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martedì 16 aprile 2019

Un Paladino con Colt 45 [Have Gun Will Travel]


Un Paladino con Colt 45 [Have Gun Will Travel]

 
Il telefilm Have Gun Will Travel, è conosciuto in Messico come Revólver a la Orden, in Spagna anche come El pistolero di San Francisco, in Italia? Un paladino con colt 45? E chi se lo ricorda più! Probabilmente,và a sapere, gli hanno lasciato lo stesso titolo originale, è stata trasmessa 40 e passa anni fa…
Questa serie televisiva narra le vicende di Paladin (guarda caso il nome di battesimo è sconosciuto), un pistolero professionista al servizio delle buone cause come i classici paladini delle saghe arturiane – o come il classico Ivanhoé di Roger Moore – e la serie western durò ben 226 episodi, dal ’57 al ‘63.
   L’interprete era Richard Allen Boone (Los Ángeles, California, 18 giugno de 1917 - San Agustín, Florida, 10 gennaio1981), e ho letto da qualche parte nei siti di lingua spagnola che era discendente di quel Daniel Boone, di cui ricordo Fess Parker nell’omonimo telefilm. Sembra infatti che il babbo era un discendente di Squire Boone, il fratello del trapper.
   Paladin non è un rozzo bandito illetterato. Infatti sappiamo dal primo episodio che era un studente universitario che aveva frequentato West Point alla ricerca di una carriera militare. Tuttavia, dopo la guerra civile, si recò all’ovest diventando un pistolero in vendita.



   Il suo quartier generale è l’albergo Carlton di San Francisco, che dovrebbe trovarsi vicino Pacific street, dove ha fama di dandy per la sua eleganza nel vestire, la sua ammirazione per l’opera, il suo squisito gusto gastronomico e…. le belle donne.







In genere le vicende partono quando un servitore asiatico del Carlton, Hey Boy (l’attore Kam Tong), apparve all'inizio della maggior parte degli episodi portando un telegramma di un potenziale cliente a Paladin.



Il telegramma arriva sempre dopo che il cliente suddetto ha ricevuto il suo biglietto da visita dove vi è la figura di un cavallo degli scacchi bianchi ("paladino" in inglese) e la scritta "Viaggio Armato ... Telegrafate Paladin, San Francisco".



Paladin quindi, indossa un completo blu scuro e diventa una figura estremamente minacciosa.



Per i suoi lavori chiede un caro prezzo, non meno di  1.000 dollari. Ha con sé, nascosta una piccola derringer e un revólver, una pistola, una classica Colt calibro 45 – come quelle che hanno Tex Willer, Capitan Miki e tanti altri eroi del west disegnato – ma appositamente progettata per lui. Ci informa all’inizio del primo episodio:
   - Vorrei che tu buttasi uno sguardo a questa pistola. La presa è eccellente, l'equilibrio è perfetto. Il grilletto risponde a una pressione di un'oncia. Se guardi attentamente in canna, vedrai le linee della rigatura.
Quest'arma è stata realizzata a mano secondo le mie indicazioni. L'arma che ho in mano, è una rarità; e raramente la estraggo, a meno che non intenda usarla.
   Paladin è abile nella lotta, oltre a usar bene le armi da fuoco, ma in genere cerca di non usare la violenza; infatti il grande vantaggio di Paladin sui suoi avversari non sono le sue armi, né la sua abilità come sparatutto straordinario, ma la sua raffinata educazione.
Ha una capacità infallibile di mettere in relazione la sua conoscenza di Storia e metterla in relazione con le situazioni che gli si presentano.
Praticamente se il nemico lo circonda, Paladin può tirar fuori qualche commento sofisticato sul generale Marcello e l'assedio di Siracusa, o qualcosa di simile, per poi usarne l'osservazione a suo vantaggio. Sempre nel primo episodio infatti dice:
   - La Falange greca è stata sviluppata per esigenze specifiche. Hanno combattuto spalla a spalla su piccoli campi di battaglia e sono stati considerati invincibili. Poi i Mastadoniani li hanno colpiti con la cavalleria e quella fu la fine della Falange.
   Nel seppellire un ranchero, un allevatore ucciso dagli indiani, Paladin recita il poema di John Donne "Death Be Not Proud" ai piedi della tomba.



Come un maestro di scacchi, Paladin cerca sempre di prendere il controllo della mortale partita che gioca con la signora con la falce, e uccide solo come ultima risorsa.



Ricordo ancora come mi è rimasto impresso il duello finale nel secondo episodio, senza via d’uscita. Il fuorilegge doveva morire e si è fatto uccidere da uomo giusto: Paladin! E nemmeno avevo capito che il fuorilegge era Charles Bronson, sfido io, con quella barba. Il sottotitolo del primo episodio (non sincronizzato) l’ho trovato in americano, l’ho fatto tradurre da Subtitle Edit in italiano e il risultato non è eccezionale! Su youtube però è rimasta solo la seconda psrte per un dannato reclamo.
   Ma perché è diventato un pistolero, ma con ferrei principi? Lo spiega lui stesso a un giovane chiamato Roderick Jefferson (interpretato dal figlio di Robert Mitchium, James) entrato nella sua stanza per ucciderlo, costretto da un pesante debito di gioco. In lui, Paladin rivede se stesso dieci anni prima…



L’episodio si intitola Genesi ed è diretto da Willian Corand, futuro Cannon e Nero Wolfe televisivo, che recita la parte di Norge, l’uomo che costringe Paladin – di cui ha un pesante pagherò con la sua firma – ha tentare di uccidere un certo Smoke.
Questo Smoke sorveglia il paese sito nella valle Delta, dove Norge tiranneggia, ma Smoke cattura Paladin e lo rinchiude in piccola radura e lo costringe a cambiare, prima di farsi uccidere perché ormai malato.


Paladin (di cui non saprà mai il vero nome) ha chiuso gli occhi a Smoke.

A quel punto Paladin – dopo aver ascoltato la passionale omelia al funerale da parte della comunità della valle – deve trasformarsi, diventare un nobile paladino e fermare il vero drago: Norge! Che non entrerà più in quel paese.



Un eroe della televisione occidentale degli anni '50 che recitava a memoria le poesie è qualcosa di unico, ben lontano dal solito incolto yaanke, o gringos che dir si voglia, ammazzaindiani.
La popolarità di "Revolver to the Order" fu un tale, clamoroso successo in usa, che arrivò terzo nella classifica delle serie televisive tra il 1958 e il 1961. Fu un successo anche la canzone "La ballata di Paladin", infatti è stata un successo discografico all'inizio degli anni 60.
Sono stati girati 225 episodi di "Revolver to the Order" (molti sono stati scritti da Gene Roddenberry), di cui 101 diretti da Andrew V. McLaglen e 19 sono stati diretti dallo stesso Richard Boone.


Non trovandosi più l’edizione in italiano, sia di Paladin, sia di Maverik,
mi devo accontentare della Versione Originale con sottotitoli in spagnolo. Il maresciallo (Marshall) Mort – parodia di Matt Dillon – parla con il dottore: «Ti ricorda di quel pistolero che venne la settimana scorsa…»


«…e che distribuiva biglietti da visita?»



Il successo di questa serie fu tale che fece sì fosse citata anche in altri telefilm come “Maverick” con James Garner dove in un paese, Maverick viene a sapere che la settimana prima era passato un pistolero che distribuiva biglietti da visita;





Il primo episodio della seconda serie di Due onesti fuorilegge.
Essendo in Versione Originale, c’è l’ho, ma non lo mai visto.

e in Due onesti fuorilegge. Nel primo episodio della serie si vede che all’inizio che è ambientato a San Francesco e vi è la scena ripresa da Paladin, ovvero il cartello che indica la via dove è situato l’albergo Carlton.



Ha dato spunto anche a un piccolo spaghetti-western con Dean Reed: Dio li crea... Io li ammazzo! Reed, il cowboy rosso, infatti interpreta un dandy che però è un micidiale pistolero e nel film l’estrema violenza viene spenta da un continuo umorismo.

Paladin riceve una richiesta di ingaggio


Paladin fra i pellerossa


Preston e il suo bel cane King, Rayo in spagnolo
Questa bella serie western ha avuto una trasposizione a fumetti, che però non ha avuto un’edizione italiana, come del resto quella del Sergente Preston, disegnata da Alberto Giolitti, altro telefilm western trasmesso in Italia. L’edizione a fumetti, per la maggior parte degli episodi è sempre di Alberto Giolitti.

un gioco da tavolo

Secondo il sito http://www.thrillingdetective.com/paladin.html Il successo di Paladin venne trasbordato in un altro mezzo: la radio! la serie è stata una delle poche a originarsi in televisione prima di diventare un programma radiofonico. Molti degli episodi radiofonici erano adattamenti di sceneggiature televisive.

John Dehner e Richard Boone


Alla radio la voce di John Dehner per Paladin era naturalmente diversa da quella di Richard Boone. Dehner aveva una voce ancora più raffinata, ma sembra fosse altrettanto formidabile in una situazione difficile. Il programma radiofonico era anche insolito perché l'ultimo episodio fornì una conclusione per la serie. Paladin andò ad est a rivendicare una grande eredità, una tenuta di una zia defunta.
Marco Pugacioff
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mercoledì 10 aprile 2019

IL SACRO LIMEN DELLE MAPPAE MUNDI


IL SACRO LIMEN DELLE MAPPAE MUNDI
di Claudio Piani Diego Baratono


Virgilio, nella sua Eneide (Libro I, versi 365-369), da notizia che Didone, ossia la mitica regina fenicia innamorata di Enea, per racchiudere la maggior parte di territorio su cui poter dar vita alla “sua” urbe, escogita a scapito di Iarba, re africano, un espediente raffinato: tagliare in sottili listarelle un manto di pelle taurina al fine di ottenere una corda più lunga possibile. La fune in discorso sarebbe diventata utile a demarcare un esteso perimetro semicircolare: si erano appena delineati i precisi confini della futura città di Cartagine. Quanto emerge dalla narrazione virgiliana è, forte, il riferimento a quei primordiali riti di fondazione, sacri e sacralizzanti, che governavano la costituzione delle varie città approntate dalla poderosa civiltà di Roma Antica. Più precisamente ad officiare il rito del tracciamento del sulcus primigenius (Varrone, De lingua latina, 5.143) troviamo un sacerdote, l’augure, ammantato da un velo che gli ricopre il capo trattenuto in vita dal cinctus gabinus: l’abbigliamento era in uso presso Gabi, primigenia colonia latina degli Albani tra Roma e Preneste abitata ininterrottamente dal X sec. a.C. al II-III sec. d.C., dove  Romolo e Remo furono educati, specifico appunto dei riti “capite velato” di importanza sacrale. L’augure, dunque, mediante la lama di un aratro trainato da un toro ed una giovenca traccia un solco circolare. 

Disegno di Marco Pugacioff sulla creazione di Roma.
Dal libro "Guida illustrata a Roma antica".

Il perimetro circolare ottenuto ha la precisa funzione di separare lo spazio sacro della fondazione che diventa ager  romanus da quello non sacralizzato, profano (pro-fanum, ossia “davanti al tempio”, per estensione fuori dal luogo sacro) che si trova inevitabilmente all’esterno di esso ovvero l’ager peregrinus. Da sempre, dunque, l’importante attività dell’agrimensura con i pertinenti rilievi geodetici degli spazi è legata ad un’attività antropica particolarmente evocativa: la fondazione di un sito urbano. L’operazione, sacra, era legittimata da un potente e significativo atto sacralizzante volto a marcare indelebilmente nel tempo l’acquisizione, l’agnizione, di un nuovo spazio, di un nuovo territorio, ancorandolo a processi giuridici e amministrativi inequivocabili. Si tratta della struttura portante stessa che informa la polis romana. Dall’azione di misurare uno spazio a quello di trascriverlo attraverso un grafismo su di un supporto di pelle o di tessuto, ovvero la mappa, il passo è immediato se non addirittura scontato. Meno scontata è la traduzione letterale del termine “mappa”, che in latino significa “tessuto”, ma anche “pellame”. Dunque tessuto e mappa nell’antichità erano sinonimi, come lo era anche per la parola mappa mundi: con questa si intendeva il tessuto, la pelle, il manto, il rivestimento del Mondo. Delimitazioni di confini, riti sacri e giuridici, realizzazioni di mappe catastali e mappae mundi: tutto era ordinato attraverso la narrazione ideologica dominante nell’orizzonte storico analizzato. Il fatto interessante è che il più delle volte in tutte queste azioni sacro-ordinatrici troviamo la presenza dell’elemento tissutale simbolico ma a volte anche pratico, un esempio è l’ammantatio di un Imperatore o di un Papa, del “mantello”. Il mantello è speciale. È indumento sovraccarico di significati sacri e per questo, dunque, metafisico. È lo strumento, il dispositivo mediatore tra divino e realtà terrena. Secondo gli scriventi è proprio osservando documenti come le mappae mundi che si possono cogliere questi aspetti così difficili da intuire e recepire per noi figli del nostro tempo. Segnali a volte sorprendenti perché proprio celati da una patina, una stratificazione culturale accumulatasi nei secoli difficile ancor più oggi da asportare. L’idea di spolverarla ci è venuta quando nel 2003 si è presentata l’occasione di riflettere sui particolari e affascinanti contorni di una mappa mundi, che si ricorda significa tessuto, manto del mondo, tra le più significative della nostra storia occidentale. 

Martin Waldseemuller

Quelli che delimitano e contengono i dati geografici della Universalis Cosmographia realizzata e pubblicata la Domenica 25 Aprile del 1507 a San Deodato in Lotharingia dal canonico tedesco Martin Waldseemuller, su cui compare per la prima volta in assoluto, sulla quarta parte di terra, scoperta nei suoi quattro viaggi dal fiorentino Americo Vespucci (Patrizia Licini, Ed. Pancallo, 2011), il geonimo “A.M.E.R.IC.A.” Quanto emerge inaspettatamente dalle nostre analisi è che i profili della grande mappa mundi del 1507 in discorso, seguono quelli del mantello (piviale) aperto e indossato dalla Madonna dal capo velato, dipinta da Domenico Ghirlandaio tra il 1475 e il 1480 (Cappella Vespucci, chiesa d’Ognissanti, Firenze). Una Madonna misericordiosa quella dipinta dal Bigordi, unica nel suo genere per il fatto che sotto al suo manto troviamo raffigurata in un spazio sacro circolare atto a delimitare un vero e proprio limen cristiano, proprio la famiglia del navigatore fiorentino Americo. Ovvero quella dei Vespucci. Quanti rimandi si affastellano in questo accostamento proposto per la prima volta dagli scriventi, e da qualche anno introdotto come materia di studio nelle università anglosassoni (Veronica della Dora, Ed. ASHGATE, 2015). Limiti cartografici di una mappa che attraverso i contorni del mantello sacralizzano il mondo intero, ma soprattutto sacralizzano la scoperta di un nuovo quarto continente, giustificato dalla narrazione giuridica e religiosa del Vecchio Mondo impostato su canoni giudaico – cristiani. Un manto, un velo come quello indossato dagli antichi sacerdoti romani che celebrando un antico rito tracciavano il limen di nuovi spazi geografici. Ad oggi, ad ampliamento e conferma di queste nostre ricerche, ci sono i notevoli studi di Franco Farinelli (Luoghi dell’Infinito, febbraio, 2019), che rilevano come la simbologia religiosa e l’estetica delle mappae mundi medievali, sottolineata dalla figura circolare della perfezione divina, era un messaggio simbolico ben chiaro a tutti in quei lontani periodi storici. Era informazione tanto chiara, che la localizzazione del Paradiso Terrestre all’interno di esse ne caratterizzava la natura escatologica più pregnante. Ad un certo punto però l’immagine di questo paradisiaco luogo metafisico smette di apparire sulle mappe per finire, come su quella del camaldolese Fra Mauro, tra la cornice circolare della mappa stessa. Ora, da quel momento in poi sempre più di rado la rappresentazione del Paradiso Terrestre si viene a trovare rappresentato sulle terre delle mappe medievali, quasi fosse stato fagocitato da una dimensione cosmografica altra. Si ma quale, e soprattutto dove era la nuova collocazione? L’indizio che cercavamo per capire dove fosse stato collocato il “concetto” di Paradiso Terrestre all’interno delle più aggiornate mappae mundi del XV secolo ci giunge proprio dalla rappresentazione cosmografica apparsa nel 1507. Pur se in questa mappa mundi l’immagine del Paradiso Terrestre non è esplicitata, anzi sembrerebbe proprio cancellata, l’autore con uno straordinario colpo di genio, che a ben vedere è tanto profondamente meditato quanto metaforicamente evoluto e quindi non più legato ad un immagine vera e propria, riesuma in filigrana il concetto di Paradiso Terrestre proprio grazie all’elemento sacro e sacralizzante del manto, “quel” piviale indossato dalla Vergine, che proprio per le sue sacre caratteristiche genitrici da sempre è stata intesa quale Eden in Terra.

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domenica 31 marzo 2019

Guido del Piceno: Imperatore Romano


Guido del Piceno: Imperatore Romano


   Sento sempre e leggo del Sacro Romano Impero Germanico. 
Anzitutto chi sono gli imperatori Romani?
Tutto ebbe inizio con il più grande personaggio dell’Antichità: Caio Giulio Cesare, ben superiore a quel Alessandro che conquistò tutto il mondo ma che morendo, il suo impero si disintegrò.


Un ritratto di Giulio Cesare del 1850. Da Gallica

   Giulio Cesare non fu MAI Imperatore, ma solo dittatore perpetuo – ateo, anche se la sua discendenza veniva dalla Dea Venere, tanto da avere occhi di color azzurro – concepì un impero che durò ben tre secoli (e dieci altri con lo spezzone orientale) dopo la sua morte. Morte dovuta anche a suo figlio naturale Bruto avuto da una donna sposata, per la gelosia di aver scelto il pronipote e figlio adottivo Ottaviano come capo di quel nascente Impero.


 L’Imperatore Giuliano, Cameo del IV secolo da Antioca. Da Gallica

Si arrivò ad avere poco più di una cinquantina di imperatori romani, di cui bisogna ricordare almeno il grande Giuliano, (detto spregiativamente dai cristiani  l’apostata) soprattutto per la sua morte [461 anni dopo la nascita di Giulio Cesare, il 361 dell’Era Volgare] dovuta a un suo soldato di religione cristiana, mentre stava per piegare l’impero persiano. Dopo la sua morte, il suo posto venne preso da Giovano, che campò un solo anno e con il suo successore ci fu una prima divisione dell’impero in due spezzoni con Valentiniano, divisione divenuta definitiva con Teodosio. Un fatto importantissimo per capire le vicende successive.
Il 4 settembre 476 il generale Odoacre depone Romolo Augustolo e invia le insegne imperiali a Zenone, che gli conferisce il titolo di "patrizio" e riconosce la sua sovranità sull'Italia. Lo stesso Odoacre fa assassinare Giulio Nepote, imperatore precedente a Romolo Augustulo, il 9 maggio del 480 che si trovava esiliato a Spalato. Quindi tra il 476 e il 480 dell’Era Volgare avvenne la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.


Chiesa di Châteaudun. Abbazia reale della Magdelaine. Epoca carolingia [dessin 19° secolo] Personaggio forse raffigurante Carlomagno. Da Gallica

    Da qui ci furono circa tre secoli senza Imperatore d’Occidente. Gli imperatori d’Oriente facevano il bello e il cattivo tempo da Bisanzio, tanto che nel cercare di riprendersi i territori imperiali italiani, fecero una guerra contro i Goti, sterminando le popolazioni italiche – ormai da secoli romanizzate – e lasciando il territorio del Piceno deserto.
   A partire dal 680 dell’Era Volgare Tommaso di Morienna ricostruisce l’abbazia di Farfa, e con la pressione musulmana (tra invasioni militari e pirateria) gli abitanti dell’attuale Francia del sud, tutti di stirpe Gallo-romana (ovvero che avevano dentro di loro il sangue Romano) emigrarono in massa all’inizio del ottavo secolo in quella regione rimasta spopolata dalla lotta contro i Goti. Qui ormai erano liberi, Franchi e tra di loro vi erano i Lambertingi o Vidoni, provenienti dalla regione della Settimania.
    I dizionari storici dicono che questa famiglia arrivò in Italia con Carlo Magno, ma dovevano essere già presenti in quella che sarà ricordata come Francia dalla tradizione orale locale (ormai spazzata via dalla ignoranza tecnologica e non certo citata dai documenti), già dall’inizio della migrazione forzata per riportare a coltura il territorio che era stato devastato dalla guerra gotica e che nemmeno i Longobardi riuscirono a ripopolare.
    Ma parlavamo di Carlo Magno, un omone amante della bella vita (si sa, ebbe molte mogli e numerose amanti) e delle cacce, anche all’uomo (le famose campagne di guerra servivano solo allo scopo di reclutar braccia per coltivare la terra). I veri sovrani d’Italia (e questo anche oggi) sono i papi e Leone III (come si sa) mise la corona imperiale sulla capoccia di Re Carlo la notte di natale dell’anno 800 dell’Era Volgare; ma gliela pose come Imperatore Romano d’Occidente! Dall’assassino di Giulio Nepote e dalla deposizione di Romolo Augustolo vi era di nuovo un Imperatore a Roma e non era santo, né sacro. Con Costantino ormai la cristianità aveva preso il sopravento, tanto da far ammazzare il grande Giuliano all’apice della sua grandezza nel distruggere finalmente l’Impero Persiano.
    Carlo non era però Romano, né aveva dentro di sé sangue Romano ma quello dei Merovingi (che discendevano secondo la leggenda da una creatura umanoide venuta dal mare). Niente da dire, anche alcuni degli ultimi Imperatori dell’antica Roma erano di stirpe barbarica.
    E Carlo III detto il Grosso, ultimo discendente diretto di Carlo fu deposto nell’anno 887 da una dieta in Germania capitana da Arnolfo di Carinzia, perché malato al cervello. Infatti venne pure operato e all’epoca vi erano solo i chirurghi di Preci, in Umbria, che potevano aver fatto quell’operazione.



     Ma Arnolfo si vide ampiamente beffato dalla corsa verso il trono da un condottiero italico: Guido! Un condottiero che lottò contro avventurieri germanici e invasori musulmani. Su di lui giravano accuse infamanti che avesse fatto accordi con gli invasori musulmani della penisola italiana che trovarono posto – guarda caso – sugli annali di Fulda (un’abbazia posta nel profondo di quelle tenebrose foreste tedesche che incutevano timore perfino al grande Giuliano), redatti da monaci, di cui uno solo si puliva il sedere dopo l’evacuazione, e doveva esser molto bello visto che fu ingravidata dal suo cameriere quando arrivò al soglio pontificio, parlo della povera papessa Giovanna.



   In lui, in Guido, nella sua famiglia, si doveva sentire forte la discendenza Romana visto che sua moglie Ageltrude, principessa di Benevento e prima che Imperatrice, Regina d’Italia (e non dei Longobardi, ma di TUTTE le popolazioni che allora erano in Italia, Romani, Longobarde e Franche) nel dittico d’avorio dell’abbazia di Rambona mise la Lupa Capitolina. Sì, la lupa di cui si persero i gemelli nei suoi vari spostamenti e rifatti nel ‘500 da Antonio del Pollaiolo. Una splendida lupa non romana, ma fusa al tempo dei Carolingi, che come nel dittico digrigna i denti per difendere i suoi cuccioli.

 
 Questo per ribadire come in suo marito scorreva forte il sangue Romano. Sangue che neppure l’avventuriero Arnolfo riuscì a versare; Arnolfo era soprattutto un vigliacco che grazie a una carogna da vivo  e da morto, Formoso (un infido individuo che mangiò a sbafo per anni a casa dei Vidoni) ebbe la corona da ANTIMPERATORE.
   Il padre di Guido era duca di Spoleto, carica che ebbe anche lui insieme a quella di marchese di Camerino, ed è sempre stato considerato di stirpe spoletina. Niente di più sbagliato; le tracce della sua famiglia vengono dal Piceno e il castello sicuramente originario della sua famiglia era Castel Guido nell’alto ascolano e prima di trasferisci a Fontana Broccoli (oggi Salsomaggiore terme) sua moglie trascorse molti anni a Camerino, dove appunto Guido era stato nella sua giovinezza marchese.
   Appunto in quegli anni visse Ottone l’Illustre, funzionario di Aquisgrana, padre di Enrico l’uccellatore e nonno di Ottone I, acclamato e consacrato ai primi dell’agosto dell’anno 936 ad Aquisgrana “RE dei Romani”. Nell’anno dell’Era Volgare 962 questo Ottone fu consacrato Imperatore Romano dal nipote di un generale dell’Imperatore Guido: Alberico di stirpe camerinese e detto di Spoleto. Il papa era Giovanni XII, primo pontefice che dovette cambiar nome in quanto il suo era... Ottaviano.
   Da qui inizia per tutti il “glorioso” Sacro Romano Impero Germanico, ma ripeto, non c’è niente di sacro, né di santo. Personalmente l’unica grandezza degli Ottoni fu quella di riconosce il talento da erudito del figlio di un pastore dell’Aquitania, Gerberto di Aurillac e farlo consacrare pontefice. E poi questo“glorioso” Impero poteva aver inizio da Arnolfo, germanico anche lui, e austriaco come Hitler, no?


Barbarossa alla terza crociata. Da un manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia
   Allora quando nasce questo “glorioso” Sacro Romano Impero? Non certo con gli Ottoni, ma con Federico Barbarossa, quando a natale (ancora con questo natale, uffa!!!) del 1165 Carlo Magno fu dichiarato SANTO! Da ora in poi l’Impero è sacro. Sacro Romano Impero, sì, Romano perché si rifà all’Impero creato da Caio Giulio Cesare, ma ormai del tutto germanico che con l’Italia – ormai totalmente PREDA della Chiesa – non niente più a che fare, se non come sudditanza di un Impero che nulla ha più di Romano; in cui gli austriaci e i tedeschi l’hanno fatta da padrone fino al 900 (non dimentichiamoci delle cacce spietate a Murat e a Garibaldi) e che dal 2000 comandano i tanto enfatizzati Stati Uniti d’Europa con la loro Banca centrale.
   Se qualcuno vuol farmi le “pulci” (come si dice) per quello che ho scritto, faccia pure, ma si ricordi SEMPRE che io non sono un leccaculo dei professoroni universitari e che soprattutto sono a casa mia.   
Marco Pugacioff
  
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martedì 26 marzo 2019

Tarzan: La tierra semejante al sueño


Tarzan:
La tierra semejante al sueño
Tarzan – “Serie Àguila” Año XXVIII – n. 610 [ottobre 1978]
testi e disegni di autori sconosciuti
(la pagina 9 era di pubblicità)




















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venerdì 22 marzo 2019

Le monete di stato di Galileo Ferraresi


Le monete di stato

La moneta di stato è un biglietto cartaceo emesso dallo stato che non genera debito e che costa allo stato solo il valore della carta e dell’inchiostro utilizzati.
La banconota (la Nota del Banco) invece è emessa da una banca privata (come la BCE o Banca d’Italia),ed è moneta emessa a debito che lo stato si fa prestare dalle Banche Centrali e produce automaticamente debito obbligando lo stato a pagare il suo valore e gli interessi maturati e genera il Debito Pubblico.
Considerato che lo stato italiano NON ha mai perso o rinunciato alla propria sovranità monetaria, non si capisce perché invece di produrre moneta se la faccia prestare; è come se una gallina invece di fare un uovo lo chiedesse in prestito ad un supermercato.
A questo punto solitamente il commento è: Se è così facile lo farebbero tutti.
E allora? Che facciano; l’importante è che lo facciamo anche noi!!
Ma per fare qualcosa bisogna prima decidere, e la decisione è più facile se si è in compagnia, ed ecco la seconda domanda: Ma c’è qualche altro stato che lo fa?
Questi stati emettono moneta autonomamente, senza passare attraverso una banca centrale, indipendentemente dalla proprietà della banca centrale.

 Bermuda

 
Isole Cook 

   
Galapagos


In ordine alfabetico abbiamo i seguenti stati:

1.    Arabia Saudita
2.    Cayman Islands
3.    ChatamIslands
4.    Dubai
5.    Galapagos
6.    Georgia
7.    Gibilterra
8.    Guernsey
9.    Hong Kong
10.    Isole Cook
11. Isola di Sant’Elena
12.   Isola di Pasqua
13.   Isole Faroer
14.   Jason Islands
15.   Jersey Islands
16. Nagorno-Kharabakh
17.  Quatar
18. Salt-Spring Island
  


Hong Kong 

  
Isole Cayman


     
Jason Islands


E l’Italia?
Anche l’Italia emetteva moneta cartacea senza passare per la Banca Centrale ma dandone l’ordine direttamente alla Zecca di Stato, sia ai tempi della monarchia che della repubblica.


monete emesse dallo stato italiano
Ma allora perché l’Italia non la emette ancora?
Bisognerebbe chiederlo al governo, in particolare a Salvini che sa come si fa, visto che negli anni ’90 aveva emesso le monete delle Padania.
Se il governo emettesse moneta potrebbe pagare tutti i debiti che ha con le aziende private, rilanciare l’economia, pagare pensioni decenti e finirebbe la crisi.

monete emesse dalla Lega




© Galileo Ferraresi, 21 marzo ’19


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