Cerca nel blog

sabato 12 novembre 2016

Cecco d'Ascoli: cavaliere dell'Invisibile Impero


Cecco d'Ascoli era uno studioso del basso Medioevo, misterioso e affascinante, di cui si sa ben poco. Ma su di lui ho trovato nella biblioteca comunale di  Macerata, un articolo apparso in uno sconosciuto quotidiano locale uscito nel '41, in piena seconda guerra mondiale. Non so chi era l'autore, anche se è firmato, però è bello e ve lo voglio far leggere. Era intitolato:
Cecco d'Ascoli
cavaliere dell'Invisibile Impero


Ascoli, 22
Chi viene in Ascoli Piceno, in questa città di ponti, di torri, di campanili, miracoli d'architettura per accordi di linee e movenze costruttive, giunto in piazza Vitt. Emanuele non può non sentire il bisogno di sostare davanti alla bella statua in bronzo di messer Francesco Stabili, mirabile opera artistica di E. Camilli di Firenze, inagurata or sono vent'anni, nel 1921.   
Guardando questa statua l'uomo può essere sordo alla musica del vento e a quella delle acque che spumeggiano nel torrente Castellano, e magari confondere un larice con un abete, ma non può fraintendere il linguaggio che parte da essa.
Qui sostando, un'ondata di pensieri investe lo spirito e lo trasporta lontano nei secoli a rivivere i tempi in cui fioriva la cavalleria e le giostre d'amore e tubavano trovatori e menestrelli; in cui diavoli e streghe, magia ed occultismo offrivano abbondanti documenti dello smarrimento dello spirito.
I popoli ridivenuti fanciulli si pascevano di illusioni e di fantastico. L'uomo peccatore ed infelice attingeva dagli stregoni la scienza del bene e del male, offriva fiori all'amore divino e a quello profano e al mito dei boschi e delle caverne chiedeva il motivo della perpetua guerra tra il mondo della luce e quello delle tenebre.
I due massimi poemi dell'umanità, la Commedia e il Faust, nascono quasi in questo periodo e sulla scorta di quegli insegnamenti il popolo prende a meditare sul giudizio universale e sull'ignota vita dei regni ultraterreni.
Messer Cecco, figlio singolare della sua età, insofferente di mistica e di dommatica, respira quell'aria, ma trova modo di tramutarla in propria superba grandezza. Egli appunta lo sguardo verso il Cielo e interroga gli astri. Il suo è un colloquio pieno di pietà, attraverso il quale disvela quella scienza astrologica che un giorno, in un libro famoso, definirà maestra della filosofia, chiave e cardine dell'immenso mistero dell'Universo.
Nascono così i suoi studi filosofici, letterari, matematici, nasce la sua fama che varca le mura della città natia e che, gli procura discepoli ed ammiratori: mentre il volgo, colpito da tanta rinomanza, gli attribuisce un potere non umano e al pari dell'alighieri, di Pico della Mirandola, di Leonardo, lo crede uno stregone avente commercio cogli stessi diavoli.
Sono essi ormai padroni della sua anima, per un contratto firmato e da valere in punto di morte: ma sono essi  che durante la sua vita terrena gli debbono piena ubbidienza.
E una notte sulla via Salaria, ecco una teoria di spiriti infernali che sgnignazza e brontola. È guidata da un capo minaccioso e feroce che sulla corrente impetuosa del Castellano naviga con un barchetto  incantato.
Questo gruppo tenebroso, ad un cenno si ferma e s'affana a rotolare sassi, a percuotere macigni, a scavare, tagliare, ordinare, a legare blocchi su blocchi, senza un lamento.
E nell'alba caliginosa, fra roboanti tuoni e paurosa tregenda, s'estolle il ponte magico e, timido e spaurito, il popolo lo guarda con ingenua meraviglia.
Cecco è lì vicino in attitudine di comando, guardato in cagnesco dai fetidi e puzzolenti spiriti che fiutano la ghiotta preda loro assicurata per l'eternità. Il ponte ha un nome: ponte Cecco.
Su di esso anche oggi dice la leggenda vi stanno accoccolati cinque spiriti del male, ai quali l'ascolano dal vicino monumento tiene allocuzione per spiegare la catena dei suoi sillogismi.
Questa la leggenda, non in perfetta armonia coi nostri tempi, ma ancora piena di suggestione e di evocazione.



Altra leggenda, ma spoglia del respiro infernale, aleggia intorno a Cecco e ci porta l'eco delle sue battaglie dottrinali col divino Poeta.
Sosteneva costui nei suoi insegnamenti scolastici, ispirati a pretese scientifiche, che l'educazione può modificare l'istinto: al contrario lo Stabili gli opponeva che la natura è più possente dell'abitudine.
E la leggenda racconta che Dante per convincere il contraddittore gli mostrò un giorno un magnifico gattone che reggeva colle zampe una candela accesa mentre egli scriveva o leggeva. Ma Cecco per nulla impressionato della regia dantesca e tanto meno convinto della spiritosa trovata, con furbizia professorale preparò la sua risposta.
E un giorno capitò in casa dell'amico con un pentolone sotto il braccio, entro cui aveva nascosto dei topi. E fattosi a lui avanti diede completa libertà agli immondi animali, i quali scorti dal gatto ammaestrato furono da costui inseguiti ed agguantati nonostante il richiamo del padrone.
Voi potete immaginare la gioia dell'uno e il disperato scoramento dell'altro.
La novelletta che esalta la genialità dell'ascolano, ancora oggi si sente ripetere in Ascoli.
Ma un'altra pagina, pur essa leggendaria, viene ad attestarci la fierezza di Cecco.
Firenze che porta scritta sui suoi monumenti, come un libro aperto, tutta la sua gloriosa storia, è la città che condannò al rogo il professor stabili.
Costui eccolo, a testa bassa avviarsi al luogo del supplizio fra il bargello da un lato e i suoi carnefici dall'altro. Il popolo lo segue perchè veramente lo crede uno stregone e desidera vederne la fine.
Ad un tratto una voce si ode, nella piazza di S. Mara Maggiore: è un prete che da una piccolissima finestrella della chiesa, arringa la folla per dimostrare che colui che va al rogo, non è un uomo qualunque del quale bisogna avere pietà, ma un messo diabolico della cui furberia e scaltrezza bisogna aver paura. Era egli riuscito a scoprire che Satana aveva promesso a Cecco di salvarlo da morte qualora in pericolo estremo avesse chiesto da bere e, concludeva esortando gli esecutori della legge, con queste parole:
« Non gli date da bere, non morirà mai »
Al che Cecco, ruggendo come un leone, oppose la sua sentenza, gridandogli:
« E tu la testa di lì non caverai mai »
E continua la leggenda che immediatamente si pietrificò la testa di quel prete, la quale ancora oggi si può ammirare confitta al centro della finestrella, cosi come si trovava nel pauroso pomeriggio del 16 settembre 1327.


Come Cecco anche Savonarola fu bruciato vivo

Sono stato a Firenze e ho voluto anch'io vedere questa testa appena visibile, perchè posta molto in alto. Qualcuno mi ha detto che trattasi di testa di donna, altri che porta scolpito il nome di «Berta ». Negasi insomma da uomini scettici e nemici delle gustose leggende che sia quella, la testa del disgraziato prete di sei secoli fa. Essi così vogliono distruggere una tradizione tuttora però viva che consacra nei secoli il doppio aspetto sotto il quale è pervenuta fino a noi la memoria dell'ascolano, cioè quella di poeta ( che, in un momento sì tragico della sua vita risponde per le rime a chi osa disperdere l'ultima sua speranza  ) e quella di taumaturgo infernale. Ma in verità Cecco non fu ne l'uno ne l'altro. Egli, scrisse, è vero il suo poema l'«Acerba» in terzina, ma non per conferirsi aria di poeta, bensì per criticare l'Alighieri e dimostrargli che filosofia, matematica ed astrologia, potevano trattarsi anche in rima.
altra leggenda che delizia il popolo e  lo aiuta a fantasticare è quella che narra li ultimi momenti di quest'uomo prodigioso.
Cecco per ordine del bargello trovasi incatenato ad un palo circondato da cataste di legna. Ma egli sa che non può morire e sfugge ai suoi carnefici ora tramutandosi, per ordine di satana, in un covone di paglia, ora in un fascio di sterpi. Fida in quella profezia che lo ha sempre assicurato che non sarebbe morto se non tra Africo e Campo dei Fiori, raion per cui durante la sua vita evitò sempre di uscire da casa mentre spirava il vento, denominato « Africo » e trovandosi a Roma cercò di stare il più possibile lontano da Campo dei Fiori.
Ma anche la speranza, ultima dea fugge i sepolcri; e in quell'ora triste del suo destino si trovò solo ed abbandonato: la realtà era diversa dal sogno, perchè apprendeva che lì nei dintorni scorreva un fiumiciattolo detto « Africo » ed essere Fiorenza il vaticinato « Campo dei Fiori ».
Ormai poteva esclamare col salmista: « Tutto si è avverato ». Calmo, rassegnato, sereno ordina ai suoi carnefici di dar fuoco alla catasta.
Muore così un uomo, che aveva saputo armonizzare nella propria opera, la fiamma della fede e il travaglio della scienza.
Un illustre avvocato romano, Bruno Cassinelli, nel suo recente volume « Io difendo » prova davanti a Frate accursio l'innocenza di Cecco accusato di magia e di stregoneria.
Io però debbo pensare che queste accuse tuttora lo perseguitano, perchè in qualunque biblioteca romana o fiorentina si vada, si scorge il codice dell'acerba, detto « il libro del Comando » che si ritiene donatogli dal diavolo perchè colle sue formule potesse comandare alle forze dell'inferno bene incatenato... al leggio, forse per evitare che se ne voli via... sotto il mantello di qualche bibliomane senza scrupoli.
Angelo Caratello
va agli

Nessun commento:

Posta un commento