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sabato 17 giugno 2017

L'Orlando furioso




Documentario n. 284
tratto dall'enciclopedia LA VITA MERAVIGLIOSA - Ed. M. Confalonieri Milano 1957 - pagg. 873-878.
illustrazioni di Carlo Jacono
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In Ludovico Ariosto, lo spirito del Rinascimento trova il suo più alto e perfetto compimento poetico. L'amore che l'immortale cantore sentì per lo vita e la natura si esprime nell'Orlando Furioso come pura e universale manifestazione artistica.
   Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia, il 1474, da Niccolò, capitano della rocca di quella città, e da Daria Malaguzzi. A dieci anni circa si trasferì con la famiglia a Ferrara, continuandovi la sua educazione; il padre prima lo indusse a studiare legge e solo dopo cinque anni (1489-1494) gli concesse di dedicarsi agli studi letterari. Suo maestro, sino all'anno 1499, fu Gregorio Elladio da Spoleto. Ludovico, sotto di lui, studio eloquenza latina e greca, ma pare che non approfondisse molto la conoscenza di quest'ultima lingua. La serena vita di studi del poeta fu interrotta nel 1500 quando, mortogli il padre, egli, primo di dieci figli, dovette provvedere all'avvenire di cinque sorelle, ed educare quattro fratelli, uno dei quali, Gabriele, paralitico, rimase con lui per tutta la vita. Il poeta si procurò allora, per fronteggiare le necessità della famiglia, un impiego presso gli Estensi. Nel 1503 entrò al servizio del Cardinale Ippolito d'Este, figlio di Ercole I e fratello di Alfonso I, duca di Ferrara dal 1505 al 1534. Il Cardinale, da quell'uomo battagliero che era, sempre occupato in maneggi politici, si valse del poeta per affidargli ambascerie e missioni e l'Ariosto, che recava nei cuore il sogno di un'esistenza placida e raccolta, dedicata agli studi e alla poesia, si lamento della vita nomade e instabile che era costretto a condurre, ma non mancò per questo, in ogni occasione, di usare energia e avvedutezza. Egli fu particolarmente occupato negli anni 1509 e 1512, durante le guerre della Lega di Cambrai e della Lega Santa: combatté contro i Veneziani al seguito del Cardinale; fu più volte mandato a Roma a chiedere aiuto al Papa Giulio II e per altre incombenze del Cardinale; accompagnò a Roma, nel 1512, il duca che, alleato della Francia durante la guerra per la Lega Santa, si recava da Giulio II per placarne l'ira e dovette invece allontanarsi dalla città, insieme con il poeta, in una fuga romanzesca attraverso gli Appennini, per sottrarsi al terribile sdegno del Pontefice. 


L'Ippogrifo,  di cui si parla nel  poema in diverse  occasioni, è il destriero alato, con il corpo di cavallo e il petto e   il  piumaggio   di   grifone,   che   trasporterà   Astolfo nella Luna alla ricerca dell'ampolla contenente il senno d'Orlando.

   Nel 1513, venne eletto Papa, con il nome di Leone X, Giovanni de' Medici, che era stato prodigo di affettuose manifestazioni con il poeta, il quale andò a Roma, nella speranza di ottenere una più comoda e tranquilla occupazione; ma il Papa fu assai benigno con lui, senza però lasciargli sperare nulla, perciò l'Ariosto si rassegnò a tornare dal suo irrequieto signore. Nel 1517, essendo stato Ippolito nominato vescovo di Buda in Ungheria, il poeta si rifiutò di seguirlo e perdette il posto; l'anno seguente, però, passò al servizio del duca; un servizio, comunque, secondo quanto egli stesso diceva, preferibile per il fatto che non lo costringeva a correre sempre da un luogo all'altro e gli consentiva di starsene a Ferrara. Tuttavia, nel 1522, fu costretto ad accettare la carica di commissario del duca nella Garfagnana e rimase in quel paese infestato dai briganti, sempre inquieto per le discordie faziose dei signori locali, governando con saggezza ed energia, per quanto glielo consentivano le sue condizioni, perché spesso il duca era sordo alle sue richieste di soldatesche e di aiuti per ristabilire l'ordine. Finalmente, nel 1525, poté ritornare a Ferrara e nel 1527 si divise dai fratelli e si ridusse ad abitare nella casa che si era fatto costruire nella contrada Mirasole, confortato dall'affetto di Alessandra Benucci, la donna che egli amò da quando l'incontrò a Firenze nel 1513 e che sposò, ma segretamente, forse nel 1527.   Gli ultimi anni furono i più felici della vita del poeta, trascorsi nella serenità domestica e nella stesura — una fatica della quale non si stancò mai — del suo poema. Si spense il 6 luglio dell'anno 1533 lasciando ai posteri un capolavoro di perfezione artistica, l'Orlando Furioso. L'azione più importante, la spina dorsale del corpo del poema cavalleresco è la guerra fra Oriente e Occidente, il grande conflitto tra paganesimo e Cristianesimo. Fu assai probabilmente questa guerra che, con i suoi motivi avventurosi ed eroici, scaldò la fantasia dell'Ariosto e gli ispirò la cornice e lo sfondo del grande quadro. Il poema si inizia là dove s'interrompe L'Orlando Innamorato del Boiardo di cui è, specie nel principio, una vera continuazione.


Angelica, la bella figlia del re del Catai, per sottrarsi all'amore dei due cugini Rinaldo e Orlando, fugge dalla tenda di Namo e, dopo varie peripezie, incontra, in una valle,  un eremita dall'aspetto venerabile.

   Angelica, la bellissima figlia di Galafrone, re del Catai, viene in Francia alla corte di Carlo Magno accompagnata da un cavaliere che sfida i più vittoriosi paladini di Francia. Tutti i più famosi guerrieri al servizio del re sono innamorati di lei, compresi i cugini Rinaldo di Montalbano e Orlando di Bretagna, nipote di Carlo Magno, Questi ultimi, per amore della fanciulla che vuole sottrarsi ad entrambi, incrociano le armi; ma Carlo Magno, ad evitare contese, consegna Angelica al vecchio Namo, duca di Baviera, promettendola a quello dei due cavalieri che avrebbe dato maggiori prove di valore nell'imminente battaglia sotto Parigi. I Cristiani vengono sconfitti e Angelica riesce a fuggire dalla tenda di Namo. Da questo punto si iniziano i mille casi della fanciulla e dei cavalieri che la inseguono.


L'eremita non è altri che un negromante il quale, attirata Angelica nell'isola di Ebuda, sulla spiaggia spruzza negli occhi della fanciulla un farmaco che la fa addormentare. Giungerà poi Ruggiero a liberarla.

   Orlando abbandona l'esercito per correre alla ricerca della donna amata. Durante il suo viaggio incontra Olimpia, figlia del Re d'Olanda, che era stata costretta dal malvagio Cimosco, uccisore del padre, a sposarne il figlio. Orlando ricongiunge Olimpia all'amato Bireno, Duca di Selandia, e ciò lo riempie di  gioia. Purtroppo per la buona  Olimpia  anche questo matrimonio non doveva essere fonte di felicità. Infatti, Bireno s'innamora di una figliola del Re Cimosco ed abbandona la sposa che, trasportata nell'isola di Ebuda, sta per essere data in pasto all'Orca.


Il cavaliere Orlando insegue la bella Angelica che, nel frattempo, è andata sposa a Medoro, un povero soldato ch'essa ha raccolto ferito ed ha curato. Un pastore narra ad Orlando, giunto al rifugio dei due giovani, la storia della coppia felice.

   Ancora una volta Orlando giunge a salvarla, facendola poi sposare al buon re d'Ibernia e procurandole, finalmente, tranquillità e benessere. Altre infinite peripezie condurranno il Paladino, dopo duelli ed affannose traversie, sulla strada di Angelica. Colma di pathos e di suggestiva bellezza è la scena che descrive Orlando sulla soglia dell'antro che ospita l'oggetto dei suoi sogni in compagnia dello sposo Medoro. Il giovane è Un semplice fante africano al servizio di Dardinello, che, sorpreso   dai   nemici   durante   un'azione  rischiosa, viene ferito gravemente ed è soccorso da Angelica la quale se ne invaghisce e lo sposa. Essi decidono di comune intesa d'imbarcarsi per la Spagna e di ritornare insieme al Catai. Ma un giorno, mentre vagano a cavallo su un lido spagnolo, vengono sorpresi da Orlando che, già impazzito dalla rivelazione fattagli dal pastore che aveva ospitato Angelica e Medoro nel proprio antro, si abbandona nuovamente a manifestazioni di pazzia furiosa, caratterizzate da una forza erculea che gli permette di sradicare alberi, di frantumare pietre e di uccidere il cavallo del saraceno con un pugno. Gli episodi della pazzia di Orlando danno il titolo al poema, ma intorno ad essi, e spesso indipendentemente da essi, mille e mille altri casi si moltiplicano e si  aggrovigliano. 

  
Alla notizia del matrimonio di Angelica, un immenso dolore devasta il  cuore di Orlando che per  tre giorni e tre notti non prende cibo. Il quarto  giorno il cavaliere viene preso da un accesso di furore:  si strappa di dosso l'armatura e, con un'inverosimile forza, sradica alberi  e scaglia lontano enormi massi.


Sempre in preda al furore, con un gesto di rabbia, egli getta via la sua fida Durindana [o Durlindana], la spada che si era  conquistato ad Aspramonte e che, secondo il Boiardo autore dell'Orlando Innamorato, in origine  apparteneva ad Ettore
   Con notevole rilievo spicca la figura di Astolfo, figlio del re Ottone d'Inghilterra e cugino di Orlando e di Rinaldo. E' un giovane vivace, pronto allo scherzo e alle vanterie, con un innegabile fondo di buon senso di cui, spesso, i più insigni cavalieri del poema non sono dotati. Lo distingue il pregio inestimabile di dire sempre la verità. A cavallo dell'Ippogrifo entra nel Paradiso Terrestre e in compagnia di San Giovanni Evangelista sale sulla Luna, dove si possono trovare tutte le cose che si perdono sulla Terra e da dove egli riporterà l'ampolla del senno che restituirà ad Orlando la ragione perduta.


Accompagnato dalla sua furia devastatrice, Orlando si sposta da un luogo all'altro e, giunto su una spiaggia della Spagna, decide di adattarsi un giaciglio nella sabbia. Intanto Angelica e Medoro gli passano accanto e la fanciulla non riconosce il cavaliere a causa del viso scarno e della chioma lunga ed arruffata.


Ma Orlando li ha scorti e si getta all’inseguimento della coppia. Medoro, accortosi che Orlando insidia la sua donna, lo percuote sul capo. Il cavaliere, sempre fuori di sé, colpisce allora il cavallo con un pugno e l'animale stramazza al suolo fulminato.

Bradamante, sorella di Rinaldo e  innamorata  di Ruggiero,  giunta  nella grotta  del  mago Merlino, apprende dalla Melissa che dal suo matrimonio con Ruggiero discenderà la progenie degli Estensi.

   E' impossibile tracciare con linea sicura il disegno dell'opera, di cui il carattere esterno è rappresentato dalla varietà e dalla molteplicità dei casi. Tuttavia, accanto all'episodio fondamentale della pazzia di Orlando e alle note d'accompagnamento costituite dalla guerra tra Carlo Magno e i Saraceni, il terzo importante nucleo narrativo consiste nell'amore tra Ruggiero, cavaliere saraceno, discendente dal troiano Astianatte, e Bradamante, sorella di Rinaldo, che, attraverso vicende contrastate, si conclude con giuste nozze. Da questa felice unione discenderà la famiglia degli Estensi, almeno secondo quanto immagina il poeta per un fine evidentemente encomiastico nei confronti della città che l'ha accolto giovanetto e che gli ha offerto la sicura possibilità di una carriera presso i potenti signori che l'hanno sempre protetto. Bradamante, infatti, apprende, nella grotta del mago Merlino, la profezia riguardante la sua gloriosa progenie. Sarà suo figlio Ruggiero che, dopo aver vendicato la morte del padre, combatterà in Italia nelle schiere di Carlo Magno contro Desiderio e otterrà in feudo Este e Calaone nel territorio di Padova.

 

Sulle tracce d'Orlando giunge Astolfo, accompagnato da altri cavalieri. Trovatolo, egli immerge il folle paladino sette volte nel mare; quindi, distesolo sulla sabbia, gli fa aspirare il senno contenuto in un'ampolla e ritrovato da Astolfo sulla Luna dove vanno a finire, secondo l'Ariosto, tutte le cose perdute.

   Non è facile nella grande varietà del poema ariostesco trovare quale sia il sentimento che gli conferisce unità poetica oltre che unità di avvenimenti e di azione. Prima di tutto, se il Furioso è da annoverarsi tra i poemi cavallereschi, non si può dire che la sua ispirazione sia il vagheggiamento di un mondo eroico, il sentimento religioso o una qualsiasi epica serietà chiaramente riscontrabili nei comuni poemi cavallereschi. D'altro canto, non si può neppure dire che l'anima del poema sia l'ironia canzonatoria rivolta alla vecchia materia cavalleresca; perché i motivi ironici nel Furioso sono soltanto occasionali e si dissolvono nella serenità che pervade tutta l'opera. 


Il re saraceno Marsilio e Carlo Magno decidono di affidare  le sorti della loro  supremazia  alle armi; dispongono, quindi, che vengano a duello Rinaldo e Ruggiero, paladini delle  due parti: il cavaliere  vinto obbligherà il  proprio re  a divenire tributario dell'altro.

   La grande varietà del poema e la mancanza di un unico filo conduttore nella vicenda non permettono di definire con esattezza di giudizio il genere del poema. Infatti, nel Furioso troviamo il gusto dell'avventura e del fantastico, un giovanile sentimento di letizia e di libertà, l'amore e l'odio, la saggezza e l'imprudenza sconsiderata, il tragico e il comico, il patetico e l'elegiaco, ma non ci riesce di affermare che esso sia il poema dell'uno o dell'altro di questi atteggiamenti spirituali, i quali appaiono ognuno come espressione di un momento particolare della grande opera e nessuno come motivo unificatore. Si potrebbe concludere che manca nel Furioso vera unità poetica, ma ad impedire una simile conclusione negativa sta la chiara impressione, che anche il più giovane e ingenuo lettore riceve, di una luce viva e diffusa, di un eguale sorriso che pervadono tutta la favola incantevole, di cui il poeta tiene in mano le fila dei vari casi movendole con destrezza e grazia meravigliose. 


Baiardo è il famoso  destriero di Rinaldo. Carlo Magno lo donò al cavaliere il giorno della  sua  investitura. E’ un animale fatato dall'intelligenza umana. Quando Angelica fugge dalla tenda di Namo, il destriero l’insegue perché Rinaldo, dietro a  lui, la  ritrovi.
   Il critico letterario De Sanctis, che per primo pose nitidamente e affrontò il difficile problema critico della ricerca del motivo d'ispirazione del Furioso, affermò che il sentimento che anima il poema è la gioia stessa di cantare, il gusto di fingere una favola varia e di obliarsi in essa, che, insomma, il fine estetico del poema è l'arte stessa. La prima edizione del Furioso, iniziato probabilmente tra il 1502 e il 1503, fu pubblicata a Venezia nel 1516 a spese del Cardinale Ippolito a cui è dedicato e comprendeva soltanto quaranta canti in ottave. Questo numero, immutato nella seconda edizione del 1521, crebbe a quarantasei nell'ultima edizione del 1532, che è quella in cui noi leggiamo il poema. L'opera del poeta fu dunque frutto di circa trent'anni di fatica e nasconde, sotto la sua semplicità, un forte travaglio e un'intensa cura di artista, che sono rivelati anche dai manoscritti ariosteschi, talora assai tormentati.
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