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giovedì 20 febbraio 2020

Il Romano della Libertà


Il Romano della Libertà

   Relativamente pochi mesi fa, il professor Enzo Mancini, venne ha trovare questo vecchio stalinista mangiapreti, buttandomi là l’idea di realizzare un storia a fumetti su Carlomagno; fare una prima puntata e poi – se a qualcuno piaceva – andare avanti.
L’idea non mi piaceva per niente; e poi ne avevo già parlato dei fatti carolingi insieme a Galileo sul libro di Silvestro II. Inoltre Mancini mi propose di prendere alcune informazioni dai libri di Giovanna... vattelappesca (non ricordo e non mi interessa il cognome)  che situa la lotta contro gli islamici di Carlo Martello non a Poiters… ma a Pesaro! Ma a tutto c’è un limite!
Del resto la splendida ipotesi storica del professor Carnevale sta per ricevere i suoni della campana a morte da parte della università di Macerata, in accordo con quella – per me – ben più antica di Camerino.
Comunque o de toute façon, l’onda di odio per coloro che detengono i diritti su Blek Macigno e per i suoi servi – uno dei quali è in Catalogna – che non mi consentono di proseguire la mia opera su questo grande personaggio a fumetti (come del resto sui cari Cucciolo & Beppe) e una sempre più progressiva stanchezza mi hanno fatto cadere i miei spelati pennelli su una storia a fumetti riguardante la nascita della Francia picena, di cui, grazie a un vecchio compagno di scuola, ho ritrovato l’eco della sua reale esistenza.
   Ho iniziato con la grande emigrazione dall’Aquitania, per arrivare a dare tutta una serie di mie idee sulla nascita della Francia, che non ha nulla a che vedere con l’attuale France. E nulla a che vedere con i Franchi salii e altri ancora. Il Piceno spopolato dai funesti tempi della guerra gotica, era stata appena ripopolata da longobardi, a detta di qualcuno <<grande civiltà>> che però usava i mastini contro i contadini nativi, i “Romani”, quello sì, un gran popolo vero, durato quasi mille anni.
Dei Longobardi fece parte anche l’imperatrice Ageltrude, ma non bisogna mai dimenticare che il suo compagno, il grandecondottiero Guido, era un Franco! Nonostante questo quando prospettai il fatto che a Camerino ci fossero i Franchi mi si rise malignamente in faccia!!! Taccio su chi era l’autore del bestiale gesto, che era avverso al professor Carnevale e in accordo con Bittarelli, direttore dell’Appennino Camerte, il quale scriveva sui suoi libri su come si dovesse spiegare altrimenti che i biondi a Camerino superano del 6 % la media nazionale, ovvero  solo con il fatto che vi erano stati i Longobardi. Infatti la Longobarda Ageltrude sul suo diploma parla appunto di Camerino. Vabbè, inutile combattere contro i mulini a vento. Passiamo avanti…  
   Quando lessi il libro del Professor Febo Allevi (umile falegname che si elevò a cattedratico universitario, o perlomeno così mi hanno riferito) Con Dante e la Sibilla, del 1965 rimasi colpito, a pag. 55, dal fatto che la chiesa delle Vergini a Macerata situata sopra la più che probabile primitiva Aquisgrana si chiamasse in realtà dei Vergini!
E che si fece durante la festa di San Giuliano, patrono del paesotto di Macerata Granne, il <<divieto delle condotte «inhonestates et turpitudines», legate con le stesse ricorrenze; nella dedicazione del tempio rinascimentale di S. Maria delle Vergini, detto “fino ai primi anni del 1600... dei Vergini", in relazione ad un antico culto pagano praticato in questa altura maceratese>> e collegato alla <<ininterrotta ed antichissima tradizione dell'immanca­bile presenza dell'oca giovane o papera quale piatto speciale di ogni mensa povera e ricca il giorno della festa dello stesso patrono S. Giuliano: tradizione che ci pare si riallacci anch'essa al culto della Madre degli Dei ed alle feste a lei dedicate, le Hilaria,>> Ma un’oca o papera potrebbe anche indicare velatamente… una fanciulla ! E i Vergini…
In un attimo nella mia mente si è associata la frase tipica della zona, detta nella forma più semplice <<non c’è cosa più divina della cugina!>>.
Infatti nella festa a Cibele, detta Hilaria, (e da cui deriva sicuramente la parola ilarità) che seguiva i dies sanguinis, (i giorni del lutto) si dava sfogo alla vita con banchetti e altre manifestazioni di gioia. E qual è la manifestazione più gioiosa? Quella della scoperta sessuale, senza costrizioni religiose monoteistiche.   
   Altra mia fantasia, (ma non troppo e spiegherò perché) è l’ipotesi del termine Vergaro. Nell’esercito Romano chi dirigeva le fasi di una battaglia era un centurione primipilo, il massimo grado che un non nobile potesse raggiungere. Per dirigere i soldati il centurione aveva un piccola asta di legno derivata dai pali che reggevano la vigna, simbolo di quei contadini che sovente dovevano andare alla guerra. Un simbolo che si è perpetuato nel frustino come si può vedere – o meglio si poteva – nelle pellicole o nei fumetti di guerra in mano agli ufficiali britannici o a quelli nazisti.

 Baculo il centurione accompagna una bambina
alla scoperta del Foro Romano
 
   Publio Sestio Baculo, citato da Giulio Cesare nel “De bello Gallico” (ho scoperto che ha pure una scheda sulla malfidata wiki) deve aver avuto delle terre al suo congedo e molti legionari di Cesare e di Augusto ebbero terre proprio nel Piceno. Da lui, dalla sua condotta eroica, e dal suo nome Baculo, bastone, verga in latino sarebbe venuto il termine Vergaro. La mia ipotesi, su quest’uomo, su cui da oltre vent’anni ho realizzato fumetti e brevi romanzi,  è tanto bislacca?
   Per ultimo vi dirò che queste mie fantasie sono solo sogni, sogni che faccio da sveglio, prima di addormentarmi con la mia gattina… ah, certo. È solo una gattina la mia Luna, non una cugina… le mie cugine non le ho mai “toccate”, come non si può toccare la bella e casta Diana, di cui scrissi <<Nelle campagne sopravvisse a lungo la religione pagana e per secoli restò come simbolo di fertilità la Dea Diana, la dea dal bel viso perennemente giovane, libera e selvaggia.>>
Marco Pugacioff




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sabato 15 febbraio 2020

MONTSERRAT segreti e misteri


MONTSERRAT
segreti e misteri



   Il monastero di Monserrat come a Loreto, e tante altre località religiose, conserva una statuina rappresentante una supposta madonna nera. Come mai dico supposta? Ci arrivò più sotto. A parte la mia avversione per le attività religiose monoteiste, e il terrore che mi ispirano simili luoghi – vere e proprie trappole economiche, che nascondono una riserva di energie spirituali, cibo per creature aliene ancora sconosciute – il posto suddetto è una vera perla di riserva di Madre Natura dove vi sono un’infinità di caverne e molti fonti di acqua pura.


È formata da un agglomerato di rocce antiche di almeno 4 milioni di anni. Sulla sua cima vi sono più di una settantina di menhir naturali, vere e proprie punte che hanno raccolto energia cosmica dall’universo, caricando di energia siderale la montagna.
Questa montagna è lunga una decina di chilometri per cinque chilometri di larghezza; al contrario il macigno Ayers (Uluru – Ayers Rock) in Australia, anch’esso luogo di rituali per i nativi, gli aborigeni, è lungo solo circa tre chilometri. Monserrat è uno dei dodici chakra spirituali che vi sono al mondo; in oriente è il Tibet, in occidente Monserrat, in catalano la montagna serrata. Una volta arrivò in Catalogna il Dalai Lama e ne restò incantato, tanto da riferire che aveva un desiderio impossibile da compire ovvero fare l’eremita su questa montagna. 
Cosa assai strana i geografi cercando la longitudine e latitudine di questa montagna, sembrebbe che non siano riusciti a determinarla per le forti perturbazioni geomagnetiche…
La spiritualità di questa montagna dove si produce la simbiosi tra la materia e lo spirito delle persone che arrivano in Montserrat, ne ha fatto un luogo di pellegrinaggio, da molto prima che esistesse il cristianesimo. Oltre ai druidi, che svolgevano i loro riti sacri in alto sulla montagna, vi erano anche i Romani.
Nel mezzo della montagna vi era l’eremitaggio di Sant’Ana, originalmente chiamata Tebas (Tebe), o Tebaida come dicevano i Romani. Tanto che ricorda l’antico Egitto (ma anche la città greca legata al mito di Eracle), infatti la patrona di Monserrat è egizia, non cristiana. 

La sua antichità arriva dai tempi di Giulio Cesare. Anzi chi portò la figura alla montagna fu Traiano. Una figura dedicata alla fertilità, alla fecondità! L’attuale figura, rappresentazione medievale non è l’originale e ve ne furono molte dopo quella romana. Quindi in origine la divinità rappresentata era pagana; probabilmente era o una Isis, una Mater greca, una Venere (di cui si trovano le fondamenta del suo tempio), comunque tutte Madri della Terra, come è l’attuale vergine di Monserrat, una Vergine nera.

Un immagine della moreneta confrontata con la Gioconda da José Luis Espejo

Una vergine con tratti orientali che non centra niente con quella cristiana in quanto  storicamente nettamente anteriore. Ed è nera non perché rappresenti una fanciulla senegalese, no di certo, ma perché simbolizza la fertilità!
Il nero viene dall’humus, la sostanza che fertilizza la Madre Terra, perché questa è la tematica che designa la Moreneta, ma in pratica anche le altre statuine nere in giro per l’Europa. Da una virginità primordiale, non dalla vergine, madre di cristo «che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto.[1]»
Si dice anche che era nera perché fu ottenuta da pietra venuta dallo spazio, una meteorite, come – per esempio – la Kaʿba della Mecca venerata dai musulmani, che fu argomento di un episodio della saga a fumetti per adulti di Jacula, il cui volto è per me molto simile alla dea Diana.
   Certo c’è una versione che dice che la statuina fu rinvenuta in una grotta dopo che per tre sabati consecutivi venne vista una luce posarsi davanti all’entrata, all’incirca nel 880 dell’era volgare.
Poi arrivarono dodici monaci – ma guarda, anche loro dodici come gli apostoli o gli allegri compagni (insieme a Marion) del ormai  mitico Robin Hood – nel 1011, e nel 1022 il padre Oliva fondò il primo monastero. In questo monastero vi era una scuola di Alchimia; altre scuole di alchimia erano sempre in Catalogna, ma gli abati andavano a Monserrat per apprendere i segreti di questa arte e gli veniva aperta la porta una volta all’anno.
Uno dei suoi abati fu Giuliano della Rovere, già da cardinale «padre felice di tre figlie.[2]» [da buon uomo di chiesa si è divertito… beato lui!] più conosciuto come papa Giulio II, ed anche papa alchimista; quando venne dall’Italia per diventare abat comandatari de Montserrat dal 1472 al 1483 si portò dietro sei monaci dall’abbazia di Montecassino e lavorarono molto con quest’arte.




Questo quanto riferito dal Signor Sebastià d'Arbó nella conferenza, ma il Signor José Luis Espejo ha avuto la cortesia di rispondermi il 04/03/2020, precisando:
«Los monjes de Montecassino llegaron en 1443, y no los trajo Giuliano Della Rovere. Marcharon de Montserrat en 1456.
En Montserrat hay varios incunables y libros sobre alquimia, que sobrevivieron del incendio de 1811. Un monje -arvhivero-, hoy fallecido, me dijo que en Montserrat no hubo laboratorio alquímico, pero creo que no dijo toda la verdad. De hecho en Montserrat se producía un licor, para el que se debían emplear medios alquímicos (para producir alcohol).
Sin más, un cordial saludo.»
I monaci di Montecassino arrivarono nel 1443 e non li portò Giuliano Della Rovere. Se ne andarono da Montserrat nel 1456.
A Montserrat ci sono diversi incunaboli e libri sull'alchimia, sopravvissuti all’incendio del 1811. Un monaco – archivista -, oggi deceduto, mi disse che a Montserrat non esisteva un laboratorio alchemico, ma penso che non abbia detto tutta la verità. Infatti a Montserrat veniva prodotto un liquore, per il quale si dovevano usare mezzi alchemici (per produrre alcol).
Senza altro, un cordiale saluto.
José Luis Espejo.

     





Nella biblioteca di Monserrat (nell’immagine qui sopra tratta dalla conferenza) vi sono molti incunaboli di alchimia e tra coloro che andarono in quel luogo, sembra vi sia stato uno studioso molto famoso: Leonardo che vi studiò quest’arte e che qui dipinse la Vergine della Roccia. Questo secondo gli affascinanti studi di José Luis Espejo[3] che scrive «un falso pellegrino, presumibilmente Leonardo, fu accettato dalla comunità, su richiesta di Llorenç Marull[4] (forse su suggerimento di Giuliano della Rovere, italiano come Leonardo). Forse il suddetto pellegrino fece la statua di Santa Cecilia (si vedano le sue iniziali sul disegno) e quando chiese della biblioteca si interessò anche al laboratorio alchemico del monastero. Ciò che sembra chiaro è che non avremo mai la "prova definitiva" della sua permanenza nel monastero, dato che alcune persone di Montserrat (Benet Ribas, archivista) e della Corte di Madrid (Francisco de Zamora) si sono preoccupate di farle sparire.»
In effetti è molto affascinante l’idea di un Leonardo, finto pellegrino che apprende segreti alchemici che poi avrebbe riversato sulle sue supposte opere come la Sindone e il quadro che cambia forma.


Splendida illustrazione del 1835,
della Presa di Montserrat da parte del Maresciallo Suchet in vendita su:

  Quando arrivò Napoleone in Spagna, il generale Louis Gabriel Suchet (1770-1826) cercando non si sa bene cosa, forse il solito Graal, incendiò il monastero di Monserrat e la sua biblioteca il 29 luglio 1811 (ma perdio, le biblioteche – sia ieri che oggi – danno fastidio!) già maltenuta ai tempi della presunta visita di Leonardo; si dice che l’imperatore volesse liberare la statua della Madonna nera detta "Morenita", tenuta "prigioniera" della religione usurpatrice. Ma comunque qualcuno ha sempre cercato qualcosa dappertutto: in particolare a Monserrat, ci andarono anche i nazisti a cercare… bò, forse inseguivano le scoregge che avevano nel cervello.
   Tutto questo mio scritto deriva dalla bella conferenza di Sebastià d'Arbó al congresso ufologico di Barcellona del 19 al 21 de Settembre 2017, in rete su https://www.youtube.com/watch?v=_VOS6RowGiw. È indubbio che non essendo un professorone d’università, ma solo un giornalista, innamorato di questa montagna, le sue ricerche non potranno essere considerate altro che un cumulo di sciocchezze. Ma per me è cibo per la mente, una mente libera dai dogmi imposti, quelle che chiamo scoregge.   
   Altra interessante conferenza in rete è quella del giornalista Raúl Sacrest – collaboratore anche di Iker Ymenez in Cuarto Milenio – avvenuta a Eibar durante la I Jornadas del Misterio del País Vasco, tra il 25 e il 26 di Febbraio 2017. in rete al seguente inderzzo:
Qui si è parlato dei molti avvistamenti di oggetti volanti non identificati, gli O.V.N.I., in Italia detti all’americana ufo, che d'Arbó non ebbe tempo di poter riferire alla sua conferenza.
   Di questi strani avvistamenti vi accludo una semplice immagine sbiadita della conferenza di Sacrest: 


Che dire di queste immagini, scattate nel 2017, della conferenza? Immagini del genere si  possono scorgere anche – per esempio – sui Sibillini. Dico i Sibillini invece del monte Musiné a Torino, perché li ho davanti al muso… Sarebbero ad indicare che qualcosa di estraneo della nostra realtà esiste.
E a questo proposito segnalo questa testimonianza trovata sui commenti della precedente conferenza di d'Arbó; è del signor Josep Farell, pubblicata nel 2019 «Un'esperienza indimenticabile che mi è capitata da bambino, quando ho trascorso alcune settimane d'estate nel complesso residenziale El Palá, ai piedi di Montserrat, ogni notte una luce appariva sulla cima della montagna, scendendo su una spianata di fronte alla casa dove ho trascorso l'estate con Alcuni cugini, zii e nonne. La luce, bianca con lampi blu, ha assunto la forma di una "vergine" in piedi, senza toccare il suolo, cioè è stata sospesa per alcuni minuti sopra di noi, a una distanza di circa 5 o 6 metri, poi è salita di nuovo alla grande velocità per sparire dove era venuta, sopra Montserrat. Questo fatto straordinario è successo ogni notte. I nostri nonni hanno deciso di non dirlo a nessuno per paura. Tema tabù. Si era nei primi anni '60.»
   Altro inquietante fenomeno che avviene nel monte Serrato, è quello delle sparizioni di persone, che avvengono almeno dagli anni ’70. Vi un ampio resoconto su:
   Un caso recente, raccontato anche su Cuarto Milenio, si è verificato quando i vigili del fuoco di Cerdanyola partirono in soccorso di un alpinista che si era perso nel massiccio. Questa persona aveva lasciato la macchina aperta con le chiavi ed era salita nella montagna. L'elicottero di ricerca individuò in un'area di difficile accesso un uomo in cerca di aiuto. Pensando che fosse l'uomo scomparso, fu segnalato ai servizi di terra che andarono in suo soccorso. La sorpresa fu che si trattava di un altro uomo, uno che si era perso da tre giorni nella zona e che non riusciva a tornare indietro. La cosa inquietate è che quest'uomo – che era molto debole e nervoso – disse alle squadre di soccorso che durante i tre giorni infernali persi sulla montagna aveva dormito con “La Mujer Negra” [La donna nera]. Quando le squadre di soccorso arrivarono nel luogo indicato dall’uomo trovarono un cadavere mummificato di una donna scomparsa più di tre anni fa.
Una gran quantità di storie circolano sulla montagna, incluso di gente incappucciata che, come in tanti altri posti, effettua riti di magia nera, ma di queste cose – come Sacrest – preferisco non parlarne.



   Monserrat è una vera sierra encantada per dirla alla Gianluigi Bonelli.





[2] Claudio Rendina, I Papi, storia e segreti, newton 1987, pag. 608.
[4] Riferisce Espejo sempre dell’articolo nel terzo collegamento a nota 3, poco più sopra che Llorenç Marull  fu vicario a Montserrat del comandante abate Giuliano della Rovere fino all'anno 1483, e allo stesso tempo abate di Santa Cecilia de Montserrat tra il 1471 e il 1483.

Marco Pugacioff
  
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sabato 8 febbraio 2020

Blek: IL DIO IGNOTO



IL DIO IGNOTO

   Ho realizzato questo episodio per “chiudere il cerchio” come ha sottolineato Bernad. Ma, andando avanti, si accumulava in me sempre di più una profonda stanchezza. E, in effetti ho realizzato le tavole comese fossero degli schizzi preparatori, fino ad arrivare allo sbrago totale nelle ultime tavole.
   Una volta un amico mi si è messo a ridere guardandomi con sufficienza, quando gli rivelai che avrei desiderato disegnare un personaggio minore come il piccolo ranger. Del resto non sono mai stato una cima e questa malignità mi ha messo definitivamente davanti alla più che scarsa considerazione che potrei avere da qualsiasi “addetto ai lavori” se non da un editore; a cui però ero preparato, come mi disse uno di essi – un disegnatore che realizza perfino Tex – sono solo un «bravissimo dilettante» e non devo aspirare a di più. Tanto a questo punto il buon fumetto, quello popolare è già morto.
   Perciò “godetevi” questa storia così com’è.
   Ciao
Marco Pugacioff





















  
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sabato 1 febbraio 2020

Robin Hood e i trecento scudi dello sceriffo




Robin Hood e i trecento scudi dello sceriffo

Novella illustrata da Clario Onesti

   Lo sceriffo di Nottingham era un uomo avido e malvagio che commetteva nel suo circondario angherie d'ogni sorta. Al minimo pretesto confiscava al cittadini beni e case, e li lasciava morire di fame e, spesso, per qualche offesa senza importanza, sottoponeva il colpevole alle più dure punizioni. Perciò molti, perseguitati da lui, fuggivano nella foresta dove Robin Hood li confortava e li accoglieva nella sua banda detta, per le intrepide burle che combinava, degli Allegri Compagni. Naturalmente questa banda era l'incubo dello sceriffo, che avrebbe dato chissà che cosa per sterminarla. Egli mandava spesso i suoi gendarmi a battere la foresta, con la speranza che riuscissero a catturare qualcuno degli Allegri Compagni o addirittura il loro capo ma i banditi sembravano sparire all'avvicinarsi dei gendarmi che perciò tornavano sempre a mani vuote. Ma se questo divertiva immensamente Robin e i suoi uomini, si può immaginare quanto esasperasse lo sceriffo.


  Una volta durante la celebre fiera che si svolgeva ogni anno a Nottingam, comparve sulla piazza un macellaio straniero che si mise a vendere la carne a prezzi irrisori. Immaginate se la gente accorreva in folla dinanzi al suo banco! Certo doveva trattarsi di qualche ingenuo montanaro che non conosceva il valore della moneta.
   La cosa fu riportata allo sceriffo che, essendo avido di denaro, si disse: «Questo semplicione fa proprio al caso mio. Comprerò da lui del bestiame a poco prezzo, e poi invece lo rivenderò ad alto prezzo, realizzando così un grosso guadagno.» Perciò fece venire il giovane macellaio al palazzo e gli disse:
 - Amico mio. mi piacete molto, e poiché siete straniero voglio darvi un consiglio. Non vi fidate della popolazione di questa città che è sempre pronta a ingannare un giovane dabbene come voi.  Perciò, se avete qualcosa di importante da vendere, vendetela a me  e vi troverete contento.
  - Grazie, signore, della vostra bontà — rispose il giovane, che sembrò molto lusingato dell’onore che gli faceva lo sceriffo — Ho infatti nella mia stalla trecento capi di bestiame bellissimi che venderei volentieri per trecento scudi. Domani torno al mio paese, e se volete accompagnarmi, ve li mostrerò.
   A queste parole lo sceriffo non poté nascondere la sua gran soddisfazione Uno scudo per ogni bestia era veramente un prezzo ridicolo. Perciò accettò in fretta la proposta e il giorno dopo partì all’alba col macellaio.
   Dopo aver seguito per un certo tempo la strada maestra, questi prese il sentiero della foresta.
  - Sapete — disse lo sceriffo — che qui vive un certo brigante chiamato Robin Hood il quale svaligia i viaggiatori? Non avete paura di incontrarlo?
  - No, signor sceriffo dal momento che voi mi siete vicino.
   Ma lo sceriffo non partecipava affatto della sicurezza del suo compagno e, pallido come la morte, volgeva intorno gli occhi spaventati aspettandosi da un momento all’altro di veder saltar fuori da qualche cespuglio i temuti banditi. Era tanto spaventato che alla fine la paura vinse sull'avidità ed egli disse al suo compagno di tornare indietro.
  - Tornare indietro senza comprare le mie bestie? Non vi ho forse detto che sono belle e grasse e hanno un pelo superbo?
  - Giovanotto — balbettò lo sceriffo — tutto ciò non mi piace affatto. Voglio tornare a casa!
Il mercante rispose portando alle labbra il corno d’avorio cha aveva appeso al fianco e lo suonò per tre volte. A quel segnale da ogni parte accorsero, uno dopo l’altro, più di cento uomini, vestiti di verde, i quali esclamarono in coro:
   - Ben tornato, Robin Hood! Eccoci ai vostri ordini!

 

  - Preparate allora un pranzo come si deve, perché ho portato con me un ospite illustre lo sceriffo di Nottingam! — rispose il  falso mercante.
  Lo sceriffo, atterrito, tremava come una foglia tanto che non riusciva a tenersi ritto sulle gambe, e gli Allegri Compagni furono costretti a trasportarlo di peso presso una grossa quercia ai piedi della quale era stata imbandita la tavola. Il pranzo fu gustoso, ma il poveretto non riuscì a ingoiare neppure un boccone.
   Alla fine del pasto Robin Hood disse:
   - Ora, signore, è venuta l’ora di pagare.
  - Pagare? — balbetto lo sceriffo — pagare? Ma io sono povero, non ho nemmeno un soldo.
  - Giannetto, prendi la borsa del signor sceriffo, che a quanto pare gli pesa troppo, e vedi di alleggerirla un poco. — tagliò corto Robin Hood.
  Giannetto trasse dalla borsa dello sceriffo i trecento scudi di oro ch’egli aveva portato con sé per comprare le bestie e li allineò sull'erba.
Signor sceriffo — disse allora Robin Hood severamente — siete cosi bugiardo e malvagio che meritereste proprio di essere impiccato a uno di questi begli alberi.
  Lo sceriffo batteva i denti e guardava con occhi imploranti quegli uomini dall’aspetto deciso che sogghignavano alle parole del loro capo.
  - Sì, impiccato. — prosegui Robin — Tuttavia, poiché siete mio ospite e per me gli ospiti sono sacri, vi lascerò tornare a casa sano e salvo e, per il mio disturbo mi accontenterò dei trecento scudi Ma vi avverto che, se non smetterete di tormentare la gente, al nostro prossimo incontro sarò senza pietà!
   Fece quindi portare un cavallo, aiutò lo sceriffo a salirvi e lo accompagnò fino al limite dei bosco, dopodiché, fattogli un profondo inchino, rientrò ridendo tra gli alberi secolari.

Novella tratta dalla rivista il Pioniere n.33 del 1953

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