianchi scoscesi di Albyn.
   Era Moy, che lo spirito profetico[7] di Seer si illumina nell’isola di Columba, ove, brillando del fuoco dei menestrelli, egli sparge l’armonia della sua arpa.
   Egli conosce infinite parole magiche che fanno tremare che fanno tremare gli Spiriti erranti, e queste arie possenti non sono fatte per esser udite dai mortali.
   Perché si dice che queste profezie hanno delle comunicazioni misteriose con i morti, e vedono sovente il fatale lenzuolo che dovrà avvolgere un giorno coloro che vivono ancora.
   Ora, avvenne che un giorno i due Capi erano insieme a bersagliare i caprioli nei loro ripari. Essi erano lontani dalla loro dimora, e percorrevano i folti boschi di Glenfinlas.
   Alcun vassallo era con loro per aiutarli nella partita di caccia, per difenderli nel pericolo, o che gli preparassero i loro pasti. Il semplice scialle delle Highlands copriva i due Capi; le loro fedeli spade dette claymores le sole loro guardiane.
   Durante tre giorni le loro frecce scoccavano attraverso le selve del vallone; e quando l’umidità della sera li riconduceva nel loro hutte, essi vi portavano le loro prede.

   La capanna solitaria era eretta nel luogo più remoto della foresta di Glenfinlas, presso dell’ombroso ruscello di Moneira, che mormora attraverso questa solitudine.
   La notte era bella, l’orizzonte calmo da più di tre giorni, e una rugiada benefica diffondeva la frescura sulla brughiera e sulle rocce tappezzate di muschio.
   La luna era mezza velata sotto i fiocchi di una nuvola d’argento lasciando cadere le sue esili e tremanti chiarori sulle onde del lago di Katrine, e sembravano dormire sul fronte di Benledi.


   Chiusi nel loro hutte, i due Capi fanno un pasto di cacciatori e di amici; il piacere anima gli occhi di Ronald e fa molti brindisi a Moy:
   - Che ci manca per completare il nostro buonumore e rispondere alle dolci emozioni che ci fanno palpitare?... I baci di una giovane e facile bellezza, con i suoi seni palpitanti e i suoi sguardi caldi.


    Le due beltà delle nostre montagne, le figlie del fiero Glengyle, hanno lasciato questa mattina il castello del loro padre per cacciare il daino nella foresta.
    Già da lungo tempo ho cercato di intenerire il cuore di Mary: lei ha visto scendere le mie lacrime, lei ha inteso i miei sospiri. Tutti gli artifizi dell’amante sono svaniti sotto la vigilanza di una sorella.
    Ma tu potrai, mio caro Moy, mentre mi intratterrò con Mary, far sapere a questa guardiana severa che deve cessare di vegliare sul cuore degli altri, visto che è già abbastanza per lei di vegliare sul suo.
    Pizzica solo la tua arpa: tu vedrai ben presto l’amabile fiore di Glengyle, dimenticare sua sorella e Ronald, restando in estasi davanti a te, con l’occhio rapito e il sorriso sulle sue labbra.
   Se lei acconsente ad ascoltare un racconto d’amore sotto il riparo di fogliame, dimmi, cacciatore dalla fronte severa, la regola del buon santo Oran[8] non sarebbe violata?  
   - Dallo scontro di Erick, dopo la morte di Morna – risponde Moy – il mio cuore ha cessato di rispondere al trasporto verso i dolci baci, hai seni palpitanti e al sorriso della beltà!
   È da allora che, cantando i miei dolori sulla mia arpa nella triste brughiera dove vidi perire colei che era la mia gloria e il mio amore, io ricevetti il dono fatale della profezia.
   L’ultima prova che il cielo mi inviò della sua collera, fu questo potere di presentire i tragici futuri, sentendo nel mio cuore tutta il loro fato con delle visioni lugubri e con note di dolori.
   Rammenti tu quei battelli che partivano gaiamente questa estate dalla baia di Oban?... Io li vedevo già incagliati e spezzati nelle coste rocciose di Colonsay.
    Fergus anche… il figlio di tua sorella… tu l’avevi visto partire come in trionfo dai fianchi scoscesi di Benmore, marciando alla testa dei suoi contro il signore di Downe.
   Tu non hai visto che le pieghe fluttuanti dei loro tartani mentre discendevano le alture di Benvoirlich; tu non hai sentito che il pibroch[9] guerriero mescolato al suono degli scudi sonori delle Highlands.
   Io sentivo già i gemiti, vedevo scendere le loro lacrime, e Fergus squarciato da una ferita mortale, dopo essersi precipitato sulle lance dei Sassoni alla testa del suo clan nello schianto irresistibile.
   E tu mi inviti al buonumore e al piacere; tu che vorresti farmi partecipe della tua gioia e chiamare il bacio di una donna, il mio cuore, caro Ronald, geme sul tuo destino.
   Io vedo il sudore della morte gelare la tua fronte; io vedo il tuo cadavere… è tutto ciò che consentito al profeta di vedere.


   - Profeta di sventura, libera a te solo i tuoi sogni funebri – risponde lord Ronald – fa dunque chiudere gli occhi alla luce passeggera della gioia perché l’uragano potrebbe cadere domani!
   Vere o false, le tue predizioni non ispireranno mai il timore al capo di Clangillian; i trasporti dell’amore faranno balzare il suo cuore, quantunque sia esso condannato a sentire il colpo delle lance sassoni.
   Io credo di sentire gli stivaletti di Mary fendere la guazza dell’erbetta: lei mi chiama nel bosco.
   Egli non dice nemmeno addio al suo amico: chiama i suoi cani ed esce gaiamente dall’hutte.


    Allo scoccare di una ora i suoi cani ritornano: questi compagni fedeli del cacciatore accorrono facendo risuonare l’aria dei loro tristi guaiti. Essi si accucciano ai piedi del profeta.
   Ma Ronald ancora non si vede! È mezzanotte. Moy è agitato da neri presagi, mentre che, piegato sulla fiamma morente, cerca di ravvivare il fuoco mezzo spento al centro della capanna.
   Improvvisamente i cani drizzano le loro orecchie; improvvisamente il loro abbagliare è cessato: essi si pressano attorno a Moy, ed esprimono il loro terrore col tremore delle membra e con i loro guaiti soffocati.
   La porta si apre dolcemente: le corde dell’arpa vibrano esse stesse e lanciano un suono a qualunque passo leggero che calpesta il suolo.


   Il menestrello vede alla luce del fuoco una donna brillante di beltà, in costume da caccia e il vestito bagnato dalla rugiada disegna i contorni graziosi del suo corpo.
   La sua fronte sembra gelata; lei scopre l’avorio arrotondato del suo seno e si piega verso la fiamma vacillante per tergere le trecce umide dei suoi cappelli.
   Essa arrossisce come una vergine timida, e chiede con dolcezza:
   - Amabile menestrello, non hai tu incontrato nella radura di Glenfinlas una giovane cacciatrice in tenuta verde?
   Vi è con lei un valente Capo delle nostre montagne. Le sue spalle sono cariche della faretra dei cacciatori; una daga scozzese orna la sua cintura; il suo tartano fluttua al trasporto della breccia.
   - E tu chi sei? Chi sono coloro che cerchi? – risponde Moy guardandola con occhi spaventati – Perché vai errando anche tu al chiaro di luna nella foresta di Glenfinlas?
   - Il castello di nostro padre proietta la sua ombra sul lago profondo di Katrine che circonda molte isole dei suoi flutti azzurri. Noi siamo le figlie del fiero Glengyle.
   Partimmo questa mattina per venire a cacciare i caprioli nella foresta di Glenfinlas, l’azzardo ci ha fatto incontrare il figlio del grande Mac Gillianore.
   Aiutami dunque a cercare mia sorella e lord Ronald, smarritesi senza dubbio nel bosco. Io non oso azzardarmi sola nei sentieri dove si trovano, dicono, dei fantasmi crudeli.
   - Sì – dice il menestrello – vi sono dei fantasmi da temere: io devo compiere il mio voto e iniziare qui la preghiera notturna che ho giurato di pronunciare durante il sonno degli altri uomini.
   - Ah! Degnati innanzitutto, in nome della dolce pietà, di guidare una cacciatrice solitaria! Io devo attraversare il bosco e raggiungere prima del giorno il castello di mio padre.
   - Ma certo; ma ripetete con me tre Ave e tre Pater; baciate la santa croce, e allora noi potremo procedere nel nostro cammino in tutta sicurezza.


   - Onta a te cavaliere! Va a coprirti la testa con il cappuccio di un monaco: questo ornamento conviene al tuo voto strano!
   Una volta, nel castello di Dunlathmon, il tuo cuore non era pieno di ghiaccio per l’amore e il buonumore; allora la tua lira armoniosa cantava le bellezze seducenti di Morna, e tu avresti fatto tutto per i suoi sorrisi.
   Gli occhi del menestrello si incendiarono, esprimendo volta a volta la collera e lo spavento. I suoi neri cappelli si arruffarono sulla testa, e il suo viso cambio varie volte di colore.
   - E tu, dimmi, mentre io cantavo a Morna, il mio amore presso il focolare di Dunlathmon, planavi tu sopra lo scuro fumo del focolare oppure sulle ali della tempesta?
   No, no, tu non sei di razza mortale, ne la figlia del vecchio Glengyle; tua madre è al fata dei torrenti, tuo padre il re delle miniere.
   Moy ripete tre volte l’ammonimento di San Oran, e tre volte ancora la potente preghiera di san Fillan[10]. Si gira poi verso l’orizzonte orientale agita la sua chioma nera.
   Subito dopo, piegato sulla sua arpa, ne fa uscire gli accordi più seducenti; l’eco sorpreso ripete questa armonia misteriosa e magica che si sposa al mormorio dei venti.


   Lo Spirito irritato cambia di forma, e la sua taglia diventa gigantesca; poi, si mescola all’uragano che comincia a cadere, e scompare dopo aver gettato un grido lamentoso.
   Le nuvole si aprono e la grandine e l’uragano assediano l’hutte, la spezzano e coprono la terra dei suoi resti; ma il menestrello non aveva un solo dei suoi cappelli sollevato dal vento o bagnato dalla pioggia.
   Dei rumorosi scoppi di risa si mescolano ai ruggiti dell’uragano; il menestrello li sente al di sopra della sua testa; ma già essi si spengono dalla parte del nord.
   La voce del tuono invade la foresta nel momento in cui quei gridi soprannaturali cessano, e una pioggia di sangue viene ad estinguere i tizzoni già consumati.
   Il menestrello vede cadere un braccio la cui mano stringe una spada, e poi una testa separata dal tronco: vi sgorga ancora del sangue tiepido.
   Il cimiero di Benmore aveva sovente ornato questa testa nei combattimenti; quella mano aveva colpito con dei terribili colpi, allorché il sangue dei sassoni tingeva di porpora le onde del Teith.
   Sventura agli oscuri ruscelli di Moneira! Sventura al funesto vallone di Glenfinlas! Mai i figli delle montagne di Albin rivedranno più la sua faretra.       
   Il pellegrino affaticato eviterà sempre quelle ombre all’ora ardente del mezzogiorno: egli temerà sempre d’essere la preda delle crudeli fate di Glenfinlas.
   Per noi, così è! Non troveremo più un asilo dietro lo scudo del capo di Clangillian; egli non guiderà più i nostri guerrieri al combattimento; e noi siamo condannati a cantare il suo inno funebre.
   Avanti! Piangiamo un Capo valoroso; l’orgoglio dei figli di Albin non è più. L’albero superbo di Glenartney copre la terra del suo tronco caduto. Noi non rivedremo più lord Ronald.
Traduzione e adattamento dal francese di Marco Pugacioff


  

 

[1] Si dice Coronach, il canto funebre di un guerriero. Sono i vegliardi del clan che cantano il Coronach.
[2] Vedi Œuvres de Walter Scott, Romans poetiques et poesies divers, tome I, Paris 1930, opere scelte, ecc. ecc.
[3] L’Hutte è un capanno utilizzato per la caccia.
[4] Queste parole galliche sono spiegate dalla frase che segue: Helas [Avanti!], ecc.
[5] Le vedove sassoni. I Sassoni di cui si parla sono gli abitanti delle piane, Lowlanders [ letteralmente le lande basse ], chiamati così dai loro vicini delle montagne ( the Highlanders ).
[6] Gli Highlanders accendono dei fuochi sulle alture il primo giorno del mese di maggio. È un’usanza che viene dai tempi del paganesimo, e che si ritrova anche nel principato del Galles.
[7] Dotato dello spirito profetico. È ciò che si chiama in inglese la seconda vista ( the second sight ). Non si può che ripetere la definizione che gli dona il dottor Johnson, che la chiama «un’impressione dello spirito sull’occhio oppure dell’occhio sullo spirito, per mezzo del quale gli avvenimenti lontani e futuri sono percepiti e visti come se si fosse presenti. » Aggiungerei solamente che le apparizioni dei fantasmi presagiscono ordinatamente delle sventure, che questa facoltà è pena per coloro che ne sono dotati, e che questi l’acquistano generalmente allorché essi stessi sono sotto l’influsso di un temperamento melanconico.
[8] La regola del buon santo Orano. Sant’Oran era l’amico e l’accolito di santa Columba, e fu interrato a Icolmkill. I suoi diritti alla canonizzazione sono un po’ dubbiosi. Secondo la leggenda, egli consentì ad essere interrato vivente per rendere propizi certi demoni indigeni che s’opponevano ai pietosi disegni di santa Columba, e si ostinavano ad impedire di battezzare una cappella.
   Alla fine di tre giorni, Columba fa esumare il corpo del suo amico Sant’Orano, e con grande scandalo degli spettatori, egli dichiarò che non vi erano ne Dio, ne giudizio finale, ne inferno, ne paradiso. Egli avrebbe senza dubbio fatto rivelazioni ancor più singolari; ma Columba non gliene dette il tempo, e lo fece al più presto reinterrare. La cappella e il cimitero conservano ciononostante il nome di Reilig Ouran; e in memoria del rigido celibato che aveva fatto il santo, alcuna donna non poteva a venire a pregare, ne a farsi interrare. È questo il regime di continenza a cui si fa allusione.   
[9] Aria nazionale e guerresca adattata alle cornamuse ( bagpipe ) delle Highlands.
[10] La possente preghiera di San Fillano. San Fillan ha donato il suo nome a numerosi cappelle e santuari in Scozia. Vi era, secondo Camerarius, un abbate di Pitlenween, nella contea di Fife; funzione da cui si dimette per andare a morire nelle solitudini di Glenrchy, l’anno del Signore 649. Mentre che egli era occupatola trascrivere le Scritture, la sua mano sinistra gettò un lampo di luce così vivo, che egli vedeva a sufficienza senza altro chiarore: questo miracolo fa economizzare molte candele al convento, e il santo passa delle notti intere a scrivere. Il 9 di gennaio è dedicato a questo santo, che ha lasciato il suo nome a Kilfillan, nel cantone di Renrew, e a San Fillans [ Saint-Phillans ], a Forgend, nella contea di Fife. Lo storico Lesley, liv. VII, ci narra che Robert le Bruce aveva in possesso il braccio miracolosamente luminoso di san Fillan chiuso in una cassa d’argento e che lo portava alla testa della sua armata. Prima della battaglia di Bannockburn il cappellano del re, uomo di poca fede, s’impadronisce di questa reliquia, e la nasconde in luogo sicuro, per paura che cadesse nelle mani degli Inglesi. Ma d’improvviso, mentre Robert indirizza la sua preghiera alla cassa vuota, la vede aprirsi e poi rinchiudersi subito, e ognuno riconosce che il santo aveva riposto il suo braccio nella cassa come un pegno della vittoria. Quantunque Bruce non avesse affatto bisogno che il braccio di san Fillan venisse in suo soccorso, egli gli dedica in riconoscenza una abbazia a Killin, sul lago Tay.
   Nello Scots Magazine del luglio 1802 ( rivista periodica che viene continuata con grande talento ) si trova la copia di una curiosa carta della corona, datata al 11 luglio 1487, per la quale Giacomo III conferma a Malise Doire, abitante di Srathfilian nel Perthshire, il possesso pacifico di una reliquia di san Fillan chiamata il Quegrich, che aveva ereditato dai suoi antenati dal tempo di Robert le Bruce. Siccome il Quegrich serviva a guarire dei malati, questo documento è probabilmente la patente più antica accordata a un rimedio da ciarlatano ( quack-medicine ). L’ingenioso corrispondente che la fornita aggiunge che si possono leggere dei particolari più dettagliati su san Fillano in il Boece di Bellenden, tom. IV, fol. CCXIII, e nel Viaggio di Pendant in Scozia, 1772, pag. 11 e 15.  

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