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mercoledì 25 aprile 2018

Il sangue indiano di James Garner



Il sangue indiano di James Garner


Maverick arrestato da uno sceriffo-copia di Matt Dillon interpretato da Ben Gage

   James Garner mi è stato sempre simpatico, dallo sguardo aperto e non malvagio come quello che aveva Giuliano Gemma. Era nato nel ’28, lo stesso anno in cui nacque Giorgio Rebuffi; ma la cosa sorprendente è sono scomparsi nello stesso anno: il 2014. Ovvio la coincidenza su questi due artisti  finisce qui.


I due fratelli Maverick

  Ricordo Garner quando faceva Maverick, che vedevo da piccolo sulle tivù private. Oggi che provo a rivedere quei episodi in un affascinante bianco e nero (e non capendoci niente perché in Versione Originale) mi colpisce ancora la sua simpatia.  Ben presto Maverick fu affiancato da un fratello (l’attore Jack Kelly), che mi risultava meno simpatico e in seguito si aggiunse un cugino, interpretato da Roger Moore. Ma mi sa che questi episodi non furono mai doppiati in italiano, come del resto l'ultima serie The New Maverick.



Con il "cugino" Roger Moore


Garner in posa spiritosa da Grand Prix sul circuito di Monza nel 1966.

James garner, in basso a sinistra, e altri commilitoni e con un orfano in Corea. 
Garner ha soprannominato il ragazzo Jocko.


Marlowe viene minacciato da un pericolo assassino, lo spettacolare Bruce Lee 

Rockford e suo babbo "Rocky", l'attore Noah Beery Jr.



Rockford insieme al suo amico, il Sergente Dennis Becker
interpretato dall’italoamericano Joe Santos, (Joseph Minieri Jr. 1931 - 2016)

   La stessa simpatia lo ritrovai immutata in Agenzia Rockford, ma ciò che mi colpiva era una apertura strana per un americano verso le cosidette “minoranze”. In più nella produzione di quei telefilm vi era una strana Cherokee Productions. Una società con cui Garner fece anche alcuni film western come “Il dito più veloce del west”; ma i Cherokee sono una popolazione nativa americana, dei pellerossa, una delle cinque nazioni di cui si parla nella leggenda di Dekanahouideh… che centravano con questa società in cui vi era di mezzo nella fondazione lo stesso attore?



Il dito più veloce del West


Nel film Sledge  

    Da tempo si diceva in giro per la rete che Garner (James Scott Bumgarner) o Rockford come lo chiamo sempre io, avesse sangue indiano nelle vene. Lui stesso nelle memorie narrava: «Ho capito subito Maverick perché un anticonformista, un ribelle e io sono sempre stato un ribelle. Maverick non ama combattere, ma usa i suoi pugni se viene spinto contro il muro. Come me. […] Maverick è un vagabondo e io ero un vagabondo, non è antiindiano, e nemmeno io lo sono, essendo per un quarto Cherokee.» da The Garner Files: A Memoir di James Garner, Jon Winokur, pag. 54 2012.

 
   A dire la verità, sangue pellerossa nelle non lo aveva, ma aveva qualcos’altro che lo rendeva fiero di appartenere a quel popolo: una sorellina minore della trisnonna materna Mary Jane Bayley nata nel 1830 e scomparsa nel 1887, ovvero Martha “Mattie” Bailey venuta al mondo nel 1837. 


   Martha si sposò intorno al 1856 con Thomas Jackson Harris, il quale era un Cherokee purosangue.
   I due coniugi si trasferirono nel '"Eye Tee", un territorio indiano, detto Cherokee Nation West, prima del 1879.

la tomba di Harris
  Harris prestò anche servizio nell'esercito confederato durante la guerra e morì a 54 anni nel 1888. Sua moglie Mattie morì invece verso il 1927, un anno prima della nascita di James Garner, la cui bisnonna era l’unica figlia sopravissuta di Mary Jane


James Garner con la madre Mildred Meek Bumgarner

   Garner andava molto fiero che una sua pro-prozia (si scrive così?) si fosse unita a un rappresentante del Popolo degli uomini, tanto da ritenere di avere parte di sangue cherokee nelle sue vene.


Da Duello a El Diablo, lo scout Jess Remsberg è disposto ad uccidere pur di sapere chi gli ha scalpato la moglie indiana.

Marco Pugacioff
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venerdì 20 aprile 2018

Marty Two Bulls (Marty Due Tori)


Marty Two Bulls (Marty Due Tori)

   Marty Two Bulls Sr. è un Oglala Lakota originario della riserva indiana di Pine Ridge nel Dakota del sud e trascorse l’infanzia a Rapid City, nel Sud Dakota. Fu al suo giornale di scuola superiore (il Pine Needle, letteralmente dovrebbe essere Aghi di pino) che Marty Two Bulls iniziò a disegnare fumetti. Si diplomò alla Central High School di Rapid City nel 1981. in seguito frequentò il college a Denver presso il Colorado Institute of Art, trovò lavoro nella sua città con la televisione locale, affiliata alla NBC, e divenne assistente del direttore artistico.
    Le sue vignette all’inizio  erano solo un hobby, un divertimento, ma dopo aver lavorato per anni nel mondo editoriale tornò al college per finire la laurea in BFA, freelance come fumettista, iniziando una nuova carriera artistica. Dal 2001 iniziò a far illustrazioni per l'Indian Country Media Network, per affrontare il problema di una popolazione ridotta a minoranza nelle sue stesse terre.
 

Adattato alla buona:
-        La tua gente non erano altro che dei zozzoni che vivevano solo di caccia !
-        Come no ! E la tua gente invece erano solo dei ladroni di terre !




«Se tu non sei un indigeno… sei un immigrato»


Senza parole, ma estremamente lampante

    Marty Two Bulls ha ricevuto due premi, uno nel 2012 dalla Society of Professional Journalists, il Sigma Chi Delta Award; e l’altro un Clarion Award dall'Association for Women in Communications nel 2013.
   L’Autore, con la moglie Linda e i loro tre figli adulti vive attualmente a Santa Fe, nel Nuovo Messico.

   Testo e immagini riprese da:
  © Marty Two Bulls
 

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mercoledì 11 aprile 2018

Il Debito Odioso di Galileo Ferraresi


Il Debito Odioso

Non c’è dubbio che la palla al piede dell’economia italiana sia la massa enorme del Debito Pubblico; da anni, decenni, luminari dell’economia ci raccontano come fare, i politici li seguono pedissequamente e… siamo messi sempre peggio. Come mai?
Il debito è composto da due parti: il capitale che si riceve in prestito e gli interessi che nel tempo maturano. Nel nostro caso oltre agli interessi si pagano anche gli interessi sugli interessi.

Questa dinamica non è nuova e se ne discute da millenni.
E così i romani decisero che i debiti non pagati dopo sette anni dovevano essere estinti automaticamente.

Il cristianesimo non si pone dubbi in merito, la preghiera più importante dice “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” ove, col verbo rimettere si intende proprio che i debiti non pagati vanno estinti.
In particolare il primo concilio cristiano, quello ordinato dall’Imperatore Costantino e che si tenne a Nicea nel 325, proibisce il prestito con interesse (secondo alcuni solo tra i chierici, secondo altri in toto).
Anche l’Islam non ha dubbi in proposito e le banche islamiche non prestano soldi ad interesse ma usano altri artifizi. Se si chiede un prestito per comprare un bene, la banca acquista il bene poi lo noleggia per un certo periodo dopo il quale il bene diventa del creditore. Se un’azienda chiede un prestito la banca non concede il capitale ma entra in società. Negli anni, se gli affari sono andati bene, il primitivo proprietario potrà riscattare le quote della banca.
Il mondo giudaico poi è inflessibile[1]: i debiti tra ebrei possono durare sei anni e il settimo anno devono essere estinti, sia negli interessi che nel capitale. Questo comportamento non vale nei rapporti con i gentili, ovvero i non ebrei, che per la gloria di Israele devono pagare il capitale, gli interessi e gli interessi sugli interessi ai prestatori ebrei.
Quindi fin dall’antichità il prestito con interesse è vietato, poi comparve l’usura.
Nei secoli bui erano in uso monete in oro. Quando si riceveva una moneta in oro era consuetudine strofinare la moneta su una pietra nera, detta pietra di paragone, e poi far cadere una goccia di acido sulla linea gialla che era rimasta sulla pietra. Dalla reazione del metallo con l’acido si deduceva la purezza dell’oro. Col tempo le monete perdevano così parte del loro peso perché si usuravano contro le pietre di paragone. Così quando una persona riceveva in prestito una moneta e dopo un certo periodo restituiva un’altra moneta al creditore, questi pretendeva una piccola parte in più di oro perché la moneta nel frattempo si era usurata, e quindi avendo meno oro, valeva anche meno. Da questa usanza deriva il prestito ad usura, che poi non sarebbe altro che un prestito con interesse.
Oggi non si usano più monete d’oro ma di carta o tessere magnetiche ed elettroniche, quindi non ha senso parlare di usura della moneta e ancor meno ha senso pretendere degli interessi.
Poniamoci ora una domanda: cosa accade se una persona contrae dei debiti di gioco e poi muore senza averli pagati?
1.    Il debito si estingue con la morte del creditore
2.    I creditori esigono il pagamento dagli eredi

La stessa domanda se la pose nel 1867 il governo repubblicano del Messico.

Dopo una serie di rivolte, repressioni, restaurazioni ed altre rivolte fu chiamato a governare il Messico il principe Massimiliano I d’Austria, fratello minore dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Massimiliano aveva avuto una breve esperienza di governo del Lombardo Veneto dove pensava di adottare delle politiche più liberali ma il fratello Imperatore gli aveva proibito di attuarle. Nel 1859 l’Austria perse quei territori e Massimiliano si rifugiò con la moglie a vivere nel castello di Miramare presso Trieste. Qui vari esponenti politici ed economici della Spagna e del Messico che al momento era presidiato da truppe francesi gli offrirono di governare il Messico.
L’avventura messicana di Massimiliano I non fu certo lunga e felice e terminò 5 anni dopo con la fucilazione del principe e di un paio di generali a lui fedeli.
Il nuovo governo repubblicano del Messico si trovò a dover fronteggiare una situazione economica disastrosa, appesantita oltremisura dal governo di Massimiliano I che per restare al potere aveva speso a piene mani per foraggiare i militari francesi che lo proteggevano e si accanivano contro la popolazione. All’epoca negli Stati Uniti d’America era di gran moda la politica di Monroe che si basava sullo slogan l’America agli americani, ove per americani non si intendeva i nativi pellerossa, aztechi, incas ecc.. ma i bianchi anglosassoni, protestanti e ricchi, che abitavano prevalentemente la costa est, il New England. Un vicino di confine che ammazzava l’odioso austriaco e cacciava l’esercito francese erano quindi visti di buon occhio, erano “quasi americani” che cacciavano i prepotenti europei, e così gli Usa appoggiarono le idee “americane” dei messicani. Queste idee erano molto semplici: siccome il debito era stato contratto da un governo che non aveva speso quei soldi per il bene del popolo ma anzi, li aveva usati per opprimerlo, quel debito aveva la caratteristica di non essere positivo per il popolo ma odioso, e quindi non andava pagato. E i messicani non pagarono il debito contratto con le banche straniere e messicane che avevano prestato soldi a Massimiliano I.

Il XIX secolo stava finendo e fu la volta di Cuba. Anche in questo caso il nuovo governo che aveva “liberato” Cuba dalla Spagna si rifiutò di pagare i debiti contratti precedentemente perché non li riconobbe utili al popolo e, anche in questo caso con l’appoggio degli Usa, Cuba non pagò il debito odioso.

Finita la II guerra mondiale l’Etiopia si trovò a dover affrontare il debito che l’Impero italiano le aveva lasciato in eredità; in pratica le banche chiedevano che gli etiopi pagassero le spese sostenute dall’Italia per conquistare l’Etiopia. Anche in questo caso nessuno pagò il debito odioso precedente, sia negli interessi che nel capitale.

Quando dopo aver raccontato al mondo la frottola delle armi di distruzioni di massa presenti in Iraq gli Usa occuparono militarmente quello stato si trovarono a loro volta a dover fronteggiare il problema dei debiti contratti dal regime di Saddam e, appellandosi al principio del debito odioso, gli Usa non pagarono.

Passarono una manciata d’anni e il nuovo governo dell’Equador si trovò con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che pretendevano il rientro dei debiti e una politica economica scelta da loro. Gli equadoregni non si scomposero e si appellarono ai tribunali americani presso i quali la BM e il FMI avevano aperto una causa nei loro confronti: l’Equador non avrebbe pagato nessun debito odioso alla BM e al FMI perché neppure Bush aveva pagato il debito odioso di Saddam. La questione fu chiusa seduta stante.

Ora a me sorge spontanea una domanda:
dopo decenni di sacrifici, di decreti salva Italia che non hanno prodotto nessun beneficio alla popolazione, dopo che migliaia di imprenditori si sono suicidati per dimostrare che con queste politiche economiche di strozzinaggio non solo non si spianava il debito pubblico ma si distruggeva l’economia del paese, davanti alla rovina del benessere della popolazione, possiamo ancora pensare che il debito pubblico sia accettabile o possiamo definirlo un DEBITO ODIOSO?
Nel primo caso non ci resta che accettare qualsiasi governo presente e futuro che con nuovi decreti ci spremerà lacrime e sangue.
Nel secondo caso, riconoscendo che questo debito è odioso, si da un calcio al debito pubblico, capitale e interessi, e a tutta la feccia che ce lo ha imposto estorcendoci la voglia di vivere.

Mi auguro che l’Italia, paese famoso per il gioco del calcio, opti per la seconda scelta.

© settembre 2017 Galileo Ferraresi


[1] Libro dei Salmi, 14, 5 Non ha dato il suo denaro ad interesse..

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Piccolo campionario dell’insolito 8 - Leggende e curiosità etrusche


Piccolo campionario dell’insolito 8

Leggende e curiosità etrusche



Da Bolsena
   Lì dove oggi vi è il lago di Bolsena, quando vennero ad abitare nella regione i primi uomini, molto, molto tempo fa, vi era un tempo un enorme vulcano che eruttava fiamme e lava ed emetteva fumo come il Vesuvio.
   Da esso scaturì, secondo la tradizione una creatura per metà uomo e per metà bestia che vomitava nelle varie campagne materiale incandescente seminando morte e distruzione. Il suo nome era Volta. In seguito riuscì ad calmarsi, divenendo amico degli uomini, dando fertilità alla terra ,creò il lago e trasformò il paesaggio in un piccolo paradiso fatto di foreste piene di animali.
   Da allora fu chiamato Voltumnia il «Mutevole». Un suo tempio fu eretto nella città di Velzu dove ogni anno si riunivano i dignitari della Confederazione, i sacerdoti, i lucumoni e i pellegrini; qui si discutevano interessi comuni di pace o di guerra, si tenevano i giochi sacri e le più alte manifestazioni religiose. Voltumnia aveva al suo fianco la dea che proteggeva i campi, il destino e la salute degli umani. Nel suo tempio si teneva il computo degli anni conficcando un chiodo di bronzo, da quel che si sà, in un antichissimo tronco d'albero.


   A Velzu – di cui Bolsena (la romana Volsinii) è oggi la sua discendente – si dice sia nata la macina per cereali; addirittura Plinio narrò che «alcune macine si erano messe in movimento misteriosamente», senza l'azione di alcuna forza naturale. Che l’arcano fosse proprio delle leggende etrusche c’è lo dice anche l’episodio di re Porsenna in cui dovete affrontare un mostro spaventoso, anche lui chiamato Volta, e che per sconfiggerlo invocò un fulmine dal cielo.
   La fine di Velzu, viene rievocata da Plinio (Nat. His. 11, 53), avvolgendola di un evento arcano, infatti fu un fulmine a distruggerla, l'incendiandola completamente.
   Gli etruschi custodivano comunque gelosamente il loro sapere su come invocare i fulmini dal cielo, lì dove dimoravano gli Dei. Quando più precisamente nell’anno 408 dell’Era Volgare, Zosimo (Storia nuova, 5,41) narra
che i barbari insidiavano Roma e il prefetto Pompeiano pregò papa Innocenzo I che concedesse a un gruppo di sacerdoti etruschi di svolgere dei riti per invocare lampi e fulmini contro gli invasori. Innocenzo malignamente
acconsentì purché, «anteponendo alla propria fede la salvezza di Roma», la cerimonia etrusca fosse avvenuta di nascosto. Questo, i fieri sacerdoti non lo accettarono e se andarono con gravi conseguenze per la città eterna.
 Fonti:
 - Itinerari Etruschi, Nicosia, 1985, Pagg. 291 – 294
 - Guida Insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi, F. Chiesa, G. M. Chiesa, pag. 305

Sulla leggendaria Sextum
   In una zona compresa fra il fiume Arno e il Serchio, alle pendici nord-ovest del Monte Pisano, vi è un terreno, che ancora negli anni ’80 era in parte paludoso, conosciuto come «Bacino di Bienlina» (o anche il suo «lago»). Questo lago inizia tra Vicopisano e Calcinaia e si conclude nelle campagne prossime alla città di Lucca.
   Tra la gente del posto corre una suggestiva leggenda secondo cui il «lago» avrebbe avuto origine da uno spaventoso terremoto. L'improvviso cataclisma inghiottiva una città arcana e corrotta chiamata Sextum, i cui ruderi, secondo tenaci affermazioni, sono individuabili sotto le acque a una certa profondità.
   Un cedimento del terreno in tempi remotissimi sembra confermato in una Statistica della Provincia di Pisa, del 1863. In quell’anno ci fu un ritrovamento di alberi «posti verticalmente» (querce assai fitte, a bosco) alla profondità di oltre 10 metri.
   La città sarebbe scomparsa a causa di un spaventoso diluvio e i pescatori potevano vedere i resti sul fondo del lago, tanto che usavano perfino le strade
della città e le sue piazze come punti di riferimento per le loro battute di pesca.
   Viene da domandarsi se questa leggenda sia da collegarsi a quella tradizione, già antica nell’antica Roma, in cui si narrava che l’unica popolazione a salvarsi in Italia dal diluvio universale siano stati gli Umbri.      Oggi l’archeologia identifica quei resti come appartenenti ad innumerevoli case coloniche romane, tanto che l´area era chiamata "la pianura delle 100 fattorie". Un imponente strada di collegamento ricordata dal geografo greco Skylax, passava da questa città e metteva – nel IV secolo a. E. V. – in comunicazione Spina e Pisa con un viaggio di tre giorni.
   Se davvero sextum fu una colonia romana, non fu certo l’unica a scomparire.
   In Corsica, nonostante il suo aspetto sassoso e a detta di Strabone impraticabile, vi erano ampie zone coperte di boschi inesplorati dove nel III secolo prima dell’Era Volgare vi si perse un gruppo di coloni romani.
 Fonti:
 - Itinerari Etruschi, Nicosia, 1985, pag. 63
 - http://www.antikitera.net/news.asp?ID=2303
 - Platone in Italia, Vincenzo Cuoco 1824, pag. 354
 - Guida Insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi, F. Chiesa, G. M. Chiesa, pag. 104

Sull’epatomanzia
Stralci da un articolo di Umberto Di Grazia
   Le similitudini degli Etruschi con i Caldei sono molto rilevanti. «L'arte della epatomanzia (predire il futuro attraverso l'analisi del fegato di animali) etrusca sembra una copia, a volte più raffinata, di quella Caldea. C'è un'affinità incredibile fra mantica Etrusca e Babilonese. […]


   Nel 330 a.C., i detentori della conoscenza erano da tempo asserviti per produrre premonizioni a seconda del cliente di turno. Così la variopinta Babilonia, appare agli occhi di Alessandro il Macedone; ricca di opere d'arte e
di monumenti abbandonati: composta da una eterogenea popolazione. Retta da una casta sacerdotale, affermata da secoli nelle osservazioni astronomiche, e perfettamente inserita negli intrallazzi politici. Fece molto scalpore, durante la cerimonia per festeggiare il potente Alessandro, un aruspice etrusco «indipendente». Infatti costui sbalordì tutti nell'arte della epatomanzia e ancor di più per la sua profezia che avvertì della imminente fine del prode condottiero. Potete immaginare le reazioni che si ebbero verso questo straniero non allineato. Ma il tempo e i fatti successivi dimostrarono la validità dell'aruspice etrusco.»
   - Giornale dei Misteri n. 89 del 1978


Su Viterbo



   Si narra che un giorno Ercole volesse visitare il tempio di Voltumma situato ai piedi del monte Cimino e chissà perché, forse s’era infuriato per qualcosa di storto che aveva visto oppure voleva dar mostra della sua forza mostruosa – và a sapere – creò il «Lago Cimino»; tal’altro senza che chi tramandò questa narrazione spiegasse cosa usò, se il suo pugno o la sua clava. La leggenda era ben viva tra pastori e contadini quando arrivò al’inizio del ‘500, ad affrescare le sale del Palazzo Farnese di Caprarola, Federigo Zuccari, artista del tardo manierismo italiano.
   Sempre fra il popolo delle campagne girava la storia del funesto episodio di quel pastore che fu inghiottito in un acquitrino della Grande Macchia e fu trasformato in una statua; egli è lì fermo, da decine di secoli, a custodire un gregge di pecore d'oro ripiene di gemme e pietre preziose.
   Altra voce è quella della «chioccia dai pulcini d'oro», che ricorre in tutti i paesi delle campagne toscane e meridionali ed arrivò perfino nell’antica città marchigiana di Camerino fondata anticamente dalla tribù dei Camerti Umbri;
qui la chioccia è sepolta negli inaccessibili sotterranei della famigerata Rocca dei Borgia insieme a bauli colmi di gioie favolose.
   A Viterbo si dice che la chioccia abiti nelle «Grotte di Riello» e dopo aver razzolato sotto le labirintiche gallerie sotterranee che percorrono tutta la zona, esce quando inizia a scender la notte; se qualche passante se la trovasse di fronte, nel vedere lei e suoi pulcini d’oro massiccio che beccuzzano per terra, ne sarebbe troppo stupito da non poterli fermare mentre rientrano nel loro antro.
   Dietro la leggenda della «chioccia dai pulcini d'oro» c’è chi vi ha visto un arcano riferimento al Gran Sacerdote etrusco e ai dodici Lucomoni del suo seguito. Ricordate infatti dove voleva andare Ercole? Ma al veneratissimo santuario di Volturnma, il Fanum Voltumnae, centro religioso e spirituale dei Rasenna, la cui precisa ubicazione resta ancora un mistero.

La processione del Cataletto, così come immaginata dal talento visionario
di Franco Bignotti. Da Martin Mistere n. 4 del 1982

   Ma la zona è comunque poco praticata; infatti in quei luoghi, più esattamente sulla strada del Signorino alla «Caverna del Cataletto», in particolar modo proprio quando la chioccia esce, cioè all'imbrunire è meglio starne lontani. Si dice infatti che in particolari notti estive e senza luna, davanti al’ingresso della caverna si può arrischiare di trovarsi di fronte ad un spaventoso corteggio diabolico; quattro dèmoni portano a spalle un «cataletto» tutto d'oro mentre altri confratelli, pelosi e cornuti, cantano e danzano intorno suonando pifferi, zampegne e timballi. Non molti decenni fa un poveretto che faceva la guardia al suo grano ebbe la sventura di trovarsi davanti al terrificante spettacolo: vide appunto « un prestigioso corteggio di diavoli dal pelame fulvo che trasportavano il prezioso «catafalco» scintillante, impregnato di una propria luminosità, sul quale vi era assiso un uomo vivo, rivestito di festosi paludamenti.
   Viterbo dai tempi della contessa Matilde è sempre stato parte del cosiddetto «Patrimonio di S. Pietro», nonché residenza di papi – tanto che uno di loro nel 1277 fu schiacciato dal crollo del tetto del palazzo dei Papi – e sede di conclavi nel medioevo. Perciò doveva esser sotto mira dei diavoli. E alla mezzanotte di lunedì 29 Maggio 1320, dopo la Pentecoste si manifestarono in maniera sensazionale. Come schiere di uccelli impazziti, un gran numero di «formazioni» di demoni svolazzavano quella notte sul cielo oscuro sopra la cerchia delle mura, minacciando l’atterrita città di distruzione. I popolani impazziti dal terrore si radunarono nella Chiesa della Santissima Trinità e iniziarono ad alzar cori di preghiere alla Vergine. I diavoli infastiditi di tutte queste invocazioni ritornarono da dove erano sbucati fuori, nel vicino lago Bulicame.
-        Itinerari Etruschi, Nicosia, 1985, Pagg. 267 – 268

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lunedì 9 aprile 2018

Tarzan centurione immortale - Russ Manning


Tarzan centurione immortale


Copertina italiana, opera di Wilson Wiera

















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venerdì 30 marzo 2018

DEKANAHOUIDEH - Messaggero celeste del popolo rosso


DEKANAHOUIDEH (o DEKANAHWIDEH)
Messaggero celeste del popolo rosso

 

   Un giorno di molti secoli fa – qualcuno sostiene nel 16° secolo, secondo altri nel 12° o 13° secolo – una ragazza del popolo degli Uroni [gli Hurons]  ancora vergine (ma guarda un po’) fu avvertita in un sogno da un messaggero del Creatore che avrebbe avuto un figlio destinato a far cessare le lotte tra le varie popolazioni pellerossa del nord americano.
    Una volta nato, il piccolo ebbe il nome di Dekanahouideh e il cui significato dovrebbe essere «due fiumi che si uniscono».  
   Quando raggiunse l'età adulta, Dekanahouideh spiegò a sua madre la missione che il Grande Spirito lo aveva mandato a compiere; egli doveva portare agli uomini «la buona notizia di pace e potere» e ancora come avrebbero poto realizzare il loro desiderio di pace e giustizia attraverso una unione e sotto l'autorità civile sorretta dalla potenza militare.
   Dekanahouideh  ormai uomo, condusse sua madre verso una collina che sorgeva presso l’acqua e dove era un albero.  Gli raccomandò di tornarci una volta all’anno ad ogni anniversario di quel giorno, per dare un colpo di scure alla creatura vegetale; questo per fargli sapere che, se dal taglio fosse uscito del sangue lei avrebbe saputo che aveva fallito, se invece fosse uscita linfa che era vivo e che avrebbe avuto successo. Infatti era venuto il tempo di dire addio a sua madre.
    Ancor oggi gli Irochesi continuano a venerare questa collina. I capi della Riserva delle Sei Nazioni, situata vicino a Brantford, nell'Ontario, ogni anno vi fanno pellegrinaggio per bruciare del tabacco  sacro e offrire preghiere al Grande Spirito.




    Dekanahouideh trasformò una pietra bianca in una canoa e con essa attraversò il lago Ontario, fino a raggiungere il paese degli Onontagués, o Onondaga. Era alla ricerca di noto assassino e cannibale per convertirlo e dar così prova della sua potenza. Trovò la casa di quest’uomo, ma essendo vuota si arrampicò sul tetto coperto di corteccia e si sporse dal buco da cui usciva il fumo. Al di sotto vi era un pentolone pieno d’acqua, vicino al fuoco e si mise ad aspettare.  Il feroce guerriero non ci mise molto a tornare nella sua capanna e dopo essere entrato buttò un’occhiata al pentolone e con suo immenso stupore vide il viso di Dekanahouideh riflesso sull’acqua. Sapendo di esser solo nella sua casa credete che vi fosse riflesso il suo stesso viso e rimase a fissarlo; dentro di sé fu colpito dalla nobiltà di quel volto e rifletté sulla vita spietata che conduceva. Con ira buttò via l’enorme pentola piena d’acqua e si accasciò accanto al fuoco, maledicendosi di non avere quell’anima nobile che quel viso gli aveva mostrato. In quel momento Dekanahouideh entrò dalla porta e gli parlò della sua missione di pace (ma anche di potere) e il feroce guerriero ormai trasformato si offrì di diventare suo discepolo. Insieme, i due concepirono un piano di una campagna destinata ad avvinare tra loro le varie nazioni indiane del territorio e formare una confederazione pacifica, cosicché – come ebbe a dire un Irochese del diciassettesimo secolo – «la terra sia bella, che il fiume non abbia più delle onde perché chiunque possa andare ovunque senza timore».
   Ma avevano un grande ostacolo davanti, rappresentato da Atotarho, il gran capo degli Onontagués, il cui corpo era ornato da ben sette ganci o uncini e i suoi capelli erano pieni di serpenti vivi. Allora Dekanahouideh disse al suo discepolo «tu d’ora in poi porterai il nome di Hiaouatha (Hiawatha, in gergo inglese) cioè Colui che pettina, perché pettinerai i capelli di Atotarho per sbarazzarlo dei serpenti».
    Hiaouatha fece dapprima da portavoce a Dekanahouideh [secondo l’interpretazione di William Dewaserage Loft d’Ohsweken] il nome significa «Doppia fila di denti» e questo spiegherebbe perché il maestro e l’allievo si separarono. 


Anche nel meraviglioso mondo dei fumetti avvengono dei miracoli. Lo sceneggiatore Marcell Navarro forse proprio suggestionato dalla leggenda di  Dekanahouideh, fa compiere un volo prodigioso al Grande Blek sulle tuonanti acque delle cascate Niagara con la complicità del disegnatore Jean-Yves Mitton.

   Poi Dekanahouideh si recò presso la nazione dei Caniengas o dei Silex, parola che indica la selce (gli Agniers o Mohawk). Il suo messaggio di pace e di potere attirò molti aderenti, ma gli scettici pretesero un segno. Per soddisfarli, Dekanahouideh scalò un alto albero sul bordo di una scogliera che domina il fiume detto la rivière des Hollandais. Disse loro di abbattere l'albero in modo che potesse trascinarlo nelle rapide. Se fosse sopravvissuto, avrebbero saputo che stava dicendo la verità; gli Agniers o Mohawk allora abbatterono l’alto fusto che piombò nel fiume e scomparve fra le rapide. Ma più il tempo passava e più il messaggero del Grande Spirito non si faceva vedere… Afflitti gli Agniers tornarono al loro villaggio. Eppure  il mattino seguente fu visto un filo di fumo sulla riva vicino al punto dove Dekanahouideh era affogato.  E il Messaggero Celeste fu visto seduto tranquillamente accanto al suo fuoco mentre pranzava. Gli Agniers o Mohawk, dopo questo prodigio si riunirono  tra loro e accentarono il suo messaggio e da quei giorni furono annoverati tra i fondatori della confederazione irochese.
   Arrivato Hiaouatha, gli Agniers adottarono i due uomini. Cantando un inno di pace «Alla grande pace portiamo i nostri omaggi […]» maestro e allievo con altri discepoli si diressero a ovest, nel paese degli Onneiouts, buoni amici degli Agniers. Questi non solo accettarono il nuovo messaggio, ma partirono al loro fianco. Nel loro cammino evitarono gli Onontagués, tenuti sotto lo spietato dominio di Atotarho, e si recarono dagli Goyogouins, che si unirono a loro e tutti insieme entrarono nella terra dei Tsonnontouans o Seneca.
   Qui trovarono un primo dissenso da parte di un gruppo di Tsonnontouans che non volevano accettare la « Buona novella», e Dekanahouideh si vide forzato a compiere un altro miracolo dopo quello della canoa di pietra. Narra la leggenda che al suo comando «il sole scomparve e regnò l'oscurità completa». A questo prodigio tutti gli Tsonnontouans chinarono il capo e divennero suoi discepoli. 


Colombo e l'eclissi di luna
    Questo miracolo aiuterebbe a inquadrare gli anni in cui si svolsero i fatti.  Secondo i calcoli astronomici di un certo Theodor von Oppolzer, ed esposti nel suo libro Canon der Finsternisse stampato a Vienna nel 1887, fu visibile un'eclissi totale di sole nella terra degli Tsonnontouans, nel 1451. Una data particolare, situata molto vicino a quella in cui Colombo, nel corso del suo viaggio del 1504 sfruttò anch’egli – senza essere un messia – un’eclissi per spaventare gli indigeni e ottenere da loro oro e obbedienza.
   Oramai risoluti e galvanizzati, i guerrieri delle quattro nazioni [Quatre-Nations] marciarono compatti contro Atotarho che viveva nell’«antro dei giunchi» nei pressi del lago Onondaga e che i discendenti delle popolazioni locali situano sull'attuale terreno dell'Università di Syracuse.
    Data la minaccia che Atotarho aveva davanti, accettò l’offerta di pace e si unì alla nuova alleanza e Hiaouatha, servendosi di un pettine, riordinò tutti i suoi capelli, sbarazzandoli così dei numerosi serpenti che vi alloggiavano.


   Dopo di questa vittoria, Dekanahouideh «piantò l'Albero della Pace», un grande pino bianco con radici anch’esse bianche e «sane», le quali si estendevano ai quattro angoli della terra per guidare gli uomini che, in qualunque luogo fossero, desideravano tornare indietro alla fonte della pace. E sopra l'albero vi fece stazionare «l'aquila che vede lontano», un simbolo di preparazione militare, per avvisare il suo popolo di un pericolo imminente. Al di sotto dell'albero, aprì una grotta in cui vi gettò le armi da guerra. Infine posò delle corna sulle teste dei 50 capi che rappresentavano le Cinque Nazioni (i cui nomi dovevano diventare i nomi dei capi che a loro avrebbero seguito) e consegnò loro il testo della «grande legge», vale a dire la costituzione delle cinque nazioni.
   Per ultima cosa invitò altre nazioni a sedersi con lui sotto l'Albero della Pace. Raccomandò ai capi di far prova di pazienza: «Dovete avere una pelle di sette pollici di spessore al fine di sopportare le punture dei vostri nemici». Li supplicò di rimanere saldi se fossero venuti i giorni infausti. Se un forte vento (la guerra) avesse sradicato l'Albero della Pace, avrebbero dovuto cercare un grande olmo di palude per ricostruire la confederazione sotto la sua ombra. Se mai avessero giudicato che la lega fosse in pericolo estremo, essi avrebbero dovuto come disse loro «gridare il mio nome nella boscaglia e tornerò».
   Una volta compiuta la sua opera o forse dovremo dire missione, Dekanahouideh si separò dalla sua gente.



   Attualmente la confederazione porta il nome ufficiale di Kayanerenh-kowa (la Grande Pace), ma è anche nota come Kanonsionni (la capanna lunga), un termine che riflette sia la sua estensione geografica che la sua forma costituzionale. La lunga cabina in stile irochese, costruita con tronchi e corteccia, con una lunghezza di almeno 80-100 piedi. Qui diverse famiglie dello stesso lignaggio la occupavano, ciascuna nel suo appartamento con le mura di corteccia, con il suo caminetto e tutte sotto la direzione della matrona più anziana.  Le donne infatti erano molto venerate nella vita irochese e la loro condizione non era inferiore a quella degli uomini. Non solo la successione era fatta dalle donne, ma erano le matrone delle famiglie che detenevano i titoli dei capi e avevano il potere di nominare i capi civili e, se questi fallivano nel loro dovere, potevano revocarli, ovviamente, sempre consultandosi con i capi titolari e con i "guerrieri e le donne", cioè il popolo in generale.
 

Un uomo, una donna e un neonato irochese, in un’immagine tratta da pinterest che ricorda molto da vicino i disegni della esseGesse, creatori del Grande Blek e del comandante Mark, ambedue ambientati nella regione del grandi laghi come l’Ontario.


   La leggenda di Dekanahouideh, venne tramandata oralmente, e vi sarebbero dei manoscritti il più antico dei quali, è quello ad opera di Seth Newhouse, redatto nella riserva delle Sei Nazioni (con traduzione inglese) risalente al 1885.

Fonti:

Marco Pugacioff
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