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lunedì 3 ottobre 2016

L'origine e la giovinezza di Gerberto




RICHERIO

Frammenti su

Gerberto d’Aurillac

tratti dalla

STORIA di FRANCIA

(888-995).

 
Dalla edizione del 1967 tradotta in francese
dal professor Robert Latouche.
Liberamente tradotta e adattata da Marco Pugacioff.
[PROLOGO]

   Al beatissimo padre Gerberto, arcivescovo di Rhemi [dal 21 giugno 991 all’agosto 998, data della sua elevazione all’arcivescovado di Ravenna], Richerio monaco.

   È grazie all’ascendente che esercitano i vostri ordini, santissimo padre Gerberto, che è nato in me il progetto di raccontare in un volume le lotte dei Galli. Siccome quest’opera è chiamata a rendere dei grandi servizi e che la materia da trattare si offre abbondante, il mio spirito fa uno sforzo tale da essere eguale all’ammirevole bontà di colui che mi ha posto ad intraprendere quest’opera. Ho creduto di dover iniziare la mia storia da un’epoca vicina ai nostri tempi, poiché Incmaro, di santa memoria, che fu l’ultimo arcivescovo di Rhemi prima di voi [nato nel 806 a Saint Denis, divenne arcivescovo di Rhemi nel 845. Morì nel 882], ha raccontato in grande dettaglio nei suoi annali [Annali di San – Bertino, relativi agli anni 862-882] gli avvenimenti precedenti.

   Spero di dare soddisfazione al lettore esponendo tutti i fatti in una maniera intelligibile, chiara e breve. Perché, per paura di essere troppo prolisso, riassumerò i fatti il più possibile. Ma inizierò il racconto solo dopo aver indicato brevemente la divisione del globo terrestre e la distribuzione delle diverse parti della Gallia, poiché sono i costumi e la storia degli abitanti di questo paese che io mi propongo di scrivere.

[DAL] LIBRO PRIMO

   [1.] Divisione del mondo. – la superficie abitabile del globo si divide, al dire dei geografi [l’autore si ispira al primo libro, cap. II della Historie d’Orose – l’opera Historiarum Pagano di Paolo Orosio], in tre parti: l’Asia, l’Africa e l’Europa. La prima, che si estende dal nord al sud attraverso l’oriente, è limitata esternamente dall’Oceano; internamente essa è separata dall’Europa dapprima dai monti Riphées [una catena di montagne molto fredde e coperte di neve, che i greci antichi piazzavano vagamente in paragi settentrionali. Forse erano i Balcani oppure, come probabilmente intende Richerio,  i monti Urali] fino all’ombelico della terra dal Thanaïs [antica denominazione del fiume Don e della città fondata dagli antichi Greci al suo sbocco], il lago Méotide [antica denominazione del mare d’Azof] e il Mediterraneo. Dall’ombelico fino al mezzodì essa è isolata dall’Africa dal fiume Nilo. Quanto all’Africa e all’Europa, esse sono circondate esternamente dall’oceano dal mezzodì al nord. Il Mediterraneo, che scorre tra esse, le separa. I loro limiti interni con l’Asia sono per una il Nilo, per l’altra, come detto, il Mediterraneo, il Thanaïs e il lago Méotide.
    Benché ognuna di esse abbia le sue suddivisioni particolari, ho giudicato fin dall’inizio di indicare solo le parti di un’unica contrada dell’Europa, la Gallia. Il nome le deriva dalla bianchezza degli abitanti originali che presentano la caratteristica di un gran candore. [l’etimologia è ripresa da Isidoro di Siviglia (560 – 636), al dire del quale il nome di Gaule viene dal greco gala (latte). Etimologia, libro XIV, cap. 25].

    [2.] Divisione della Gallia [in questo capitolo, Richerio si ispira a Giulio Cesare]. – La Gallia è divisa in tre parti: la Bellica, la Celtica, l’Aquitania. La prima, la Belgica, si estende dalla Marna al Reno, il quale dopo l’oceano, costeggia la Germania, culla di numerose razze e di cui il nome deriva dalla parola: germinare [etimologia sempre di Isidoro di Siviglia]. Sui suoi due fianchi, la Belgica è protetta qui dalle Alpi Pennine, là dal mare che scorre attorno l’isola britannica. La Celtica si estende lungo la Marna fino alla Garonna; le sue coste sono limitate dall’oceano britannico e dall’isola britannica. La regione che si estende dalla Garonna ai Pirenei si chiama Aquitania; essa ha per limite innanzitutto il Rodano e la Saona, poi il Mediterraneo. Riassumendo, si vede che tutto il territorio della Gallia è limitato all’est dal Reno, ad ovest dai Pirenei, al nord dal mar britannico, e al sud dal Mediterraneo.
   
L'origine e la giovinezza di Gerberto
   [43.]  Arrivo di Gerberto in Gallia. – Mentre lui rifletteva da parte sua su questo quesito, la Divinità stessa invia Gerberto, uomo di gran genio e di una eloquenza ammirevole, che fece ben presto risplendere e ravvivare tutta la Gallia come una torcia ardente. Aquitano di nascita, Gerberto viene allevato fin dall’infanzia nel convento del santo confessore Gerardo [l’abbazia di San Gerardo di Aurillac, amministrato dall’abate Gerardo di Saint-Céré] e lì apprese la grammatica. Durante la sua adolescenza, mentre prosegue i suoi studi, fortuna volle che Borrel, duca della Spagna citeriore [Conte di Urgel, succeduto, alla fine del 966, al cugino Sunifrio nella contea di Barcellona e della Marca di Spagna] viene al convento per la preghiera. Qui è ricevuto con molta cordialità dall’abate del luogo, il quale gli domanda, nel corso della conversazione, se la Spagna ha degli uomini molto istruiti nelle arti. Alla risposta pronta e affermativa del duca, l’abate lo persuade subito a prendere con se uno dei religiosi del monastero e a condurlo con lui per fargli apprendere le scienze. Ben lontano dal rifiutare, il duca accetta generosamente alla domanda. Quindi con il consenso dei frati, conduce con se Gerberto e incarica il vescovo Attone [di Vich, provincia di Barcellona] di istruirlo. Sotto la guida di quest’ultimo, Gerberto studia in maniera approfondita e con successo le matematiche.
   Ma siccome la Divinità voleva che la Gallia, ancora nelle tenebre, fosse rischiarata da una grande luce, così essa suggerisce al duca e al vescovo di andare a Roma in pellegrinaggio. Terminati i loro preparativi, i due si mettono in viaggio e conducono con loro il giovane uomo che gli era stato affidato. Arrivati nella città e dopo aver pregato sulla tomba dei santi apostoli, essi si recano dal papa…[lasciato in bianco da Richerio, si tratta di Giovanni XIII – lo scopo del viaggio è di ottenere l’elevazione del vescovado di Vich in arcivescovado] di santa memoria, si  presentarono a lui e gli offrirono graziosamente quelli dei loro beni che gli sarebbero graditi.
   [44.] Attone muore [viene ucciso il 22 Agosto 971] durante il suo soggiorno a Roma. – L’intelligenza del giovane uomo ed anche la sua volontà di apprendere non sfuggono al pontefice, e, visto che la musica e l’astronomia erano allora completamente ignorate in Italia, senza indugio fa sapere tramite un legato a Ottone, re di Germania e d’Italia [da fonti tedesche sappiamo che Ottone 1° passa le feste del natale 970 a Roma] dell’arrivo di questo giovanotto così ammirevole verso le matematiche e così capace di insegnarle con zelo. Il re non tarda a proporre al papa di trattenere il giovane uomo, non fornendogli alcun mezzo di ritorno. Al duca e al vescovo che erano venuti dalla Spagna con lui, il papa si limita a dire semplicemente che il re per il momento lo tratteneva e che lo avrebbe rimandato entro breve con onore, aggiungendo che il re ne sarebbe stato grato. Il duca e il vescovo, a quella condizione, vengono così persuasi a ripartire per la Spagna, lasciando il giovanotto.

   Il giovane uomo fu dunque lasciato dal papa, e questi lo presenta al re. Quando Ottone gli chiede delle sue conoscenze, Gerberto risponde che conosce bene le matematiche, ma che voleva apprendere la scienza della logica. Siccome lui voleva riuscire in ciò, non restò lungo tempo a Roma.

 

   [45.] Il re Ottone lo affida ad un logico. – Gerannus, arcidiacono di Rhemi, aveva allora una grande reputazione di logico. Lotario, re dei francesi lo invia proprio allora come ambasciatore presso Ottone re d’Italia. Il suo arrivo riempie di gioia il giovane uomo il quale chiede al re di essere affidato a Gerannus. Gerberto s’attacca alla sua persona per un po’ di tempo e poi lo accompagna a Rhemi. Qui Gerberto apprende da lui la scienza della logica e fa notevoli progressi. Invece, quando Gerannus si butta nello studio delle matematiche, la difficoltà di questa scienza lo costringe a rinunciare allo studio della musica [considerata in quest’epoca come un ramo delle matematiche].

   In questi giorni, Gerberto, per l’eccellenza dei suoi lavori, ha attirato l’attenzione del metropolitano e ne ottiene la sua simpatia. Su richiesta del metropolitano, viene così incaricato di insegnare le scienze ai numerosi scolari di Rhemi.

 

   [46.] L’ordine dei libri seguiti da Gerberto nei suoi insegnamenti. – Gerberto sa rendere lucida la dialettica facendo studiare i seguenti libri in questo modo: incomincia da l’Isagoge o introduzione di Porfirio [filosofo della scuola d’Alessandria, morto all’inizio del IV° secolo dell’era volgare], secondo la traduzione del classico Vittorino il retorico e subito dopo quella di Manlius [Richerio designa con questo nome il filosofo Boezio, 480-524]; poi illustra il trattato di Aristotele su le categorie o sui predicati. Espone in seguito in maniera perfetta il contenuto del trattato Peri Hermeneias, ovvero “Delle interpretazioni”; insegna infine ai suoi auditori le Topiche, cioè i fondamenti delle prove, che Cicerone ha tradotto dal greco in latino e di cui il console Manlio ne fece un commentario in sei libri [si tratta sempre di Boezio, che intitola sempre nelle sue opere “Anicius Manlius Severinus Boethius”].

 

   [47.] Come Gerberto prepara gli allievi a ricevere l’insegnamento della retorica. – Gerberto legge e commenta in maniera pratica i quattro libri sulle differenze topiche, i due libri sui sillogismi categorici, i tre libri sui sillogismi ipotetici, il libro unico, che è consacrato alle definizioni, ed il libro egualmente unico, che ha per oggetto le divisioni [altre opere di Boezio]. Dopo lo studio di queste opere, vuole che gli allievi passino alla scienza della retorica; ma egli teme che fosse loro impossibile di elevarsi all’arte oratoria senza la conoscenza dei metodi di evoluzione, i quali non si possono apprendere che presso i poeti. Così ricorre ai poeti con cui giudica utile di familiarizzare. Legge e commenta i poemi di Virgilio, Stazio e Terenzio, così come i satirici Giovenale, Persio, e Orazio e anche lo storico Lucano. Una volta che i suoi allievi si sono familiarizzati con questi autori e istruiti dei loro modi di elocuzione, Gerberto li passa allo studio della retorica.

 

   [48.] Perché Gerberto affida i suoi allievi ad un sofista. – Dopo aver loro donato questi insegnamenti, egli li affida ad un sofista per farli esercitare alla controversia. Vuole che siano capaci di esprimersi con un arte tale che non si dovesse credere che essi parlassero senza il soccorso di quest’arte, che è la suprema perfezione presso un oratore.

 

   [49.] Lavori compiuti da Gerberto in matematica – Questo detto per la logica, e non è fuor di proposito di indicare tutti gli sforzi che costano le matematiche. Inizia i suoi allievi all’aritmetica, prima parte della scienza matematica; poi insegna loro a fondo la musica, allora completamente ignorata nelle Gallie, li rende sensibili alle differenti note e le dispone sul monocorde, divide le loro consonanti e le loro sinfonie in toni e semitoni, in ditoni e diesis e ripartisce metodicamente i toni e i suoni.

 

   [50.] Costruzione di una sfera piena. – Per permettere di apprezzare la sagacia di questo grande uomo e far sapere più comodamente al lettore l’efficacia del suo metodo, è utile di indicare a prezzo di quali sforzi abbia riunito i principi della astronomia. Questa scienza pressoché inaccessibile, lui ha potuto, tra lo stupore generale, farla conoscere per virtù di particolari strumenti. Incomincia raffigurando la sfera del mondo per mezzo di una sfera rotonda in legno pieno in cui la forma assomigli in breve a quella grande. Può, con i suoi due poli, dopo avere inclinato obliquamente rapportansi a l’orizzonte, fornire il polo superiore delle costellazioni settentrionali e il polo inferiore delle costellazioni australi. Ne regola la posizione in mezzo del cerchio che i Greci chiamavano “orizzonte” e i Latini “limitant” oppure “determinant”, perché è grazie ad esso che si distinguono e separano le costellazioni visibili da quelle che non si vedono. Avendo così piazzato la sfera all’orizzonte in modo da mostrare in maniera pratica e probante il sorgere e la discesa degli astri, Gerberto inizia i suoi allievi alla scienza della natura e insegna loro a conoscere gli astri. La notte si applica a mostrar loro le stelle brillanti e li fa osservare come queste sono oblique sulle diverse parti del mondo, tanto al sorgere quando al loro tramontare. 

 

   [51.] Significato dei cerchi intermedi. – Riguardo le circonferenze che i Greci designano sotto il nome di paralleli e i Latini di equidistanti e del loro carattere incorporeo di cui non si dubita, ecco spiegato il ruolo. Lui immagina una semicirconferenza tagliata da un diametro in linea retta. Rappresenta questo diametro un tubo, alle estremità del quale vengono indicati i due poli, boreale e australe, poi divide la semicirconferenza in trenta parti da un polo all’altro. Alla sesta divisione a partire dal polo, lui piazza un tubo destinato a figurare il circolo artico. Poi, dopo aver passato le cinque parti seguenti, mette un nuovo tubo per marcare la circonferenza dei paesi caldi. Appresso questo, al seguito di una quarta divisione, lui aggiunge un tubo identico per indicare la circonferenza dell’equinozio. Lui spartisce alla medesima maniera il resto dello spazio fino al polo sud.

   Il dispositivo di questo strumento, dove il diametro è diretto verso il polo e la convessità della semicirconferenza gira verso l’alto, fece scaturire la sua felicità perché riuscì a far conoscere delle circonferenze invisibili e ciò è ancora ben radicato nella mia memoria.
   [52.] Costruzione di una sfera ingegnosamente disposta per far conoscere i pianeti. – Grazie alle sue ricerche, Gerberto trova un meccanismo che faccia comprendere la rivoluzione dei pianeti, benché esse si muovono all’interno del mondo e si incrociano. Inizia col fabbricare una sfera armillare, ovvero composta solamente di circonferenze. Vi introduce due cerchi che i Greci chiamano “coluri”, e i Latini “incidenti”, perché si intersecassero, e fissa i poli alle loro estremità. Fa poi passare fra i coluri cinque altri cerchi detti paralleli, in modo da spartire in trenta parti la metà della sfera da un polo all’altro, e questo non in una maniera banale e arbitraria: perché, sulle trenta parti dell’emisfero, lui ne comprime sei del polo alla prima circonferenza, cinque del primo alla seconda, quattro dalla seconda alla terza, altre quattro dalla terza alla quarta, cinque dalla quarta alla quinta, sei dalla quinta ai poli. Su questi paralleli, lui piazza obliquamente la circonferenza che i Greci chiamano “loxos” oppure “zoe” e i Latini “obliquo” o “vitalis”, perché essa ha delle figure d’animali che rappresentano le costellazioni. All’interno di questa circonferenza obliqua, vi appende le circonferenze dei pianeti con un meccanismo molto ingegnoso. Può così mostrare in maniera lampante le loro rivoluzioni, le loro altezze, ed anche le loro distanze rispettive. Ma, se non vogliamo troppo allontanarsi dal nostro argomento, non è possibile qui indicare il procedimento che richiede dei lunghi sviluppi.

   [53.] Costruzione di un’altra sfera destinata a far conoscere le stelle. – Oltre questa sfera, Gerberto ne fabbrica un’altra armillare, all’interno della quale non piazza delle circonferenze, ma vi rappresenta le costellazioni per mezzo di una rete di fili di ferro e cuoio. La fa attraversare da un tubo che faccia da asse, che indichi il polo celeste, in maniera che, allorché noi lo guardiamo, vi apparirebbe raffigurato il cielo. Così le stelle di tutte le costellazioni vengono rappresentate da dei segni della sfera. Questo apparecchio ha qualcosa di divino che nemmeno colui che era ignorante della scienza poteva, per poco che gli venisse mostrata una delle costellazione,riconoscere tutte le altre sulla sfera senza il soccorso di un maestro. È così che Gerberto istruiva con devozione i suoi allievi. Così per l’astronomia. 

ricostruzione di un antico Abaco

   [54.] Confezione di un abaco. – Gerberto non prendeva nemmeno la pena di insegnare la geometria. Per iniziarli, fa costruire da un fabbricante di scudi, un abaco, sarebbe a dire una tavola a compartimenti. Questa viene divisa sulla lunghezza in ventisette parti, sulle quali Gerberto dispone nove cifre destinate ad esprimere tutti i numeri. Fabbrica inoltre, con le stesse cifre, mille caratteri in corna che intervenissero nei ventisette compartimenti dell’abaco per ottenere la moltiplicazione o la divisione di tutti i numeri possibili. Questo dispositivo permette di dividere e di moltiplicare una tale massa di numeri cosi rapidamente che, vista la loro estrema abbondanza, si riesce a fare mentalmente le operazioni in minor tempo che ci si metta a formularle. Se si desidera conoscere a fondo questa scienza, si può leggere l’opera di Gerberto indirizzata al grammatico Costantino. Qui si troverà l’argomento trattato con abbondanza.

   [55.] La fama di Gerberto si diffonde fra Gallia e Italia. – Lui era cosi appassionato per lo studio, che il numero dei suoi allievi aumentava ogni giorno. La nomea di un così grande dottore non si limitava solo alle Gallie; ma si estendeva anche fra i popoli della Germania. Attraversa le Alpi e si diffonde in Italia tra il mar Tirreno e l’Adriatico.
   Era questo il tempo che Otrico era celebre in Sassonia. Lui aveva sentito vantare il filosofo, e di come egli osservi che Gerberto avesse bisogno di dividere metodicamente le questioni in tutte le sue argomentazioni, prega allora dei suoi amici di riferirgli sulle lezioni del filosofo, qualche esempio di divisione, e di preferenza degli esempi improntati alla filosofia, perché pensava, era in una divisione metodica della filosofia che a lui poteva più facilmente apprezzare l’esattezza delle conoscenze di un uomo che era considerato come un filosofo, non era in effetti una materia che tocca la scienza delle cose divine e umane? Invia dunque a Rhemi un sassone che sembrava capace di questa missione. Quest’uomo assiste alle elezioni e nota con cura le divisioni dei generi adottati da Gerberto, ma commette un grave errore di classificazione nella divisione generale della filosofia.

   [56.] La tavola filosofica di Gerberto distorta da malevoli, è criticata da Otrico. – In effetti, se Gerberto assegna alla filosofia il medesimo ruolo e la medesima anzianità che ha la scienza matematica, costui la subordina alla scienza matematica, come la specie al genere. Non si sa se lo fece per un suo disegno o per disprezzo. È sotto questa forma che la tavola fu portata a Otrico nello stesso tempo che la divisione di ben altre materie. Dopo averla studiata egli stesso con molta attenzione, Otrico accusa davanti i suoi allievi Gerberto di avere mal concepito la divisione, perché la sua tavola rappresenta a torto una delle specie eguali subordinate alle altre come la specie lo è al genere. Lui conclude temerariamente che Gerberto non aveva compreso niente della filosofia. Pretende anche che Gerberto ignora completamente in cosa consistono le cose divine e umane. Ora, ci sono delle nozioni senza le quali nessuno può filosofare. Quindi porta al palazzo la tavola, e davanti Ottone, l’augusto imperatore, dà spiegazioni a quei personaggi che gli sembrano più eruditi. L’imperatore che è lui medesimo, molto curioso di queste questioni, rimane sorpreso che Gerberto avesse commesso questo errore. Lo aveva visto, in effetti, e l’aveva udito più di una volta discutere. Così desidera vivamente ottenere da lui la spiegazione della tavola. L’occasione si presenta.

   [57.] In effetti, l’anno seguente, il venerabile arcivescovo di Rhemi, Adalberone si reca a Roma con Gerberto e incontra a Pavia l’augusto imperatore con Otrico [l’incontro avvenne verso la fine del 980. Ottone passa a Pavia il 5 dicembre. Fonti tedesche]. l’imperatore li riceve con magnificenza e li conduce in battello sul Po fino a Ravenna [Ottone celebra la festa di natale a Ravenna e vi soggiorna per tutto il mese di gennaio]. A una data fissata, tutti gli eruditi che erano presenti si riuniscono nel palazzo per ordine dell’imperatore. Vi è anche il reverendo arcivescovo già nominato; Adso, l’abate di Montiérender, che era venuto con il suddetto arcivescovo. Otrico, che l’anno precedente aveva criticato Gerberto, era anche lui presente. Era venuto, inoltre, un gran numero di scolari che attendono con impazienza l’apertura della discussione, perché si domandano tra di loro chi avesse l’ardire di criticare Otrico. Da parte sua l’imperatore cerca scaltramente di provocare una discussione. S’era applicato a non avvertire Gerberto che lo avrebbe opposto ad Otrico, nella speranza che, attaccato all’improvviso, avrebbe messo un grande ardore nella discussione per contraddire il suo avversario. Al contrario, dà a Otrico il consiglio di sollevare molte questioni e di non risolverne nessuna. Allorché  tutti gli assistenti si sono sistemati secondo l’ordine di presenza, l’imperatore, che era in mezzo a loro, prende la parola dall’alto del suo seggio. Ecco come Richerio lo ha romanzato.

   [58.] Esortazione dell’imperatore Ottone all’assemblea degli eruditi riuniti per la critica della tavola filosofica. – «Io stimo, disse, che delle riflessioni e degli esercizi frequenti fanno progredire la scienza umana, a condizione che i soggetti, convenientemente esposti, siano trattati in un linguaggio scelto da tutti gli eruditi. Come noi ci intorpidiamo troppo sovente nell’ozio, è molto utile che qualcuno ci presenti delle loro questioni per incitarci a riflettere. È così che i grandi eruditi hanno fatto nascere la scienza; è così che, l’hanno divulgata e affidata ai libri, essi ce l’hanno trasmessa per avere la gloria di farne buon uso. Occupiamoci dunque di qualche problema. Questa ricerca eleva il nostro spirito, lo conduce ad una più grande certezza intellettuale.     
   Avanti, vi dico, rivediamo ora la tavola delle parti della filosofia che ci è stata mostrata l’anno scorso. Esaminiamola tutti con la più gran cura, e che ciascuno di voi dica cosa ne pensi oppure ciò che gli si rimprovera. Se niente gli manca esteriormente, confermatelo con la vostra unanime  approvazione. Se vi pare necessario correggerla, questo sarà, secondo l’opinione degli eruditi, rigettata o rettificata. Presentatela davanti a voi perché possiate vederla».
   Otrico produce allora la tavola dichiarando che Gerberto l’ha cosi disposta, che lui l’ha raccolta e scritta per i suoi auditori e che in seguito lui stesso l’ha poi donata a leggerla all’imperatore. Dopo aver fatto la lettura, la porge a Gerberto. Quest’ultimo la osserva attentamente, la approva su certi punti, la critica su altri e dichiara allo stesso tempo che egli l’aveva così disposta.

   [59.] Divisione della filosofia teorica in specie. – Dopo che l’imperatore lo ha invitato a fare la correzione, Gerberto fa: «Io vedo, o grande Cesare augusto, che tu sei superiore a tutti questi uomini. Obbedirò, dunque come è giusto, ai tuoi ordini, senza occuparmi della pallida gelosia dei malevoli che hanno alterato volontariamente, per la subordinazione di una delle specie, la divisione della filosofia più che corretta che avevo stabilito in una forma assai convincente e chiara. Io dichiaro dunque che la matematica, la fisica e la teologia, le quali sono su di un piano di eguaglianza, sono subordinate ad un medesimo genere e che la loro partecipazione a questo genere è identico. È impossibile che una sola e medesima specie, formi una sola e medesima essenza, sia uguale ad un’altra specie e che questa sia al medesimo tempo inferiore e subordinata come la specie lo è al genere. Almeno questo e il mio pensiero sulla questione. Del resto, se qualcuno ha obbiezioni da fare, ha il compito di dimostrarlo e noi quello di far comprendere un’idea che la ragione naturale non sembra aver ancora suggerito a nessuno.»

   [60.] Divisione della filosofia. – Ad un cenno dell’imperatore, Otrico l’interrompe: «Poiché tu hai fatto una breve allusione a qualche parte della filosofia, bisogna che tu riprendi completamente la tua classificazione e che la spieghi. Solo così riuscirai ad allontanare da te il sospetto di aver realizzato una tavola fallace.»
   E Gerberto rispose allora: «La questione ha una grande importanza, poiché essa abbraccia la scienza delle cose divine e umane. Eppure, per non essere accusato di pigrizia, e per il profitto di qualcuno dei nostri auditori, non esiteremo ad esporre questa divisione secondo Vittorino e Boezio. La filosofia è un genere dove le specie sono la pratica e la teoria; la pratica, da parte sua, ha le sue specie, cioè la dispensativa, la distributiva, la civile (practices vero species dico dispensativam, distributivam, civilem). Nella teoria sono comprese normalmente la fisica naturale, la matematica intelligibile e la teologia intellettiva. Noi subordineremo in seguito, non senza ragione, la matematica alla fisica.»

   [61.] Otrico fa vanamente la critica della divisione. Risposta di Gerberto. – Otrico, che cerca di proseguire la discussione, obbietta; «Sono profondamente sorpreso che tu abbia subordinato immediatamente la matematica alla fisica, poiché si può comprendere tra esse un genere subalterno, la fisiologia. È un grave errore, mi sembra, d’aver cercato cosi lontano una parte per fare una suddivisione del genere.»
   Gerberto replica: «Ci si dovrebbe essere ben sorpresi se avessi subordinato come una specie la matematica e la fisica, che sono eguali. Poiché tutte e due sono uguali e fanno parte di un medesimo genere, sarebbe strano, direi, che avessi subordinato l’una a l’altra. Ma aggiungo che la fisiologia non è un genere della fisica, come tu pretendi, e io stimo che non vi è fra esse altra differenza che quella che esiste tra la filologia e la filosofia; altrimenti bisognerebbe accordare che la filologia è un genere della filosofia.»
   A queste parole, la folla degli scolari si indigna che è stata interrotta la divisione della filosofia e domanda all’imperatore che sia ripresa. Ma Otrico  dichiara che dovrà essere ripresa più tardi, dopo aver discusso sulla medesima causa della filosofia. Si gira cosi verso Gerberto, e gli domanda qual è la causa della filosofia.

   [62.] Qual’è la causa della creazione del mondo? – Gerberto gli domanda di indicargli più chiaramente quello che lui voleva, se era la causa che aveva creato la filosofia o la causa per quale essa doveva essere stata creata. «Io chiedo, risponde Otrico, della causa in vista della quale essa è stata creata.» e Gerberto replica: «Ora che l’oggetto della tua domanda è chiaro, dirò che la filosofia è stata creata per permettici di conoscere le cose divine e umane.» Otrico lo interrompe: «Perché tante parole per definire la causa di una sola cosa, allorché è forse possibile definirla con una sola parola e che l’oggetto dei filosofi è la ricerca della brevità.»

   [63.] Le definizioni di tutte le cause non possono essere espresse con una sola parola. – Gerberto riprende: «Tutte le cause non possono essere espresse con una sola parola. Per esempio, quanto Platone ha definito la causa del mondo creato non lo fece con una sola, ma con tre: bona dei voluntas ( la buona volontà divina ), è evidente che questa causa non poteva essere espressa altrimenti. Se avesse detto, in effetti, che la volontà è la causa del mondo, la sua definizione non poteva essere adeguata. Può sembrare che sia il maneggio di una volontà qualunque, e non è questo il caso.»
   Otrico allora replica: «Se si dice che la volontà di Dio è la causa del mondo creato, egli si sarebbe espresso più brevemente e tuttavia in maniera sufficiente, poiché la volontà di Dio non è mai stata altra che buona, perché nessuno contesta che la volontà di Dio è buona.»
   «Io non contraddico assolutamente questa asserzione, dice Gerberto. Ma rifletto; è certo che Dio solo è sostanzialmente buono; ma che tutte le creature non siano buone che per partecipazione; la parola buona è stata aggiunta per esprimere la qualità della natura di questa volontà, perché la bontà è propria del Signore, ma non della creatura. Infine, quel che sia, è incontestabile che tutte le cause non potevano essere designate con una sola parola. Ditemi, quale è la causa dell’ombra? È possibile indicarla con una sola parola?»

   [64.] Della causa dell’ombra. - «Io pretendo  che la causa dell’ombra è un corpo posizionato davanti la luce. È impossibile di esprimere ciò più brevemente. Se voi dite, in effetti, che la causa dell’ombra è un corpo, avanzate una definizione troppo generale. Se volete che sia un corpo piazzato davanti, la definizione, come vedrete, resterà incompleta. Vi sono, infatti, dei corpi che, anche messi davanti altri, non possono causare delle ombre. Certo, non contesto che le cause di molte cose non possano essere espresse con una sola parola; tali sono i generi che sono le cause delle specie, come nessuno ignora, e, per esempio, la sostanza, la quantità, la qualità. Ma vi sono altri rapporti che possono essere espressi così semplicemente, come quelli del razionale o del mortale.»

   [65.] Qual è il più comprensivo; il razionale o il mortale? – Queste parole sorpresero vivamente Otrico: «Subordini tu dunque, disse, il mortale al razionale? Ora, tutti sanno che il razionale raccoglie Dio, l’angelo e l’uomo, ma che il mortale, più grande e più comprensivo, abbraccia tutti gli esseri mortali e, anche, un’infinità d’altri?»
   A questo punto Gerberto risponde: «Tentando, con Porfirio e Boezio, una divisione della sostanza che, per una analisi metodica, sbocca all’individuo, tu troverai senza dubbio che il razionale è più comprensivo  che il mortale. È facile spiegarlo con argomenti perentori. Perché, poiché la sostanza, il genere più generale, può – il fatto è evidente – dividersi in generi subalterni fino agli individui, bisogna vedere se tutti questi generi subalterni sono designati da una sola parola. Ora, è manifesto che gli uni hanno un nome formato da una parola, gli altri di molte: di una parola come corpi, di molte come essere animato, sensibile. Per la medesima ragione, il genere subalterno, che è un animale razionale, è attributo del soggetto che sia un animale razionale e mortale. Non è che razionale preso isolatamente, non è esatto; ma razionale, allorché è aggiunto ad animale, è attributo di mortale, annesso lui stesso all’animale razionale.»
   Le sue parole e le sue frasi scorrono con estrema abbondanza, e Gerberto si dispone a passare ad altro argomento; ma l’imperatore con un gesto mette fine alla discussione, poiché il dibattito era già durato una giornata intera, e il fatto che si prolungasse senza arresto comincia ad affaticare gli astanti. Dopo aver ricevuto ricchi doni dall’imperatore, Gerberto rientra in Gallia con il suo metropolitano, coperto di gloria.

   [72.] Arnolfo sottoscrive un atto di rinuncia. – il testo dell’atto era il seguente: «Io Arnolfo, per grazia di Dio ex arcivescovo di Rhemi, riconosco la debolezza e il peso dei miei peccati, ho preso come giudice dei miei errori i testimoni seguenti, miei confessori: Seguino, arcivescovo; Daiberto, arcivescovo; Arnolfo, vescovo; Godesman, vescovo; Hervè, vescovo; Rabeuf, vescovo; Gautiero, vescovo; Brunone, vescovo; Milone, vescovo; Adalberone, vescovo; Eudo, vescovo; Guido, vescovo; Eriberto, vescovo; e ho fatto loro una confessione sincera. Ho  chiesto, per ottenere il rimedio della penitenza e la salute della mia anima, di lasciare la funzione e il ministero episcopale, di cui mi riconosco indegno e dove mi sono reso incapace per i miei errori, che ho loro segretamente confessato e di cui sono pubblicamente accusato. Ho agito così perché essi ne siano testimoni e perché essi abbiano il potere di mettere al mio posto, e di consacrare, un prelato capace di governare e di servire degnamente la Chiesa di cui sono stato fino a qui il capo indegno. E, perché in avvenire io non possa produrre alcuna rivendicazione, nessun appello valevole in virtù dei canoni, io confermo quest’atto e lo sottoscrivo di mia mano. Dopo averne dato lettura, io lo sottoscritto così: io Arnolfo, ex arcivescovo di Rhemi, ho sottoscritto.»
   Poi i vescovi che erano presenti sottoscrissero sulla sua domanda e a lui risposero; «Conforme alla tua dichiarazione e alla tua sottoscrizione, cessa la tua funzione.» Arnolfo libera in seguito dai loro giuramenti tutti coloro che gli erano stati fedeli, ed essendo decaduto, accorda a questi di passare sotto la dominazione di un altro.

   [73.] degradazione del prete Augiero. – Durante questa cerimonia svolta con grande solennità, il prete Augiero prosternato ai piedi del re, non cessava di lamentarsi di essere scomunicato. Chiede di essere reintegrato nella comunione, pretende che doveva essere battuto con più indulgenza, poiché aveva solo obbedito a un ordine del suo signore.
   Arnolfo, vescovo di Orleans, lo interpella in questi termini: «credi che oggi le tue menzogne ti assolveranno? Non sei stato tu ad aprire le porte a Carlo, e qui sei penetrato con lui, armi alla mano, nel sancta santorum? Non sei stato tu, con i tuoi simili, ad aver perduto questo giovane uomo? Confessa miserabile!»
   E il prete risponde: «non lo posso negare». Il vescovo prosegue: «ti dovremo dunque reintegrare nella comunione perché tu rida, miserabile, e il tuo padrone pianga?» finalmente, si decide che avrebbe dovuto scegliere tra due pene: la degradazione o l’anatema perpetuo.
   Dopo aver molto riflettuto, Augiero crede sia meglio essere degradato che subire l’anatema perpetuo. Subito, su ordine dei vescovi viene rivestito delle vesti sacerdotali. Poi mentre viene portato da l’uno all’altro dei vescovi questi senza alcuna pietà gli fanno: «lascia la tua funzione.» Cosi gli resero la comunione dei laici e la sottomisero alla penitenza. In seguito il sinodo si separa.
   Se qualcuno vuole approfondire meglio i canoni conciliari e le decisioni dei padri che sono stati invocati da ognuno degli oratore durante il concilio, le sanzioni che sono state prese, il messaggio che fu indirizzato dai re dai vescovi al pontefice romano, gli argomenti prodotti a sostegno dell’abdicazione di Arnolfo può leggere l’opera di monsignor Gerberto, quest’uomo incomparabile, il successore di Arnolfo sulla sede episcopale che contiene una relazione di tutti quei dibattiti e dove lo stile, di uno incanto ammirevole, fa a gara con l’eloquenza ciceroniana. L’opera, che è piena di obiezioni, di riscontri, definizioni, esposti, riassunti e conclusi sotto una forma chiara e logica, interesserà non solo chi studia le questioni sinodali, ma anche chi vuol conoscere le regole della retorica.

   [89.] Sinodo di Chelles ( circa 995  ). – Alla medesima epoca [in cui la reputazione di Susanna veniva rimproverata], come il papa di Roma B. [Richerio indica Benedetto VII, ma in realtà essendo morto nel 983, ora regna Giovanni XV] aveva rimproverato in numerose lettere la deposizione di Arnofo e l’elevazione di Gerberto, e i vescovi, autori di queste misure, così come tutti coloro che vi avevano preso parte, dovettero subire da lui molte rimostranze, i vescovi di Gallia decisero di riunirsi per deliberare su questo rimprovero. Essi si riunirono a Chelles ove ebbe luogo un sinodo.
   Il re Roberto lo presiede. Gerberto, sedeva come metropolita di Rhemi, e fu incaricato di dirigere tutti i dibattiti del sinodo; il metropolita di Sens, Seguino; quello di Tours, Erchembaldo; quello di Bourges, Daiberto; infine numerosi dei loro suffraganti. Dopo aver promulgato dei regolamenti riguardanti la Santa Chiesa ispirati dai decreti dei padri, essi si impegnarono in altre risoluzioni, senza aver altri pensieri, che una volontà e un pensiero comune, secondo le parole delle scritture: essi non avevano che un cuore e un’anima  [Atti degli apostoli, IV, 32.]. Decisero così che, se si fosse prodotto in una chiesa un abuso che meritava di essere colpito dalle frecce dell’anatema, essi deliberarono tutti insieme di poter rimediare in seguito con un decreto collettivo. Allorché si trattasse di palesare qualcuno di un anatema, lo avrebbe fatto subito con un decreto collettivo, secondo le parole delle scritture: domanda consiglio al saggio [libro di Tobia, IV, 19].
    Essi vollero, d’altra parte, che, se il papa romano avesse preso una misura in opposizione con i decreti dei padri, questa misura fosse considerata come nulla e senza effetto, secondo la parola dell’apostolo:  scacciate con tutte le vostre forze l’eretico e colui che vi separa dalla Chiesa [lettera si San Paolo a Tito, III, 10]. Essi vollero ugualmente ratificare in maniera irrevocabile il decadimento di Arnolfo e l’elevazione di Gerberto, così come erano state pronunciate e eseguite dal loro ordine, in virtù dei testi seguenti dei canoni: gli statuti di un sinodo provinciale non deve essere annullato senza motivo.

   [99.] Del sinodo che ebbe luogo a Mouzon ( 2 giugno 995 ) in favore di Arnolfo. – Nel frattempo [il capitolo inizia dopo l’arresto di Adalberone di Laon], i re avevano interdetto ai vescovi di Gallia di andare al sinodo progettato. I vescovi di Germania, per evitare l’accusa di malafede in cui sarebbero incorsi se non si fossero presentati, andarono a Mouzon alla data fissata. Con loro vi era il legato del papa. L’assemblea si riunì nella basilica della Santa Madre di Dio e tutti si insediarono nel ordine di presenza, secondo il costume ecclesiastico. Tra essi vi erano Superio di Münster, Liudolfo di Treves,  Notkero di Liegi, Aimone di Verdun. Di fronte a loro vi era Gerberto, metropolitano di Rhemi, che si era presentato unico fra i vescovi di Gallia, malgrado il divieto dei re. Aveva preso posto al lato opposto, pronto a rispondere per suo conto. Si erano insediati anche abati di diversi monasteri, così come molti chierici e perfino dei laici come il conte Godefreio [conte di Verdun, che possedeva il castello di Meziéres] con i suoi due figli e Ragenerio, vicedomino di Rhemi.

   [100.] Discorso d’apertura di Aimone, vescovo di Verdun, dove è esposta la causa del sinodo. – in mezzo del silenzio generale, il vescovo di Verdun, che conosce la lingua gallica, si alza per esporre la causa del sinodo: ecco come Richerio a romanzato il discorso «Come è ben spesso venuto alle orecchie del santo padre, dice egli, che la metropoli di Rhemi è stata invasa e privata del suo pastore, contrariamente al diritto e alla giustizia, egli ci ha scritto non una volta, ma a più riprese, di riunirci per esaminare questa grave infrazione con equità ed imparzialità e allorché avremo raddrizzato gli abusi su nostra iniziativa, per ristabilire le cose nel loro stato normale. Ma come, in ragione di diversi impedimenti, noi abbiamo differito la nostra riunione, egli ha voluto ora, dopo i numerosi avvertimenti, inviare il signore abate e monaco Leone per supplire e regolare la causa suddetta conformemente alla sua volontà. Ci ha fatto pervenire inoltre, per sua interposizione, un esposto scritto di ciò che lui vuole, alfine che nel caso dove colui ne dimentichi qualche parte un testo scritto ne fissi il contenuto. Ne diamo lettura ai presenti.»
   Subito apre il testo, che legge agli assistenti. Siccome cerchiamo di essere brevi e che per noi questo testo è senza interesse, ci siamo ben guardati dal inserirlo nella nostra opera.

   [101.] Arringa pronunciata al concilio da Gerberto in sua difesa. – Dopo questa lettura Gerberto si alza e legge subito davanti al concilio l’arringa che aveva scritto in sua difesa. L’esposizione che fece ai spettatori fu davvero brillante. Abbiamo tenuto d’altronde a voler intercalare qui il testo perché la sua ricca argomentazione sarà di un vivo interesse per il lettore. Ecco il testo [il testo originale di Richerio, perduto è stato sostituito da quello tratto dagli atti del concilio]:

   [102.] Esordio. - «Padri reverendissimi, è ormai arrivato il giorno che ho sempre avuto davanti agli occhi. Io vi consacrai tutti i miei voti dopo che, cedendo al consiglio dei miei confratelli, assunsi il fardello dell’episcopato, non senza pericolo per la mia vita, ma talmente preoccupato della salute di un popolo in travaglio, che tanto avevo fiducia nella vostra autorità che mi credevo in sicurezza.
   Ricordavo i vostri passati benefici, quella dolce e affabile benevolenza di cui mi avete sovente gratificato e con grandi elogi, quanto d’improvviso si sparge la voce che mi eravate ostili e che si lavorava per rimproverarmi e questo, per altri, era segno di un atto di grande virtù. Ho avuto un fremito, lo confesso, e, il ferro che prima temevo, ora gli do meno importanza che alla vostra riprovazione. Ma, oggi che la Divinità propizia mi ha messo alla presenza di coloro a cui ho sempre affidato la mia salute, dirò delle parole di mia innocenza ed esporrò per quale consiglio mi misi alla guida della diocesi di Rhemi.
   Dopo la morte dell’augusto imperatore Ottone, mi ero deciso a non lasciare il servizio del mio beato padre Adalberone, e fui scelto da lui a mia insaputa per l’episcopato e, quando raggiunse il Signore, mi designò come futuro pastore in presenza di uomini illustri. Ma l’eresia simoniaca, mi trovò fermamente attaccato a Pietro, mi respinse e preferisce Arnolfo. Tuttavia restai a lui fedelmente sottoposto, fino al giorno in cui, davanti all’evidenza, con numerose testimonianze e per averlo visto da me, che lui tradiva, lo abbandonai con tutti i suoi apostati, dopo che aveva fatto un atto di ripudio. Non ho certo fatto questo passo per impadronirmi della sua dignità come pretendono coloro che mi invidiano, ma per il terrore delle opere di un mostro che si nascondeva sotto forma di uomo. Non, lo ripeto, non l’ho abbandonato per un mio disegno, ma per la paura di cadere sotto i colpi di questa profezia: tu presti soccorso all’empio e ti leghi in amicizia a coloro che mi odiano; è per questo che ti meriti l’ira del signore [paralipomenes, II° libro, XIX,2.].
   Poi, quanto, dopo un lungo spazio di tempo, tutte le sanzioni ecclesiastiche furono esaurite, che tutti i dettagli legali furono sbrigati, come non restava più che di esercitare verso di lui la giustizia coercitiva del re e di fargli deporre la cattedra episcopale in quanto sedizioso e ribelle, conformemente al concilio d’Africa, io fui di nuovo esortato e sollecitato dai miei confratelli e dai grandi del reame a prendere, dopo il decadimento dell’apostata, la direzione di quel gregge diviso e lacerato. Ho tardato lungo tempo a rispondere, poi finii per accettare, ma a malincuore, perché prevedevo i tormenti di tutte le specie che mi sarebbero stati riservati. Tale è la mia linea di condotta nella sua semplicità, tale è la mia innocenza e la sua purezza. Davanti al Signore e a voi sacerdoti, la mia coscienza è chiara in tutto questo affare.»

   [103.] Divisione. – “ma ecco che di fronte a me si erige un calunniatore. Si diletta in un linguaggio strano per stimolare ancora di più l’astio: tu hai tradito il tuo signore, dice egli; tu l’hai imprigionato; tu hai rapito la sua sposa; tu ti sei impadronito della sua sede.”

   [104.] Sviluppo successivo della difesa e della accusa. – “Questo mio signore di cui ho già trattato, io non mi sono mai messo al servizio di quest’uomo, che non ha mai preteso da me alcun giuramento? Sì, in effetti, ho fatto parte del suo seguito, e fu solo per ordine del mio padre Adalberone, che mi aveva chiesto di restare nella chiesa di Rhemi fino a che non conoscessi gli usi e costumi del pontefice che sarebbe stato consacrato. Durante il tempo che io obbedii, divenni la preda dei miei nemici e i beni che io tenevo della vostra munificenza e della eminente e ammirevole generosità dei grandi duchi, furono, dalla violenza di una truppa di briganti, rubati, mentre io quasi nudo fuggivo dalle loro spade.
   In seguito, dopo aver lasciato questo apostato, io non l’ho mai spiato nei suoi viaggi ne sul cammino che percorreva, non ebbi con lui alcuna sorta di comunicazione. Come avrei potuto tradirlo, se ignoravo dove fosse allora? Non l’ho nemmeno imprigionato, io che recentemente, in presenza di testimoni degni di fede, sono andato a trovare il mio signore per domandargli, per un mio riguardo, che quest’uomo non fosse anche momentaneamente guardato a vista. Se la vostra eccellenza mi è favorevole, Arnolfo cadrà così in basso che sarà incapace di nuocermi, se la vostra decisione, come a Dio piacesse, mi sarà contraria, che cosa potrà importarmi se Arnolfo o un altro sia istituito vescovo di Rhemi?
   Quel che si racconta del rapimento della sua sposa e dell’invasione della sua sede è ridicola. Perché dico innanzitutto che essa non è mai stata sua sposa, questo che scambiano per un dono legittimo di una dote spirituale egli lo ha spogliato dei benefici che gli erano stati conferiti un tempo, questa che egli ha lacerato e fatta a pezzi. Egli non era ancora stato gratificato dell’anello episcopale che già tutti i beni che appartenevano alla sua pretesa sposa erano stati saccheggiati dai complici di questo simoniaco. Aggiungo anche che ammattendo che essa sia stata in qualche maniera sua sposa, essa ha cessato in ogni caso di esserla da quanto lui la lasciata in imbrattata, violata e, per così dire, prostituita dai suoi briganti. Come dunque avrei potuto rapirgli una sposa che non ha mai avuto e che ha comunque perduto per i suoi crimini?
   Quanto alla sua sede, dove comandava a una popolazione numerosa, come avrei potuto invaderla, io un uomo venuto da fuori, uno straniero senza risorse? Ma forse si obbietterà che non è stata consultata la Sede apostolica, sia per ignoranza, sia per una volontà malvagia, allorché è stato discusso questo affare così grave? La verità è che non ho fatto niente – e niente dovevo fare – senza avere istruzioni dalla Sede apostolica e per diciotto mesi ho atteso la sua sentenza. Ma quanto gli uomini non prendono decisioni, sono ricorso in ultima risorsa alle parole del Figlio di Dio, che dice: se il tuo occhio ti scandalizza, ecc. [ ]. È  detto che un frate il quale è in stato di peccato, e che, davanti testimoni e davanti alla Chiesa , rifiuta di sottomettersi, sia trattato come un pagano e un pubblicano[ ]. Arnolfo dunque era stato convocato e invitato con delle lettere e da dei ambasciatori dei vescovi di Gallia a no perseverare nella sua follia e a discolparsi del crimine che causa la sua perdita. Poiché egli disprezzò questi salutari avvertimenti, fu trattato come un pagano e un pubblicano.
   Ma non è stato però condannato come pagano, in ragione del rispetto che è dovuto alla Sede apostolica e dei privilegi dovuti al santo episcopato. Ma la sentenza di condanna che egli ha portato contro se stesso è stato giudicato il solo atto lodevole che ha compiuto nella sua vita. E, in verità, se dei vescovi lo scioglieranno dalle accuse con cui lui stesso si è condannato, essi incorreranno nella pena del suo crimine: se tutti i vescovi e il mondo intero, dice papa Leone  il grande, verranno ad approvare dei colpevoli, la condanna colpirà coloro che porranno la loro approvazione, ma non sarà questa approvazione che assolverà la prevaricazione. Il Dio di tutti  gli uomini l’ha dimostrato facendo perire tutti i peccatori nel diluvio universale[ ]. E papa Gelasio a detto anche: allorché un errore è stato condannato, così come il suo autore, la maledizione e il castigo che si attaccherà a questo, si estenderà a tutti quelli che parteciperanno e si assoceranno alla sua depravazione[ ].
   Quanto quest’uomo è stato escluso dalla chiesa di Rhemi, fu la mia corporazione, i miei fratelli, i vescovi di Gallia che mi imposero il fardello dell’episcopato invocando il nome di Dio, ma temevo fortemente le malvagità che ho sopportato e che sopporto ancora. Se per ventura ho violato i canoni, non lo fatto per una causa malvagia ma sotto l’impero delle circostanze. Del resto in tempo di guerra onora sempre il diritto e la regola, che non c’è di peggio che perdere la patria e causare la sua perdita? Le leggi tacciono in mezzo alle armi, e quella bestia di Eudo ne ha abusato, al punto di sequestrare numerosi reverendi preti di Dio come fossero vili schiavi, senza risparmiare i santi altari e fermando la circolazione dei convogli pubblici.  

   [105.] Epilogo - «Ritorno a me, padri reverendissimi, a me su cui la morte si è accanita specialmente, con tutte le sue forze, perché mi ero votato alla salute di un popolo sofferente e agli interessi di tutto lo Stato. Qui una miseria orribile si impadronì a mano armata dei granai e delle botteghe; là spada al di fuori e il terrore dentro di me mi impedivano di dormire per giorni e notti. Dalla sola vostra autorità ho potuto attendere un conforto a così grande male. Un conforto a cui attribuisco abbastanza forza da riuscire a soccorrere non solo la chiesa di Rhemi, ma ancora tutte quelle della Gallia che è stata afflitta e pressoché ridotta al baratro. Questo beneficio attentiamo dalla Divinità propizia e tutti noi preghiamo insieme che si realizzi.»

   [106.] Dopo aver letto la sua arringa, Gerberto consegna il testo al legato del papa. Allora, tutti i vescovi, così come il conte Godefrido, che era con loro, si alzarono insieme e si ritirarono in disparte per iniziare ad decidere sulle misure che conveniva prendere. Poi, dopo qualche istante, chiamarono lo stesso Gerberto. Dopo qualche parola, essi volevano, in presenza del legato, interdirlo in nome del papa alla comunione del corpo e del sangue del Signore così come all’esercizio delle funzioni episcopali; ma Gerberto con tono risoluto, appoggiandosi sui canoni e sui decreti, rispose che questa sanzione si doveva applicare solo a coloro che erano convinti del crimine o che, al seguito di una citazione, disdegnassero di presentarsi durante un concilio dove erano accusati. Ora lui non poteva cadere sotto il colpo di questa pena, poiché era presente, nonostante la difesa appena fatta e che la sua colpevolezza non era stata stabilita. Sostiene questa tesi appoggiandosi sui concili di Africa e di Toledo. Tuttavia, per evitare l’apparenza di una rivolta aperta contro il papa, promette di astenersi dalla celebrazione della messa fino al prossimo sinodo. Dopo queste dichiarazioni, i vescovi ritornano a sedersi.

   [107.] Mentre si sedevano, il vescovo di Verdun che aveva la funzione di interprete al sinodo, si alza di nuovo e fa la dichiarazione seguente a coloro che non avevano assistito alla deliberazione dei vescovi: «Il processo che è stato fin qui condotto non può essere attualmente terminato perché una delle parti fa difetto all’istanza, i signori vescovi sono d’avviso di proporre il rinvio ad altra data dei dibattiti del presente affare, perché le due parti si presentino davanti al giudice e dopo aver discusso le tesi di ciascuno si possa pronunciare una sentenza equa.» La proposta viene accettata e approvata all’unanimità. Si fissa il luogo del sinodo a Rhemi, nel convento dei monaci di San Remigio al giorno ottavo dopo la natività di San Giovanni Battista [il primo luglio del 995]. Queste decisioni prese e queste parole pronunciate, il sinodo è sciolto.

   [108.] Alla data fissata si riunisce a Rhemi un sinodo di vescovi, dove la causa tra Gerberto e Arnolfo fu esaminata in loro presenza e in presenza anche dell’abate e monaco legato Leone e di molti altri.
   Berta, vedova di Eudo [† 12 Marzo 996], prega il re Roberto che gli difenda i suoi interessi.
   Riccardo, duca dei Pirati [ovvero i Normanni, † 20 Novembre 996] moriva di un attacco minore di apoplessia e Ilduino di ubriachezza.
   Un sinodo di cinque vescovi si era tenuto a Mont-Notre-Dame località della diocesi di Rhemi.
   Si decide di tenerne un altro a Ingelheim, il giorno della festività di Santa Agata. E così avvenne.
   Berta, volendo sposare Roberto,consulta Gerberto che la dissuase.
   Gerberto va a Roma per giustificarsi [sicuramente insieme a Ottone III che riceve la corona imperiale dalle mani del fratello Brunone, pontefice massimo, nel 996] e allorché presenta la sua difesa a Gregorio V, e decide, in assenza dell’accusatore [meglio per Arnolfo non presentarsi, essendo Gerberto segretario di Ottone], di riunire un altro sinodo.
   Ugo, che aveva il corpo tutto ricoperto di pustole, fu ucciso da alcuni Giudei al castello degli Ugoni [probabilmente il 24 Ottobre del 996].
   Il re Roberto, che succedeva al padre Ugo Capeto, sposa Berta [all’inizio del 997], su consiglio de suo entourage, pretende di giustificarsi dicendo che è meglio accettare un piccolo per evitarne uno maggiore.
   Dopo aver sposato Berta, re Roberto attacca Fulco, che era stato l’avversario di Eudo, e riprende con la forza la città di Tours e degli altri possessi di cui quest’ultimo si era impadronito.
   Re Roberto assedia Audeberto [conte di Périgord e della Altamarca] alleato di Fulco, in Aquitania, per soccorrere suo nipote Guglielmo.
   Gerberto ritorna a Roma, e durante il suo soggiorno re Roberto mette in libertà Arnolfo.
   Gerberto vedendo la perfidia del re, si allea con re Ottone, e questo dopo aver scoperto la sua scienza e il suo genio, gli dona l’arcivescovado di Ravenna.
   Il papa Gregorio autorizza Arnolfo a riprendere provvisoriamente le funzioni episcopali [tra gennaio e febbraio del 998], in attesa di una decisione regolare che gli riconfermi il diritto [diritto che gli verrà riconfermato proprio da Gerberto, divenuto papa con il nome di Silvestro II, nel 999].      

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