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giovedì 18 agosto 2016

Collodi


Documentario n. 264
tratto dall'enciclopedia LA VITA MERAVIGLIOSA - Ed. M. Confalonieri Milano 1957 - pagg. 801-805.
illustrazioni ( dove non diversamente attribuito ) di Francesco Pescador
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L'intimo rimpianto d'un focolare domestico, che non conobbe mai, rappresentò forse il motivo che avvicinò il grande scrittore con affettuosa comprensione e verità umana al mondo infantile.


   L'autore di « Pinocchio », — al secolo Carlo Lorenzini, — nacque a Firenze, il 24 novembre 1826. Solo trentaquattro anni più tardi egli assume lo pseudonimo di Collodi, in omaggio al paesello toscano, — a circa sei chilometri da Pescia — in cui era nata sua madre, alla quale era molto affezionato. Fu il primo di nove fratelli. Suo padre, Domenico Lorenzini, era cuoco in casa dei marchesi Garzoni, dove svolgeva mansioni di cameriera e di sarta anche la moglie Angela Orzali, donna di una certa cultura e di grande sensibilità. Carlo fu avviato agli studi religiosi, ma gli anni dell'adolescenza, trascorsi in seminario, non diedero i risultati che gli educatori si proponevano.




Carlo Lorenzini compì i suoi studi in scuole di religiosi. I primi anni di scuola li trascorse sotto la guida dei Padri Scolopi.


Entrò poi nel Seminario di Colle Val d'Elsa dove si approfondì nella filosofia e nella teologia; ma, a vent'anni, compresa che quella non era la sua via, ne uscì.

   A vent'anni il giovane ritornò nel mondo e affrontò le prime difficoltà di una vita che non gli sarebbe mai stata facile. A Firenze s'impiegò presso la libreria Piatti diretta dal professor Aiazzi e brigò per entrare nel giornalismo collaborando alla «Rivista di Firenze», che allora recava le firme di uomini di parte democratica. Le vicende politiche lo interessavano seriamente al punto che, nel 1848, partecipò alla guerra tra il Piemonte e l'Austria. Tre lettere, che egli scrisse dal campo al professor Aiazzi, ci dipingono con semplicità e franchezza lo stato d'animo del giovane combattente: le sue prime, confuse impressioni dell'arrivo in zona di operazioni, il disagio per le marce snervanti, la serena attesa di un fuocherello per riscaldarsi. I suoi scritti rivelano le doti di un buon giornalista. La chiarezza di osservazione e la personalissima vivacità di stile rapido e disinvolto lasciano trapelare il temperamento di un uomo che ha qualcosa da dire e che sa esprimersi bene.


Nel 1848, Carlo,  smessa la veste  di seminarista,  si arruolò   volontario   nel   reggimento  Cavalleggeri  di   Novara, prendendo parte alle epiche e drammatiche giornate di  Curtatone e Montanara.

   Tornò a Firenze dopo la parentesi militare. Sentendosi più che mai « mazziniano sfegatato », ottenne un impiego modesto dal governo provvisorio e fondò « Il Lampione », un giornale politico nel quale, con estrosa vena umoristica e satira pungente criticava i « nostalgici » del governo granducale o dava libero sfogo con articoli infiammati alla sua cocente delusione di patriota. In seguito all'abrogazione della legge sulla libertà di stampa, Lorenzini dovette adattarsi a scrivere soltanto di teatro e occuparsi di innocua letteratura. Pare che risentisse parecchio di questo disagio. Uomo di profonda e convinta dirittura morale, rifuggiva dallo ostentare idee che non fossero radicate in lui e dal reprimere sentimenti che esigevano prepotentemente di essere manifestati. Non era fazioso né di mentalità limitata e quando fu di nuovo in gioco la sorte del Piemonte contro l'Austria, nel 1859, si arruolò ancora come volontario. Dopo l'armistizio di Villafranca si dichiarò in favore dell'annessione della Toscana al Piemonte e dell'Unità d'Italia. Con maggiore vigore polemico, nell'anno 1860, scrisse l'opuscoletto « Il signor Alberi ha ragione », contro Eugenio Alberi che, per istigazione francese, aveva invitato i toscani a starsene tranquilli nella libera Toscana senza darsi pensiero dell'Italia. In quest'occasione, per poter meglio concentrarsi nel suo lavoro, si ritirò a Collodi e, in riconoscenza anche alla pace del luogo che sapeva infondergli tanta ispirazione, cominciò a firmarsi con quel nome che è passato alla storia e che è ovunque conosciuto.
   A Firenze, dopo il congedo, continuò a prendere viva parte ai problemi e ai fatti del giorno che commentava nei suoi articoli con elegante e sottile arguzia. Possedeva la dote innata dell'intuizione psicologica. Anche nei confronti dei suoi avversari politici, seppe sempre contenersi nei limiti di una misura che denota intelligenza superiore e signorilità d'animo. Se la sua penna, mordace e precisa, arrivò a pungere, mai pervenne all'offesa. Alcuni critici hanno parlato di pessimismo da parte di Collodi e non a torto. Egli aveva lottato con passione perché l'Italia potesse essere libera, unita e indipendente, assistendo nel contempo allo scatenarsi delle piccole ambizioni, al trionfo delle meschinità e di tanti interessi celati sotto la nobile maschera dell'ideale patriottico. Egli dunque rimase nella sfera del pessimismo con l'atteggiamento di chi vede il male e, non avendo nulla da suggerire per estirparlo, sorride amaramente, pronto alla critica ma anche all'indulgenza.


Abbandonata la vita militare, Lorenzini si trovò costretto a ricorrere al gioco per sfuggire in qualche modo alla squallida tristezza della sua vita: egli sperperò al tappeto verde i suoi magri stipendi di impiegato.


Con il passare del tempo, sistemata la sua vita, egli si diede a frequentare letterati, scienziati ed educatori con i quali si riuniva nella libreria dell''editore Paggi, a Firenze.


   Il meglio della sua attività giornalistica è stato raccolto da Giuseppe Rigutini ( accademico della Crusca ) nei volumi « Note Gaie » e « Divagazioni critico-umoristiche ». Lorenzini finì per dissipare il suo bell'ingegno in romanzi, commedie e novelle privi di vera consistenza poetica, basati più che altro su ambienti e personaggi convenzionali. Inoltre sperperava al gioco tutto quanto ricavava dal suo lavoro, dapprima come addetto alla censura teatrale, poi come segretario alla Prefettura di Firenze e, infine, come libero professionista. Questo periodo di tormentata inquietudine non gli fu del tutto deleterio in quanto rappresentò l'incentivo occasionale che lo spinse a scrivere l'immortale Pinocchio. Nel 1875, angustiato dai debiti, per incarico dell'editore Felice Paggi tradusse e pubblicò col titolo, «I racconti delle Fate», le « Storie» e «Racconti del Tempo passato» del Perrault e altre favole francesi. Il Paggi gli propose anche di rimodernare il « Giannetto » del Paravicini e il Collodi, dopo vari dubbi e tentennamenti, si mise al lavoro e scrisse il fortunato Giannettino, cui poi seguirono Minuzzolo e una serie di libri scolastici sempre improntati al Giannettino.


Il suo romanzo « Giannettino » segna una tappa veramente importante nel mondo della letteratura infantile. Il protagonista, Giannettino, è un ragazzo di buona famiglia, molto vivace, che mette lo scompiglio in casa.


Un amico di famiglia, il dottor Boccadoro, si assume il compito di istruire ed educare Giannettino che, pur amando e stimando il suo maestro, non gli risparmia alcuni dei suoi più riusciti scherzi.


   Nel 1881, Ferdinando Martini, direttore del Fanfulla, fondò il Giornale per i bambini, che si proponeva un compito molto chiaro e preciso: quello di offrire ai giovani una lettura piacevole ed istruttiva e costringere gli scrittori più illustri a degnarsi di scendere fino alle loro menti. Collodi, invitato a collaborarvi tra i primi, poiché la necessità di denaro vinse la sua abituale indolenza, mandò al direttore Guido Biagi alcune cartelle intitolate La storia di un burattino, con queste parole: « Ti mando questa bambinata, fanne quello che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene per farmi venire la voglia di seguitarla ». Dopo poche puntate, interruppe il racconto e solo dopo essere stato sollecitato dal Biagi e dal vastissimo pubblico di bambini, che avevano già imparato ad amare il burattino, continuò sino alla fine. Intanto il Biagi stesso, nel corso della pubblicazione, aveva cambiato il primo titolo in quello di Avventure di Pinocchio. Fu edito in volume per la prima volta nel 1883 e il libro, accolto entusiasticamente dai piccoli lettori, fece storcere la bocca a molte autorevoli persone che lo giudicavano non solo stravagante, ma perfino immorale. A sette anni di distanza, nell'ottobre del 1890, quando Collodi chiudeva la propria vita travagliata in un modo, se non proprio tragico, perlomeno fortemente impressionante, non era stata ancora resa giustizia al grande capolavoro, tradotto in tutte le lingue. Il creatore della figura più simpatica e attraente che l'infanzia abbia avuto come modello e compagno, non ebbe prima di morire quel riconoscimento unanime e trionfale che si sarebbe meritato.


Dopo una vita intensa e punteggiata di vari avvenimenti, egli morì una sera, come un povero viandante stanco del lungo cammino, mentre rincasava, colpito da un improvviso malore.

   Ma Pinocchio, fortunatamente, è sopravvissuto. L'eredità preziosa di Carlo Lorenzini è stata devoluta ai bimbi e agli adulti di tutto il mondo, avendo in sé tutti i pregi d'una ricca e feconda opera d'arte. La varietà dei personaggi, la mobilità delle scene, il mordente di un dialogo sempre così perfetto nelle sue infinite sfumata, riescono subito a conciliarsi la simpatia e l'attenzione di qualunque lettore. Una vasta galleria di figure ci passa rapidamente dinanzi, ora con la maschera degli animali, — secondo la tradizione tramandataci dal greco Esopo, — ora con l'aspetto vero e proprio dell'uomo. Sembrerebbe quasi impossibile che in trentasei brevi capitoli possa radunarsi tanta vasta e varia materia. Il merito è proprio esclusivamente del Collodi che possiede una tecnica mirabile nell'impostare le scene. Egli sa dar vita all'azione senza soffermarsi in descrizioni inutili e noiose e senza indugiare in commenti fastidiosi e superflui. I fatti, narrati con incisiva sapiente concisione, si illustrano da soli. Le pennellate d'ambiente sono brevi, scarnite d'ogni sfoggio di goffa retorica, ma egualmente efficaci. La parola ha la semplice e nativa purezza toscana, aliena comunque dai preziosismi fiorentini. E' stato osservato, con ragione, che Collodi, dopo Manzoni, è stato uno degli scrittori che maggiormente hanno contribuito a rendere la lingua scritta molto vicina a quella parlata.
   Come già abbiamo accennato, non mancarono, però, le voci discordi nel coro di consensi tributati al Collodi. Ma il caro, divertente burattino, il migliore amico della nostra infanzia e il migliore ricordo dei nostri anni non più verdi, è perfettamente in grado di difendersi da sé. In che modo? Si leggano le sue avventure e il mistero sarà chiarito.


1)     Le avventure di Pinocchio. Un povero falegname, Mastro Geppetto, decide un giorno di ricavare da un pezzo di legno un burattino, Pinocchio, che gli terrà compagnia durante la vecchiaia. Al vederlo sgambettare il suo cuore si riempie di gioia, ma...


2) ...il burattino, appena è terminato, scappa dalla casa paterna. Affamato e stanco, decide però di farvi ritorno e qui vorrebbe colmare i morsi della fame con una frittatina, ma dall'uovo ch'egli ha trovato esce un pulcino che subito vola via.


3) A Pinocchio non resta che fare una bella dormitina e si siede accanto al braciere su cui appoggia i piedi, che durante il sonno si bruciano. Al ritorno, Geppetto dona al figlio le tre pere della sua colazione e subito dopo rifà i piedi al burattino.


4) Questi, commosso per la bontà del suo « babbino », gli promette che diverrà un buon ragazzo e andrà a scuola come tutti gli altri bimbi. Sacrificando la sua casacca, Geppetto gli compera allora l'abbecedario e Pinocchio, felice, esce di casa.


5) Durante il cammino, però, a Pinocchio capitano diverse avventure che gli fruttano quattro monete d'oro. Nel ritornare a casa, egli incontra una volpe zoppa e un gatto cieco che lo consigliano di seguirli se desidera centuplicare le sue monete d'oro.


6) Ma, più tardi, il Gatto e la Volpe, travestiti da assassini, assalgono il povero burattino, che in tutta fretta, nasconde le monete in bocca. I due comparì, indispettiti, lo impiccano ad un albero. Quasi morto di paura Pinocchio  viene salvato dalla Fata Turchina.


7) Riconoscente, il burattino promette alla Fata di metter giudizio e intanto racconta alla «sorellina» tutte le avventure scorsegli e, man mano che le parole gli escono di bocca,  il naso gli si allunga sempre  più,  in seguito alle numerose bugie ch'egli dice.
                               
                                
8) Nonostante le buone intenzioni espresse, Pinocchio, incontrati nuovamente il Gatto e la Volpe, si lascia convincere a seguirli e, dopo varie peripezie, cade nelle mani di  un pescatore  che vuole friggerlo in padella. Salvato  anche questa volta, promette ancora di cambiar vita.



9) Ma poi si lascia corrompere da un compagno di scuola, Lucignolo, che lo convince a partire con lui per il Paese dei Balocchi; giunto il carro su cui deve salire Lucignolo, Pinocchio segue l'amico e, poiché non vi è più posto nel carro, sale a cassetta.


1O) In quel luogo di delizie che è il Paese dei Balocchi, Pinocchio dimentica il trascorrere del tempo e passa da un divertimento all'altro. Una brutta mattina però si sveglia con le orecchie d'asino e a poco a poco il suo corpo si ricopre di pelo e la sua voce, si muta in raglio.


11) Cambiato in asino, Pinocchio viene venduto al proprietario dì un circo che gli insegna a saltare e a ballare e diviene  presto  l'idolo  dei  bambini che  frequentano la spettacolo. Una sera, saltando un cerchio, il Ciuchino Pinocchio si azzoppa e viene venduto per pochi soldi.


12) Il nuovo proprietario decide di farne una pelle di tamburo e, legatogli un grosso masso al collo, lo cala in acqua per farlo morire ma, ritirata la corda, vede un burattino che subito gli sfugge di mano; da questo momento Pinocchio diventa un ragazzo per bene.

 

Marco Pugacioff
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