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sabato 12 novembre 2016

L’avventura di Francisco Raposo


I Romani in America
L’avventura di Francisco Raposo
Dagli scritti del colonnello Fawcett detto il sognatore



Il colonnello come è stato raffigurato da Angelo Maria Ricci dal numero 29 di Martin Mystère,
dove Alfredo Castelli ipotizza che Fawcett abbia raggiunto un mondo da sogno.
   Chi ha un temperamento avventuroso troverà in quanto ho detto le premesse per una storia affascinante quant'altre mai. Io ne venni a conoscenza attraverso un vecchio documento ancora conservato a Rio de Janeiro, e implicitamente vi credetti, sulla base di prove raccolte da molte parti. Non darò qui la trascrizione letterale dello strano racconto contenuto nel documento, — il rozzo scritto portoghese è interrotto in parecchi punti, — ma riferirò la storia che incomincia nel 1743, quando un nativo di Minas Gerais, di cui non si conosce il nome, decise d'andare alla ricerca delle perdute miniere di Muribeca[1].



Una Spedizione parte alla ricerca dell'Eldorado. Dalla prima avventura di Alvar Mayor

  Francisco Raposo — debbo pur chiamarlo in qualche modo[2] — era disposto ad affrontare le bestie feroci, i serpenti velenosi, gl'indigeni selvaggi e gl'insetti pur d'arricchire se stesso e i suoi com­pagni, come gli Spagnoli avevan fatto nel Perù e nel Messico solo due secoli prima. Eran uomini arditi e duri, quegli antichi pionieri, superstiziosi forse, ma se appena l'oro li chiamava ogni ostacolo veniva da essi posto in non cale.
  Era sempre difficile portare animali da trasporto attraverso l'entroterra privo di passaggi e di sentieri, attraversato dovunque da fiumi e paludi, con l'erba dura e i continui attacchi dei pipistrelli-vampiri che finivano con l'eliminare presto le bestie da soma. Il clima passava da un freddo intenso a un calore eccessivo, e alla siccità totale potevano seguire giorni di vero diluvio, il che costringeva a portarsi dietro un notevole equipaggiamento. Ma, senza curarsi di queste difficoltà, Raposo e la sua banda partirono pieni di speranza alla volta della zona selvaggia.
   Soltanto da poco sono riuscito a precisare che essi avevano preso la via del Nord. In quei tempi non esistevano carte del paese e nessuno sapeva come orientarsi su terra, cosicché i punti di riferimento da essi lasciati non possono dare affidamento alcuno. Gli indiani li accompagnarono per qualche tratto, indicando loro le vie da prendere; altre volte vagarono nell’ignoto, affidandosi alla fortuna. Come tutti i pionieri, si nutrivano del pesce e della selvaggina che potevano procurarsi, e dei frutti e  delle verdure rubacchiati nelle coltivazioni degli Indigeni o ottenuti dalle tribù amiche, ma era un vitto scarso perché la selvaggina è paurosa e poco avvicinabile nelle foreste sud-americane; gli uomini però, a quei tempi, vivevano più semplicemente e quindi la loro resistenza era maggiore. Raposo, i suoi compatrioti e i loro schiavi negri resistettero a quell’incerto vagabondaggio per ben dieci anni. Senza contare gl'Indiani che si avvicinavano di quando in quando e che  scomparivano appena lo credevano opportuno, il gruppo era composto di   meno di   venti  uomini. Per questo forse riuscirono a sopravvivere; le bandeiras eran costituite in genere di cinquecento unità, e se ne ricorda una di ben 1.400 uomini, di cui non si salvò neanche uno! Essendo pochi, questi di Raposo riuscirono a vivere dove in molti sarebbero morti di fame.
 A un certo punto il gruppo mosse di nuovo all'Est, verso le colonie sulla costa, stanco di quel girovagare senza fine, scoraggiato, e indotto a credere che le miniere fossero un mito. Poi, dopo aver ancora camminato attraverso paludi e foreste, si trovarono di fronte a montagne erte di punte frastagliate, all'estremità d'una pianura erbosa interrotta da una sottile fascia di foresta verde. Raposo dice che quelle cime « sembravano toccare le regioni eteree e servire da trono al vento e alle stelle ».
  Ma quelle non erano montagne comuni. A misura che il gruppo vi si avvicinava, ne vedeva i fianchi accendersi, infocati. Aveva appena smesso di piovere e il sole al tramonto veniva riflesso dalle rocce ricche di cristalli e di quel quarzo leggermente opaco cosi comune in questa parte del Brasile. Agli occhi degli avidi esploratori esse parvero tempestate di gemme. C'eran cascate che precipitavano da una roccia all'altra e al di sopra della cresta della catena s'era formato un arcobaleno, come a indicare un tesoro nascosto ai suoi piedi.
  « Questo è un segno! » gridò Raposo. « Guardate! Abbiamo trovato il tesoro del grande Muribeca! ».
  Scese la notte e li costrinse ad accamparsi prima d'aver raggiunto la base di quelle meravigliose montagne; e il mattino seguente, quando il sole sorse dietro di esse, le rocce scoscese apparvero scure e minacciose. L'entusiasmo svanì; ma c'è pur sempre nelle montagne qualcosa che affascina l'esploratore. Che cosa si vedrà dalla vetta più alta?
  Agli occhi di Raposo e dei suoi compagni quelle montagne apparivano altissime e quando le raggiunsero vi scoprirono ripidi e inaccessibili precipizi. Per tutto il giorno errarono faticosamente tra pietraie e spaccature alla ricerca d'un passaggio per scalare quelle levigate pareti. I serpenti a sonagli abbondavano: e non c'è rimedio per il morso di quelli del Brasile. Affranto dal duro cammino e dalla continua tensione per evitare i serpenti, Raposo ordinò l'alt.
  «Abbiamo fatto tre leghe e ancora non abbiamo trovato un passaggio per salire », disse. Meglio sarebbe tornare alla vecchia pista e cercare una strada verso il Nord. Che cosa ne dite? ».
 « Campo! » fu la risposta. « Accampiamoci. Ne abbiamo abbastanza per oggi. Domani potremo tornare indietro ».
  « Benissimo », rispose il capo. Poi si rivolse a due degli uomini:
  « Voi, José e Manoel... andate a cercare legna per il fuoco! ».
  L'accampamento fu preparato e gli uomini stavano riposando quando un confuso vocio e rumore nel bosco li fece balzare in piedi, col fucile in mano. Ecco spuntare José e Manoel.
  « Patrào, patrào! » gridavano, « abbiamo trovato la via per salire! ».
  Mentre cercavano legna per il fuoco tra i bassi cespugli, avevano visto un albero abbattuto al margine d'una piccola insenatura boscosa. Era il miglior combustibile che si potesse trovare e stavano dirigendovisi quando un cervo era balzato fuori dall'altro lato dell'insenatura ed era scomparso dietro un angolo di roccia. Imbracciato il fucile, i due uomini lo avevano seguito il più velocemente possibile, poiché significava carne sufficiente per diversi giorni.
  L’animale era scomparso; ma, superata la sporgenza rocciosa, i due giunsero a una profonda fenditura di fronte al precipizio, e videro che era possibile risalirla fino alla sommità. Nell'eccitazione dimenticarono cervo e legna.
  Tolsero il campo immediatamente, si misero i sacchi in spalla e partirono guidati da Manoel. Con esclamazioni di meraviglia, entrarono nella fenditura in fila indiana, e scoprirono che si allargava un po' all'interno. Era una marcia difficile, ma qua e là si trovavan tracce di quel che pareva un vecchio selciato e in certi punti le pareti verticali della fessura sembravano portare i segni quasi del tutto cancellati di utensili e di lavoro umano. Grappoli di cristalli di rocca e spumeggianti blocchi di quarzo davan loro l'impressione d'essere entrati in un paese incantato e nella luce opaca che filtrava attraverso la fitta massa dei rampicanti sopra di loro si sentirono ripresi dalla magia della prima impressione.

  
Uno dei meravigliosi disegni con cui Brian Fawcett illustrò le memorie del padre.

   La salita era cosi difficile che per emergere, laceri e senza fiato, su una specie di terrapieno alto sulla pianura circostante, impiegarono tre ore. Nessun ostacolo più li separava dalla vetta e ben presto s’affollarono sulla cima, guardando, ammutoliti dallo stupore, l'ampia visione che s'apriva sotto di loro.
  Ai loro piedi, a circa quattro miglia di distanza, sorgeva una enorme città.
  Subito si gettarono a terra e si nascosero dietro le rocce, sperando che gli abitanti non avessero notato di lontano le loro figure contro il cielo. Temevano che fosse una colonia degli odiati Spagnoli. Ma poteva anche essere una città come Cuzco, antica capitale degli Incas del Perú, abitata da un popolo d'alta civiltà che ancora resisteva contro l'usurpazione degli Europei. E se fosse stata una colonia portoghese? Poteva essere la piazzaforte degli Orizes Procazes, superstiti dei misteriosi Tapuyas, che rivelavano con segni inconfondibili d'essere stati un tempo un popolo civilissimo.
  Raposo strisciò fino sulla cresta una seconda volta e, rimanendo disteso a terra, si guardò attorno. La catena si estendeva a perdita d'occhio da Sud-Est a Nord Ovest, e oltre ancora verso Nord, indistinta per la lontananza, si vedeva la foresta intatta. Nell'immediata vicinanza, si apriva una vasta pianura pezzata di verde e di scuro, interrotta a tratti da scintillanti specchi d'acqua. Vide la continuazione della strada rocciosa seguita nella scalata, che scendendo lungo il fianco del monte scompariva poi, coperta dalla montagna, per riapparire ancora, serpeggiando, nella pianura fino a perdersi nella vegetazione attorno alle mura della città. Ma non vide il menomo segno di vita: né fumo s'innalzava nell'aria, né suono spezzava il profondissimo silenzio.
  Fece allora un rapido cenno ai suoi seguaci ed essi, ad uno ad uno, superarono strisciando la vetta e iniziarono la discesa, al riparo di rocce e cespugli. Scesero poi cautamente lungo il fianco della montagna fino alla valle, e lasciarono la pista per accamparsi presso un ruscello di limpida acqua.
  Quella notte non si accesero fuochi e gli uomini parlarono bisbigliando. Erano terrorizzati dalla vista della civiltà dopo tanti lunghi anni passati in luoghi selvaggi, e non si sentivano per niente tranquilli. Due ore prima che scendesse la notte, Raposo inviò due Portoghesi e quattro negri in perlustrazione a scoprire che razza di gente vivesse in quel luogo misterioso. Innervositi, gli altri attesero il loro ritorno; e ogni suono della foresta — i canti degl'insetti e lo stormir delle fronde — assumeva per essi un tono sinistro. Ma quando tornarono gli esploratori non avevano nulla da dire. La mancanza di ogni possibile riparo aveva loro impedito di avvicinarsi troppo alla città, ma nessun segno faceva pensare che fosse abitata. Gl'Indiani della compagnia non erano meno perplessi di Raposo e dei suoi. Superstiziosi per natura, consideravano alcune parti del paese come tabú, ed erano vivamente preoccupati.
  Raposo, comunque, riuscì a convincere uno degl'Indiani ad andare in avanscoperta, disarmato, il mattino seguente dopo l'alba. Nessuno aveva dormito molto nella notte, e l'ansia circa la sorte dell'indigeno impedì loro di riposarsi anche nella tranquillante luce del giorno. A mezzodì l'esploratore ritornò strisciando al campo, evidentemente impressionato, dicendo che la città era disabitata. Era troppo tardi ormai per andare avanti quel giorno; passarono quindi un'altra notte insonne ad ascoltare gli strani rumori della foresta, pronti ad affrontare in qualsiasi momento qualche pericolo ignoto.
  Il mattino seguente di buon'ora Raposo mandò avanti una pattuglia composta di quattro Indiani e li seguì col resto della compagnia. Quando furon vicini alle mura ricoperte di vegetazione gl'Indiani insistettero a dire che la città era deserta; andarono perciò avanti con minori precauzioni fino a un'entrata fatta di tre archi costruiti con enormi lastroni di pietra. Cosi impressionante era questa costruzione ciclopica — simile, probabilmente, a quanto ancora si può vedere a Sacsahuaman nel Perú — che nessuno osò parlare, e, rapidi e furtivi come gatti, oltrepassarono le pietre annerite dal tempo.




Tarzan entra nella città perduta di Opar. Tavola di Jesse March dei primi anni '50, dall'edizione messicana.

  Al di sopra dell'arco centrale dei caratteri erano profondamente incisi nella pietra consumata dalle intemperie. Raposo, nonostante la sua ignoranza, riuscì a capire che non si trattava di scrittura moderna. Un'atmosfera di straordinaria vecchiezza regnava su tutto ed egli dovette fare un vero sforzo per dare, con voce rauca e innaturale, l'ordine di procedere innanzi.
  Gli archi erano ancora in buono stato di conservazione, ma due o tre dei colossali pilastri apparivano leggermente spostati alla base. Attraversandoli, gli uomini entrarono in quella che era stata una volta un'ampia strada, ora tutta cosparsa di pilastri spezzati e di frammenti di muro su cui era cresciuta la vegetazione parassita dei tropici. Su entrambi i lati si elevavano case di due piani costruite con grandi blocchi messi insieme senza calce, ma con precisione quasi incredibile, sui cui porticati, stretti in basso e larghi in alto, erano incise elaborate figure ch'essi presero per demoni.
  Non si può non dar fede a questa descrizione fatta da uomini che non avevano mai visto Cuzco e Sacsahuaman, o altre meravi­gliose città del vecchio Perú, già incredibilmente antiche quando gli Incas le trovarono per la prima volta. Quel che videro e riferirono corrisponde perfettamente a molti aspetti che possiamo vedere ancor oggi. Difficilmente avventurieri ignoranti avrebbero potuto inventare cose confermate in modo cosi preciso dai ciclopici resti oggi familiari a tanti.
   Tutto appariva in rovina, ma molti edifici avevano ancora un tetto formato da grandi lastroni di pietra. Quelli che osarono entrare negli interni oscuri e parlare ad alta voce, fuggiron via subito udendo gli echi che rimbombavano dalle mura e dai soffitti a volta. Impossibile dire se rimaneva ancora qualche resto di arredamento, perché nella maggior parte dei casi i muri interni erano crollati ricoprendo di detriti i pavimenti, e, col passare dei secoli, gli escrementi di pipistrello avevano formato in terra uno spesso tappeto. Il luogo era cosi antico, che cose deperibili come mobili e stoffe dovevano essersi disintegrate da tempo.




  Ammassati come un gregge di pecore spaurite, gli uomini procedettero lungo la strada finché giunsero a una vasta piazza. Si levava al centro un'enorme colonna di pietra nera, su cui si scorgeva la figura, perfettamente conservata, di un uomo con una mano sul fianco e l'altra puntata verso il Nord. La maestà della statua colpì profondamente i Portoghesi, che si fecero con reve­renza il segno della croce. Obelischi con incisioni, della medesima pietra nera, parzialmente in rovina, si ergevano ad ogni angolo della piazza, mentre sulla lunghezza d'un intero lato si levava un edificio magnifico per costruzione e decorazione che doveva essere stato un palazzo. Le mura e il tetto erano crollati in molti punti, ma le grandi colonne quadrate erano ancora intatte. Un'ampia scalinata di gradini di pietra in rovina conduceva a una vasta sala, dove tracce di colore apparivano ancora sugli affreschi e sulle sculture. Pipistrelli innumerevoli, a migliaia, vo­lavano ruotando per le tetre stanze rese soffocanti dalle acri esalazioni dei loro escrementi.
  Fu con piacere che gli esploratori uscirono all'aria aperta. La figura d'un giovane era scolpita su quello che pareva l'ingresso principale. Era una figura senza barba, nuda dalla cintola in su, con uno scudo in mano e una fascia attorno a una spalla. Portava in testa qualcosa che parve loro una ghirlanda di alloro, a giudicare dalle statue romane che avevano visto in Portogallo. In basso eran incisi caratteri straordinariamente simili a quelli dell'antica Grecia. Raposo li ricopiò su una tavoletta e li riprodusse poi nel suo racconto.

 
Hubert Robert.  Rovine di un tempio dorico

Di fronte al palazzo c'eran le rovine di un altro gigantesco edificio, evidentemente un tempio. Corrose figure scolpite di animali e uccelli ricoprivano i tratti di muro rimasti, e al disopra del portale c'erano altri caratteri che furono anch'essi ricopiati con la massima fedeltà possibile da Raposo o da uno dei suoi compagni.
 Oltre la piazza e la via principale, la città si presentava come una completa rovina, in alcuni punti letteralmente seppellita sotto monticelli di terra su cui non cresceva né un filo d'erba né altro. Qua e là s'aprivano abissi, e quando gli esploratori vi gettarono dentro delle pietre nessun suono venne a indicare che avessero toccato il fondo. La causa della distruzione era evidente. I Portoghesi conoscevano i terremoti e le loro terribili conseguenze. Interi edifici erano stati inghiottiti, lasciando forse solo alcuni frammenti scolpiti a mostrar dove si ergevano un tempo. Non era difficile immaginare lo spaventoso cataclisma che doveva aver devastato quello splendido luogo, facendo crollare colonne e blocchi del peso di cinquanta e forse più tonnellate, e distruggendo nello spazio di pochi minuti il faticoso lavoro di migliaia d'anni!
  L'estremo lato della piazza terminava in un fiume largo circa trenta metri, che fluiva diritto e veloce da Nord-Ovest, per scomparire nella lontana foresta. Una bella banchina aveva un tempo costeggiato il fiume, ma ora era frantumata e in gran parte crollata nell'acqua. Dall'altro lato del fiume si estendevano campi un tempo coltivati, e ancora ricoperti di abbondante e fitta erba e da un tappeto di fiori: Il riso, propagandosi, aveva attecchito nelle basse paludi attorno, dove navigavano le anitre.
  Raposo e i suoi guadarono il fiume e attraversarono la palude dirigendosi verso un edificio isolato alla distanza di circa un quarto di miglio, e le anitre si spostarono appena al loro passaggio. All'edificio si giungeva attraverso una scalinata di gradini di pietra di diversi colori; s'ergeva infatti su un'altura, con una facciata larga circa 250 passi. L'imponente ingresso dietro un monolito quadrato, che portava alcune lettere profondamente incise, conduceva a un'ampia sala in cui sculture e decorazioni avevano resistito in modo sorprendente alle ingiurie del tempo. Quindici stanze si aprivano sulla grande sala, e in ognuna era scolpita la testa d'un serpente da cui sgorgava ancora una sottile vena d'acqua che ricadeva nella bocca d'un altro serpente di pietra più in basso. Probabilmente quella era stata la sede d'un collegio di sacerdoti.
 La città era disabitata e in rovina, ma i ricchi campi attorno offrivano agli esploratori assai più cibo di quanto non potessero trovarne nella foresta vergine. Nessuna meraviglia quindi che, nonostante il terrore ispirato dal luogo misterioso, nessuno volesse veramente andarsene. La paura lasciò il posto all'avidità della ricchezza, che aumentò quando João Antonio, l'unico membro del gruppo di cui si dia il nome nel documento, trovò tra i rottami una piccola moneta d'oro, la quale portava su un lato l'effigie di un giovane inginocchiato e sull'altra un arco, una corona e uno strumento musicale. Quel luogo doveva esser pieno d'oro, si dissero; fuggendo gli abitanti s'eran portati via soltanto le cose essenziali per sopravvivere.
   Il documento accenna alla scoperta d'un tesoro, ma non fornisce ulteriori particolari. La greve aria di sventura che pesava sul luogo si dimostrò forse a lungo andare troppo pesante per i nervi di quei superstiziosi pionieri o forse i milioni di pipistrelli li atterrirono. È improbabile comunque che portassero seco il tesoro, poiché dovevano affrontare ancora un viaggio terribile per tornare in luoghi civili, e nessuno avrebbe potuto aggiungere altro peso a quello dell'equipaggiamento di cui già era carico.


Incisione di un anaconda del 1890

  Raccogliere il riso nelle paludi e cacciare le anitre era pericoloso. C'era una quantità di anaconde tanto grandi da poter uccidere un uomo; e i serpenti velenosi, attratti dalla selvaggina, strisciavano ovunque, nutrendosi non solo di uccelli, ma anche di gerboè, « topi che saltano come pulci » li definisce lo scrittore. Cani selvatici, grosse bestie grigie simili a lupi, erravano per la pianura, e tuttavia nessuno volle dormire nella città. Drizzarono l'accampamento subito dietro la porta per cui erano entrati, e di li potevano osservare al tramonto le legioni di pipistrelli che si levavano dai grandi edifici per disperdersi nel crepuscolo con un secco fruscio d'ali simile al primo soffio d'una tempesta che s'avvicina. Di giorno il cielo era nero di rondini, avide d'insetti che si riproducevano incessantemente.
  Francisco Raposo non sapeva minimamente dov'era, ma alla fine decise di seguire il fiume attraverso la foresta, sperando che gl'Indiani avrebbero ricordato i punti di riferimento quando fosse tornato con una spedizione equipaggiata a dovere per portar via il tesoro dalle rovine. A cinquanta miglia più in basso trovarono una possente cascata e nella parete d'una montagna vicina segni che rivelavano l'esistenza di miniere. Qui si trattennero più a lungo. La selvaggina era abbondante, parecchi uomini avevano la febbre e gl'indigeni erano innervositi dal timore di tribù ostili in vicinanza. Sotto la cascata il fiume si allargava in una serie di lagune paludose, come fanno spesso questi fiumi.
  Esplorando, si vide che le supposte miniere erano buchi in cui non c'era modo di penetrare, ma intorno all'apertura era sparso in abbondanza un ricco minerale d'argento. Qua e là si aprivano nella montagna grotte scavate dalla mano dell'uomo, alcune di esse chiuse da grandi lastre di pietra su cui erano incisi strani segni. Si trattava forse delle tombe dei monarchi della città e degli alti sacerdoti? Ma gli uomini cercarono invano di rimuovere le lastre pesanti.
  Credendosi ormai ricchi, gli avventurieri stabilirono di non rivelare la loro scoperta a nessuno, tranne che al viceré, verso cui Raposo aveva un debito di gratitudine. Contavano di ritornare il più presto possibile, per prender possesso delle miniere e portar via tutte le ricchezze dalla città.


Un pellerossa in canoa del NordAmerica

  Intanto una pattuglia d'avanscoperta era stata inviata a esplorare il fiume più in basso. Dopo aver per nove giorni attraversato laghetti e lagune, avvistarono una canoa in cui remavano due « bianchi » dai lunghi capelli neri, coperti di qualche indumento. Spararono un colpo per attirare la loro attenzione, ma la canoa si allontanò e scomparve. Esausti per la fatica dei lunghi giri che avevan dovuto compiere intorno alle paludi, non osando continuare a scendere in gruppo cosi esiguo, ritornarono alla cascata.
  Raposo sentiva il dovere di usar prudenza, ora che assieme ai suoi seguaci aveva la fortuna a portata di mano, e di non correre il rischio d'incontrare Indiani ostili, e perciò si diresse verso Est. Dopo alcuni mesi di duro viaggio, raggiunse la riva del fiume São Francisco, l'attraversò a Paraguassu e alla fine arrivò a Bahía. Di là inviò al viceré, Don Luiz Peregrino de Carvalho Menezes de Athayde, il documento da cui è tratto questo racconto.
   Il viceré non fece nulla e non sappiamo se Raposo ritornasse o meno al luogo da lui scoperto. Comunque, non se ne senti più parlare. Per circa un secolo il documento rimase archiviato a Rio de Janeiro finché il Governo di allora non lo tirò fuori, incaricando un giovane prete di far delle ricerche. La spedizione, evidentemente condotta con poca intelligenza, non ebbe alcun risultato.
  Difficilmente un'amministrazione imbevuta dell'ottuso bigottismo d'una Chiesa strapotente poteva dar credito all'esistenza di un'antica civiltà. L'Egitto era in quei tempi ancora un mistero, e lo spirito ecclesiastico, che ostinatamente distrusse le incalcolabili testimonianze del Perù e del Messico, era più potente che mai.
 So che la città morta di Raposo non è l'unica del genere. Un console britannico a Rio venne condotto in un posto simile nel 1913 da un meticcio indiano; ma si trattava di una città assai più facilmente raggiungibile, in territorio non montagnoso e completamente nascosta nella foresta. Anch'essa era caratterizzata dai resti d'una statua su un grande piedestallo nero nel mezzo di una piazza. Sfortunatamente una tempesta improvvisa li privò degli animali costringendoli a tornare indietro senza indugio se non volevano morire di fame.


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Spezzone tratto dal primo capitolo del libro:
ESPLORAZIONE FAWCETT
di P. H. FAWCETT


In copertina Brian con alcuni indios

  Il colonnello inglese Percival Henry Fawcett scomparve nel Matto Grosso, con il figlio Jack e il compagno Raleigh Rimell, nel Luglio del 1925. Doveva essere quella l’impresa conclusiva di tutta una vita dedi­cata all'esplorazione dell'America Latina, in vent’anni di viaggi ininterrotti. Fawcett era convinto dell’esistenza di una favolosa città soffocata dalla foresta equatoriale (l'Eldorado della leggenda). Straordinari racconti filtrati attraverso la foresta vergine accre­ditarono di poi la speranza che i tre esplo­ratori fossero vivi, prigionieri di una tribù selvaggia. Prove certe della loro morte non furono peraltro mai trovate. Alcuni anni or sono la moglie rivelò che in suo possesso erano tutte le carte dello scomparso e le consegnò al figlio Brian, affidandogli l’incarico di ordinarle in un volume.
 Il libro ricostruisce la fisonomia d’uno di quei mistici dell’azione di cui è tanto doviziosa la razza anglosassone; di un idealista che, mentre in Brasile imperversa la febbre del caucciù con tutta la sua corruzione e le sue crudeltà, si mette sulla traccia di civiltà scomparse per risolvere l’enigma del mondo preistorico.
  Sono nel libro i più bei temi: l'avventura, il pericolo, il fascino delle città misteriose, i lunghi viaggi su mulattiere a strapiombo su­gli abissi, le navigazioni in canoa lungo fiumi vorticosi pieni di morte, l'insidia continua degli Indios spesso selvaggi e crudeli, dei serpenti velenosi, delle belve, dei caimani,  delle febbri.
 Ma vi e anche il ritratto di un'epoca e di un paese nel suo passato e nel suo presente, un paese ancora sconosciuto che Fawcett descrive con l'interesse dell'esploratore, dell’etnologo, dell’archeologo e, soprattutto, dell’artista che profonde in quel che narra lo smagliante  tesoro dell'esperienza  visiva.  Dalla prefazione nel risvolto della sovracoperta


Volume di 352 pagine, finito di stampare il 28 dicembre 1953 da Bompiani. Traduzione dall’inglese di Paolo Gobetti


[1] Si riferisce alle miniere perdute di Muribeca. Ecco la storia succinta, sempre riferita dal Colonnello: Ventiquattro anni dopo lo sbarco di Colombo nel cosiddetto “Nuovo Mondo”, Diego Alvares naufraga sulle coste del Brasile, dove oggi sorge Bahía. Un territorio popolato dai cannibali Tupinamba, ma – come scherzo del destino – i “selvaggi” si dimostrarono più civili dei Bianchi e non lo divorarono. E questo scherzo aveva le fattezze di una ragazza di nome Paraguassu, della tribù dei Pocahontas […?!] che lo sposò. 


Tex diventa Aquila della Notte; Come la fantasia ha spesso riferimenti alla realtà. Dal premiato atelier Gianluigi Bonelli-Galep 1948

Poi arrivarono altri suoi compatrioti e uno di loro sposò una sorella di Paraguassu, Melchior Dias Moreira. Il cognato di Alvares trascorse la maggior parte della sua vita con gli indigeni – fu da essi chiamato Muribeca – e scoprì molte miniere accumulando grandi quantità di oro, argento e pietre preziose. Suo figlio Roberio Dias, ambiva a un titolo nobiliare e chiese al Re del Portogallo, di essere nominato marchese delle Miniere ( das Minas ). Ma il Re si mostrò spregiante del mezzosangue e tentò di ingannarlo, perciò Dias rifiutò di indicare e di consegnare le miniere, col risultato di finire in galera per due anni a Bahía. Dias riebbe la libertà solo pagando e nel 1622 morì, portandosi il segreto delle miniere nella tomba. Lo zio Alvares era morto da tempo e nessun Indiano avrebbe mai parlato, neppure sotto le più orribili torture, così il sovrano rimase a mani vuote. 
[2] Secondo Yuri Leveratto «Gli uomini che viaggiarono nella spedizione, che durò per ben dieci anni, sono rimasti anonimi (per il fatto che il documento è danneggiato), anche se alcuni studi effettuati in Brasile sui capitani dell’epoca hanno suggerito che probabilmente i capi della cosidetta “bandeira” (ovvero viaggio di esplorazione), erano Joao da Silva Guimaraes e Francisco Raposo.» E di seguito dà la traduzione del Manoscritto 512 . vedi http://www.progettoatlanticus.net/2013/05/il-manoscritto-512.html

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Marco Pugacioff
va agli

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