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mercoledì 30 agosto 2017

Storia della matita




Documentario n. 298
tratto dall'enciclopedia LA VITA MERAVIGLIOSA - Ed. M. Confalonieri Milano 1957 - pagg. 924-926.
illustrazioni ( dove non diversamente attribuito ) di Francesco Pescador

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Masso di grafite allo stato grezzo e mina da esso ottenuta. Costituito da carbonio cristallizzato, questo minerale è morbido e untuoso al tatto, di color grigio scuro o nero.

   Le origini della matita, quale noi oggi la conosciamo, risalgono a quattrocento anni fa. Fino a quell'epoca, l'artista che voleva disegnare, ricorreva alla «stilo», una verghetta formata da un impasto di piombo e stagno. Considerato dunque « lo stilo » il padre del moderno lapis, possiamo attribuirgli quale progenitore il « plumbum » degli antichi, cioè un dischettino di piombo che i Romani usavano per scrivere sulla pergamena.


Prima della fabbricazione del lapis, l'artista che voleva disegnare usava lo stilo o un'asticciola d'argento, ma ambedue  lasciavano  un  tratto  difficile a cancellare.


Più tardi, fu dato alla grafite il nome di « piombaggine » poiché lasciava un segno simile a quello del plumbum, un dischetto di piombo usato dai Romani per scrivere.

   Che cos'è la grafite? Ecco la domanda che dovettero rivolgersi per la prima volta coloro che, nel 1565, lavorando in una miniera del Cumberland (Inghilterra), misero per caso la mano su una sostanza nera dall'aspetto lucente, metallico, che si incideva facilmente con l'unghia e che al tatto si presentava grassa ed untuosa. Questa sostanza, tenera così da macchiare le dita, formata di laminette grigiastre,  lasciava  sulla   carta  un   segno simile sì a quello del piombo, ma più netto e preciso. Spetta inoltre alla Gran Bretagna anche l'iniziativa, nata intorno al 1600, di chiudere gli ormai molto richiesti cilindretti di grafite entro cannucce di legno. Quegli ingegnosi fabbricanti dettero così origine ai primi rozzi lapis.
   L'Inghilterra fu naturalmente la prima a far conoscere la praticità di questo materiale per il disegno. Subito dopo il 1700, Francesi e Tedeschi cominciarono a perfezionare i metodi di lavorazione tanto da produrre stili di grafite incastonati nel legno, molto maneggevoli e di aspetto simile a quelli che usiamo oggi. Doveva tuttavia giungere l'era della macchina e dei moderni progressi chimici per rendere il lapis oggetto di uso universale quale oggi è. Via via che il disegno tecnico progrediva, anche lo strumento più adatto ad eseguirlo si raffinava, si moltiplicava quantitativamente, diventava migliore, assumeva un aspetto familiare, elegante, offriva di sé varietà sempre più numerose: matite dure, morbide, adatte per scrittura rapida, per disegno, per copia; matite dal segno indelebile come l'inchiostro o facilmente cancellabile.
   Oggi, pur rimanendo la Germania la più apprezzata produttrice di matite, ottime industrie si trovano in molte parti del mondo e particolarmente in Italia. Il processo di lavorazione si divide in due grandi rami: l'uno riguarda la preparazione dell'« anima » del lapis, che si chiama propriamente mina, l'altro ramo si occupa del legno destinato al rivestimento esterno. Ad un certo punto le due distinte lavorazioni si unificano e i due elementi mina e bossolo entrano in uno stesso complesso meccanico.

L'anima della matita si chiama mina e si presenta in diverse varietà: nera, colorata, copiativa. Per ottenere la mina nera si triturano finemente i massi di grafite grezza che vengono poi mescolati con l'argilla e resi omogenei mediante successive levigazioni e calandrature.

   La lavorazione della mina varia da tipo a tipo di matita. Diverso è il processo per la preparazione del lapis da disegno e quello per la preparazione della matita copiativa o di quella colorata.
   La mina nera si fabbrica oggi in ben diciassette gradazioni se si tratta del tipo fine da disegno, e in 5 « in 3 gradazioni se si tratta dei tipi correnti. La gradazione riguarda la durezza (che varia secondo l'impasto, la temperatura di cottura e la ricetta dell'ingrassaggio). Dapprima i massi di grafite grezza vengono triturati sottilmente e miscelati con l'argilla; quindi, mischiati con sostanze grasse e gomme adesive. Si ottiene così una pasta che subisce un'ulteriore manipolazione per essere poi calandrata, cioè passata numerosissime volte tra i cilindri di una macchina che schiaccia anche la minima impurità. Ne risulta un impasto perfettamente omogeneo che viene poi passato in filtri speciali e quindi trafilato mediante presse idrauliche ad alta potenza. La mina esce in lunghi filamenti simili a spaghetti più o meno grossi che, adagiati su piani di legno e sottoposti a stagionatura, vengono poi tagliati nelle lunghezze stabilite.
   Fino a questo momento i nostri « spaghetti » sono ancora «crudi». Per cuocerli occorrono speciali cassette refrattarie che vengono sottoposte a 800° di calore. Ultima operazione è l'ingrassaggio. Le mine cotte vengono infatti trattate con speciali emulsioni di cere e arassi vegetali ed animali, grazie alle quali acquistano morbidezza, scorrevolezza e resistenza. Per ottenere la mina copiativa si ricorre invece ad un impasto di sostanze coloranti  sintetiche basiche, talco finissimo, gomme adraganti e sali di acido stearico e oleico. Anche per la copiativa l'amalgama viene sottoposta ad una lunghissima calandratura perché l'omogeneità sia perfetta. Le mine vengono essiccate a 40° senza che cuociano; s'ingrassano poi con particolari sostanze emulsionanti. Un sistema analogo viene usato per le mine colorate, solo che, in luogo dei coloranti sintetici basici, vengono usati coloranti minerali. Inoltre, l'operazione di ingrassaggio si fa prima, cioè contemporaneamente all'impasto.


Tagliato in assicelle dì varia grandezza, il legno per racchiudere le mine viene inciso, cioè si tracciano su una delle sue facce dei canalini del diametro della mina; quindi, inserita la mina e sovrapposta un'altra assicella, le matite vengono poi separate dalle «sagomatrici».

   Lasciamo ora questo settore della fabbrica occupato a preparare le buone mine da matita e trasferiamoci nell'altra parte dello stabilimento dove altre squadre di operai attendono alla preparazione del legno. Per le matite di qualità migliori e di maggior costo il legno a disposizione può essere il cedro rosso d'America o il ginepro di California o altri legni di provenienza esotica che presentino fibre unite, compatte e tuttavia tenere e facili da tagliare. Se si deve invece por mano alla preparazione del bossolo destinato a matite di minor prezzo, si prelevano legni meno costosi come il tiglio e l'ontano. Questi non presentano le caratteristiche dei legni predetti, né hanno di questi il bel colore naturale, ma rispondono bene allo scopo.


Le matite così ottenute sono però ancora allo stato grezzo. Si provvede perciò alla levigatura. Qui vediamo una macchina che leviga le matite rotonde. Quindi si passa alla verniciatura, per cui vengono usati vari metodi.

   Tutto il legname che arriva alla fabbrica viene squadrato e ridotto in assicelle di varia grandezza prima di venir sottoposto ad una lunga stagionatura. Una volta stagionate, le assicelle vengono condotte alla macchina, un complesso assolutamente particolare, che incide sulla faccia della tavoletta dei canalini che hanno l'esatto spessore della mina che in essi dovrà trovare posto. Un'altra macchina provvede a spalmare di una colla molto adesiva la scannellatura, e a questo punto avviene il connubio bossolo-mina. Ogni mina, infatti, è collocata nel proprio canalino, e sopra la prima assicella così preparata ne viene posta un'altra già scanalata e i cui canalini corrispondono perfettamente a quelli dell'assicella sottostante.


Ogni fabbrica di lapis imprime sulle matite il suo marchio e la dicitura. L'impressione può avvenire a secco, in nero, in oro o in altri colori.

   Ecco ora i due rami della lavorazione unificarsi e i due elementi, mina e legno, subire da questo momento un unico processo di raffinatura. Messe in pile ben sovrapposte, le tavolette « sandwiches » entrano in speciali torchi e vi rimangono per ventiquattro ore per essere certi che la colla abbia fatto perfettamente presa. Importantissimo è il lavoro di sagomatura affidato a macchine delicate e complesse, « le sagomatrici », che provvedono a separare, tra canalino e canalino, le asticciole, ciascuna delle quali contiene una mina. Sagomate da apposite macchine nella forma voluta (tonde o sfaccettate), le asticciole vengono quindi lisciate in modo da evitare ogni scabrosità e quindi si passa alla verniciatura.


Spesso la matita viene fornita al consumatore pronta per l'uso. Speciali apparecchi provvedono quindi a far la punta a diversi lapis per volta.

   Vi sono vari metodi di verniciatura, differenti secondo l'aspetto che si vuol dare alla matita: opaco, lucido, marmorizzato, ecc. ecc., e particolari settori dello stabilimento in cui altri complessi meccanici provvedono a far la punta alle mine, alla confezione delle mine nude destinate alle matite automatiche (queste ultime vengono prodotte da industrie specializzate), all'inscatolamento e all'imballaggio del prodotto.
   La produzione giornaliera di una sola di queste fabbriche sarebbe sufficiente al fabbisogno di cento scolaresche per tutto un anno di scuola, ma la matita è divenuta ormai qualche cosa di così familiare ed usato che il suo ingresso nella casa e negli uffici è a getto continuo.


Varie fasi della fabbricazione di una matita. Da sin., in alto: Assicella - Assicella con canalini - Assicella con mine inserite nelle scanalature - Le due assicelle sovrapposte racchiudenti le mine - Le due assicelle rifilate. Da sin., in basso: Prima sagomatura delle assicelle - Seconda e definitiva sagomatura - Matita levigata - Matita verniciata - Matita pronta per l'uso.

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