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sabato 26 novembre 2016

Germano Ferri



Germano Ferri

   Nato nelle Marche, si diploma ai primi anni ’60 all’Accademia di Belle Arti di Roma. Pur aspirando a voler realizzare manifesti cinematografici, un giorno del 1962 si presenta dai Fratelli Spada proponendosi come copertinista delle loro collane di gialli. 

 
   Ma gli viene invece richiesto di realizzare avventure a fumetti dell’Uomo Mascherato e lui disegna così l’episodio “l’Asso di picche” che supera il giudizio dei redattori. Una volta accettato come disegnatore ne realizzerà almeno una quarantina fino al 1973, insieme ad un episodio di Mandrake & Lotar. 


   Ha sempre lavorato solo per i Fratelli Spada – realizzando tral’altro molte copertine anche di altri personaggi – e una volta esaurita la richiesta di avventure a fumetti dell’Ombra da realizzare in Italia si è dedicato all’insegnamento e solo sporadicamente è tornato al fumetto.  



Elenco storie

 

1 – L’asso di Picche
2 – Pista verso la notte
3 – La principessa di granito
4 – Il pirata nero
 5 – La valle dei giganti
6 – Le anime di pietra
7 – Un’ereditiera nella giungla
8 – La voce misteriosa
9 – I fiori dell’oblio
10 Mistero a Morristown
11 – Nel cuore della giungla
12 – Dramma all’alba
13 – I razziatori d’avorio
14 – La regina delle ombre
15 – sfida all’Ombra
16 – Il breve regno di Big Red
17 – Il segno dell’Ombra


18 – Nella giungla, l’inferno!
19 – Kunz, il contrabbandiere
20 – L’anno della grande pioggia
21 – Le scintille di pietra
22 – Nancy e le olimpiadi
23 – Punta corallo
24 – Un uomo rovinato
25 – Il Dio della montagna
26 – Ribellione nella giungla
27 – La donna addormentata (suoi anche i testi)


28 – La diga
29 – L’anno in cui l’Ombra morì
30 – La banda dello Zodiaco
31 – Sole nero
32 – Strane visite
33 – Ballo di carnevale
34 – Il giudizio di Salomone (su testi di Lee Falk)
35 – Nel pericolo
36 – Due Ombre
37 – In trappola
38 – Il padrone del mostro
39 – L’uovo di luce


Marco Pugacioff

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martedì 15 novembre 2016

I Paperoni italiani


I Paperoni italiani

Mentre l’Istat ci dice che in ottobre siamo tornati in recessione e sempre più persone faticano ad arrivare alla fine del mese, è di sollievo scoprire che la ricchezza in Italia è in crescita, quella dei super ricchi.
Secondo la rivista internazionale di finanza Forbes  tra i 1.645 miliardari del mondo quest’anno 36 sono italiani, dei quali ben dieci sono nuovi.

Sul podio degli italiani troviamo per la sesta volta consecutiva il re della Nutella, Michele Ferrero, al 22° posto al mondo con 26,5 miliardi di dollari -dal 23° con 20,4 miliardi dello scorso anno-; secondo tra gli italiani è Leonardo Del Vecchio al 38° mondiale con 19,2 miliardi (dal 49° con 15,3 miliardi di dollari dello scorso anno) e al terzo posto troviamo Miuccia Prada al 102° posto al mondo con 11,1 miliardi (dal 78° con 12,4 miliardi dello scorso anno; se si calcolasse il nucleo famigliare, insieme al Patrizio Bertelli, 234° con 6 miliardi, Prada scalerebbe molte posizioni). 

Cartolina degli anni '50 - probabile opera di Mik Seccia - dove Paperon
De Paperoni fa la doccia con i suoi quattrini


Tra i miliardari italiani undici sono della moda: Armani, Rosso, Diego e Andrea Della Valle, i quattro fratelli Benetton, Dolce e Gabbana, Veronesi.
Per la finanza solo Silvio Berlusconi e famiglia ed Ennio Doris.

Questi gli italiani in classifica con l'indicazione della posizione nella lista generale, il patrimonio, l'azienda di cui sono titolari o principali azionisti.
1.    Michele Ferrero – 26,5 miliardi di dollari (in crescita da 20,4 miliardi) – Ferrero - (dal 23° posto)
2.    Leonardo Del Vecchio -19,2 miliardi di dollari (in aumento da 15,3 miliardi) – Luxottica – (in grande rimonta dal 49° posto)
3.    Miuccia Prada 11,1 miliardi di dollari (in calo da 12,4 milairdi)– Prada – (in discesa dal 78° posto)
4.    Stefano Pessina -Alliance Boots- 10,4 miliardi (da 6,4 miliardi)
5.    Giorgio Armani - Armani- 9,9 miliardi (da 8,5 miliardi di dollari
6.    Silvio Berlusconi -Fininvest- 9 miliardi (da 6,2 miliardi)
7.    Augusto & Giorgio Perfetti - Perfetti- 7,2 miliardi (da 5)
8.    Paolo & Gianfelice Mario Rocca -Techint- 6,3 miliardi (da 6,1)
9.    Patrizio Bertelli – 6 miliardi (da 6,7 miliardi di dollari )- Prada-
10.Paolo & Gianfelice Mario Rocca - 6,1 miliardi di dollari - Techint –
11.Rosa Anna Magno Garavoglia –Campari- 3,5 miliardi –New entry
12.Renzo Rosso -3,3 miliardi (da 3 miliardi di dollari)-Diesel Jeans-
13.Carlo Benetton – 2,9 miliardi di dollari (da 2) – Edizione Holding (Benetton e non solo)-
14.Gilberto Benetton - 2,9 miliardi di dollari (da 2) – Edizione Holding (Benetton e non solo)-
15.Giuliana Benetton - 2,9 miliardi di dollari (da 2) – Edizione Holding (Benetton e non solo)-
16.Luciano Benetton - 2,9 miliardi di dollari (da 2) – Edizione Holding (Benetton e non solo)-
17.Ennio Doris – 2,5 miliardi (da 1,7 miliardi di dollari) – Mediolanum  
18.Bernardo Caprotti 2,3 miliardi -Esselunga-new entry, morto da poco.
19.Mario Moretti Polegato – 2,3 miliardi (da 1,8 miliardi di dollari) – Geox-
20.Giuseppe De’ Longhi 2,2 miliardi - De’ Longhi New Entry
21.Sandro Veronesi - 2,1 miliardi - Calzedonia (da 1,8) –
22.Diego Della Valle –(1,85 miliardi) 1,55 miliardi di dollari – Tod’s –
23.Pier Luigi Loro Piana - 1,7 miliardi -Loro Piana- new entry
24.Domenico Dolce – 1,65 miliardi (da 2 miliardi di dollari ) - Dolce&Gabbana
25.Stefano Gabbana - 1,65 miliardi (da 2 miliardi di dollari ) - Dolce&Gabbana
26.Andrea Della Valle -1,6 miliardi (da 1,35 miliardi di dollari)– Tod’s
27.Simonpietro Salini - 1,6 miliardi di dollari -Salini- new entry
28.Francesco Gaetano Caltagirone -1,5 miliardi- Caltagirone-
29.Massimo Moratti -1,5 miliardi- Saras- New Entry
30.Paolo Bulgari - 1,4 di miliardi dollari (stabile) – Bulgari-
31.Nicola Bulgari – 1,4 miliardi (da 1,3 miliardi)- Bulgari-
32.Gian Marco Moratti - 1,4 miliardi- New Entry
33.Remo Ruffini – Moncler - 1,4 miliardi - new entry
34.Francesco Saverio –Salini - 1,4 miliardi new entry
35.Brunello Cucinelli-Cucinelli - 1,3 miliardi new entry
36.Alberto Bombassei –Pininfarina- 1,2 miliardi new entry


© 15 novembre 2016 Galileo Ferraresi

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Alcune cose sulla guerra in Siria


Alcune cose sulla guerra in Siria
Consideriamo per un attimo la popolazione mondiale: come fanno pochi milioni di persone a tenere soggiogati oltre sette miliardi di persone? Con l’imbroglio e l’ignoranza!
Il mondo ci è mostrato ed interpretato secondo quanto vogliono i proprietari dei mezzi di comunicazione, in questo modo la nostra conoscenza della realtà è viziata, è falsata, spesso è inventata. Il nostro pensiero, le nostre convinzioni ed azioni, derivano da queste informazioni distorte che ci propinano i tirafili della comunicazione.
Quanto accaduto alla Siria ne è un esempio.
Nata nel 1919 dallo sfaldamento dell’Impero Ottomano, la Siria fu subito occupata dalle truppe francesi che se ne sbatterono dei patti sottoscritti con le popolazioni locali. Nel 1946 nasceva la Repubblica Araba di Siria, una terra prevalentemente desertica abitata da 22 milioni di persone concentrate nelle tre città di Damasco, Aleppo e Homs.
Il sottosuolo siriano ha dei giacimenti di petrolio che hanno notevolmente contribuito alla ricchezza del paese ma alcuni sono convinti che quei giacimenti debbano, con le buone o con le cattive, diventare loro.
Non parlerò in astratto di paesi che vorrebbero eliminare la Siria, parlerò delle persone che vorrebbero distruggere lo stato siriano per appropriarsi dei beni statali e che si sono impegnate per conseguire questo obiettivo.
Il primo che mi viene in mente è Gorge W. Bush che dichiarò la sua volontà di far fuori sette stati: Siria, Libano, Iraq, Iran, Libia, Somalia e Sudan [Intervista del generale Usa W. Clark a Amy Goodman, 2 marzo 2007]. Di certo non li voleva eliminare perché gli Usa correvano il rischio di essere invasi da uno di questi stati. Casualmente di questi sette stati ben tre, Libia, Iran e Siria, avevano all’epoca una moneta propria emessa dallo stato, non da una banca centrale privata come la BCE, e sempre casualmente cinque di questi stati canaglia danno fastidio all’espansione di Israele. Qui si potrebbe aprire un seminario dal tema: gli Usa controllano Israele o è Israele che controlla gli Usa? Ma non andiamo fuori tema.
Nell’ottobre 2012 usciva per Arianna Editrice il libro di T. Cartalucci e N. Bowie Obiettivo Siria col quale gli autori si proponevano di “svelare le bugie per fermare in tempo la guerra contro la Siria”. I fatti hanno dimostrato che non ci sono riusciti, ma sempre i fatti hanno dimostrato come la storia abbia seguito il copione che già dai primi mesi del 2012 gli autori avevano previsto. Roba da assumerli subito alla Farnesina!
In seguito alla dichiarazione di Putin ad Ankara “L’Isis si finanzia trafficando petrolio e anche private persone presenti in questa sala sono coinvolte”, il 5 dicembre 2015 il Times scriveva degli interessi del premier turco Erdogan nel petrolio Isis ma non accennava minimamente agli interessi dell’editore del Times stesso in quel petrolio e nella guerra in corso.
Il magnate dell’informazione mondiale, proprietario di oltre 180 network nel mondo dei media, Rupert Murdoch, è implicato nella guerra in Siria più di quanto le sue TV o i suoi giornali abbiano mai detto. Di origine australiana, di religione ebraica, sionista e sostenitore dell’estrema destra israeliana, Rupert comprò il primo giornale a 25 anni d’età e da allora non ha fatto altro che estendere il proprio controllo sull’informazione. Ormai avanti negli anni forse si era cominciato ad annoiare e così lo troviamo nel 2001 in società con un altro sostenitore dell’estrema destra israeliana, Lerry Silverstain, l’uomo che a fine luglio 2001 comprò il World Trade Centre di New York e che subito lo assicurò contro atti terroristici. La vendita prevedeva che la prima tranche di pagamento fosse al primo ottobre ma, come tutti sanno, l’undici settembre al WTC successe qualcosa, tre torri crollarono e Silverstain e Murdoch divennero proprietari del pezzo di terreno più famoso al mondo senza sborsare un centesimo ma incassando fantastilioni di dollari dalle assicurazioni.
Con l’immobiliare gli era andata bene e allora Mudoch diversificò gli investimenti ed entrò nella Genie Energy, una società petrolifera con sede a Newark, New Jersey (Usa) e una sede strategica in Israele, alla quale lo stato sionista ebraico ha concesso lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas sulle alture del Golan in Siria. [The Jerusalem Post, 2011-10-06]
Non sto scherzando, Israele si è arrogata il diritto di giurisdizione sui beni di un altro stato, la Siria. Qui i casi sono due: o nel governo israeliano ci sono dei deficienti che agiscono senza conoscere la geografia o ci sono persone tanto convinte della disfatta di Assad e di uno stravolgimento della Siria a favore di Israele da permettersi di legiferare su un territorio non ancora loro. In questo caso il gesto di Israele potrebbe far pensare che le rivolte in Siria, e le così dette “primavere arabe”, in effetti fossero telecomandate da qualcuno che, senza farsi vedere e sentire, come in un grande Risiko, aspettava che qualcun altro eliminasse i suoi nemici per allargarsi senza far fatica.
Soci e nel Consiglio d’Amministrazione Strategico di Genie Energy oltre a Murdoch abbiamo,:
l’ex vicepresidente Usa e presidente dell’industria petrolifera Hulliburton, Dick Cheney;
il lord inglese, ma anche lui sionista di razza, il quarto barone Jacob Rothschild;
il direttore della CIA James Woolsey;
il capo del tesoro Usa Larry Summers;
l’ex ambasciatore Usa all’Onu e segretario all’energia Bill Richardson.
[dal sito www.genie.com]
Le perforazioni già effettuate dai nostri eroi hanno identificato a sud di Katzrin un giacimento di petrolio e gas tanto grande da rendere Israele energeticamente autosufficiente. [The Economist, 7 novembre 2015]
Ovviamente nessun giornalista della catene Murdoch ha mai accennato agli interessi del “padrone” nella crisi siriana: testate come Sky News, Fox News, Times o Sun hanno ben altro da seguire, ad esempio i crimini contro l’umanità commessi dal presidente democraticamente eletto senza brogli e riconfermato con un referendum a capo della Siria, Bashar Al-Assad. Già perché da quelle parti i presidenti li eleggono e poi li riconfermano coi referendum, non come negli Usa dove G. W. Bush divenne presidente senza avere avuto i voti o come in Italia dove Monti, Letta e Renzi sono diventati presidenti del consiglio senza che il loro nome finisse mai su una scheda elettorale, ma torniamo alla Siria.
Indipendentemente dal coinvolgimento di agenti dell’intelligence inglese e Usa, nel creare disordini, far scoppiare sommosse, uccidere innocenti ecc.. è innegabile che Assad abbia commesso ogni tipo di nefandezze, lo assicura l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani. Ma cos’è questo Osservatorio Siriano? Chi lo paga? Chi ne fa parte? Da dove raccoglie le informazioni che poi vengono inviate alle testate di tutto il mondo per essere amplificate dal fronte anti-Assad?
La sede dell’Osservatorio nemico di Assad è a Coventry, in Inghilterra, e vi lavora una persona: Rami Abdul Rahman, un siriano che, dopo essere finito tre volte nelle galere siriane per reati comuni e per, come dice lui, “eccesso di attivismo democratico”, nel 2000 è sfuggito ad una quarta visita alle patrie galere e si è rifugiato nella campagna inglese. [Coventry, residenza improbabile di un noto attivista siriano; Reuters, dicembre 2011]
Dal suo profondo isolamento Rahaman, finanziato dalla Comunità Europea e da uno stato che si rifiuta di identificare, fornisce a tutto il mondo i dati che servono sia per le TV e i giornali che per i politici e i militari. Non si sa in che modo ma un uomo solo raccoglie le informazioni, elabora i dati e “fornisce i numeri delle vittime della guerra siriana” [New York Times, 9 aprile 2013]. Gli analisti di Washington e delle Nazioni Unite usano poi i suoi dati per la conta delle vittime nell’esercito siriano e tra i ribelli. Sempre lui conta i civili uccisi e passa il totale all’Onu per intentare una condanna per Crimini di guerra a carico di Assad. Veramente un gran lavoro!
Qualcuno potrebbe sospettare che Rahaman filtri la realtà con i suoi occhiali e con quelli dei suoi finanziatori per far apparire la guerra, i fatti e le vittime in maniera funzionale ad esempio ai magnati dell’economia, del petrolio e ai loro adepti dell’informazione, ma cosa ci possiamo fare, la prima vittima di una guerra è sempre la verità.
© 25 marzo 2016 Galileo Ferraresi
Pubblicato sul n° 121 (Aprile-maggio 2016) della rivista Nexus.

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domenica 13 novembre 2016

L'imperatore Giuliano


L'imperatore Giuliano
  

Il Convito di Giuliano di Edward Armitage [pittore vittoriano 1817-1896], quadro del 1875.

  L’IMPERATORE GIULIANO (Flavio-Claudio), detto l’apostata dai cristiani, nacque a Costantinopoli il 6 novembre del 331. Solo lui e il suo fratello Gallo (l’uno di 6, l’altro di 12 anni) scamparono nel 337 alla carneficina della loro famiglia, i cui mandanti restarono ignoti, ma che fu ordinata quasi sicuramente dai figli di Costantino. Furono giudicati  troppo gracili dai giustizieri e li lasciarono in vita perché, secondo loro sarebbero morti da lì a poco. Giuliano fu allevato nel cristianesimo da Eusebio vescovo di Nicomedia; ma le crudeltà commesse contro di lui dai cristiani, gli fecero prendere in odio la nuova religione. L’imperator Costanzo lo mandò in esilio prima a Cesarea in Cappadocia, poi a Nicomedia. Giuliano ottenne però il permesso d'andare a studiare ad Atene; colà strinse amicizia con alcuni sofisti, si volse all'astrologia, alla magia, ed a tutto ciò che riguardava il neoplatonismo e il paganesimo. Giuliano, a vent'anni, (dice Ammiano Marcellino) era «di media statura, con i capelli lisci, un'ispida barba a punta, con begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, le sopracciglia ben marcate, il naso diritto e la bocca piuttosto grande, con il labbro inferiore pendulo, il collo grosso e curvo, le spalle larghe, ben fatto dalla testa ai piedi, così da essere eccellente nella corsa». Rientrato in grazia dell’Imperatore, fu nominato nel giorno del suo compleanno dell’anno 355 governatore delle Gallie e creato cesare.

   Quasi fosse una reincarnazione di Caio Giulio Cesare, riportò parecchi vantaggi sui germani, e li disfece in una grande battaglia ad Argentorato (l’odierna Strasburgo). Giuliano in questo periodo era ormai solo. Suo fratello Gallo, dopo un governatorato infausto e insanguinato in Oriente fu giustiziato nel 354, sua moglie Elena (sorella di Costanzo), una cristiana devota, e da cui ebbe due figli nati morti, era scomparsa a Vienne, in Gallia nel 360[1]. Costanzo, che lo temeva, avendo voluto togliergli una parte delle sue milizie, ma i soldati irritati si ribellarono e dichiararono Giuliano Imperatore l’anno 361. Egli era allora a Lutezia (Parigi), dove ordinariamente risiedeva. Costanzo, che aveva firmato un armistizio cogli odiati Persiani, si mosse contro Giuliano, ma, alla vigilia della guerra civile, una febbre violentissima assalì Costanzo e morì a Mposucrene il 5 ottobre, nominando il cognato suo successore a guida dell’Impero. Giuliano fu riconosciuto senza contrasto da tutto l'Impero.
   Allora rinunziò apertamente al cristianesimo, e istituì una tolleranza universale; riedificò i templi dei pagani, ed adempì egli stesso alle cerimonie di Pontefice Massimo. Dopo aver dato ordine alle faccende dell’impero, abbandonò Costantinopoli per muovere ad Oriente contro i Persiani, tolse ad essi la città di Ctesifone e fece rapide conquiste; Ma i Persiani, vista la supremazia dell’imperatore Giuliano preferirono darsi ad azioni di guerriglia, dando assalti improvvisi per poi fuggire. Fu presso Samara, di mattina che l’ultimo grande imperatore romano, sempre al fianco dei suoi uomini, rimase ferito dall’alto da un soldato a cavallo, dato che Giuliano stava combattendo in piedi[2]. Il sospetto che sia stato colpito da un suo soldato, mi fa pensare che possa esser stato un cristiano[3]. Accusa del resto già mossa pochi anni dopo la sua morte. La battaglia dove l’Imperatore riportava la sua ultima vittoria avvenne il 26 giugno 365 e nella notte, nonostante le cure del medico Oribasio di Lidia, il trentaduenne Imperatore, moriva dopo due anni non compiuti di regno.  

   Era l’anno 1116 dalla fondazione di Roma.

 
San Mercurio uccide l'imperatore Giuliano - frammento d'affresco della seconda metà del XIV secolo.


   Il suo successore Gioviano passando per Tarso, dov’era il suo sepolcro, fece incidere un'iscrizione sulla pietra sepolcrale:

Dalle rive dell'impetuoso Tigri, Giuliano è giunto a riposare qui,
al tempo stesso buon re e guerriero coraggioso
.

   Giuliano coltivava le lettere con gran profitto; ci restano di lui parecchi Discorsi o Arringhe;— varie Lettere; — una Satira dei cesari; — la Favola  allegorica, il Misopogone o nemico della barba, satira con la quale rispondeva agli abitanti di Antiochia che avevano messo in ridicolo la sua vita austera e la sua lunga barba.

   Ebbe uno zio materno dal suo stesso nome, che governò ad Antiochia e che perseguitò i cristiani in quella città tanto da profanare il loro santuario. Poco tempo prima aveva dato martirio al sacerdote Teodoreto (363), e secondo gli storici cattolici il loro Dio, gli fece patire in punizione una morte non meno tremenda di quella di Antioco.

   Giuliano fu anche un entusiastico sostenitore della Tergia. I teurgi sostenevano di poter portare alla vita le statue degli dei e degli spiriti. Ciò avveniva mediante incantesimi contenenti nomi segreti di potere, e attraverso animali, erbe, gemme, profumi, lettere e simboli corrispondenti a ciascun dio, che venivano posti all’interno della sua statua. Questa allora rispondeva alle domande del teurgo muovendosi o mutando espressione, oppure istillando delle idee nella sua mente mentre era addormentato, confutando in tal modo le ironiche accuse rivolte dai cristiani (sempre loro!) ai pagani di essere adoratori di immagini di legno e di pietra prive di vita. Altro metodo del teurgo per comunicare con il divino consisteva nel fare cadere in trance un medium, evocando un dio o uno spirito affinché si impossessasse di lui, infatti il dio parlava attraverso la bocca del medium[4].

   Giuliano é il principe del quale i pagani hanno detto il maggior bene, ed i cristiani il maggior male possibile[5]. Egli mostrò infatti molta avversione per il cristianesimo e considerevole predilezione per il paganesimo, in quanto almeno si conformava alle dottrine dei neoplatonici. Grande amante della filosofia, seguì quella degli stoici e non volle mai deporre il mantello usato da essi: portava lunga barba, ed aveva tale austerità di costumi che sentiva quasi del cinico[6].

Marco Pugacioff



Consiglio la lettura dei seguenti siti, oltre a quelli già indicati in nota, a chi vuol approfondire la vita dell’Imperatore:



[1] Leggo in wikipedia: ella passò come un'ombra nella vita del marito, che di lei non parla praticamente mai. Eppure il Tartarotti [Del congresso notturno delle Lammie, 1749, pag. 406] riferisce di un epistola, indicata come la 37°, dell’Imperatore sul filosofo Democrito (che non avendo paura delle ombre studiava nei sepolcri) in cui rispondeva a Dario che voleva gli avesse risuscitato la moglie: che ben volentieri l’avrebbe fatto, purché se gli fossero ritrovate tre persone, che in vita loro non si fossero giammai dolute della morte de’ loro più prossimi, dovendo egli servirsi de’ nomi di que’ tali, per porgli sopra la sepoltura della defunta Reina, e in cotal guisa ritornarla in vita. Chi ci dice che in quel momento Giuliano, colpito da questa storia, si fosse sentito come Dario, e pensasse alla sua compagna?
[2] Vedi il bell’articolo La ferita mortale dell’imperatore bizantino Giuliano l’Apostata (361–363 a.d.): un approccio al contributo della chirurgia dell’antichità di Emanuela Iolis http://www.imperobizantino.it/node/2275
[3] Da http://www.maat.it/livello2/giuliano-1.htm leggo che L'assassino di Giuliano: Non è mai stato identificato il nome dell'assassino di Giuliano. I Persiani non diedero alcuna ricompensa a qualcuno dei loro soldati per l'uccisione dell'imperatore nemico. Lo storico ecclesiastico Filostorgio afferma che fu un saraceno che combatteva a fianco dei Persiani. Il vescovo Gregorio di Nazianzo non esclude la possibilità che si sia trattato di un soldato romano. Il filosofo Libanio si domanda se non sia stata una lancia cristiana. 
[4] Richard Cavendish, Storia della magia, Mondadori 1985, pag. 33.
[5] Da Diz. Biografico Universale – tomo II – Firenze 1842, pag. 1136.
[6] Il cinico era colui che viveva la propria vita in maniera assolutamente autonoma, sfrondando i propri bisogni fino a tornare ad un essenziale stato di natura, sempre in linea con la propria rigorosissima morale e di intelletto cosmopolita. Così i cinici prestavano attenzione unicamente alla concretezza più pura, ripulita da sentimenti e desideri: da qui la testa di ponte per il significato attuale. Si racconta che Alessandro Magno, sensibile alla filosofia, giunto a Corinto volesse incontrare il saggio Diogene per onorarlo. Lo trovò che stava prendendo il sole, e gli si parò davanti dicendo: "Chiedimi tutto quello che vuoi." Diogene alzò lo sguardo e gli rispose "Questo ti chiedo: spostati, che mi levi il sole". E questo è lo spirito del vecchio cinismo. – Ripreso da http://unaparolaalgiorno.it/significato/C/cinico.htm


Marco Pugacioff
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I Romani nelle Americhe


I Romani nelle Americhe
l’Oceano Atlantico è più grande del Mar Mediterraneo, ma al pari di esso è stato completamente esplorato ed è sotto il dominio di Roma.”
L’imperatore Giuliano

Foto del relitto di Madrague de Giens da Archeo Dossier n. 3del 1985

   Nel 1976, José Robert Teixéira si era immerso nella baia di Guanabara – sita a circa 24 chilometri da Rio de Janero – per praticare della pesca subacquea.
   Ma qualcos’altro dei pesci pregiati a cui dava la caccia, attirò il suo sguardo: Dal fondo melmoso vide fuoruscire una sagoma strana, la sagoma di tre grandi giare, di poco più di un metro con il collo a due manici. Il giovane riuscì a recuperarle e le giare gliele acquistò un antiquario. Secondo l’Istituto di Archeologia Brasiliano sembravano antiche anfore greche utilizzate per trasportare olive o datteri.
   Negli anni seguenti, nella stessa area i pescatori continuarono ha localizzare oggetti simili, facendo ipotizzare che nella baia si trovasse un antico relitto. Il direttore del Museo Marittimo di Rio de Janeiro decise di consultare un archeologo subacqueo di buona fama, Robert F. Marx.


Le anfore romane ritrovate in Brasile

  Marx, arrivò in Brasile parecchio scettico ma un pescatore locale gli mostrò nel suo garage almeno 14 grandi giare. A quel punto la cosa cambiava aspetto come le anfore, che secondo l’archeologo non potevano essere greche. La loro particolare forma indicava la provenienza dalle fabbriche di Kouass attive in Marocco, 2000 anni prima. Sicuramente le giare erano state trasportate in America durante l’età coloniale, ma, sorpresa! Gli oceanografi dei due principali istituti marini di Rio spiegarono all’archeologo nordamericano che le incrostazioni erano state prodotte nella baia stessa in un numero enorme di anni. Perciò, quelle anfore erano arrivate in America all’apice del potere romano. Non per niente un esame al carbonio sulle incrostazioni fatto a Miami le datavano ad almeno 1500 anni prima.

Marx con una delle anfore

   Marx si mobilitò per avere dalle autorità brasiliane il permesso di localizzare il presunto relitto romano. Con la collaborazione del Massachusetts Institute of Technology di Boston, effettuò una ricerca con il sonar nella area dove furono trovate le giare e vennero individuati due oggetti sul fondo, che potevano essere non uno, ma due probabili relitti.
   E fu in quel momento che si scatenò la polemica; Spagna e Portogallo ebbero il timore che la presenza di una nave romana sul fondo della baia brasiliana, avrebbe messo in discussione l’arrivo di Pedro Álvares Cabral in Brasile nel 1500, come quello degli spagnoli ad Hispaniola nel 1492.
   Le cose precipitarono a tal punto che, fra tante vicissitudini, durante una festa a cui Marx partecipava, fu preso da parte dal ministro dell’istruzione brasiliano e gli disse chiaro e tondo «Ogni piazza in Brasile ha una statua di Cabral, il vero scopritore del Brasile, e non abbiamo certo intenzione di sostituirle con monumenti a un anonimo pizzaiolo italiano solo perché lei ha inventato un relitto romano che non esiste». Intervene pure la Chiesa per bocca del vescovo cattolico di Rio, che dichiarò dal suo pulpito che Marx aveva aggredito la sacra storia del Brasi­le e suggerire che provenissero dai "pagani" Romani pre­cristiani era un'eresia per i pii brasiliani. Sembra anche che la marina militare brasiliana riempì di sabbia il fondo di quella che da quei giorni viene chiamata “Baia delle giare”, con relativa protesta di Robert Marx a cui – subito dopo – accusato di truffa, viene negato il permesso di soggiorno in Brasile.
  Infine la tragedia si trasforma in farsa: Americo Santarelli (un nome, una garanzia), ricco uomo d’affari brasiliano, affermò che le anfore nella baia – ma guarda – ce le aveva messe lui, perché innamorato di alcune antiche giare siciliane, che avrebbe ordinato ad un vasaio portoghese di farne 16 repliche, e per invecchiarle al punto giusto le avrebbe poi gettate nella baia.
  Pazzesco, nemmeno questo Marx si chiamasse Karl!
  Ma i Romani arrivarono realmente nelle Americhe? Per me la risposta è ovvia: un netto e categorico sì! Ma, e le prove? Bè, noi che non siamo i soliti sapientoni, con lauto stipendio dietro le spalle, pronti a negar tutto per tenersi legate le poltrone.
   Dobbiamo basarci su prove indiziare.

   Nel 1986, di fronte le coste di Marsiglia fu rinvenuta una imbarcazione romana datata all’incirca al 98 dell’Era Volgare, il cui scafo al di sotto del parapetto era stato preservato da uno strato di fango. Gli archeologi furono sorpresi dalle moderne caratteristiche del relitto che era capace certamente di viaggi transatlantici. 



Questo è un affresco del all’incirca 50 ante Era Volgare, di un globo romano con meridiani e paralleli, proveniente dalla villa di P. Fannius Synistor a Booscoreale.  Oggi si trova al museo d’arte Metropolitan di N. York.
  
   Nel 1971, a 12 metri profondità nella baia dei Castine, nel Maine furono trovate due anfore classificate come iberico-romane del I secolo E. V. dagli studiosi dell’Early Sites Research Society. E un’altra fu trovata sempre nel Maine, ma vicino a Jonesboro.
   Nel 1972 al largo delle coste dell’Honduras fu individuato un relitto romano da parte di alcuni sommozzatori che videro un cumulo di anfore giacente sul fondo. Anche qui le anfore sembravano provenienti dai porti del Nord Africa, ma gli studiosi che chiesero il permesso per scavare il relitto se lo videro rifiutare dalle autorità perché ulteriori ricerche avrebbero compromesso la gloria di Colombo. Non solo ma diverse centinaia di antiche monete romane d’argento e bronzo – datate dall’epoca di Augusto al 350 dell’Era Volgare – furono trovate su una spiaggia del Venezuela. Altre contenute in un recipiente in ceramica furono scoperte vicino a Recife, in Brasile.


  Tutti naufragi? Nel 1933, l’archeologo messicano José Garcia Payon ritrovò sigillata sotto ben tre strati di pavimento di una tomba mai aperta del XVI secolo – situata sotto la piramide pre-Tolteca di Tecaxic-Calixtlahuaca, vicino alla città di Toluca – una statuina in terracotta. Il bello di questa piccola opera è che raffigura un europeo barbuto con un pettinatura in stile romano, e come cappello ha un berretto da marinaio del I secolo dell’Era Volgare, tipico della portuale greca di Pylos. Con una piccola estrazione dal collo della statuina, il Max Planck Institute of nuclear Physics di Heidelberg provarono – attraverso i test di termoluminescenza – che l’operina era stata cotta 1800 anni fa, cioè del 200 dell’Era Volgare.
    Agli inizi del 2000, nelle profondità del Cenote del sacrificio di Chicen Itza, fu ritrovata una bambolina di legno e cera dello stesso periodo della statuina del marinaio suddetta. Il giocattolo riportava una breve, sbiadita, ma riconoscibile scritta latina.
   A luglio 2012, sulle rive del lago Gogebic, nel Wisconsin, il ricercatore Scott Mitchen e i suoi colleghi trovarono le tracce di ciò che sembrava un antico insediamento preistorico. scandagliando le sue fondamenta sommerse, l’équipe trovò molte punte di frecce e lance di alta qualità e oggetti di rame, somigliati a forcine di capelli classificati come d’epoca vittoriana. Eppure nello stesso dicembre Waine May di Ancient American visitò il museo di Villa Giulia a Roma e sorpresa! Si è trovato davanti a sei reperti romani descritti come Stili per scrittura su tavolette cerate la cui somiglianza fisica con i reperti scoperti da Scott Mitchen era più che evidente. Come si sa – almeno chi ama il mondo dell’antichità – lo stilo è un “bastoncino” lungo e sottile, a punta ad una estremità e nell’altra è piatto e circolare per poter cancellare ciò che è stato scritto.

Nippur di Lagash “scrive” su una tavoletta. Disegno di Lucho Olivera del 1975

Un sistema di scrittura creato dai Sumeri che incidevano i loro caratteri cuneiformi su soffici tavolette d’argilla con una canna ricavata da una pianta grassa assai diffusa in Mesopotamia, di cui si ha una testimonianza perfino in America – vedi la ciotola di Fuente Magna – e proseguita anche nell’antico Egitto e a Creta. Gli antichi Greci furono i primi a produrne in metallo e gli stili nell’antica Roma erano in genere di Bronzo e ferro. E quelli americani ritrovati nel 2012 sono di una produzione compresa tra il I° e il III° secolo dell’Era Volgare, per di più sono modelli più ornati e costosi di quelli esposti a Villa Giulia. Se poi notiamo che sono stati trovati nella zona della penisola superiore dei grandi laghi dove si svolse la più grande impresa di estrazione dell’antichità tra il 3000 ante Era Volgare e il 1200 dell’Era Volgare, da persona ignote… certo ci vuol poco a immaginarvi Sumeri, Fenici e infine i Romani. E visto che i pozzi furono sporadicamente riaperti e chiusi, da minatori non identificati, ecco venire in mente, i soliti templari. Il rame, per ricercatori indipendenti, veniva imbarcato verso l’Europa e da lì in Medio Oriente per produrre il bronzo. Seguendo queste idee viene da credere che gli stili potrebbero essere appartenuti a contabili romani ed anche le punte di frecce sarebbero più affini alla produzione d’oltreoceano che a quelle precolombiane.
   Vi sarebbero inoltre altri rinvenimenti di spade, statuine, lampade a olio di epoca romana tra Usa, Messico, Honduras e Brasile. 
    Tra giugno e agosto del 1886 delle tempeste erosero gran parte della spiaggia dell'isola di Galveston in Texas, e il relitto di un antico mercantile romano - costruito con solida quercia nel IV secolo dell'Era Volgare - venne alla luce. Il bello è che oltre al natante durante altri lavori sull'isola nel 1915, alcuni operai scoprirono delle pesanti travi di legno, gli indubbi resti di un ponte. La terra che si era accumulata sulle travi era profonda ben quattro metri  mezzo e la tecnica costruttiva non poteva essere dei nativi. Inoltre i Pellerossa nativi, i Karankawa, erano un misto di caratteristiche somatiche amerinde e causasiche, di carnagione non molto scure e con lineamenti delicati. Un vero e proprio contrasto con gli altri popoli rossi della regione come i Comanches e gli Apaches. Inoltre molte parole della loro lingua erano simili nel significato o nella pronuncia al latino, già riscontrata dai esploratori spagnoli. Il professor Valentine Belfiglio della Texas Woman's Univerty dichiarò in un'intervista che:
«Sia i Karankawan che i Romani erano piliteisti. Come nel caso di Picumnus e Pilumnus, Mel e Pichini furono spriti della fertilità e dei raccolti. In Materia di religione, i Romani come i Karankawan credevano nel sopranaturale, identificato dai Romani nei Numi e dai Karankawan nei Haijiah.
 


   Per i Romani la Luna rappresentava Diana, la Dea della caccia e sembra che i Karankawan condividessero questa visione. Sia i Romani che Karankawan attribuivano qualità spirituali alla Luna. Il riferimento alla caccia è evidente poichè il concetto di "Luna del cacciatore" (la luna piena dopo la luna del raccolto) esiste tutt'ora» (Vedi intervista apparsa su Hera n. 88 del maggio 2007).
   Inoltre il professore scovò nel '93, sempre in questa zona, una moneta romana del tempo di Traiano e un'altra, coniata in Gallia tra il 270 e il 273 dell'Era Volgare, venne trovata nel 1970 tra le dune sabbiose che sono di fronte all'oceano. Naturalmente il professore - di chiara origine italiana - deve perseguire la tesi del naufragio, ma l'integrazione tra i cittadini Romani e i Pellerossa non può essere avvenuto solo a seguito di un naufragio. Purtroppo anche in America del Nord ci sono forti pressioni accademiche perchè nell'antichità nessun popolo dell'Europa possa aver raggiunto le due Americhe.  
   
Leggi anche:
- L’avventuradi Francisco Raposo                                 

Fonti:
-        Andrew Collins, Le porte di Atlantide, pagg. 99-102, Mondolibri, Milano 2001.
-        Antichi Romani in America, Fenix 61, novembre 2013

Marco Pugacioff
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