Cerca nel blog

giovedì 17 settembre 2020

I risvolti macabri di Arlecchino e Pulcinella

 

I risvolti macabri di

Arlecchino e Pulcinella



    Leggendo La demonologia di Dante di Arturo  Graf [all’interno del libro Miti, Leggende e Superstizioni del Medioevo], trovo alla fine del lungo capitolo, che scrive «Anche i nomi che Dante dà a que’ suoi demonii rimandano a Misteri e a Sacre Rappresentazioni [sarebbero in due parole, dei drammi teatrali del Medioevo, Puga], dove nomi consimili occorono frequenti. Tali Misteri e tali Sacre Rappresentazioni sono, gli è vero, posteriori alla Divina Commedia; ma nulla vieta di credere che essi occorressero già in drammi più antichi, non pervenuti a noi.» e finisce il tutto con la nota 242.

Direte voi, «E questo che c’azzecca ?». C’azzecca con le nostre belle Maschere del Carnevale, in quando che leggendo la conclusione della nota, Graf afferma «Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo [ma di chi, di Malebbranche? Bò? Puga], Malacoda, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbarccia [questo doveva esser stato un pirata de li sette mari, Puga], Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante [sembrano comunque nomi usciti da un fumetto di Cucciolo, Puga]. Parecchi di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non arzigogolano i commentatori? Io non imiterò il loro esempio; noterò solo che [e ammò state a sentire, Puga] Alichino, anziché derivare dal chinar le ali, come piacque ad alcuno, potrebbe essere l’Hellequin dei Francesi, che già si trova ricordato da Elinardo e da Vincenzo Bellovacense.»

   E mica male, la giocosa mascherina di Bergamo, secondo il libro delle Maschere italiane nella Commedia dell’arte [a cura di Antonella Grignola, edito dalla Demetra, nel Gennaio 2000.] «C’è chi nei precedenti di Arlecchino riconosce il tipo del satiro per lo più rappresentato nelle vesti di un africano rivestito di pelle di felino e con un bastone tra le mani: si tratta di un’ipotesi suggestiva ma poco credibile.»

 

   Sulla patria natia di Arlecchino esiste un paesino a dir poco grazioso, che sembra tutto il paese di Salciccia dove abitavano da bambini Cucciolo & Beppe.

    Ho saputo di questo paesino grazie a Claudio che lo ha visitato pochi mesetti fa.  Partendo dal feudo di Cornello dei Tasso, il paese da dove venne Torquato tasso  si  apre una strada nel bosco che porta in mezz’ora di cammino a Oneta (che l’origine del disegnatore Franco Oneta del Tarzanide Zembla e credo anche di Tiramolla, parti da lì? Chissà?) nel comune di San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo.

 


Il piccolo borgo si staglia a baluardo dell'antica "Via Mercatorum" lungo la quale, prima che nel 600 venisse aperto a fondovalle il più agevole tracciato della"Priula", transitavano e facevano tappa i mercanti, che da Bergamo e dalla pianura risalivano le valli diretti verso i Grigioni (in Svizzera) ed il nord Europa.

 



Nella piazza centrale del paesino vi è la casa dei Grataroli (da grataröla, la grattugia… ottima per grattare il cacio sui maccheroni, come Pulcinella ben sa), antica torre di avvistamento poi trasformata in residenza gentilizia detta La casa di Arlecchino da una tradizione secolare. All’interno del palazzo vi è un affresco che, tra gli altri, raffigura un uomo irsuto e vestito di pelli che brandiva un nodoso randello a guardia dell'abitazione.  È l'homo selvadego, figura tipica della zona montuosa del nord est dell’Italia e che ricorda da vicino le antiche divinità silvane e Piedone o uomo delle nevi. dell’Himalaya.

 

https://www.youtube.com/watch?v=Ypjts6urooo&t=147s

 

La primitiva gestualità del teatrale Arlecchino, fu probabilmente in origine grottescamente desunta dalla animalità vicina all'homo selvaticus.

Molti lavoratori venuti dalla Val Brembrana (dove uno spazientato vigile urbano milanese spedisce verbalmente dei villici come i fratelli Totò e Peppino Caponi venuti dalle campagne di Napoli, nella pellicola Totò, Peppino e la malafemmina) svolgevano lavori umili e faticosi. E di questi rozzi lavoratori i Grataroli stabilitosi a Venezia ne dovevano avere parecchi. Si pensa che uno di questi dotato da una particolare Vis Comica sia stato poi portato sul palcoscenico – ipotesi suggestiva – facendo creare la maschera di Arlecchino. E questo servitore aveva anche un nome: quello del famoso Alberto Nasselli detto Zan Ganassa.

https://www.brembana.info/musei/m_arlecchino.html

https://www.treccani.it/enciclopedia/alberto-naselli_(Dizionario-Biografico)/  

 

Il problema è che siamo sempre lì, il satiro!... E che dice sempre Graf ? Questo: «Sant’Antonio incontrava […] un satiro che parlava e lodava Dio, ma per eccezione certamente, giacchè quella del satiro fu una delle forme che più spesso si diedero al diavolo.» e continua «Ai tempi di Gervasio da Tilbury (XII e XIII secolo) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani, di Pani, e molti affermavano averli veduti. [pag. 86]»; insomma le antiche divinità trasformate in demoni maligni come Venere e la Bona Dea Diana, che «[…] altre leggende designano più propriamente come il demone meridiano. [sempre a pag. 86]»; prosegue nella nota relativa «Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui, secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto.»… Ahò, ma Marianna non è quell’angelo napoletano (di genitori inglesi) che incatenò quel demonio in forma umana di nome Sandokan? Ah! Salgari, discolaccio…

Per restar a parlar dei demoni, sempre secondo Graf c’era «Gregorio Magno, che voleva i diavoli al tutto incorporei […] ma che si ammetteva quasi generalmente che i demonii avessero un corpo formato d’aria o di fuoco. [pag. 89]» anzi «Dante ha gli angeli in conto di forme pure, di sustanze separate da materia, e nulla dice del modo onde i demonii acquistarono un corpo; ma forse ci può dar qualche lume in proposito, quanto egli dice del modo che tengon le anime uscite di questa vita nel formarsene uno d’aria condensata. [pagg. 89-90]». Lo vedi che cià ragione Totò quando nella pellicola 47, morto che parla tratta da Petrolini, a farsi una boccata d’aria con il (falso) spirito di Silvana Pampanini…

 

   Torniamo a noi. Di Alichino, Graf non dice altro, perlomeno di come viene descritto da Dante, e allora andiamo a ciò che ha scritto jean-claude Schmitt, professore parigino [il panino – bono con un po’ de Pecorino! – non centra niente], nel libro Medioevo superstizioso [edizioni LaTerza del marzo 2005].

Schmitt [un nome, un po’ scioglilingua…] inizia parlando del culto dei morti e che «la Chiesa ha manifestato una volontà molto più decisa di cristianizzazione [io cambierei il  termine con commercializzazione, quello che gli yankee chiamano business] del culto dei morti, specialmente nell’orbita della cultura monastica: tra il 1024 e il 1033 Cluny istituì la festa dei Morti fissandone la data al 2 novembre, all’indomani d’Ognissanti. La celebrazione s’impose molto presto in tutta la cristianità. [pag. 122]». 

Un appunto prima di andar avanti!!! Un certo Gerberto [in italiano sarebbe Gilberto, ma non centra niente il nipote studioso del topolinesco Pippo, Puga], già sopra citato, «Confermò indi e rese universale la festa, che Odilone di Clugny [scritto proprio così, con una g in mezzo, Puga] aveva introdotto l’anno antecedente (998) nel suo chiostro in Commemorazione de’ fratelli defunti. Verso la fine dell’anno ecclesiastico, la dimane del giorno in cui con gran pompa si festeggia la solennità di tutti i Santi e la memoria della Chiesa sofferente, acciò siano gli animi eccitati a considerare successivamente questi due atti della misericordia divina, Silvestro [il papa dell’anno mille, non il gatto sfigato dei fumetti, Puga] è pure riguardato come il primo che istituì la festa secolare nella Chiesa.» questo è ripreso da pagina 103 del libro Gerberto o sia Silvestro II papa e il suo secolo di G. F. Hock del 1846… me sa che li studiosi moderni non concordano con questa segnalazione…

  Arritorniamo [mia parlata sgangherata, Puga] a noi. Schmitt scrive «Del pari, la credenza degli spiriti suscitò un rinnovato interesse e riconquistò una legittimità che aveva perduto nei primi secoli del cristianesimo [pag. 122]» tanto che coloro che soffrivano nell’aldilà poterono chiedere aiuto ai parenti con preghiere, con messe e offerte per alleggerire il loro supplizio.

Ma negli stessi anni incomincia ad apparire dei racconto in cui dei morti formavano dei cortei, un vero esercito di morti.  «questo esercito dei morti appariva così ai crocevia, ai limiti del territorio, in quei punti di confine a cui la chiusura in “cellule” della società feudale attribuiva un gran valore simbolico. »; e continua «Un purgatorio itinerante, insomma. Ma quando alla fine del secolo XII, […] una tale soluzione non aveva più ragione d’essere: allora hanno avuto definitivamente il sopravento i tratti diabolici della caccia selvaggia. [pag. 124]»

Comunque «Nella sua Storia ecclesiastica, scritta nel 1140, Orderico Vitale, riferisce con parecchi dettagli l’apparizione al prete normanno Guachelmo dell’esercito dei morti chiamato per la prima volta familia Herlechini, la “famiglia Hellequin”. L’apparizione ebbe luogo nel 1091, il 1° dell’anno, [pag. 126]». Schmitt  prosegue dicendo che soprattutto in Francia, nel secolo XII, la “familia Hellequin si vedeva un pò dapertutto. Infatti Gualtiero Map annota di queste apparizioni nel Maine e nella Armorica, il monaco Elinardo di Froidmont [Freddomonte? Acciderba che posto!] a Orléans «Il popolo sostiene che le anime dei morti, piangendo i loro peccati, sono solite apparire con le vesti che portavano in vita: i contadini vestiti da contadini, i cavalieri da cavalieri…[pag. 127]»; Gervasio di Tilbury riferisce apparizioni nella Grande e Petite Bretagne, nella Catalogna. «L’apparizione ha spesso luogo nelle foreste, a mezzogiorno o all’inizio della notte, quando c’è la luna piena.[pag. 127]». Arrivando a parlane perfino in Savoia.

A. Wesselofsky dava un’origine al nome della famigerata famiglia «Per parte mia tradurrei con “esercito di Erode” — la «militia «”Hellequini”[a pag. 334 del suo articolo “Alichino e Aredodesa”, uscito sul Giornale storico della Letteratura Italiana, volume XI, (1° semestre 1888)]»

Una vera processione che avrà molti capi, pensate un po’ oltre a Re Artù che «tende a sostituirsi a Hellequin alla testa della torma fantastica dei cacciatori e dei cani […] Stefano di Bourbon […] facendo riferimento alla denominazione “popolare” dell’esercito dei morti, familia Allequin vulgater vel Arturi.» Non è certo un purgatorio itinerante ma una caccia selvaggia e che ebbe come capo perfino Roberto dei Boschi, il popolare Robin Hood chiamato in Francia Robin des Bois.

È interessante notare che Schmitt quando inizia a parlare di carnevale paragonandola alla nascente festa dei Pazzi. Una descrizione della festa l'ha data Fulcanelli nel suo Il mistero delle cattedrali al I capitolo dell’edizione italiana del ’72. «Durante tutto il bel periodo medievale furono conservate anche altre cerimonie. Assai gradite al popolo. C’era la Festa dei Pazzi – o dei Saggi – “Kermesse” ermetica processionale che partiva dalla chiesa con il papa, i suoi dignitari, i suoi fedeli, il suo popolo del medioevo, rumoroso, malizioso, scherzoso, pieno di trabboccante vitalità, di entusiasmo e di foga – e si riversava in città… Ilare satira di un clero ignorante, sottoposto all’autorità della Scienza nascosta, schiacciato sotto il peso d’una indiscutibile superiorità. Ah! La Festa dei Pazzi, col suo carro del Trionfo di Bacco, trainato da un centauro e una centauressa, ambedue nudi come il dio, che era accompagnato dal grande Pan; carnevale osceno che s’impossessava delle navate ogivali! Ninfe e naiadi uscenti dal bagno; divinità dell’Olimpo, senza nubi e senza tutù: Giunone, Venere, Latona si davano appuntamento per sentire la messa! E quale messa! Composta dall’iniziato Pierre de Corbeil, arcivescovo di Sens, secondo un rituale pagano, e durante la quale le fedeli dell’anno 1220 gridavano il grido di gioia dei baccanali: Evohè! Evohè! E gli scolari rispondevano con entusiasmo delirante:

Haec est darà dies clararum darà dierum!

Haec est festa dies fesTa rum festa dierum!

[Questo giorno è celebre tra i giorni celebri!

Questo giorno è giorno di festa tra i giorni di festa!]

[…]

C’erano, infine, quelle bizzarre usanze dalle quali traspirava un significato ermetico, talvolta molto puro; usanze che ogni anno si rinnovellavano ed avevano come teatro la chiesa gotica, tra esse […] le processioni e i banchetti della Infanterie dijonnaise, ultima eco della Festa dei Pazzi, con la sua Madre Pazza […]»… direi che ci siamo, se la descrizione è vera, infatti a carnevale ogni scherzo vale, no?

Un carnevale che «è nato in opposizione alla quaresima[pag. 145]». Un’altra manifestazione collettiva di derisione è la scampanata [charivari]  descritta in un’aggiunta fatta da un certo Chaillou de Pestain, al Roman de Fauvel, di Gervais du Bus che narra del protagonista Fauvel – rappresentato con l’aspetto di un cavallo – non potendo sposare Fortuna si unisce a Vanagloria e senza sacerdote. A notte quando si corica con la sposa  «si scatena il chiasso e il corteo delle maschere di uno spaventoso “chalivali”; l’autore paragona questo corteo alla torma dei morti guidata dallo stesso Hellequin. [pag.146]»…


il mio Clotarie di Jean-Yves Guerre
si ritrova in una piazza dove in primo piano ci sono
Pif, la gattina Spepa e Chico Cochi
e Cucciolo, Beppe e Tiramolla
sono i teatranti.

   Ahò, direi che più si va avanti e più ci avviciniamo alla bella maschera multicolore, non per niente Schmitt scrive che «ad Arras nel 1276, nella rappresentazione (senza dubbio su un palcoscenico allestito all’aperto come per i misteri contemporanei) del Jeu de la feuillée di Adam de la Halle; dove si vede comparire, tra uno scatenarsi di campanelli, un grottesco orco mascherato da diavolo barbuto, Croquesos: egli è l’inviato della famiglia Hellequin, la vecchia torma dei morti demonizzata dai predicatori, di cui la nascente cultura borghese stava facendo un personaggio da commedia, l’antenato di Arlecchino.» 

Per tornar ad Wesselofsky «L'Alichino di Dante (Inf., XXI, 118; XXII, 112) non è altro che Hellequin, diventato adirittura demonio (e cita Graf), e a lui ben si attagliano le parole che dì sé dice il suo compagno Gagnazzo:

Malizioso son'io troppo,

Quand io procuro a' miei maggior tristizia.

(Inf., XXII, 110-11).

E lo stesso dovrà ammettersi per l'Hellequin del mistero francese: la trappola, che dalla scena conduceva all'inferno «teatrale», era chiusa da un sipario, rappresentante una testa di brutto e spaventevole aspetto; questo sipario ebbe il nome di: chappe d'Hellequin, forse perchè era là appunto la buca, donde scappavano sulla scena i demoni, quando ne occorreva bisogno. Più tardi ed oggi ancora quella specie di cortina, che va intorno alla scena, si chiamò “manteau d'Arlequin”, nome che si dà ancora in alcuni paesi di Francia alla “mesnie Hellequin” e che sopravvive in Arlecchino: perché quella nota maschera della Commedia dell'Arte e del teatro dei burattini subentrò al vecchio Hellequin, rivestendo il classico centunculo del mimo antico e col volto ricoperto di nera fuliggine: usanza dei mimi anche questa, ma che alla mente dello spettatore divoto e pauroso simboleggiava la fuliggine d'inferno.[pag.336 di “Alichino e Aredodesa”]»

Se vogliamo potremo metterci subito dopo che arriva en France Zan Ganassa e il gioco sarebbe fatto.

dal libro Italia ride di Luca Boschi

E ora parlerei del solare Pulcinella.

Sin dall'antichità, la maschera era un preciso elemento di culti magici legati alla religione (come era, ed è, per esempio nelle popolazioni native americane, usate dagli uomini della medicina per spregio chiamati stregoni) ma in seguito entra a far parte del mondo scenico con il teatro greco, e perde il suo valore magico, per diventare uno strumento professionale: eppure il suo valore per il risanamento dell’anima ha ancora in sé, qualcosa di magico.  

Secondo una tesi settecentesca si vuole far discendere il vorace mangiatore di pizza e pasta, Pulcinella dal mangione sciocco detto Maccus: il personaggio più buffo delle Commedie Atellane, commedie di origine osca rappresentate in Campania nella zona tra Aversa e Capua, in epoca romana. L’Atteliana «era costituita da scenette di genere, briose e realistiche, basate sul contrasto fra tipi fissi, quali il padrone avaro e il servo geloso, il contadino sciocco e il passante intelligente, il vecchio innamorato e il giovane rivale, nelle quali le personae, quelle che oggi noi chiamiamo personaggi, erano generalmente caratterizzate, oltre che da un proprio eloquio e da una propria psicologia, da una maschera dai tratti ben definiti [Franco Pezzella, Maccus, il presunto progenitore di Pulcinella… http://www.iststudiatell.org/rsc/annate_10/maccus_pulcinella.pdf 

Ed è proprio a Roma nel 1727, da uno scavo sul colle Esquilino, che viene rinvenuta una grottesca statuina d’argento, identificata con Maccus. Essa indossa una casacca bianca e una maschera nera con il naso adunco, e molti dissero che ritraeva un «mimo degli antichi colla maschera del vero Pulcinella». Ma non vi era ancora una prova certa di questa discendenza finché nel 1941 non fu rivenuto un affresco che rafforzò questa suggestiva idea. «durante una ricognizione negli scavi di Pompei dei quartieri a sud di via dell’Abbondanza, di un pannello con due figure dipinte di saltores, uno dei quali col pileus ed una mezza maschera nera sul viso alla maniera della moderna maschera di Pulcinella. L’affresco era al di sotto di un più recente stato d’intonaco caduto per disfacimento naturale dalla facciata di una modesta casa, forse una bottega a giudicare dall’abbondanza dei vasi, anfore e crateri disegnati su un altro pannello, situata in un vicolo tra l’ottava e la nona insula della I regione. Per la composizione rustica del tetto della casa, per la tecnica utilizzata nella realizzazione del dipinto, per lo stato stesso della sua conservazione, [Mauri] il famoso archeologo napoletano non esitò a riconoscere in esso uno dei pochi dipinti superstiti della Pompei sannitica, anteriore cioè all’istituzione della colonia romana dell’80 a.C., prima ancora della tragica eruzione del Vesuvio. […]

 


Dal centro di quel ripiano, come sul pulpitum di un teatro, si muovono verso opposti lati due figure grottesche nude, cinti i fianchi di un semplice perizoma, in violento opposto simmetrico movimento, gamba contro gamba, con lo stesso largo divaricamento delle gambe, con la stessa ampia apertura delle braccia, stringendo da ciascuna mano due bacchette incrociantisi a forbice; e l’uno e l’altro portano sul capo il pileus, l’alto cappello conico bianco da pulcinella. [...]. Dei tratti del volto si riesce a distinguere assai poco; ma certo l’uno di essi (quello di destra), che ha il profilo meglio conservato, è munito d’ un gran naso e si ha l’impressione che porti sul viso una maschera. A sinistra della scena centrale spunta in alto, al di sotto del festone, una testa asinina vigorosamente disegnata con la bocca aperta in atto di ragliare, ma che dalla larga scollatura da cui fuoriesce dalle lineole che disegnano rozzamente al di sotto una figura avvolta in un mantello, sembra appartenere ad un corpo umano e non già ad un vero e proprio asino [...]. A destra si scorge la groppa di un quadrupede piantato saldamente sulle zampe posteriori, ma, privo com’è di tutta la parte anteriore, non è possibile definire se sia un toro o un cavallo.[da F. Pezzella, pagg.10-11]» Non si percepisce una sorta di cordone ombelicale che parte dall’antichità osca e che arriva a quella romana, ma questo cordone magico ci porta nelle raffigurazione degli uomini vestiti da asini e cavalli al medioevo latino delle scampanate [i charivari] citate più sopra per Arlecchino nel Roman de Fauvel. Certo che de… vabbé, chiamiamola fantasia, ne ho tanta.

 

https://fabulafabulae.wordpress.com/origini/atellane/

 

La comparsa del personaggio, della maschera, sarebbe già nel 1300, infatti già da allora la parola Pulcinella veniva utilizzata per indicare il “cialtrone” in alcune poesie del tempo.

La nascita di Pulcinella la si fa risalire, come afferma un antica tradizione, al 1500  quando “operava” nelle piazze  - scrivono sul Portale della Città di Acerra: http://www.comune.acerra.na.it/stampa.php?id=54&n - come uno dei tanti villani delle farse rusticali, infatti il villano è la macchietta comica di ogni tempo. Pulcinella era un vagabondo che non amava le fatiche e preferiva guadagnarsi da vivere con il personale istinto buffonesco, egli aveva il costume dell'uomo di fatica: camicia fuori dalle larghe braghe legata con una corda.
Pulcinella porta il volto coperto da una maschera che copre la fronte il naso e le guance, lasciando libero il viso dalla bocca in giù, denominata "mezza maschera" o anche detta lupo. Il 'lupo' pulcinellesco ha un enorme naso ricurvo, un viso disseminato di rughe e nei e gli occhi piccolissimi. Queste caratteristiche unite alla voce stridula, ottenuta di solito grazie all'ausilio della pivetta  (strumento musicale costituito da metallo e filo che applicati al palato conferiscono a pulcinella la caratteristica voce “chioccia”), rendono la maschera molto simile ad un gallinaccio, ed è proprio Polliceno la voce latina del pullus gallinaceus (gallinaccio) a far si che etimologicamente Polliceno diventi in dialetto “pollicino” ossia pulcino da cui il diminutivo “polliceniello”.
Nessuno però ha potuto dire con certezza quando questa maschera nera e nasuta abbia assunto tale nome, contrastanti infatti sono le versioni riguardanti l'attribuzione del nome Pulcinella.

Per alcuni, fu uno Zanni Policiniello, piccolo pulcino, il primo Pulcinella.

 

Altri, invece, proprio perché, Pulcinella agli esordi incarnava il tipico rozzo villano, con un tale Paoluccio della Cerra, Paolo Cinella (zotico proveniente dalla città di Acerra, da qui anche il vezzeggiativo Pulcinella Cetrulo de la cerra). C'è traccia di lui in un ritratto risalente alla seconda metà del '500 raffigurante l'uomo con una faccia scurita dal sole ,piena di bitorzoli e bozzi ma senza maschera, tale ritratto è attribuito al pittore Ludovico Carracci.

Pulcinella incarna la plebe napoletana, che vive sotto il cono del vulcano in attesa che esploda, un uomo che più semplice non si può, senza una lira in tasca e nonostante i suoi problemi riesce sempre a tirar fuori un sorriso.
Può essere  prepotente o codardo, e giocando su uno o l’altro sentimento riesce a prendersi gioco  dei prepotenti.

Ma è sopratutto un furbo di tre cotte [come si dice], ed è proprio con la sua proverbiale furberia riesce a risolvere i problemi più diversi a cui si trova davanti agendo però in favore dei più deboli a discapito dei soliti potenti. Questo sì che è un rivoluzionario.

Purtroppo per lui  è difficile stare in silenzio: ecco perché esiste il detto de “Il segreto di Pulcinella”, per indicare qualcosa che sanno già tutti.

Si porta sempre dietro sulle scene del teatro e del carnevale la scopa, il corno, i campanacci, elementi che per i partenopei hanno valore propiziatorio e di antidoto contro il malocchio e la iettatura.

 



Disegno de

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi

Atto unico

tratto da:

http://groviglidiparole.blogspot.com/2012/12/il-diavolo-fa-le-pentole-ma-non-i.html

   Furono scritte molte commedie per il teatro per Pulcinella. In gogole libri se ne trovano molte e alcune sono di soggetto magico. Ve ne do un piccolo assaggio di una di queste:

 

Vita, pentimento e morte di

Pietro Bailardo

Con Pulcinella

Accarezzato da’ diavoli e spaventato dall’ombra di Merlino

Napoli 1852

 

SCENA VI.

 

Dopo molte fiamme, sortono quattro diavoli, due con bacchetta, e libro, e due per portar via Pietro, e Pulcinella.

 

Pietro.  - Ecco, ecco quattro diavoli.

Pulcinella. - Mamma mia bella !

Pie. - Pulcinella, coraggio.

Pul. - Fannill'ire si patrò, comme sò brutte !

Pie. - No. In questo punto tu devi far come fo io. -  dopo di aversi preso il libro e la bacchetta si mette a cavallo ad un diavolo.

Pul. - E io ?

Pie. - Tu fa lo stesso.

Pul. - No nce voglio ire. - ( un diavolo si accosta a Pulcinella, lo accarezza, e lo invita a montar sopra di lui. Pulcinella si spaventa e grida.) Vattenne... comm'è brutto ! Comm'è brutto!

 Pie. - salito a volo - Vieni Pulcinella.

Pul. - con timore si pone a cavallo, - Misericordia ! Viano a volo.

Fine dell'Atto primo.

 

 

Pulcinella è la maschera più diffusa nel mondo. Di sicuro Pulcinella è stato esportato da artisti italiani emigrati secoli fa, dove si è trasformata in Francia (Polichinelle), in Russia (Petruska), Spagna (Don Cristobal), Olanda (Punk), Germania (Kaspar). In tutti questi Paesi la maschera è accomunata, oltre che da sensibili similitudini drammaturgiche, anche e soprattutto dal suono identico della sua voce, stridulo. Oltre a quelli citati, ci sono altri Paesi, in cui un’immigrazione di Pulcinella sarebbe difficile se non impossibile da provare, dove si sono sviluppate e sono attualmente in vita maschere che presentano molteplici analogie con il modello italiano. In Iran (dove c’è Mobarak), in Ungheria (Vitez-Lazlo), e, ancora, in Grecia, in India, in Sud Africa, in Cina (con la Saga dello Scimmiottino), ci sono lontani cugini del nostro Pulcinella. Semplificando si potrebbe giungere alla conclusione che in realtà si sia in presenza di un “tipo” universale, che nasce e si afferma tra i popoli autonomamente.  


https://storienapoli.it/2019/11/03/pulcinella-maschera-del-popolo-nato-ad-acerra/

 

Ha anche lui un museo come Arlecchino. Si trova ad Acerra ed è pure un museo dedicato anche alla Civiltà contadina. Si trova nel Palazzo Baronale di Acerra in Piazza Castello al n.1.

Un palazzo che fu costruito nel 826 E. V. sulle rovine di un antico teatro romano; un palazzo fortificato per le innumerevoli incursioni che sono avvenute nei secoli in si narra si aggira ancora lo spettro di un suicida per un amore respinto.

Pulcinella a teatro è un personaggio, e deve seguire una parte scritta, ad un copione e quindi manca della sua spontaneità.

Pulcinella come personaggio del teatro della commedia dell'arte nasce ufficialmente con una commedia del comico Silvio Fiorillo: La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella, scritta nel 1609 ma pubblicata dopo la morte dell’autore.

Silvio Fiorillo, che già era famoso con il personaggio di Capitan Matamoros, partì da Napoli in compagnia di altri personaggi come Coviello, Pascariello e una lunga fila di capitani vanagloriosi come appunto Matamoros e Rodomonte che parlavano una lingua franca a metà tra il napoletano e lo spagnolo; così Pulcinella con Silvio Fiorillo arrivò nelle grandi compagnie comiche del nord e divenne l'antagonista di quello che in fondo è suo fratello, ovvero Arlecchino, in genere servo sciocco, credulone e come lui sempre affamato di quella fame atavica tipica dei poveri diavoli.

Una curiosità che accomunò le due maschere fu quando a Tarquinia nel 1872  fu scoperta una tomba  un’immagine  di un attore danzante che viene considerata la rappresentazione più antica di Maccus-Pulcinella. Questa figura indossa il centunlugulus, una veste a losanghe di vari colori che sarà quella di  arlecchino e in testa il Pileus, il berretto conico tipico delle Atellane, che si attribuisce a Pulcinella, per questo fu chiamata Tomba di pulcinella. [da F. Pezzella, pag. 7]

v. anche https://infernemland.wordpress.com/2011/09/14/phersu-il-sanguinario-arlecchino-degli-etruschi/

 


Delle care icone di Napoli: Eduardo, Totò e la maschera di Pulcinella. Un mio omaggio a una poetessa di Salerno che non c'è più.

 

Ma se ha teatro (a Napoli il San Carlino fu il luogo per eccellenza delle "pulcinellate" ) deve seguire un testo scritto, per strada, con le guarattelle, il teatro napoletano dei burattini, Pulcinella mantiene tutta la sua forza, con quel tipo di spettacolo che ha origine dalla Commedia improvvisata. E che lo accomuna al fratellino Pinocchio.

 



 

Il macabro mister Punch

Quando la figura di Pulcinella arrivò ufficialmente in Inghilterra era il 9 maggio del 1662 e infatti nell’attuale Regno Unito è considerata la data di compleanno – non certo di Pulcinella – ma della sua trasformazione in Mister Punch. Si era già trovato una compagna che dapprima si chiamava Joan e poi Judy. In quegli anni Oliviero Cromwell era salito al potere e aveva aderito rigorosamente alla convinzione puritana che il teatro era immorale e doveva esser bandito. In seguito l’ascesa al trono del Re Carlo II inaugurò un periodo più tollerante per l’arte e la cultura. Lo scrittore Samuel Pepys (1633-1703) lasciò testimonianza nel suo diario – oltre che della peste (1665) e dell‘incendio di Londra (1666… che data. Se togliamo l’uno quel che resta... vabbé!) – di uno spettacolo di marionette al Covent Garden di Pietro Gimonde, detto il "Signor Bologna". Scrisse «uno spettacolo di marionette italiano, che è sul parapetto, e che è molto carino».

Nello spettacolo Punch parla con una particolare voce aspra e rocca prodotta da uno strumento chiamato Swazzle che dà a Punch una risatina allegra. Questo dispositivo è costituito da due strisce di metallo legate attorno a una canna di cotone. Con l’uso di questo strumento fece cambiare nome alla compagna di Punch da Joan a Judy, più facile da emettere.

Gli spettacoli di Punch e Judy erano per tradizione spettacoli di marionette arrivati dall’Italia, ma furono in seguito reinventati nelle marionette a guanto di modo che i movimenti violenti dei personaggi non fossero ostruiti dalle corde che sostenevano le stesse marionette.

All’inizio del XVIII secolo, il teatro delle marionette era al suo apice. Martin Powell attirava folle considerevoli al Punch’s Thatre al covent Garden. Nel 1721 fu aperto un teatro di burattini a Dublino che lavorò per decenni. Punch era estremamente popolare a Parigi, e alla fine del XVIII secolo, era molto popolare anche nelle colonie britanniche americane dove perfino George Washington comprava i biglietti per assistere allo spettacolo.

Ma le marionette erano un grosso impegno finanziario ed erano ingombranti da montare e da trasportare. Gli spettacoli venivano allestiti in sale vuote, nel retro delle taverne, oppure in grandi tendoni alzati negli eventi agricoli annuali inglesi. L’attrice Charlotte Charke (1713-1760) nota per amare travestirsi da uomo,  ebbe la sua particolare sventura con Punch. Dopo che gli fu offerto il ruolo maschile di Punch in un teatro di marionette, e il suo talento portò a un bel successo artistico e finanziario, ma al termine della fortunata stagione il signor Russel, il produttore dello spettacolo, venne arrestato per debiti. Il poveraccio morì nella galera di Newgate, povero e impazzito. L’attrice tentò di ricomprare le marionette dal padrone di casa di Russel, che li aveva rivendicati, ma Charlotte non riuscì a riscattare le marionette e la sorte capitò alla sceneggiatura finita nelle mani dei creditori, e sia i balocchi e sia il testo fecero sicuramente una brutta fine.

Fu così dalla seconda metà del XVIII secolo le compagnie di marionette furono soppiantati dai burattini con i guanti, in cui gli spettacoli potevano essere allestiti da un solo burattinaio, con al massimo un assistente e allestiti con uno stretto e leggero chiosco praticamente dovunque. Gli spettacoli viaggiavano attraverso città e campagne dando più spettacoli in solo giorno.

E il personaggio di Punch si trasformò e divenne più aggressivo, violento verso gli altri personaggi.

Lo spettacolo, in origine destinato agli adulti, divenne poi un intrattenimento per i bambini nella tarda età vittoriana. E alcuni personaggi dovettero essere accantonati come la sua amichetta Pretty Polly (la bella Polly) e… il diavolo!

Insieme a Punch e a Judy, la schiera dei personaggi varia a discrezione della storia. Ci può essere il loro bambino… un coccodrillo affamato (ma che, Punch si è sposato con una rettiliana?), un pagliaccio, un burbero poliziotto, il boia Jack Kesth. Comunque Punch con la sua particolare casacca rossa da giullare e il cappello a Pan di zucchero, la sua gobba, il suo caratteristico bastone (chiamato slapstick) grosso come lui avrà sempre la meglio su chiunque di loro avrà davanti.

La storia è in genere questa: Punch maltratta il bambino, e litica con sua moglie Judy che in genere indossa un grembiule, un vestitino blu e una cuffia. Interviene un poliziotto che fa sentire il suo bastone a Punch, il quale poi ha incontri con una varietà di personaggi a cui fa sentire, il suo, di bastone e questi possono essere un boia, il diavolo, un fantasma. E durante la seconda guerra mondiale perfino Hitler.

Insomma altro che commedia dell’Arte, Punch che può essere tradotto anche con “pugno”, non ha più niente del solare Pulcinella, anzi può essere considerato come la sua parte maligna. Un po’ come ne Il visconte dimezzato di Italo Calvino, dove il visconte Medardo di Terralba fu raggiunto da una cannonata in pieno petto che lo tagliò in due, e le due parti sopravvissute divennero una malvagia e l’altra buona.


Il Dottor Watson (l'attore Howard
Marion Crawford (1914 - 1969),

legge la rivista Punch.  

Però qualcosa di buono è venuto fuori. Nel 1841 venne pubblicata un settimanale umoristico inglese e fu chiamato Punch.  «Il nome “Punch” faceva senza dubbio riferimento alla maschera omonima del teatro dei burattini di Punch e Judy (una versione clownesca, ma anche malvagia, del Pulcinella della commedia dell’arte italiana);» oltre naturalmente a un gioco di parole riguardante su una bevanda dallo stesso nome.

 

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Punch_and_Judy

https://en.wikipedia.org/wiki/Charlotte_Charke

https://filstoria.hypotheses.org/12901

 

Miei cari Arlecchino e Pulcinella, come dice Gianni Rodari «Sempre fame, sempre jella,/ Arlecchino e Pulcinella. [V. Il pioniere n. 20 del 1954]» ciò significa che in realtà voi derivate dal simpatico Mangiapaneatradimento, creatura di Plauto che [l’ho rielaborato un po’] diceva in caso di guerra, «non c’è un esercito che faccia al caso mio. L’esercito di pollo e cavoli, di maiale e di capretto, un esercito di vino contro il quale manderei a combattere i battaglioni dei miei denti, delle mascelle e dello stomaco. Vedresti che strage!» Se non è un vostro anticchissimo tris-tris-tri-trisavolo, lui, chi diavolo potrebbe esserlo?  Altro che diavoli e diavolerie varie.

 


Marco Pugacioff
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
se vuoi puoi andare alla sezione


 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.