Cerca nel blog

giovedì 18 marzo 2021

La festa dei pazzi - Approfondimenti da Walter Scott

La festa dei pazzi

Approfondimenti da Walter Scott 

   Nel mio precedente scritto su I risvolti macabri di Arlecchino e Pulcinella, avevo ripreso uno spezzone da un libro di Fulcanelli, nel suo Il mistero delle cattedrali che descriveva la cosiddetta festa de pazzi, e scrissi «se la descrizione è vera».

Quale mia enorme sorpresa, quando cercando delle notizie sul nobile e forse [purtroppo] mai esistito Robin Hood, proprio dallo scrittore e storico scozzese Walter Scott ebbi una straordinaria testimonianza di questa festa!

Mi dispiace tagliar via enormi pezzi perché in ognuno di essi Scott riversava una tale abbondanza di notizie del passato che farebbero impallidire i cosiddetti storici universitari moderni.

    Nel secondo volume della Collezione dei romanzi storici e poetici di Walter Scott, edito dalla Rusconi nel 1847 vi è L’abate, seguito de Il monastero e dalla fine del capitolo XIII troviamo l’elezione di un abate, che viene interrotta da…

 

   Egli giunse davanti a’ gradini rotti dell'altar maggiore, scalzo, com’era la regola, e tenendo in mano il suo bastone pastorale, perocché l’anello gemmato e la gemmata mitra erano diventati spoglie secolari. Non v’erano obbedienti vassalli che venissero, l'uno dopo l’altro, a porgergli il loro omaggio e ad offrirgli il tributo atto a fornire al loro superiore spirituale il palafreno e la gualdrappa. Non vi erano vescovi per assistere a quella solennità, e per accogliere nelle file dell’aristocrazia clericale un dignitario, il cui voto nei consessi era potente quanto il loro. Abbreviando le cerimonie prescritte, i pochi frati che restavano si avanzarono ad uno ad uno per dare all’abate il bacio di pace, in segno di affezione fraterna e di omaggio spirituale. La messa fu quindi detta, ma con tal sollecitudine come se fatto lo si fosse piuttosto per soddisfare gli scrupoli di pochi giovani, che impazienti fossero di andare a una partita di caccia, che come per adempiere alla parte più solenne di una solenne cerimonia. Il sacerdote si sbagliò parecchie volte recitando l’uffizio divino, e spesso si guardò intorno, come se aspettato si fosse di essere interrotto a metà, e i frati l’ascoltavano col desiderio di vederlo vieppiù abbreviare le sue preghiere per quanto brevi già fossero. [nota 1: Nei paesi cattolici per conciliare il piacere dei grandi colle osservanze della religione, si soleva, quando vi era una partita di caccia, celebrar la messa, abbreviata e storpiata dei suoi riti, chiamata una messa da caccia, la cortezza della quale era in ragione dell’impazienza dell’uditorio.]

   Quei sintomi di allarme crebbero col progredir del rito, e come parve, non furono cagionati da apprensione soltanto; perocchè fra le pause dell’uno, si udirono dal di fuori suoni assai diversi che cominciarono languidamente e da lontano, e si appressarono poscia alla chiesa, stordendo alfine quelli che accudivano al divino servizio. Lo squillar dei corni, suonati senza alcun riguardo alle leggi dell’armonia; il tintinnar delle campane, il battere dei tamburi, lo strider delle cornamuse, e il cozzar dei cembali… le grida della moltitudine, ora delle voci delle donne e dei fanciulli, misti a quelli più gravi degli uomini, formavano una babele di suoni, che prima coperse, e poi interruppe i canti dei religiosi. La cagione e il risultato di quella interruzione straordinaria verranno esposti nel seguente capitolo.

 

ωωω

 

 

CAPITOLO XIV

 

«Né le onde tempestose allorché

infrangono le loro dighe, né i venti

scatenati quando irrompono dalle

loro caverne, né il demone implacabile

che li raccoglie per formare una

tempesta, e che ne fa scendere il

furore sulle messe biondeggianti,

possono paragonarsi alla selvaggia

bizzarria di quella folla festante,

comica ma terribile, ridevole

ma distruttrice.»

 

La Cospirazione.

 

   I frati desisterono dal loro canto, che, come quello dei coristi nella leggenda della strega di Berkley, morì in un gemito di costernazione; e, come un branco di pulcini atterriti dal sopraggiunger del nibbio, essi dapprima fecero l’atto di disperdersi e di fuggire in differenti parti, e quindi, per disperazione più che altro, si aggrupparono intorno al loro nuovo abate; che serbando il sicuro e dignitoso aspetto che mostrato avea per tutta la cerimonia, rimaneva sul gradino più alto dell’altare, come bramoso di essere il bersaglio più cospicuo per gli assalitori, se assalitori erano quelli che si udivano, e di salvare i suoi compagni col suo sagriſizio, dappoichè ei non poteva offrir loro miglior protezione.

    Involontariamente, sarebbesi detto, Maddalena Graeme e il paggio si mossero dal luogo in cui erano stati fino allora inosservati, e si appressarono all’altare, quasi avidi di dividere il fato dei monaci, quale che potesse essere. Entrambi fecero un umile inchino all’abate; e intantoché Maddalena sembrò voler parlare, il giovine, guardando alla porta maggiore, dietro a cui il rumore allora facevasi udire furioso, e che era assalita da fieri colpi, pose la mano sul suo pugnale.

   L’abate accennò a entrambi di rimanere in calma. «Pace, mia sorella,» egli disse a voce bassa, ma che, essendo in chiave diversa da quegli strepiti del di fuori, poteva udirsi distintamente, anche in mezzo ad essi… «Pace, sorella, lasciate che il nuovo superiore di Santa Maria accolga e risponda alle acclamazioni riconoscenti dei vassalli, che vengono a celebrare la sua elezione. - E tu, mio figlio, guardati, te l'impongo, dal toccare quell’arma; se piace alla nostra patrona che il suo tempio sia oggi profanato da opere di violenza, se contaminato da spargimento di sangue, fa, te lo comando, che ciò non sia per l’opera di un figlio cattolico della Chiesa.»

   Il tumulto e i colpi che venivano dati  alla porta crescevano ad ogni momento; e s’intesero delle voci che con l’impazienza chiedevano l’accesso. L’abate, con dignità e con un portamento che neppur l’urgenza del pericolo rendeva vacillante né precipitoso, mosse verso la porta, e chiese, con tuono autorevole, chi era che disturbava i loro riti, e che cosa volevano ?

   Vi fu un momento di silenzio, e quindi un grande scoppio di risa dal di fuori. Al fine una voce rispose, «desideriamo di entrare in chiesa; e quando la porta sarà aperta, vedrete chi siamo.»

   «Con quale autorità chiedete di entrare ?» disse l’abate.

   «Coll’autorità del reverendo Lord abate della Follia,» [Vedi nota in calce al capitolo sull’abate della Follia] rispose dal di fuori la voce, e, dal riso che ne seguì, parve vi fosse qualche cosa di molto ridicolo in quella risposta.

   «Io non so, né cerco di sapere, il vostro intento,» rispose l’abate, «dappoiché sarà probabilmente una goffaggine. Ma andatevene, in nome di Dio, e lasciate i suoi servi in pace. lo vi dico ciò, perché ho un’autorità legittima per qui comandare.»

   «Aprite la porta,» disse un’altra voce rozza, «e metteremo a riscontro i nostri titoli coi vostri, signor abate, e vi additeremo un superiore al quale dobbiam tutti obbedire.»

   «Atterrate le porte se indugia anche un poco,» disse un terzo, «e abbasso i vili frati che rapirci vorrebbero i nostri privilegi !» Un grido generale seguì. «Sì, sì, i nostri privilegi ! I nostri privilegi ! Giù le porte, e a terra i villani frati, se fanno opposizione !»

   Il battere si mutò in colpi dati con grandi martelli, cui rotte le porte, sebbene fortissime, avrebbero presto ceduto. Ma l’abate, che vide che il resistere sarebbe stato vano e che non voleva inasprir gli assalitori col farlo, impetrò con ardore silenzio, e a stento ottenne di essere ascoltato. «Miei figli,» egli disse, «vi impedirò di commettere un gran peccato. Il portinaio vi aprirà… egli è andato a prender le chiavi… intanto vi prego a considerare se siete in uno stato d’anima conveniente per attraversare una soglia sacra.»

   «Al diavolo il vostro papismo !» Fu risposto dal di fuori; «noi siamo nello stato dei monaci quando più lieti sono, e cioè quando han per cena del rostbeef anziché dei cavoli bolliti. Così, se il vostro portinaio non ha la gotta, fate che venga subito o in un baleno entreremo. Ho io detto bene, camerati ?»

    «Detto benissimo, e come diceste faremo,» rispose la moltitudine; e se le chiavi non fossero giunte in quel momento, e il portinaio atterrito non avesse con sollecitudine accudito al suo uffizio, spalancando la porta, la folla risparmiato gli avrebbe quel fastidio. Appena ebbe fatto ciò, lo sbigottito portinaio fuggì, come se avendo rotta una cateratta, temuto avesse di essere travolto dalla forza del torrente. I frati, di mutuo accordo si erano ritirati dietro all’abate, che solo rimase al suo posto, dieci passi lontano dalla porta, senza mostrar segni di timore né di perturbazione. I suoi confratelli in parte incoraggiti dal suo contegno, in parte vergognosi di desertarlo, e animati in parte dal sentimento del dovere… rimasero aggruppati dietro al loro superiore. Vi fu un grande scoppio di risa e molti urli allorché le porte furono aperte; ma, contro a quello che avrebbe potuto aspettarsi, la folla non si precipitò con furore nella chiesa. Al contrario, si udì gridare «Fermi... fermi… ordine, compagni ! Fate che i due reverendi padri si salutino, com’è di dovere.»

   L’aspetto della folla, così chiamata all’ordine, era al sommo grottesco. Essa componevasi d’uomini, donne, e fanciulli, ridicolmente travestiti sotto vari abiti, e offerenti gruppi diversi gli uni dagli altri e bizzarrissimi. Eravi uno con una testa di un cavallo davanti dipinta, e una coda di dietro, coperto tutto con una gualdrappa, grandi che supponevasi nascondere il corpo dell’animale, che saltava, caracollava, si alzava, e si chinava, eseguendo la celebre parte del cavallo di legno, [Vedi la nota 2 in calce al Capitolo sul cavallo di legno] a cui sì spesso vien fatta allusione nei nostri antichi drammi; e che è anche in onore sulla scena nella battaglia che termina la tragedia di Bayes. Per gareggiare con quel personaggio in destrezza e agilità, un’altra figura si avanzò, rappresentante un immenso e terribile drago, coll’ali dorate, le mascelle aperte, e una gran lingua rossa e forcuta, che faceva vari sforzi per abbattere e divorare un ragazzo, vestito come la leggiadra Sabea, figliuola del Re d’Egitto, che fuggiva davanti a lui; intantoché un magnanimo S. Giorgio, grottescamente armato con una cazzeruola per elmo, e uno spiedo per lancia, s’interponeva di tratto in tratto e obbligava il mostro a lasciare la sua preda. Un orso, un lupo, e uno o due altri animali selvaggi, compievano le loro parti colla discrezione di Snug il legnaiuolo; [Vedi il sogno di una notte di estate di Shakspeare.] perocché la preferenza assoluta ch’essi davano all’uso delle loro gambe di dietro, bastava, senz’altri avvertimenti, ad assicurare i più pavidi aspettatori che essi avevano a fare con bestie che per lo più camminavano su due piedi. Vi era poi un gruppo di banditi, con Robin Hood e Little John alla loro testa [Vedi la nota 3 in calce al capitolo su Robin Hood e Little lohn.]…  la più bella fra tutte l’altre rappresentazioni; e non è gran meraviglia, dappoiché molti passi di quegli attori erano, di professione, i banditi e i ladri che figuravano. Vi erano altre maschere ancora, che avevano un carattere meno spiegato. Uomini travestiti da donne, e donne da uomini… fanciulli abbigliati da vecchi, e trascinantisi sulle gruccie, con panni impellicciati sulla vita, e berretti in testa… intantoché dei vecchi assumevano il tuono fanciullesco siccome il vestiario dei fanciulli. Oltre di questi, vi erano molti che avevano il viso dipinto, e che portavano le camicie al disopra degli altri abiti; e nastri e striscie screziate decoravano molti altri. Quelli a cui mancavano tutti questi abbellimenti, si erano annerita la faccia e portavano le loro casacche al rovescio; e così la trasformazione di tutta la brigata in una compagnia di matti, era completa.

   La pausa che gli immascherati fecero, aspettando parve qualche personaggio di altissima autorità fra di loro, diede a quelli che stavano nella chiesa il tempo di osservare tutte quelle stravaganze. Essi ben intesero lo scopo di quella farsa.

   Pochi lettori possono ignorare, che anticamente, e durante la pienezza del suo potere, la Chiesa di Roma non solo approvava, ma anche incoraggiva, quei saturnali che gli abitanti di Kennaquhair e del vicinato allora eseguivano, e che al volgo era in tali occasioni permesso di indennizzarsi, con certe stravaganze ora puerili e grottesche, ora immorali e profane, delle privazioni e dei mali che gli si facevano soffrire in altri tempi. Ma fra tutte le cose che prestavano il fianco al burlesco e al ridicolo, erano le cerimonie e i costumi della Chiesa, che eleggevansi per lo più per tema delle mascherate; e, strano a dirsi, coll’approvazione del clero stesso.

   Intantochè la gerarchia fiorì in tutta la sua gloria, il clero parve non temesse le conseguenze di una tale libertà, come se il volgo avesse potuto impunemente avvezzarsi a trattar le cose sacre con tanta irriverenza; esso immaginò che il laico fosse come un cavallo da fatica che si assoggetta dolcemente alla briglia e al morso, anche che lo si lasci di tratto in tratto caracollare a senno suo nei pascoli, e avventar qualche calcio al padrone che d’ordinario lo regge. Ma quando i tempi mutarono… quando il dubbio delle dottrine Cattoliche Romane, e l’odio di quel sacerdozio, investì gli aderenti della Riforma, il clero si avvide, troppo tardi, che un non piccolo inconveniente nasceva da quella pratica stabilita di giuochi e di sollazzi, in cui esso, e tutto quello ch’esso avea per più sacro, veniva al ridicolo assoggettato. Sarebbe allora divenuto patente anche per politici meno arguti degli ecclesiastici Romani, che le medesime azioni hanno effetti differentissimi, allorché dettate sono da un’insolenza satirica e da un odio violento, o quando sono prodotte soltanto da un eccesso di quella rozza allegria che non sa raffrenarsi. Esso perciò, quantunque tardi, si sforzò dovunque gli rimaneva un po’ d’influenza, di impedire il rinnovamento di quelle sconcie feste. In questo rapporto, al clero Cattolico si unì la maggior parte dei predicatori della Riforma, più scossi e scandalezzati dall’immoralità e empietà di molte di quelle mostre, che disposti a profittar del ridicolo ch’esse facevano scendere sui riti e la Chiesa di Roma. Ma molto ci volle prima che quei sollazzi immorali e scandalosi cessassero; la rozza moltitudine perseverava nei suoi favoriti diporti; e, tanto in Inghilterra che in Scozia, la mitra del Cattolico… il rocchetto del vescovo riformato… e il mantello e la fascia del teologo Calvinista… erano, volta a volta, costretti a dar luogo a quei beffardi personaggi, il Papa dei matti [Vedi Notre - Dame di Vittore Hugo.], il Vescovo Lattante, e l’Abate della Follia. [Stando all’interessante romanzo intitolato Anastasio, pare che queste burlesche cerimonie si praticassero anche nella Chiesa Greca.]

   Era quest’ultimo personaggio allora che, in gran divisa, si avvicinava alla maggior porta della Chiesa di Santa Maria, abbigliato in modo da formare una caricatura, o una parodia pratica, degli abiti e del seguito del superior vero, che andava a insultare nel giorno medesimo della sua installazione, davanti al suo clero, e nel grembo della sua Chiesa. Il falso dignitario era un uomo vigoroso di mezzana statura, di cui le forme rotonde e grosse erano diventate grottesche per un gran ventre posticcio che portava. Egli aveva una mitra di cuoio somigliante un berretto da granatiere, di cui il dinanzi era adorno da falsi ricami e da balocchi di stagno. Tal mitra sormontava un viso, di cui il naso si faceva soprattutto notare, perché era di una lunghezza straordinaria, e tanto riccamente gemmato quanto l’acconciamento della testa. Il suo abito era di traliccio, e la sua stola di una rozza tela screziata di cento colori. Su una spalla egli aveva dipinto un cuculo; e portava nella destra il suo pastorale, e nella sinistra un piccolo specchio col manico, somigliando cosi a un celebre buffone, le cui avventure, tradotte in Inglese, furono un tempo popolarissime, e che possono ancora trovarsi in lettere gotiche, a una lira sterlina il foglio.

   Le persone del seguito di quel falso dignitario avevano i loro abiti convenienti, portanti la stessa beffarda simiglianza coi graduati del monastero che il loro duce aveva con quella del Superiore. Essi seguivano il loro capo con ordine, e la pazza folla, che aveva aspettato il suo avviso, si precipitò allora dietro di lui nella chiesa, gridando… «Luogo, luogo al venerabile Padre Howleglas [nota: Specchio di cuculo], al dotto Monaco della confusione, al Reverendo Abate della Follia !»

   La stuonata musica di ogni specie ricominciò; i fanciulli urlarono e ulularono, gli uomini risero e gridarono, le donne guairono e strillarono, le bestie ruggirono, il drago balenò e fischiò, il cavallo nitrì, s’impennò, caracollò, e il resto batté la misura e secondò la gazzarra, percuotendo colle ferrate scarpe il selciato con tanta forza che le scintille scaturirono, attestatrici di quelle energiche capriole.

   La era affè una scena di ridicola confusione, che assordava, facea girar il capo, e stordito avrebbe ogni più indifferente spettatore; i frati, oltre le apprensioni personali e il sentimento che una gran parte di quel sollazzo popolare nasceva dal ridicolo che volgevasi in loro, erano di più poco confortati dal pensiero, che, fatti arditi dal loro travestimento, i mascherati che facean gazzarra intorno a loro, potevano alla più piccola provocazione, volger la celia in buon giuoco, o almeno venire a quelle belle pratiche, che sempre nascono cosi naturalmente dalle disposizioni malvagie e bizzarre della plebe. Essi guardavano in quel tumulto il loro Abate, con quegli sguardi che gli uomini di terra volgono al pilota, quando più ferve la tempesta, sguardi che esprimono che essi non hanno alcuna speranza nascente dai mezzi loro, e che poco confidano anche nella sagacità del loro Palinuro. L’Abate medesimo parve stupefatto; egli non provava paura, ma capiva qual pericolo vi fosse ad esprimere il suo sdegno nascente, che a mala pena poteva contenere. Egli fece un gesto come per impor silenzio, a cui fu risposto dapprima soltanto brandiscila con gridi raddoppiati, e con iscoppi di pazze risa.

 

    Con il resto del capitolo, che termina con un fatto di sangue – l’abate della Follia pugnalato dal paggio della Madama – preferisco non andar avanti.  Vorrei solo riportare prima un canto dei seguaci dell’abate della Follia dal capitolo successivo:

   «Il ricco vescovo non predicava perché stava a trastullarsi colle ragazze; il monaco in tempo di penitenza coi nostri polli si satollava; il curato stentava a leggere… onta a tutti loro. Cantiamo e balliamo, allegri allegri, cantiamo e balliamo sulla verzura.»

E passo alle note del capitolo XIV vergate dallo stesso Scott e tradotte all’epoca da Carlo Rusconi.

 

 

ωωω

 

 

NOTE AL CAPITOLO XIV

 

Nota 1 . – Abate della Follia . –

 

   Apprendiamo da un’autorità non meno grande di quella di Napoleone Bonaparte, che non vi è che un passo dal sublime al ridicolo; ed è una transazione da un estremo all’altro, così facile, che il volgo di ogni fatta ne riman particolarmente soggiogato. Così la tendenza al ridere diventa irrefrenabile, quando la solennità e la gravità del tempo, del luogo, e delle circostanze, la rendono di più impropria. Una specie di licenza, come quella che ispirava gli antichi saturnali, o il Carnevale moderno, è stata concessa sempre al popolo e in quasi tutti i paesi. Ma fu, credo specialmente la chiesa Cattolica Romana, che mentre più si studiava di rendere i suoi riti imponenti e magnifici col sussidio della musica, dell’architettura, e di ogni altra pompa, permetteva, nullameno, in certe tempo occasioni, le follie del volgo, che, in quasi tutti i paesi cattolici, godeva o almeno si assumeva il privilegio di fare qualche signore delle gozzoviglie, che, sotto il nome di Abate della Follia, di Vescovo Lattante, o di Presidente dei Pazzi, invadeva le chiese, profanava i luoghi santi con beffarde imitazioni dei sacri riti, e cantava indecenti parodie degli inni della Chiesa. L’indifferenza del clero, anche quando il suo potere era maggiore, per quelle sconce farse che mezzogiorno sempre tollerava, e talvolta incoraggiva, segna un forte contrasto colla suscettibilità con cui riguardava ogni tentativo; che si facesse colle prediche o cogli scritti, che era offender potesse qualcuna delle dottrine impose della chiesa. Essa poteva compararsi soltanto alla strana apatia con cui tollerava, e spesso ammirava, le oscene novelle che Chaucer, Dunbar, Boccaccio, Bandello, ed altri, componevano sui cattivi costumi del clero. Ci pare in entrambi quei casi che gli ecclesiastici volessero transigere coi laici, e che permettessero loro di sfogare il loro obbligato tristo umore con satire indecenti, perché ingollare si astenessero da gravi questioni concernenti i fondamenti delle dottrine su cui era eretto quell’immenso edilizio del potere ecclesiastico.

   Ma i sollazzi così permessi presero una medesima sembianza assai diversa, tostoché le dottrine Protestanti cominciarono a prevalere; e la licenza a cui i loro proavi si erano abbandonati per sola ebbrezza di cuore, e senza la minima intenzione di disonorare la religione con quelle farse, fu adottata dal volgo come un modo di attestare il suo intero disprezzo pel sacerdozio di Roma e le sue cerimonie. Citerò, per esempio, il caso di un messo mandato a Borthuick dal Primate di Sant'Andrea, per citare il Signore di quel castello, osteggiato da un Abate della Follia, al cui comando l’uffiziale della corte spirituale venne condannato ad esser tuffato nello stagno di un mulino, e obbligato a mangiare la sua citazione in pergamena.

   Il lettore si ricreerà coi seguenti particolari bizzarri di quell'incidente, che ebbe luogo nel castello di Borthwick, nell'anno 1517: Ei sembra, che in conseguenza di un processo fra Mr. Giorgio Hay di Mingeane e Lord Borthwick, delle lettere di

scomunica fossero corse contro quest'ultimo, a motivo della contumacia di certi testimoni. Guglielmo Langlands, mazziere, (bacularius) della diocesi di Sant'Andrea, presentò quelle lettere al curato della chiesa di Borthwick, pregandolo a pubblicarle nel servizio della messa. Ei pare che a quel tempo gli abitanti del castello s’intrattenessero nel favorito sollazzo di creare un Abate della Follia, specie di personaggio, che, come il Signore dell’Imprudenza in Inghilterra, volgeva ogni specie di autorità legittima, e specialmente il rituale della chiesa, in ridicolo. Quel beffardo personaggio col suo seguito, ad onta del carattere di cui era investito il maggiore, entrò in Chiesa, s’impadronì senza esitare dell’ufficio del primato, e, tiratolo verso lo stagno del mulino a mezzogiorno del castello, lo costrinse a saltar nell’acqua. Non contento di quella immersione parziale, l'Abate della Follia dichiarò, che Mr. Guglielmo Langlands non era ancora abbastanza bagnato, e quindi impose ai suoi di ghermirlo e di tuffarlo nel modo che più lo appagasse. Lo sfortunato mazziere venne quindi ricondotto in chiesa, dove per suo refiziamento dopo il bagno, le lettere di scomunica vennero lacerate, e poste in un vaso di vino, il beffardo abate pensando forse che una pergamena asciutta fosse dura da masticarsi, Lauglands

obbligato si vide a mangiar le lettere, e a ingollare il vino, e fu licenziato dall’Abate della Follia, colla confortatrice assicurazione che se altre lettere di quella fatta recate gli erano mentre accudiva al suo uffizio, esse partite si sarebbero tutte per la medesima strada.

   Una scena consimile occorre fra Sumner del Vescovo di Rochester e Harpool, il servo di Lord Cobham, nell'antica commedia di Sir Giovanni Oldcastle, in cui il primo obbliga l'ufficiale della chiesa a mangiar la sua citazione. Il dialogo, che qui trascriviamo, contiene molte beffe adattate a sì straordinaria circostanza.

 

   Harpool - E che, Messere, è questa pergamena ?

   Sumner - Sì affè è.

   H. - E questo suggello è cera ?

   S. - Cera è.

   H. - Se questa è pergamena, e questa è cera, mangiate questa pergamena e questa cera, o io farò pergamena della vostra pelle, e cera del vostro cervello.  Gaglioffo, spicciati... divora, divora.

   S. - Io sono al servizio di Lord Rochester. Venni a compiere il mio ufficio, e tu ne risponderai.

   H. - Non beffe, gaglioffo, ma metti in uso i denti. Non mangerai nulla di più cattivo di quello che recasti con te. Tu l'avesti da Milord, e a Milord non recherai che quello che da lui avesti.

   S. - Affè non l’ebbi per mangiarlo.

  H. - Affè , dici ? Né fè né diavolo, mangia.

  S. - Non posso.

  H. - Non puoi? Maledetto , ti attiverò a furia di botte lo stomaco ! (lo batte).

  S. - Oh pietà, pietà, buon servo; mangerò.

  H. - Denti e ganascie in moto, gaglioffo, o ti mangerò la testa. La cera non è che la parte più pura del miele.

   S. - Del miele ! Oh ! oh !

   H. - Mangia, mangia, è roba sana, gaglioffo. Non puoi tu, da buon chierico, passeggiar col diavolo tuo fratello, per pescar gli averi di qualche balì, senza venirne alla casa di un nobile con un processo ? Se il sigillo fosse largo come la cappa di piombo della Chiesa di Rochester dovresti mangiarlo.

   S. - Oh mi strozzo… mi strozzo.

   H. - Chi è costà ? Non v'è birra in casa ? Canovaro, dico.

 

Entra il Canovaro,

 

   E. - Eccomi, eccomi.

   H. - Dagli un po’ di birra, la pelle di pecora è dura da masticare.

 

Prima Parte di Sir Giovanni Oldcastle .

 

ωωω

 

 

Nota 2. – Cavallo di legno . –

 

   Il sollazzo del cavallo di legno in Scozia era fra i più graditi. A lui riportasi l’esclamazione di Amleto. Oh , oh , il cavallo di legno è dimenticato !

   Vi è una scena assai comica nella commedia di Beaumont e Fletchez «Il piacere delle donne,» nella quale Bombye, calzolaio puritano, rifiuta di danzare sul cavallo di legno. Vi era molta difficoltà e gran varietà nei movimenti che il cavallo di legno dovea fare.

   Il dotto Mr. Douce, che ha contribuito tanto ad illustrare le nostre antichità teatrali, ci ha dato un ragguaglio preciso di quello spettacolo burlesco.

 

ωωω

 

 

Nota 3 . – Robin Hood e Litlle John . —

 

 

   La rappresentazione di Robin Hood seguiva sempre nei giuochi di maggio tanto di Scozia che d'Inghilterra, e certo quella personificazione riviveva spesso, quando l’Abate della Follia entrava in campo per denotare che quello era il tempo della licenza.

   Il clero protestante, che si era dapprima avvantaggiato delle occasioni che quei sollazzi gli offrivano per dirigere le sue satire contro la chiesa cattolica, cominciò a trovare che, l’attendere a quei diporti li privava del desiderio di badare al loro culto, e alterava le idee colle quali avrebbero potuto badarvi con frutto. Il celebre vescovo Latimer espone ingenuamente il modo con cui, sebbene vescovo, si trovasse costretto a dar luogo a Robin Hood e al suo seguito.

   «Io me ne tornai un giorno a cavallo da Londra, e feci sapere nella mia città giuntovi appena che il mattino appreso avrei predicato, perché era festa, e giuntovi trovai la mi pareva un'opera da dì festivo. La chiesa mi era davanti, e presi il mio cavallo e la mia brigata e mi avviai (credendo di trovarvi molta gente) e giuntovi la porta della Chiesa coi chiavistelli. Stetti ivi un’ora e più. Alfine la chiave si rivenne, e uno della parrocchia mi si fé innanzi, e disse, ... Signore, gli è un giorno d’affari per noi, non possiamo udirvi, gli è il giorno di Robin Hood. I bidelli sono usciti per andar a coglier denari per Robin. Ve ne prego ritiratevi. Io fui costretto a cedere il luogo a Robin Hood. La non è cosa da riderne, miei amici, è cosa da piangere, è cosa grave, gravissima. Coglier danaro per un ladro, un traditore, e cacciare un predicatore; esser meno stimato di un Robin Hood; Robin Hood preferire al parto della parola di Dio;  e tutto ciò in un paese Cristiano! Questo regno è un abisso! Formare sì corrotti giudizi! Anteporre Robin Hood alla parola di Dio» - Sesta predica del vescovo Latimer davanti al Re Eduardo.

    Mentre i protestanti Inglesi anteponevano così gli spettacoli del bandito alle prediche del loro eccellente Vescovo, il clero calvinista scozzese, guidato dal celebre Giovanni Knox, e spalleggiato dall’autorità dei magistrati di Edimburgo, eletti da quel partito, trovava impossibile di frenare la rabbia del volgo, allorché facevano opera di privarlo del suo sollazzo di Robin Hood.

 

ωωω

 

Marco Pugacioff

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

18/03/'21

 

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

se vuoi puoi andare alla sezione

 Articoli

 

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.