Cerca nel blog

mercoledì 11 aprile 2018

Piccolo campionario dell’insolito 8 - Leggende e curiosità etrusche


Piccolo campionario dell’insolito 8

Leggende e curiosità etrusche



Da Bolsena
   Lì dove oggi vi è il lago di Bolsena, quando vennero ad abitare nella regione i primi uomini, molto, molto tempo fa, vi era un tempo un enorme vulcano che eruttava fiamme e lava ed emetteva fumo come il Vesuvio.
   Da esso scaturì, secondo la tradizione una creatura per metà uomo e per metà bestia che vomitava nelle varie campagne materiale incandescente seminando morte e distruzione. Il suo nome era Volta. In seguito riuscì ad calmarsi, divenendo amico degli uomini, dando fertilità alla terra ,creò il lago e trasformò il paesaggio in un piccolo paradiso fatto di foreste piene di animali.
   Da allora fu chiamato Voltumnia il «Mutevole». Un suo tempio fu eretto nella città di Velzu dove ogni anno si riunivano i dignitari della Confederazione, i sacerdoti, i lucumoni e i pellegrini; qui si discutevano interessi comuni di pace o di guerra, si tenevano i giochi sacri e le più alte manifestazioni religiose. Voltumnia aveva al suo fianco la dea che proteggeva i campi, il destino e la salute degli umani. Nel suo tempio si teneva il computo degli anni conficcando un chiodo di bronzo, da quel che si sà, in un antichissimo tronco d'albero.


   A Velzu – di cui Bolsena (la romana Volsinii) è oggi la sua discendente – si dice sia nata la macina per cereali; addirittura Plinio narrò che «alcune macine si erano messe in movimento misteriosamente», senza l'azione di alcuna forza naturale. Che l’arcano fosse proprio delle leggende etrusche c’è lo dice anche l’episodio di re Porsenna in cui dovete affrontare un mostro spaventoso, anche lui chiamato Volta, e che per sconfiggerlo invocò un fulmine dal cielo.
   La fine di Velzu, viene rievocata da Plinio (Nat. His. 11, 53), avvolgendola di un evento arcano, infatti fu un fulmine a distruggerla, l'incendiandola completamente.
   Gli etruschi custodivano comunque gelosamente il loro sapere su come invocare i fulmini dal cielo, lì dove dimoravano gli Dei. Quando più precisamente nell’anno 408 dell’Era Volgare, Zosimo (Storia nuova, 5,41) narra
che i barbari insidiavano Roma e il prefetto Pompeiano pregò papa Innocenzo I che concedesse a un gruppo di sacerdoti etruschi di svolgere dei riti per invocare lampi e fulmini contro gli invasori. Innocenzo malignamente
acconsentì purché, «anteponendo alla propria fede la salvezza di Roma», la cerimonia etrusca fosse avvenuta di nascosto. Questo, i fieri sacerdoti non lo accettarono e se andarono con gravi conseguenze per la città eterna.
 Fonti:
 - Itinerari Etruschi, Nicosia, 1985, Pagg. 291 – 294
 - Guida Insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi, F. Chiesa, G. M. Chiesa, pag. 305

Sulla leggendaria Sextum
   In una zona compresa fra il fiume Arno e il Serchio, alle pendici nord-ovest del Monte Pisano, vi è un terreno, che ancora negli anni ’80 era in parte paludoso, conosciuto come «Bacino di Bienlina» (o anche il suo «lago»). Questo lago inizia tra Vicopisano e Calcinaia e si conclude nelle campagne prossime alla città di Lucca.
   Tra la gente del posto corre una suggestiva leggenda secondo cui il «lago» avrebbe avuto origine da uno spaventoso terremoto. L'improvviso cataclisma inghiottiva una città arcana e corrotta chiamata Sextum, i cui ruderi, secondo tenaci affermazioni, sono individuabili sotto le acque a una certa profondità.
   Un cedimento del terreno in tempi remotissimi sembra confermato in una Statistica della Provincia di Pisa, del 1863. In quell’anno ci fu un ritrovamento di alberi «posti verticalmente» (querce assai fitte, a bosco) alla profondità di oltre 10 metri.
   La città sarebbe scomparsa a causa di un spaventoso diluvio e i pescatori potevano vedere i resti sul fondo del lago, tanto che usavano perfino le strade
della città e le sue piazze come punti di riferimento per le loro battute di pesca.
   Viene da domandarsi se questa leggenda sia da collegarsi a quella tradizione, già antica nell’antica Roma, in cui si narrava che l’unica popolazione a salvarsi in Italia dal diluvio universale siano stati gli Umbri.      Oggi l’archeologia identifica quei resti come appartenenti ad innumerevoli case coloniche romane, tanto che l´area era chiamata "la pianura delle 100 fattorie". Un imponente strada di collegamento ricordata dal geografo greco Skylax, passava da questa città e metteva – nel IV secolo a. E. V. – in comunicazione Spina e Pisa con un viaggio di tre giorni.
   Se davvero sextum fu una colonia romana, non fu certo l’unica a scomparire.
   In Corsica, nonostante il suo aspetto sassoso e a detta di Strabone impraticabile, vi erano ampie zone coperte di boschi inesplorati dove nel III secolo prima dell’Era Volgare vi si perse un gruppo di coloni romani.
 Fonti:
 - Itinerari Etruschi, Nicosia, 1985, pag. 63
 - http://www.antikitera.net/news.asp?ID=2303
 - Platone in Italia, Vincenzo Cuoco 1824, pag. 354
 - Guida Insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi, F. Chiesa, G. M. Chiesa, pag. 104

Sull’epatomanzia
Stralci da un articolo di Umberto Di Grazia
   Le similitudini degli Etruschi con i Caldei sono molto rilevanti. «L'arte della epatomanzia (predire il futuro attraverso l'analisi del fegato di animali) etrusca sembra una copia, a volte più raffinata, di quella Caldea. C'è un'affinità incredibile fra mantica Etrusca e Babilonese. […]


   Nel 330 a.C., i detentori della conoscenza erano da tempo asserviti per produrre premonizioni a seconda del cliente di turno. Così la variopinta Babilonia, appare agli occhi di Alessandro il Macedone; ricca di opere d'arte e
di monumenti abbandonati: composta da una eterogenea popolazione. Retta da una casta sacerdotale, affermata da secoli nelle osservazioni astronomiche, e perfettamente inserita negli intrallazzi politici. Fece molto scalpore, durante la cerimonia per festeggiare il potente Alessandro, un aruspice etrusco «indipendente». Infatti costui sbalordì tutti nell'arte della epatomanzia e ancor di più per la sua profezia che avvertì della imminente fine del prode condottiero. Potete immaginare le reazioni che si ebbero verso questo straniero non allineato. Ma il tempo e i fatti successivi dimostrarono la validità dell'aruspice etrusco.»
   - Giornale dei Misteri n. 89 del 1978


Su Viterbo



   Si narra che un giorno Ercole volesse visitare il tempio di Voltumma situato ai piedi del monte Cimino e chissà perché, forse s’era infuriato per qualcosa di storto che aveva visto oppure voleva dar mostra della sua forza mostruosa – và a sapere – creò il «Lago Cimino»; tal’altro senza che chi tramandò questa narrazione spiegasse cosa usò, se il suo pugno o la sua clava. La leggenda era ben viva tra pastori e contadini quando arrivò al’inizio del ‘500, ad affrescare le sale del Palazzo Farnese di Caprarola, Federigo Zuccari, artista del tardo manierismo italiano.
   Sempre fra il popolo delle campagne girava la storia del funesto episodio di quel pastore che fu inghiottito in un acquitrino della Grande Macchia e fu trasformato in una statua; egli è lì fermo, da decine di secoli, a custodire un gregge di pecore d'oro ripiene di gemme e pietre preziose.
   Altra voce è quella della «chioccia dai pulcini d'oro», che ricorre in tutti i paesi delle campagne toscane e meridionali ed arrivò fino alla grotta della Sibilla, nei Sibillini, sopra l'incantevole Castelluccio, dove regnano le fate... ed infine da lì perfino nell’antica città marchigiana di Camerino fondata anticamente dalla tribù dei Camerti Umbri e distrutta definitivamente dal terremoto del 2016; qui la chioccia è sepolta negli inaccessibili sotterranei della famigerata Rocca dei Borgia insieme a bauli colmi di gioie favolose.

 
  Secondo la  Guida ai misteri e segreti del Lazio, Sugar del ’69, al posto del lago di Genzano, in provincia di Roma c'era una volta un paese in cui abitava anche una vecchia saggia. Costei un giorno sentì una voce che le raccomandava di uscire dal paese e di non voltarsi indietro per nessun motivo. La vecchia prese le sue cose e cominciò ad allontanarsi dalla sua casa quando le giunse alle orecchie un  grande boato:   dimenticando  ogni prudenza si volse e vide un lago dalle acque agitate al posto del paese. La vecchietta vive ancora in una grotta sul Monte delle Due Torri presso Genzano, e ogni tanto la si può vedere aggirarsi tra le rovine in compagnia dei  suoi pulcini dalle piume d'oro.
   A Viterbo si dice che la chioccia abiti nelle «Grotte di Riello» e dopo aver razzolato sotto le labirintiche gallerie sotterranee che percorrono tutta la zona, esce quando inizia a scender la notte; se qualche passante se la trovasse di fronte, nel vedere lei e suoi pulcini d’oro massiccio che beccuzzano per terra, ne sarebbe troppo stupito da non poterli fermare mentre rientrano nel loro antro.
   Dietro la leggenda della «chioccia dai pulcini d'oro» c’è chi vi ha visto un arcano riferimento al Gran Sacerdote etrusco e ai dodici Lucomoni del suo seguito. Ricordate infatti dove voleva andare Ercole? Ma al veneratissimo santuario di Volturnma, il Fanum Voltumnae, centro religioso e spirituale dei Rasenna, la cui precisa ubicazione resta ancora un mistero.

La processione del Cataletto, così come immaginata dal talento visionario
di Franco Bignotti. Da Martin Mistere n. 4 del 1982

   Ma la zona è comunque poco praticata; infatti in quei luoghi, più esattamente sulla strada del Signorino alla «Caverna del Cataletto», in particolar modo proprio quando la chioccia esce, cioè all'imbrunire è meglio starne lontani. Si dice infatti che in particolari notti estive e senza luna, davanti al’ingresso della caverna si può arrischiare di trovarsi di fronte ad un spaventoso corteggio diabolico; quattro dèmoni portano a spalle un «cataletto» tutto d'oro mentre altri confratelli, pelosi e cornuti, cantano e danzano intorno suonando pifferi, zampegne e timballi. Non molti decenni fa un poveretto che faceva la guardia al suo grano ebbe la sventura di trovarsi davanti al terrificante spettacolo: vide appunto « un prestigioso corteggio di diavoli dal pelame fulvo che trasportavano il prezioso «catafalco» scintillante, impregnato di una propria luminosità, sul quale vi era assiso un uomo vivo, rivestito di festosi paludamenti.
   Viterbo dai tempi della contessa Matilde è sempre stato parte del cosiddetto «Patrimonio di S. Pietro», nonché residenza di papi – tanto che uno di loro nel 1277 fu schiacciato dal crollo del tetto del palazzo dei Papi – e sede di conclavi nel medioevo. Perciò doveva esser sotto mira dei diavoli. E alla mezzanotte di lunedì 29 Maggio 1320, dopo la Pentecoste si manifestarono in maniera sensazionale. Come schiere di uccelli impazziti, un gran numero di «formazioni» di demoni svolazzavano quella notte sul cielo oscuro sopra la cerchia delle mura, minacciando l’atterrita città di distruzione. I popolani impazziti dal terrore si radunarono nella Chiesa della Santissima Trinità e iniziarono ad alzar cori di preghiere alla Vergine. I diavoli infastiditi di tutte queste invocazioni ritornarono da dove erano sbucati fuori, nel vicino lago Bulicame.
-        Itinerari Etruschi, Nicosia, 1985, Pagg. 267 – 268

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

va agli

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.