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mercoledì 30 agosto 2017

La storia delle chiavi






Documentario n. 247
tratto dall'enciclopedia LA VITA MERAVIGLIOSA - Ed. M. Confalonieri Milano 1957 - pagg. 749-750.
illustrazioni ( dove non diversamente attribuito ) di Francesco Pescador
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Fin dai tempi in cui l'offerta delle chiavi della città era atto di omaggio, di resa o di sudditanza, il piccolo ingegnoso strumento ebbe un alto valore simbolico che tramandò attraverso i secoli il significato del possesso.


L'antica mitologia romana idealizzò in Giano bifronte, figlio di Apollo e di Creusa, colui « che apre tutte le porte ». Per ciò fu simbolizzato con la chiave in mano.

   Per chiave, dal latino « clavis », — che aveva pure, tra altri, il significato di chiavistello, catenaccio, stanga e sbarra, — s'intende l'elaborato congegno in ferro, in acciaio e talora in metallo più nobile il quale, introdotto nella toppa, serve ad azionare la serratura, tanto per aprire quanto per chiudere. Esso si compone di un anello per cui s'impugna, di un fusto cilindrico o stelo e di un ingegno la cui altezza, lunghezza, grossezza, profilo ed intagli longitudinali e trasversali lo fanno adattare esattamente ed esclusivamente alla serratura. Una chiave è maschia se lo stelo è pieno, femmina se all'estremità è cavo: in tal caso la serratura porta un ago su cui s'infila e gira la chiave; l'ago è protetto da un apposito collarino. Come nacque l'idea della chiave? Sembra appurato che l'oggetto sia di invenzione egiziana e non c'è museo che non possegga esemplare di chiave antica. Quelli di Roma e Pompei ne sono ricchissimi. Interessante per la fitta dentatura dell'ingegno e per il valore archeologico e artistico è quel tipo di chiave rinvenuto durante il recupero delle navidi Nemi, i due galleggianti fatti costruire dall'imperatore Caligola, i cui resti nel lago di Nemi, più volte ricercati dal periodo del Rinascimento in poi, furono scoperti nel 1928 grazie all'abbassamento del livello delle acque.
Le chiavi antiche sono alquanto differenti dalle nostre. Alcune sono prive di stelo e consistono in semplici piastre metalliche variamente traforate, i cui vuoti corrispondono agli ingegni della serratura. Questo genere di chiave presenta, in certo qual modo, il tipo in uso per le moderne casseforti. Altre, invece, hanno lo stelo assai corto e la parte che si salda all'anello o all'impugnatura s'ingrossa considerevolmente con una o più modanature, ossia quella specie di ornamento prominente in linea retta o curva. L'impugnatura, spesso lavorata artisticamente, rappresenta nella maggior parte dei casi una testa d'animale. Moltissime chiavi minuscole sono dotate di un anello particolare che evidentemente doveva essere tenuto d'abitudine infilato al dito del proprietario.



Posta a guardia all'ingresso del «regno delle ombre», Ecate — nome di Diana nel suo culto sotterraneo — reca, tra gli altri oggetti simbolici, anche la chiave.

La chiave fu pure attributo di divinità. La troviamo talvolta in mano a Giano Bifronte, il dio romano che presiede a ogni entrata ed uscita e al cui culto sono dedicati i passaggi, le porte, gli archi della città. Ovidio, nel primo libro dei suoi « Fasti », ce lo descrive come: « Quei che tiene un bastone nella destra e una chiave nella sinistra ». Anche il dio marino Portunno è raffigurato sovente con una chiave che vuole forse significare il suo ufficio di aprire le porte verso il mare, cioè i porti in cui ancoravano le navi. Al Museo Capitolino di Roma esiste una statuetta in bronzo rappresentante tre aspetti diversi di Ecate, la divinità infernale che era venerata anche come vigile custode posta all'ingresso del regno delle ombre. In una interpretazione della natura « triforme » della dea, essa ha in mano una chiave e una fune.
La chiave è attribuita anche a quella figura mostruosa a testa di leone e con il corpo attorcigliato da un serpente con cui, nella religione mitriaca diffusa nell'Asia Minore, si identificava il principio di tutte le cose (secondo i Latini, Saeculum, o Saturno, cioè il Tempo). Nel periodo gotico la chiave fu lavorata con squisito senso dell'arte, sia nell'ingegno che nell'anello, in delicati trafori simili a quelli dei rosoni, ossia di quell'ornamento composto di foglie disposte attorno a un bottone centrale che nelle decorazioni architettoniche è talvolta usato quale riempitivo di lacunari e riquadri. Oltre che di ferro si usarono le chiavi di bronzo e d'acciaio. Il ferro venne anche combinato con il bronzo, l'ottone, il rame e persino con l'oro nelle chiavi di parata. Nei secoli XV e XVI l'impugnatura si arricchì di grifi (quadrupede alato con corpo di leone, testa d'aquila. orecchie di cavallo e con cresta fatta come le pinne dei pesci; animale favoloso preposto alla custodia dei templi), chimere (mostro leggendario con testa di leone, corpo di capra e coda di drago) sirene e statuette spesso sostenute da un capitello di classica purezza nelle linee. Nel '600 e nel '700 il « lavoro a giorno » (traforo) e il lavoro a cesello contribuirono a rendere ancora più varia l'esuberante ornamentazione composta di figure chimeriche, di cariatidi (statua femminile a corpo intero terminante in una colonna), di teste umane e di motivi tratti dalla fauna. Le collezioni del Museo Nazionale di Firenze, del Museo Civico e della raccolta Bagatti-Valsecchi di Milano danno un'idea della varietà dei tipi di chiave usati allora e dei loro elaborati fregi.


In architettura esiste una « chiave di volta », che è la pietra posta al centro della sommità di un arco. Essa ha la funzione di tener serrato tutto il corpo della costruzione.

Con il passar del tempo l'oggetto venne foggiato in maniera sempre più disadorna, tanto che oggi possiamo affermare che è del tutto privo di valore artistico. Infatti, i modelli più comuni differiscono ben poco tra di loro per quel che riguarda la linea estetica. Nella numerosa famiglia delle chiavi non va dimenticata la tanto utile chiave inglese, strumento importantissimo per chi esercita il mestiere di meccanico. Serve a girare le teste e i dadi esagonali e quadrati dei bulloni. È una leva munita di una bocca che si adatta sulla testa o sul dado. Secondo la forma di questa testa, la chiave può essere aperta o chiusa o a « mascella mobile » (per mascella si intende la parte che deve stringere la presa). Anche gli accordatori di pianoforti hanno la loro chiave, così come in architettura esiste una « chiave di volta » che è precisamente la pietra posta al centro della sommità di un arco con la funzione di tenere serrato tutto il corpo della costruzione. A titolo di curiosità ricordiamo che il simbolo che si pone all'inizio del rigo musicale per significare quali nomi e altezze competano alle note segnate sul pentagramma corrisponde rispettivamente alle « chiavi » in sol, fa do.


Le chiavi musicali (dall’alto in basso) in SOL, FA, DO, vengono segnate all'inizio del pentagramma sul quale sono scritte le note del componimento musicale. Servono a distinguere l'accordo  armonico  degli strumenti.

Teologicamente l'espressione « il potere delle chiavi » è derivata dalle parole con cui Gesù Cristo, secondo il Vangelo di San Matteo, consegnò le chiavi del Regno a San Pietro: « Tibi dabo claves regni coelorum et quodcumque ligaveris super terram erit ligatum et in coelis: et quodcumque solveris super terram erit solutum et in coelis ». La frase indica, con un'immagine facile, il possesso di un'autorità assoluta.


La consegna delle chiavi al nuovo Capo della Chiesa all'atto della sua elezione al soglio pontificio è il simbolo del potere conferito da Dio al Suo vicario in terra.

Essa, tuttavia, fu intesa, nel corso della storia cristiana, in due sensi : l'uno, e cioè quello più esteso, si riferisce al potere conferito alla Chiesa, in particolare quello di rimettere i peccati; l'altro, quello più stretto e più aderente al significato letterale delle parole, allude al primato di giurisdizione e d'ordine della Chiesa e al potere di dare definizioni infallibili in materia di fede e di morale che i cattolici riconoscono conferito da Gesù Cristo a San Pietro e da questo trasmesso ai pontefici, suoi successori.
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In alto, varie forme di ingegni di chiave. In basso, serratura a molla a due mandate: 1) molla che trattiene la sbarra nella sua cavità, 2) sbarra, 3) rocchetto.

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