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lunedì 28 agosto 2017

LA CONTESSA ERZSÈBET BATHORY


LA CONTESSA ERZSÈBET BATHORY
Avendo disegnato una avventura di Blek Macigno che lotta contro la contessa Bathory, sopravvissuta alla sua prigione, vi ripropongo la sua storia qui.
Marco Pugacioff


   Questa è la tela oggi dispersa raffigurante Erzsébet ( in italiano Elisabetta ) Báthory, detta la Belva di Csejthe, all’epoca in cui era castellana nel maniero soprastante il villaggio. In alto a destra si nota l'iniziale del suo nome, una ”E” ottenuta sovrapponendo tre denti di lupo, animale in cui il vampiro ama spesso trasformarsi.
   Il luogo, l’Ungheria, allora il Paese più selvaggio dell’Europa feudale, ancora in lotta contro i turchi. Dove «Si cammina tra abetaie e vigneti e i fiumi scorrono in un silenzio immenso. […] Gli alberi della zona hanno figure contorte e mostruose, e i serpeggianti sentieri sono melanconici e selvaggi.[1]». La regione dei Carpazi era piena di superstizioni, dove padroneggiava il diavolo Ördög, servito dalle streghe col loro seguito di cani e gatti neri. Ove intorno agli alberi sacri venivano celebrati gli antichi culti del sole e della luna, ove lupi, gli immaginari draghi, e vampiri vivevano e accorrevano al richiamo della strega.
    Csejthe, un castello famigerato, sui Piccoli Carpazi, al confine con la Slovenia, oramai in rovina, dove, in un angolo delle cantine, vi dovrebbe essere ancora il tino di terracotta in cui veniva raccolto il sangue che era poi versato sulle spalle della contessa sanguinaria. Come tutti i castelli tipici ungheresi aveva poche finestre, con poco spazio assegnato all’abitazione ed immensi sotterranei. Erzsébet lo amava, più di tutti gli altri che aveva in possesso, per il suo aspetto lugubre e selvaggio, con spessi muri dalle volte basse che soffocavano i rumori. Del resto la Báthory lo amava molto perché probabilmente doveva trovarvi quella sicurezza che stregonerie e delitti esigono.
   Ma chi era in realtà la diabolica donna affrontata da Blek? È il 30 di dicembre del 1610, il primo ministro d’Ungheria Gyorgy Thurzo fa irruzione con i suoi cavalieri nel castello di Csejthe ( L'attuale Cachtice ), appartenente alla cugina Erzsébet Báthory assistendo a uno sconvolgente spettacolo.
   Nel salone d'entrata i corpi riversi al suolo di due ragazze insanguinati e trapunti da numerosi forellini da cui scendevano sottili rivoli di sangue. Una ragazza era morta dissanguata; l’altra era ancora viva, anche se agonizzante.
   Ispezionando il castello i soldati salvarono un numero imprecisato di prigioniere anch’esse con il corpo trafitto in più parti e ricoperto da piccole ferite... Scavando sotto il castello vennero riesumati i cadaveri delle vittime che documenti dell’epoca stabiliscono in seicento e dieci, facendo risultare che negli ultimi sei anni la Báthory aveva ucciso la cifra incredibile di cento ragazze all’anno per il loro sangue; sangue panacea di bellezza e gioventù.


Fronte e retro di una cartolina ungherese del 1903
   La contessa era nata nel 1560 e fu allevata nella magia nera ed essendo la famiglia Báthory molto influente, Elisabetta la esercitò senza paura di dover rispondere a qualcuno delle sue azioni. A quindici anni si sposò con il ventisettenne Ferencz ( Francesco ) Nádasdy, il futuro "EROE NERO" delle leggende magiare da cui ebbe quattro figli, ma nonostante la famiglia e l’oppressiva presenza della suocera, continuava ad esercitarsi nella magia nera attorniandosi di specialisti, tanto che la sua contea si trasformò in rifugio per streghe e stregoni completamente difesi dai roghi della spietata e famigerata inquisizione.
   Le maggiori attenzioni di Erzsébet erano rivolte alla propria bellezza passando ore e ore di fronte allo specchio, ma inevitabilmente la vecchiaia bussò al suo specchio: come allontanarla? Le streghe dissero «col sangue»!
   Un giorno, mentre Erzsébet si faceva pettinare, la cameriera maldestramente le fece male. Adirandosi la picchiò a sangue: alcune gocce le bagnarono la faccia ammorbidendo e lisciando la pelle.
     La contessa aveva trovato l’elisir della giovinezza: sangue di giovani donne, sane e robuste popolane a cui sottraeva con salassi, sangue per frizionarsi o da sorbire come ricostituente. Passando il tempo il terrore per la vecchiaia aumentò a dismisura. Si isolò nel suo castello circondandosi di sciagurati servi esperti sia nel procacciare vittime sia nell'inventare nuove forme di tortura per soddisfare il suo sadismo che cresceva insieme al suo desiderio di sangue. Erzsébet cadeva in lunghi stati catatonici che trascorreva per lo più coricata, da cui si risvegliava con una smisurata sete di sangue tanto che i servi portavano addirittura a letto le vittime che la contessa mordeva sul collo, bevendo direttamente il liquido vitale. Alle quattro del mattino le veniva preparato il bagno. Gli sgherri, anche in sua presenza, con dei punteruoli torturavano le ragazze raccogliendone il sangue nella tinozza per il bagno ristoratore.
   All’inizio la contessa sanguinaria, quand’era sposata e sotto la pesante sorveglianza della suocera Orsolya, si ritirava nella sua stanza e trovava sadico piacere nel pungere le sue cameriere con degli spilli, poi quando entrava in quelle crisi tipiche del sangue marcio dei Báthory, si faceva condurre a sé due e tre giovani contadinelle in carne per morderle in spalla, masticando così i freschi e sanguinanti brandelli di carne. In mezzo agli urli di dolore delle povere ragazze, le proprie sofferenze scomparivano.
    La Báthory aveva una cattiva reputazione, eppure giovani e belle fanciulle, ignoranti e superstiziose affluivano cantando lungo la strada del maniero. Non sapevano cosa le aspettavano, e Erzsébet fu sempre preoccupata  che le sue “scuderie” fossero sempre piene. Messaggeri percorrevano senza respiro tutti i sentieri di montagna pur di soddisfare la sete di sesso e sangue della loro padrona, arrivando fino nell’Alta Ungheria.
   Vi era in lei anche un segreto desiderio che forse non capiva, una tendenza equivoca che tutti però all’epoca sussurravano, cioè che fosse lesbica. Un desiderio che dopo la morte del marito, aumentò.
   Lo smodato desiderio di giovani vittime del proprio sesso la accomunò con il maresciallo di Francia, Gilles de Rais, compagno d’armi di Giovanna D’Arco. La stessa propensione ai malefici, e in più tutte e due dovettero superare le stesse difficoltà per procurarsi giovani vittime e per disfarsene. Gilles venne arrestato nel 1440 nel suo triste rifugio di Machecoul, e gli si attribuiscono ottocento fanciulli uccisi e poi bruciati in sette anni. Al maresciallo venne anche attribuita una assurda storia d’amore con la pastorella di Domrémy, Giovanna D'Arco.  Assurda perché secondo la testimonianza di uno dei paggi della Pulzella, Louis de Coutes, Giovanna «Ogni notte, quando gli era possibile, aveva una donna come compagna di letto. Quando durante la guerra e le campagne, non poteva trovarne una, dormiva nella sua armatura». Le campagne di guerra sono sempre svolte in estate, è quindi difficile semplicemente pensare a un problema di riscaldamento per la pulzella! Nel Concilio di Rowen del 1214 fu proibito alle suore di dividere lo stesso letto, pratica comune all'epoca per ovviare alle carenze del riscaldamento, ma era evidentemente ritenuta "pericolosa". Del resto molte nobildonne che avevano ospitato Giovanna, ammisero di aver condiviso con lei il loro talamo e del grande piacere avuto dal loro rapporto sessuale. Una passione simile a quella della contessa.


Giovanna D'Arco in un disegno d'epoca. 
   Erzsébet fu affascinata, la sera di un giorno di festa dallo splendore di una sua cugina. Si spinsero l’una nelle braccia dell’altra, iniziando un’orgia d’amore che durò tutta la notte[2].
 

    Il sospetto della sua omosessualità ebbe origine dalla sua frequente relazione con una sua zia Klárá Báthory. Una donna lussuriosa,  a cui andava bene o la sentinella della torre, o le proprie damigelle d’onore, oppure le fanciulle che le venivano presentate per i suoi piaceri, piaceri talmente intensi che con quelle stesse fanciulle faceva andare a pezzi le sedie degli appartamenti. Giochi simili amava farli anche la contessa e a cui dovettero soggiacere volenti o nolenti le stesse damigelle di Erzsébet.
     Erzsébet amava torturare belle fanciulle nude, ma era per la contessa più eccitante farlo in compagnia di un’altra donna. Una ignota dama chiamata semplicemente «Signora» fu presente a volte con lei, era forse una straniera, visto che a Csejthe si conoscevano tutti coloro che abitavano nella regione.
     Una delle streghe di cui era circondata, Darvulia, insegnò alla contessa i giochi più crudeli e le insegnò a guardar morire le belle contadinelle, già nell’anno stesso della morte del marito Ferencz. Da lì in poi, Erzsébet, sempre più pazza, si interessò attivamente alla durata del piacere sessuale unitamente a quello della tortura e della stregoneria. Con un crescendo sempre più spaventoso, visto che la necessità di far sparire i cadaveri era divenuto un vero incubo per le sue serve-streghe.
   La famigerata “Vergine di ferro” usata per le sue vittime fu ordinata da Erzsébet in Germania. Un ordigno simile era nei sotterranei del suo palazzo a Vienna, lo stesso palazzo dove vennero torturati i templari nel XIV secolo, e dove lei stessa torturò e uccise altre fanciulle. L’idolo fu installato nei sotterranei di Csejthe, ed era custodita in una cassa di quercia. La sinistra dama di ferro era dipinta in color carne ed era raffigurata nuda, un meccanismo la faceva ridere e muovere gli occhi, con dietro al capo una lunga parrucca di fanciulla. Ma la malefica cerimonia di terrore e morte non durò a lungo, i complicati meccanismi si ruppero e nessuno poteva ripararli.


   Le cupe segrete di Csejthe intanto erano sempre rifornite di nuove vittime e durante il processo il fedele servo Ficzkò racconta come ciò avveniva!: «Le donne dei diversi villaggi si occupavano sopratutto di fornire le ragazze. Anche la figlia di una di queste fu uccisa, allora la madre si rifiutò di portarne altre. Io stesso sono andato sei volte in cerca con Dorkò ( un altro dei servi della contessa ). C’era una donna specializzata che non uccideva, ma seppelliva. La donna Jàn Barsovny è andata anche a ingaggiare delle serve dalle parti di Taplanfalve; poi una certa croata di Sarvar, e anche la moglie di Mattia Oëtvos, che abita di faccia alla chiesa di Zsalai. Anche una donna Szabò ha portato delle ragazze e anche la sua propria figlia benché sapesse che sarebbe stata uccisa».
   Molte di queste ragazze sapendo qual’era il loro destino, o si lasciavano morire di fame, oppure tentavano di fuggire. Solo poche vi riuscirono cercando rifugio in Austria o preferendo vendersi come schiave negli accampamenti turchi. Una di queste raggiunge miracolosamente Mattia II° d’Asburgo: il Re che già da tempo era a conoscenza di quando accadeva a Csejthe, anche se non in dettaglio, colse l’occasione offertagli per i suoi scopi politici e fu così che avvenne l’irruzione a Csejthe.
   Tra il gennaio e il febbraio del 1611, nella città di Bytca si svolge il processo contro la contessa vampira ed i suoi accoliti presieduto dallo stesso re Mattia, processo che decretò la pena capitale a quanti si erano prestati a tali infamie. la condanna venne eseguita dopo aver sottoposto gli accusati a tortura, perché la morte sembrava troppo lieve per crimini cosi orrendi.
   Non vi fu mai un’ombra di rimorso negli occhi neri di Erzsébet, non gli capitò mai di rotolarsi sul letto piangendo e pregando, come a Gilles de Rais dopo aver compiuto le sue atrocità sui bambini.
    Erzsébet Báthory. Una donna bella, ben fatta e senza difetti, uno storico dell’epoca non trovò parole sufficienti per descriverne la bellezza e le sue forme statuarie[3].
   Ma se per il maresciallo di Francia la condanna fu il rogo, per la Báthory, la pena fu commutata nella segregazione a vita: nel marzo del 1611 venne murata viva nella sua stanza a Csejthe con l'immancabile specchio, in modo da vedere la degradazione delle sue splendide carni.
   Non si conosce con esattezza la data della morte, si sa solo che nel 1614 il guardiano guardando dallo spioncino in cui si introduceva il cibo la vide riversa a terra morta già da tempo.
   A cinquantaquattro anni si era spenta una donna che si era macchiata di ben seicentodieci omicidi.
      Di lei scrisse Bernardino Zapponi: «tentò tutte le strade, ogni rigagnolo, nella ricerca di un male assoluto. Non le si conosce nemmeno un gesto di pietà, o una parola d’amore».
  Erzsébet Báthory infatti rappresenta il trionfo stesso della malvagità e a ragione può essere considerata il più mostruoso e reale vampiro che la storia ricordi, cosi terminava Gabriele Rossi Osmida il capitolo sulla contessa nel suo libro Uomini o vampiri.


La cupa vicenda della contessa ha ispirato numerose opere, anche fumettistiche.
Ecco infatti la vampira più famosa del mondo del fumetto italiano: la bella Jacula Verdier
Nei suoi frontespizi si legge
«Avventure del terrore liberamente tratte dal manoscritto La bevitrice di sangue trovato nella biblioteca della città di Praga»
 
  Bibliografia:
 - Gabriele Rossi-Osmida, Uomini o Vampiri, Armando Curcio Editore, 1978.
 - Valentine Penrose, La contessa sanguinaria, Longanesi & C., Milano, 1974.


[1] Jean Le Labooureur, Historire et relation du voyage de la reine de Pologne et du retour de la maréchale de Guébriant par la Hongrie, Carinthie, Stirie, etc. en 1645. citato da Valentine Penrose in La contessa sanguinaria. Pag. 28, Longanesi, Milano 1974.
[2] Vedi Penrose, op. cit., pag. 77.
[3] «Élisabetha S. Francisci de Nádasd Agazonum Regalium Magistro nupta, foemina si suae unquam venustatis, forma eque appetentissime. Eam cum humano sanguine persici posse sibi persuasisset, in codem per coedes, et lanienas expresso balneare non dubitavit. Tanti criminis damnata, perpetuoque carceri inclusa, ibidem espiravi anno 1614 die Augusti. » V. Penrose, op. cit. pag. 199.

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