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mercoledì 15 febbraio 2017

Julenisse o Babbo Natale


Julenisse
o
Babbo Natale



Il folletto protettore della casa

    In Scandinavia, il Nisse (o anche Tomte o Pixies) è un folletto o spirito di famiglia che è responsabile della cura e della prosperità di una fattoria o di una famiglia, in particolare di notte quando si dorme. Un Nisse è solitamente descritto come un uomo o una donna di bassa statura (non più alto di 90 cm), dalla forza straordinaria che indossa un abito e un berretto rosso. Comunque, ci sono anche racconti in cui sembra che sia un essere mutaforma in grado insomma di prendere una forma molto più grande di un uomo adulto, oppure secondo altri racconti, il Nisse ha un unico, ciclopico occhio. Non basta, fa gara con Mandrake il mago nel creare illusioni e può pure rendersi invisibile e al buio i suoi occhi riflettono la luce come gli occhi dei gattini.
   Se la credenza nei folletti o spiriti custodi è una tradizione molto antica in Scandinavia, nelle nazioni vicine (in Danimarca, Norvegia meridionale e al sud della Svezia), la credenza nel Nisser dovrebbe risalire al tardo XVIII o al XIX secolo. Molte fattorie asserivano di avere il proprio Nisse, dove questo folletto faceva molti lavori campagnoli, come governare i cavalli, sistemare le balle di fieno, e le relative attività agricole. Il bello è che era molto più bravo dei altri lavoranti. Ma il suo carattere era però molto capriccioso, se non peggio. Infatti se la famiglia che lo ospitava non si comportava bene (tipo dargli una ciotola di porridge al burro alla vigilia di natale sulla porta di casa era meglio sparire dalla circolazione), perché sennò – e per un bel po’ – ti ci faceva sparire lui dalla circolazione. In un racconto si narra che una cameriera norvegese ebbe la malaugurata idea di mangiarsi lei il porridge, col risultato di finire duramente picchiata dal Nisse.
   Questo folletto con l’arrivo del cristianesimo fu purtroppo demonizzato. Se le voci su di una famiglia che avesse avuto in casa un Nisse fosse arrivato alle autorità religiose, il fattore avrebbe corso il rischio di essere accusato di reati vicini alla stregoneria. In un famoso decreto del  14 ° secolo Saint Birgitta (ovvero Santa Brigida) mette in guardia contro il culto di questi folletti, (Revelationes, libro VI, cap. 78) che sono chiamati anche tompta gudhi, gli dei Tomte. Il termine svedese Tomte deriva dal luogo di residenza, la casa o tomt.



L'arrivo dei regali
illustrazione di Jenny Nyström

   Dal 1840 il folletto delle fattorie Nisse, si mise a portare i regali di natale in Scandinavia, ed è stato così chiamato "Julenisse" (o anche folletto di natale « lutin de Noël ») e da allora è associato al Natale, insieme alla capra Yule –  altra creatura mitologica nordica – o insieme delle renne, oppure ancora da un gattino e comunque sempre con una slitta. Però al contrario di babbo natale non vive al Polo Nord, ma in genere in una foresta, in un campo o in un ruscello vicino. Lui (o lei) non scende dal camino la notte di Natale, ma giunge alla porta d'ingresso, per la consegna dei regali alla famiglia loro amica.
    A tutt’oggi, gli svedesi, alla vigilia di natale, depongono sulle finestre una ciotola di farina d’avena perché Julenisse possa nutrissi.


Rappresentazione di Julenisse di Jenny Nyström

   Nel 1881, la rivista svedese Ny Illustrerad Tidning pubblica il poema Tomten di Viktor Rydberg, dove il folletto solitario veglia durante la fredda notte di natale, e fa riflessioni sui misteri della vita e della morte. Lo scritto è illustrato dall’artista Jenny Nyström [pittrice e illustratrice svedese di libri per l’infanzia (1854-1946] che lo raffigura con barba bianca e abito rosso, di già molto vicino al nascente babbo natale.
Midvinternattens köld är hård,
stjärnorna gnistrar och glimmar.
Alla sover i enslig gård
djupt under midnattstimma.
Månen vandrar sin tysta ban,
snön lyser vit på fur och gran,
snön lyser vit på taken.
Endast tomten är vaken.
(…)
« Il freddo della notte di metà inverno è duro,
le stelle scintillano e luccicano.
Tutti nella fattoria isolata dormono
profondamente a mezzanotte.
La luna fa il suo corso silenziosamente.
La neve brilla di bianco su pini e abeti,
la neve brilla di bianco sui tetti.
Solo il folletto, il tomte, è sveglio.»


Arrivano i folletti di natale (lutins de noel) jenny nystrôm


Affresco di Ambrogio Lorenzetti al palazzo pubblico di Siena, raffigurante un uomo con una palla di neve, visione allegorica dell’inverno.

   Si è associato la parola Nisse, propria di questo folletto, alla parola Yule che indica la festa del solstizio d’inverno dei popoli germanici. Attraverso il sincretismo, come già avvenuto coi nostri Saturnali, così anch’essa fu associata al natale cristiano. Ecco da dove nasce il nome di Julenisse.

 
In Québec, il folletto (lutin in francese) è associato ai gattini bianchi (ma anche ai cani e ai leprotti). Vedi https://fr.wikipedia.org/wiki/Lutin

 
Illustrazione per il "Tomten" di Astrid Lingren


  
Nonno Gelo


Una graziosa scatolina in vendita su e-bay il cui coperchio raffigura una fiaba del principe Vladimir Fëdorovič Odoevskij su Nonno Gelo.


   In Russia, ed anche nella scomparsa Unione Sovietica, Ded Moroz (Дед Мороз), vale a dire "Nonno Gelo", ha lo stesso ruolo del nostro Babbo Natale. È il re dell’inverno e un potente sovrano della foresta. Indossa una bacchetta magica e porta doni ai bambini durante i festeggiamenti di Capodanno, spesso accompagnato dalla nipotina Snegurochka (Снегурочка) e a bordo della classica troika, il carro-slitta trainato da tre cavalli.
   Gelo (Мороз, ma anche conosciuto come Морозко, o ancora come naso rosso) era l'antico dio slavo dell’inverno, del freddo e del gelo, che [Se ho interpretato bene la traduzione] nei racconti sul Vento del Nord, è un uomo dotato di doni miracolosi. Vi è un racconto in cui un mugico era intento alla pratica della semina vicino ad un abete, ma una volta lasciato il campo, tutto il suo lavoro andò perso. Tornato a casa sconsolato, raccontò tutto alla moglie che gli disse che ciò era dovuto a Gelo, che doveva andare a scovarlo e richiedergli i danni. Il povero uomo fu spinto così dalla sua “vergara[1]” ad andare nella foresta, ma il poveraccio perse ben presto l’orientamento, finché trovò un sentiero che lo portò a una capanna di ghiaccio. Si avvicinò, tolse i ghiaccioli dalla porta e bussò. Venne ad aprirgli un vecchio tutto bianco; era proprio Gelo che donò al mugiko il suo vestito e la sua bacchetta magica.
   In altri racconti il dio Gelo personifica diversi fenomeni di tempesta, difatti dalla sua bocca arrivano brina e ghiaccioli e con i suoi capelli produce nuvole di neve. Sempre il dio Gelo, secondo i contadini, è un vecchio dalla lunga barba grigia che all’inizio dell’inverno, corre attraverso i campi e le strade e poi bussa alle porte di casa; se il suo picchiare alla porta è molto forte, arriveranno gelo e ghiaccio. Se ha colpito l'angolo della capanna, allora sicuramente verrà una crepa.


   Nei villaggi della grande Russia, è tuttora presente la forza del suo potere naturale nell’immaginazione popolare, che lo raffigura come un potente guerriero, con forze uguali al nostro Ercole.
Alla vigilia di natale il capofamiglia prende un cucchiaio di Kuti o kolyva (una polenta di grano, miele e noci, che in tempi antichi era conosciuto come “cibo degli antenati”), va alla finestra e dice «Gelo, gelo! Vieni c’è il dolce. Non colpire il nostro terreno.»
   Nel primo periodo della rivoluzione fu un personaggio accantonato ma poi, già dai primi anni ’30 fu rivalutato e il suo abito di colore celeste fu convertito in rosso come era il colore della bandiera sovietica.


"Nonno Gelo e la figliola adottiva," [Snegurochka la figlia della Fata Primavera e del Vecchio Inverno e che Jarilo, il Sole, l'aveva condannata a morire se mai si fosse innamorata di un ragazzo], poi Snegurochka divenne la nipotina di Nonno Gelo.  illustrazione del 1932 di Ivan Bilibin (1876, morto durante l’assedio di Leningrado del ’42) per il racconto popolare russo "Nonno Gelo" (Morozko).


L'immagine di Nonno Gelo (che sotto il vestito porta la maglietta dei spetsnaz) è stata usata nella propaganda anti-nazista durante la seconda guerra mondiale. Illustrazione del 1941

 
Questo francobollo sovietico raffigura Nonno Gelo sulla troika di fronte ad una torre del Cremlino a Mosca. La scritta С Новым Годом, significa naturalmente buon anno.


"buon anno 1991!" L'ultimo francobollo dell'URSS con Nonno Gelo

La Befana


Un vecchio Rebus, che ben figura l’offerta di un dono

   La Epiphaneia (il periodo odierno dell’epifania), era il festeggiamento dedicato alla manifestazione della Dea natura in cui i prati e gli alberi germogliavano in primavera. Ma arrivò Numa Pompilio che aggiunse i primi due mesi dell’anno, Gennaio e Febbraio, e la ricorrenza fu spostata ai giorni seguenti del solstizio d’inverno. Si racconta che quando Romolo cinse di mura la sua città, i cittadini gli offrirono come simbolo di prosperità, un fascio di rami verdi presi dal vicino bosco sacro della Dea Strenua, tradizione che mantenne poi tutti gli anni. Spostandosi le date, la ricorrenza di offrire rami sacri d’alloro e d’ulivo passò alle calende di gennaio. Sono l’origine delle nostre strenne, strenne che avevano anticamente la forza – data dalla salute (nella pronuncia sabina strenua significava Salute) che portava la Dea – di allontanare gli spiriti maligni provenienti dal Mundus[2], quando si chiudeva la porta dell’anno vecchio e si apriva la porta dell’anno nuovo (simboleggiato dal Dio Giano). Erano i cicli della vita e della morte che si rinnovavano e nei riti romani più antichi si donavano statuine della Dea bianche in occasione di una nascita e nere in occasione di una scomparsa. Questi doni si tramutarono nello zucchero, bianco, e nel carbone, nero; i regali odierni per i bambini buoni o cattivi della Befana.

 
    Nelle campagne sopravvisse a lungo la religione pagana e per secoli restò come simbolo di fertilità la Dea Diana, la dea dal bel viso perennemente giovane, libera e selvaggia. E Diana veniva vista spesso di notte (anche poi, durante il cattolicesimo) andare a caccia seguita dal suo corteo di ninfe – la brigata di Diana appunto – e si incominciò a favoleggiare che volava con la scopa sui campi, nella prima settimana di gennaio per benedire i campi seminati. La sua scopa era realizzata con una qualità di vimini provenienti dal Colle Viminale, (Mons Viminalis), dove doveva essere il bosco sacro della Dea Strenua. Fu la Chiesa a trasformare la Dea Strenna in Strega[3] e con lei anche Diana che si vide trasformare in una vecchietta a cavallo di una scopa a portar regali ai bambini.   

Tante Arie




     Ma la Befana esiste al di fuori dell’Italia? Sì! È la francese Tante Arie, la zia Arie, vive nelle foreste franc-comtoises [le foreste della Franca Contea], nelle montagne del dipartimento della Jura, la Giura, a cavallo tra Francia e Svizzera e risiede in grotte profonde e di difficile accesso.
    Tra queste vi sono  la "Roche de la Faire" (la roccia della fata) à Beurnévesin, "Sous la terre qui sonne" (Sotto la terra che suona) à Etobon, nella grotta della chaîne (catena) di Lomont oppure nella grotta di Millandre presso Boncourt. Ma il suo luogo di residenza preferito è la grotta della Combe Noire (il valloncello nero) a Blamont, tutte cittadine non lontane tra di loro.

 
L’ingresso della grotte della Combe Noire

    Ogni luogo ha la sua leggenda. Ha Boncourt, la zia si trasformerebbe in una viverna (essere leggendario simile a un drago) per fare il bagno nei laghetti di acqua chiara; A Daucourt si cambierebbe in serpente e possiederebbe un cofano pieno d’oro; A Réchésy, la zia avrebbe denti di ferro, una corona di diamanti e delle zampe di gallina e getterebbe i bambini cattivi nel fiume. Per molti, le pieghe della sua camicia rappresenterebbero dei fiocchi di neve.  
    Secondo alcune leggende la zia sarebbe l’ultima delle druidesse oppure la moglie di Odino; cosa a me simpatica, il suo nome deriverebbe dal latino Aëria[4].



La contessa Henriette de Montbéliard (1387-1444), Finestra di vetro nel coro della chiesa collegiata di San Giorgio a Tubinga.

   Ma l’origine della zia è da ricercarsi nella storia, più che nella mitologia. la contessa Henriette de Montfaucon - Montbéliard visse nel castello di Etobon del XV secolo. Henriette era una donna che brandiva le armi come un cavaliere per proteggere la sua contea. Era anche generosa con i suoi sudditi tanto che quando morì nel 1444 fu rimpianta da tutti. Visto che era tanto amata, il cielo la rimanda spesso in terra con l’incarico di vegliare sulla sua contea e beninteso per ricompensare i bambini. Arie deriverebbe dal nome Henriette pronunciato Ariette nel dialetto locale.


    Nella regione di Montbeliard [nel dipartimento del Doubs, regione della Franca Contea] è considerata la bonne fée [la buona fata] almeno dal 15° secolo, e ricompensa i bambini saggi e punisce i petit diables, i piccoli diavoli.
    La zia Arie ama invitarsi alla tavola degli abitanti e verifica anche la buona tenuta delle case, ed infine aiuta ben volentieri le casalinghe [che nel Piceno, come ho già scritto, sarebbero le vergare]. Inoltre aiuta le ragazze in attesa di maritarsi, insegnando loro la filatura del lino e della canapa.
    Ancora, la zia d’inverno si copre con uno scialle per proteggersi dal freddo e percorre la regione accompagnata dal suo asino Marion e distribuisce regali e pasticcini ai fanciulli giudiziosi ma anche mucchi di fascine imbevute d’aceto ai bambini disobbedienti.  

Un libro sulla Zia

 
Fonti:

 http://www.fjorn.com/whatispixie.html



Queste tradizioni sono però dei sogni che prima o poi svaniranno e di loro non resterà niente. E il disegno dello scheletro del drago, guardiano dei tesori di Theodor Severin Kittelsen, esemplifica bene questo mio pensiero.



[1] La vergara picena è una figura centrale del mondo contadino (parola che secondo l’interpretazione popolare significa “conta i dì – i giorni – per la semina”). Dice Cesare Angeletti: «La famiglia era questo nucleo o “clan” familiare piramidale a capo del quale c’era il vergaro cioè “portatore di verga”, quindi uomo che comanda. Vicino a lui c’era la vergara che comandava di meno, in teoria, ma in pratica la notte in camera da letto poteva far valere le sue ragioni. La figura della vergara c’è in tutta Italia: mi hanno chiamato dal Trentino dicendo che anche loro hanno questa figura; i due fratelli Guareschi (i figli di Giovannino) mi hanno scritto dicendo che loro hanno una figura uguale chiamata residora, quindi reggitrice. Quindi la figura di questa donna straordinaria c’è in tutta Italia.» vedi:
È quindi la maniera migliore – per me – per denominare in italiano l’energica donna del mondo contadino russo.
[2] Il Mundus era l’ingresso al paese dei morti, a cui si accedeva attraverso una profonda fenditura. Si narra che qui Romolo vi aveva sepolto suo fratello. È situato nel Foro romano, accanto all’arco di Settimio Severo. Situato al centro della città, fu poi chiamato Ombelico di Roma.
[3] A parte l’etimologia che fa derivare la parola Strega dal greco stryx o strygòs, cioè da strige o barbagianni, questa origine in effetti sarebbe più pertinente.


[4] Nella mitologia romana Giunone indicava l'aria [caelum Iunonis nomine consecratu, quae est soror et coniux Iovus. Cicerone, De natura deorum, Libro II, cap. 66], ed era chiamata Aëria [Et Macrobius, Junonem aeriam dictam. Lilius Gregorius Gyraldus, Historiae Deorum Gentilium L. III]. Presiede con Giove ai fenomeni atmosferici. Giunone (come ci informa Boccaccio nel libro nono sopra la geologia degli dei), è vincolata a suo marito Giove con catene d'oro, e con incudini di ferro appesi ai suoi piedi.

Marco Pugacioff
va agli
 

4 commenti:

  1. AMIGO,TODO MUY HERMOSO, EL TEMA EN SI ES MUY ATRACTIVO Y LOS DIBUJOS MUY LINDOS . CARIÑOS MARCO... MARTHA BARNES (ARGENTINA)

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  2. Curieuse de votre message sur mon blog je suis venue lire vos écrits qui font le tour de thèmes qui me sont chers en tant que conteuse.
    Bonne continuation.

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