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sabato 21 gennaio 2023

Volos, il dio del bestiame e altre divinità slave

 

Volos, il dio del bestiame

e altre divinità slave


Nello stato più grande del pianeta, la Federazione Russa, esiste nel oblast* di Leningrado, una città che è dal 1927, il capoluogo di una provincia** a cui dà il nome.

*L’Oblast è una ripartizione amministrativa corrispondente grossomodo ad una regione, che ha sostituito  dal sec. 18° gli antichi governatorati, e che - in quella di Leningrado - ha conservato ancora oggi  la denominazione sovietica.

La “regione” in senso geografico è invece la Carulia.

   **Una provincia, un rajion, una suddivisione amministrativa di secondo livello, grossomodo appunto una provincia oppure se preferite un distretto. Il bello è che nella wiki serba è denominata Волосовског рејона, Volosovskog rejona… una parola che si avvicina a regione.

   È la città di Volosovo (Волосовског). Si trova a circa 85 chilometri a sud-ovest del centro storico di San Pietroburgo (l’ex-Leningrado), e la città stessa è attraversata da un’importante ferrovia che collega Pietroburgo con Tallinn in Estonia. In senso geografico, la città si trova nella zona di Ižorski pobrđe [La collina di Izhorsko (in russo: Izhorskaya vozvyshennost) che è un’altura a forma di collina nella parte occidentale della regione di Leningrado, nel nord-ovest della parte europea della Federazione Russa, e ha un’altitudine di 135 metri].

 



La chiesa di Volosovo dedicata a Sant’Alexander Nevsky [Alexander Yaroslavich Nevsky (in russo: Александр Ярославич Невский; 30 maggio 1220 – 14 novembre 1263) principe russo e santo della Chiesa ortodossa russa.]

 



Il moderno insediamento urbano che si è sviluppato dalla stazione ferroviaria istituita nel 1870 (e su cui presumo lo stesso Ilic ritornò in patria nel ’17), prende il nome dal vicino villaggio omonimo, menzionato per la prima volta in fonti scritte sulla mappa di Ingermanland dal 1676 con il nome di Wolosowa.

 


La Mappa, scovata in rete grazie alla wiki serba

                                               

   Ma la ragione del nome della città è nella sua antica leggenda, menzionata nel sito ufficiale di Volosovo e che ho cercato di adattare alla meglio, come il resto di questo scritto

«Nel luogo tra i villaggi di Kandakul e Seltso, gli antichi slavi adoravano il loro dio pagano Veles (Volos), il santo patrono dell’allevamento del bestiame. È dal suo nome che deriva la denominazione di Volosovo. Il simbolo di un vecchio seduto su un trono con un orso e un toro che esce dietro di lui simboleggia l’immagine dell’antico dio slavo della fertilità, il “dio del bestiame”. L’antico culto russo di Veles è associato alla venerazione dell’orso come protettore degli animali. Secondo Rybakov, Veles è lo spirito di un orso morto, che doveva essere placato. L’orso è il “re della foresta”, a cui sono state fatte le richieste per la sicurezza di tutto il bestiame. Rybakov scrive che “Veles” può agire sia sotto forma di orso, appunto il “re della foresta”, sia sotto forma di toro, rappresentante della “ricchezza cornuta”. L’orso è un simbolo di lungimiranza e il toro è un simbolo di fertilità e prosperità. L’arpa simboleggia la menzione nel Racconto della campagna di Igor di Boyan come nipote di Veles. Il verde è il colore tradizionale della natura, il suo risveglio ad ogni primavera, simboleggia speranza, abbondanza, salute, libertà e gioia. Simbolo della ricchezza forestale e dei terreni agricoli. Oro: grandezza spirituale, potere, forza, costanza, giustizia, virtù, fedeltà.»

   Tutto questo si ritrova nello stemma della città di Volosovo, la cui descrizione araldica è «In un campo verde, seduto proprio su un trono damascato d’oro, un vecchio in lunghi, antichi abiti russi, tiene un’arpa sulle ginocchia, su cui è posata la mano destra, e un bastone nella mano sinistra. Da dietro il trono, ai lati, un toro emerge a destra e un orso a sinistra. Tutti i pezzi sono d’oro.»

 

 

Il simbolismo dello stemma: La figura dorata di un vecchio simboleggia la storia secolare di oltre 500 anni di Volosovo. La prima menzione di Volosovo risale (scrive il sito cittadino) al 1499. Per molti secoli Volosovo è stato un piccolo villaggio situato tra le foreste (il colore verde del campo, simbolo dell’orso), che ha avuto il suo sviluppo solo nella seconda metà del XIX secolo. L’arpa sulle ginocchia di un vecchio è un simbolo della ricca cultura spirituale della regione, lo sviluppo dell’arte popolare a Volosovo. Nella terra di Volosovo si svolgono feste distrettuali e regionali. L’orso simboleggia Volosovo come il centro della regione forestale e il toro - come il centro della regione agricola.

Tanto che le prime strofe  dell’inno della città di Volosovo [Гимн города Волосово] recitano:

Велес, Волос, Власий – божество, - Veles, Volos, Vlasy - una divinità,
От тебя наш град берет начало. - La nostra città nasce da te.

 

In russo, ho trovato  tra i vari significati derivati da Veles/Volos,  c’è anche il nome Vlasiy (dal greco Βλάσιος – “semplice, maleducato” o “pigro, goffo, stupido”) è un nome maschile; e in pratica ho trovato il corrispondente del nostro Arlotto. Eh! Il piovano mi è sempre vicino in questi giorni…

Secondo il dizionario Dalya kak della chiesa e dell’antica Volos, Vlasatyj — «peloso, arruffato, ricoperto di peli, pelliccia.

Però, torniamo a ciò che mi interessa, ovvero che Vlas in rari casi è identificato con il nome del dio slavo Veles (Volos), che era il patrono del bestiame. [scovato in https://ru.wikipedia.org/wiki/Влас ]

 

   Non sono riuscito a trovare altro da fonti russe, forse per colpa dell’embargo euro-yankee, perciò mi sono rivolto a fonti serbe.

Da un forum serbo che ha delle pagine dedicate alle mitologie slave, ho trovato dei ricercatori che mi hanno fornito altre strade e mi si è scoperchiato un mondo fantastico che in alcune pratiche mi hanno fatto ricordare qualcosa – piccoli riferimenti – di quelle dei nostri antichi padri, Etruschi, Umbri, Piceni e in seguito Romani.

Del resto tra gli italici e gli slavi vi è di mezzo il cosiddetto Golfo di Venezia ovvero il mare Adriatico che dall’antichità, passando al medioevo (Aquisgrana nel Piceno e i suoi contatti con l’altra sponda di quello stagno, come lo chiamava Carlo Magno*) e più oltre, erano frequenti.

*Carlo Magno, nel  ricevere a corte in Aquisgrana un’ambasceria bizantina, si lasciò  sfuggire che, se non ci fosse stato quello stagno a separarlo da Bisanzio, avrebbero potuto mettere le mani sulle ricchezze dell’Oriente.

V. Notker Balbulus, Gesta Karoli Magni Imperatoris, I, 26, p. 743.

   Nel Forum serbo, ho trovato scritto che «Il nome Volos è probabilmente solo uno degli epiteti di quella divinità che serviva a evitare di pronunciare il suo vero nome tabù, e che indicava la pelosità di Volos, cioè al fatto che era immaginato come un dio ricoperto di pelliccia. Secondo questa interpretazione, i Vlašići sarebbero i Vološići, i figli del dio Volos.»  

I ricercatori del forum collegano Volos anche alle costellazioni…

«La gente ha spiegato il nome anche dal fatto che in base alla posizione dei Vlašić si può stimare “da un sottile capello sottile” che è l’ora della notte, mentre nel Primorje si diceva che i Vlašić si chiamassero così perché escono da dietro la montagna che è dalla parte di Valacchi.

Vlasice, o le Pleiadi, sono usate da molti popoli, incluso noi, per determinare l’ora della notte (“su di un sottile capello”).»

Inoltre…

«L’apparizione di Vlasica nel cielo il giorno di San Pietro significava l’arrivo dell’alba e la gente andava a falciare a quell’ora della notte. Intorno a Bozica, i Vlasici tramontavano prima dell’alba, quindi era ora di alzarsi. »

E ancora…

«La nostra gente conosceva le Pleiadi fin dai tempi antichi, ma le chiamano con il loro nome: Vlasici, o (più raro) Vlascici. Il nome potrebbe derivare dall’antico nome slavo di queste stelle: Vlasezelisti (o in altre varianti: Vlasozelisti, Vlasozilisti, ecc.). In Russia, sono di nuovo chiamati Volosozari (e anche la costellazione di Baba), che deriva dal nome dell’antico dio slavo Volos. Vlasici, o Volosici, in tal caso, sarebbero i figli di questo dio.»

in più…

«Veles era equiparato non solo a un orso, ma anche a un serpente. Tuttavia, c’è una convinzione in cui Veles è un animale completamente diverso. La credenza popolare russa dice che i lupi escono dalle fosse su Ilindan. Questi, come bestie, rappresentano l’avversario di Perun. Nell’epopea russa, una persona di nome Volyh, che è etimologicamente vicina a Volos, si trasforma in un lupo grigio.»

 



"Weles" sotto forma di lupo The Mythology of All Races (1918).

 

Infine…

«La tradizione russa (ed era presente anche in Serbia) di un orso che danza intorno a un bastone è il giro dell’Orsa Maggiore, l’occhio dell’albero del mondo, Polaris.»

https://forum.krstarica.com/threads/slovenska-mitologija.92160/page-8

 

   Davvero affascinante. Le notizie sono tante, difficili da tradurre e mi fermo qui. Ma nel forum viene indicato anche un testo degli anni ’60.

Da questo libro che è la Gazzetta del Museo Etnografico di Belgrado vol. 26 [Гласник Етнографског музеја у Београду књ. 26] del professor Vladimir Živančević, ho provato a tradurre qualche frase dal cirillico con molta difficoltà (non è stato come con i fumetti di Blek e Tarzan, che il serbocroato era in caratteri latini) usando sempre il traduttore in rete e ho beccato…

A pag. 40

«Una di queste divinità teriomorfiche* era Volos. Sono noti a lungo e a breve, tra il X e il XII secolo, che per la distruzione del paganesimo degli slavi baltici, nella loro disperata resistenza contro il cristianesimo, nascondevano gli idoli, e spesso ritornando al paganesimo.»

*Teriomorfismo: s. m. [der. di teriomorfo, sul modello di antropomorfismo]. – Termine con cui, nel linguaggio etno-religioso, viene indicata l’attribuzione di connotati animali a divinità e ad altre figure mitiche (in parte, come nella sfinge egiziana, o integralmente, come nel leone di Giuda) secondo un modo espressivo della letteratura mitologica e delle arti figurative diffuso in tutte le culture antiche e moderne, ispirato alle concezioni e alla storia di ogni singola cultura cui occorre riferirsi per interpretarne il significato simbolico: l’agnello, il capro, ecc., nel linguaggio biblico e cristiano, la vacca nella religione indù, il coyote e il bisonte in alcune culture amerindie del Nord America, il ragno e il serpente in alcune culture africane, e così via.

V. https://www.treccani.it/vocabolario/teriomorfismo/

A pag. 46

«Non solo gli occidentali, ma anche dei russi e altri storici della religione chiamano Volos il dio del bestiame. […] Questa interpretazione si basa sulla cronaca di Nestore (XI – XII secolo), in cui Volos è menzionato in due punti come il dio del bestiame. Brikner crede che ciò derivi dal fatto che il popolo cristiano, russo e greco, con una certa presa in giro del paganesimo, chiama Volos il dio del bestiame, ovvero il dio della gente comune. […] Nestore il cronista scrive parola per parola:

 


Утврдише мир, заклевши се оружјем своим и Перуном, богом својим, и Волосом, скотјим богом - giurarono sulle loro spade nel nome di Perum, il loro supremo dio, e di Volos, dio del bestiame*

   * Parola per parola sarebbe “Stabilirono la pace, giurando con le loro armi a Perun, il loro dio, e a Volos, il dio animale”.

V. https://fdocumenti.com/document/la-cronaca-di-nestore-o-racconto-dei-tempi-passati.html?page=1

La traduzione del testo in italiano, invece è presa da questo libro in rete. Tra l’altro questo passo della pace con i Greci avviene nel cap. XXI. Spedizione contro i Greci, ambientato tra gli anni 899-901; da notare che come nel libro dei prodigi di Ossequente viene segnalato alla fine del capitolo all’anno 911 “una grande stella a forma di lancia [cometa] si mostrò a Occidente.

Ma poi il dio Volos viene ancora citato  al Cap. XXXV Guerre di Svjatoslav contro i Greci e trattato di pace (972) “Come ho già giurato [parla il principe russo Svjatoslav] dinanzi agli imperatori greci, e insieme a me i bojari e la Rus’ Intera, osserveremo il precedente trattato. Se noi non osserveremo quando già annunciato, io e coloro che sono sotto il mio potere siano maledetti dagli dèi in cui crediamo, da Perun e da Volos, dio del bestiame, e che possiamo diventare gialli come l’oro e si possa perire dalle nostre armi.”

   Inoltre ho trovato un altro testo che dice “La presenza di due divinità pagane, nella fattispecie un Dio della folgore e un Dio dell’abbondanza, nella sanctio del 971 (e, ricordiamolo, nella ‘cornice’ del 907), portò  Unbegaun (1948: 400-402) [Boris Undegaun era un professore di Mosca.] a porsi la domanda, più che logica e alla quale credo non si  possa che rispondere affermativamente: “Dal momento che i Normanni-Rus’ erano gli  uni guerrieri, gli altri mercanti, non si potrebbe vedere in Perun-Thor il protettore dei primi [...], e in Volos quello dei secondi [...]?” (cf. Herrera Cayas 1982: 23).” V. Alberto Ot Boga i ot Peruna. I trattati tra la Rus’ e Bisanzio. Pag. 22

   Apostrofando Volos come il dio del bestiame, il cronista ha ovviamente prima enfatizzato Perun, il dio in forma umana, e poi Volos, il dio in forma animale.»

E ancora a pag. 48

«[…] nel senso che Volos può essere il dio del bestiame, perché il bestiame gli viene sacrificato, come divinità ctonia*.»

* ctònio agg. [dal gr. χϑόνιος, der. di χϑών -ονός «terra»], letter. – Sotterraneo. Nella mitologia greca, divinità ctonie, dèi ctonî, divinità sotterranee il cui mito era in qualche modo collegato con la vita terrestre o sotterranea; divinità ctonia per eccellenza fu Ade, signore degli Inferi, per i Greci, Dite per i Latini. Nella storia delle religioni il termine è riferito anche a divinità, figure mitiche e leggendarie, sempre connesse con la terra, di civiltà religiose diverse da quella greca.

V. https://www.treccani.it/vocabolario/ctonio/

Ah, certo! Nestore non è il cavallo presente in una delle ultime pellicole di Alberto Sordi.

  A questo punto mi sono rivolto verso una certa enciclopedia in rete, però serba, e ho trovato

 

Veles (dio)

https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%92%D0%B5%D0%BB%D0%B5%D1%81_(%D0%B1%D0%BE%D0%B3)

 


Kublov, distretto di Beroun, regione della Boemia centrale, Repubblica ceca. Un idolo di Veles, il dio slavo, dal 2003 sulla collina di Velíz.

 

Veles, dio dei campi e delle foreste.

Veles o Volos è un dio slavo dei campi, dei pascoli e delle foreste, cioè dei raccolti, del bestiame e della fauna selvatica.

La sua controparte animale è l’orso, mentre nel cristianesimo il suo ruolo è stato assunto da San Vlasio.

Ci sono alcuni autori gli attribuiscono la protezione della poesia.

 

   Tra gli slavi orientali (gli odierni russi, bielorussi e gli ucraini*)

*Ovviamente per gli Ucraini, ci si riferisce alla popolazione di discendenza vikinga-russa e non a quella di origine “tedesca”. Per un’idea, e solo un’idea, di ciò di cui mi riferisco vedi  https://it.wikipedia.org/wiki/Ostsiedlung sull’emigrazione tedesca, e in misura minore anche olandese, danese, fiamminga nell’est europeo.

compare il nome Volos, mentre tra gli slavi occidentali e meridionali è chiamato Veles. I Valacchi, in quanto pastori, prendono da lui il nome.

   In Veles, gli slavi videro un dio che si prende cura del loro cibo. Questo era ancora il caso nella comunità dei cacciatori-raccoglitori quando lui, come regnante della foresta degli orsi, si assicurava che ci fossero selvaggina e frutti a sufficienza per le persone, ma si prendeva cura anche di animali e piante, difendendoli dalle persone. Dopo il passaggio ad una comunità di tipo agricolo-zootecnico, si occupò anche delle coltivazioni e del bestiame. Era incaricato di assicurare che il raccolto fosse sufficiente e, se possibile, abbondante, che non fosse falciato dalla grandine o da qualche pestilenza, e che il bestiame si moltiplicasse e non soffrisse malattie e fame.

Per cui divenne anche dio dei campi.

Queste credenze furono conservate nella cosiddetta consuetudine. La barba di Veles o di Dio, come anche viene chiamata, è il primo (oppure l’ultimo) covone di grano che viene legato e, dopo essere stato tagliato, viene posto in cima al granaio oppure riposto in casa. Mi vengono in mente le usanze citate da Frazer nel suo Ramo d’oro…

I chicchi di questo fascio vengono utilizzati come i primi da seminare nell’anno seguente, ma anche per fare la farina da cui poi vengono impastati dei pani speciali, e tra i serbi con questa stessa farina si impastava una particolare torta slava.

 

Naturalmente restava sempre il dio del pascolo (bestiame) visto come i russi giurano su Veles come un dio del bestiame (come abbiamo visto più sopra).

Ma restava anche il dio della foresta, non per niente si ritiene che la forma teriomorfa e originaria di Veles fosse l’Orso, che rappresentava il re della foresta che si prendeva cura degli animali e dei frutti della foresta, oltre che della foresta stessa.

 

Ma passiamo a un altro aspetto, quello di dio degli inferi

Dei ricercatori vedono in lui il dio slavo degli inferi o il mondo sotterraneo (Ctonio) che è il mondo dei morti in varie tradizioni religiose, situato al di sotto del mondo dei vivi.

 

Ygdrasil,

un moderno tentativo di ricostruire l’albero del mondo antico norvegese che collega cielo, terra e mondo sotterraneo. Dalla wiki serba

 

I primi slavi credevano in un luogo mitico dove gli uccelli volavano durante l’inverno e le anime vi andavano dopo la morte; questo regno era spesso identificato con il paradiso ed era chiamato Viraj.

Si diceva anche che la primavera arrivasse sulla Terra da Viraj. Le porte di Viraj impedivano ai mortali di entrare. Erano sorvegliati da Veles, che a volte assumeva la forma animale di un rarog, tenendo tra gli artigli le chiavi di altri mondi.

 

Ragog [Рарог]


   Rarog, Rarašek, Rarig è un essere mitologico antico slavo - uno spirito ardente a forma di uccello, associato al culto del focolare.

Secondo le leggende conservate nella Repubblica Ceca, Rarog può nascere da un uovo, che un uomo cuoce su un fornello per nove giorni e nove notti. Rarog è rappresentato come un uccello (di solito con in mano una preda) o un drago dal corpo infuocato.

https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%A0%D0%B0%D1%80%D0%BE%D0%B3

 

Viraj era anche talvolta associato a una divinità conosciuta come Rod, apparentemente situata molto al di là del mare… alla fine della Via Lattea.

Di solito Viraj era immaginato come un giardino, situato sulla chioma dell’albero cosmico. Si diceva che nei rami annidassero gli uccelli, che di solito venivano identificati come anime umane.

Quando la popolazione slava si convertì gradualmente al cristianesimo (ad esempio durante la cristianizzazione dei Rus [Russi] di Kiev [portata avanti dal principe Vladimir I il Grande alla fine del X secolo. Le fonti danno indicazioni contrastanti circa sull’evento è solitamente attribuito all’anno 988 oppure al 990-991] e della Polonia [https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%9F%D0%BE%D0%BA%D1%80%D1%88%D1%82%D0%B0%D0%B2%D0%B0%D1%9A%D0%B5_%D0%A0%D1%83%D1%81%D0%B8%D1%98%D0%B5  ] ), si diffuse una nuova versione di questa credenza in cui esistevano due di questi mondi: uno analogo al mito originario, il luogo celeste dove gli uccelli volarono via e l’altro un mondo sotterraneo per serpenti e draghi (Il drago è un essere mitologico presente nelle tradizioni e credenze di tutti gli slavi), spesso associato all’idea cristiana dell’inferno.

 

   Riguardo l’albero cosmico, Galileo Ferraresi nel suo libro Una Fragola fra i ghiacci narra (alle pagine 43-46) di quando nel ’77, lui e il suo amico Alfonso arrivarono in un villaggio di una popolazione guerriera chiamata Naga, nello stato indiano del Nagaland, confinante con il salgariano Assam. «Una sera, attorno al fuoco, ci raccontarono che una volta il mondo non era come lo vediamo adesso, era molto diverso e tutti erano felici. Era sempre primavera, poi un uomo malvagio tagliò l’albero che collegava la terra al cielo e da allora tutte le cose cambiarono e diventarono come sono ora.» Non finisce qui, nel ’82 a Civitanova Marche conobbe i proprietari di una barca tedesca chiamata Higdrasil che era il nome di un albero della mitologia nordica che collegava la terra col cielo e tutti erano felici, finché uno gnomo lo tagliò gettando il mondo nella malvagità. Scoprì poi che anche in Melanesia vi era lo stesso racconto, anzi perfino i Maya avevano la stessa memoria, ma il nome dell’albero era Ceiba. Leo identifica questa idea dell’albero con l’asse di rotazione terrestre.

 

   Torniamo al dio Veles che è anche descritto come un demone e dio degli inferi. Inoltre, è un costante oppositore di Perun. Il vecchio mito dell’eterna lotta tra Perun e Veles parla di questo: Veles striscia come un serpente lungo il tronco dell’Albero del Mondo per conquistare il cielo, mentre Perun gli lancia dei fulmini e quando lo sconfigge, Perun manda la pioggia sulla terra in segno di trionfo sul demone.

Gli antichi slavi vedono il mondo come un enorme albero, che chiamano appunto l’albero del mondo. Nella sua corona dimora Perun, insieme alla maggior parte degli dei, mentre nelle sue radici dimora Veles, come sovrano degli inferi e signore dei morti.

Inoltre, vi era una festa, che si svolgeva verso la fine dell’anno, quando il Sole invecchia e perde la sua forza; allora il caos diventa più forte, i confini tra i mondi svaniscono e Veles fa entrare i morti nel mondo dei vivi [Non vi ricorda niente del mondo romano?].

Questa festa si chiamava Velika Noć [il traduttore in rete mi dà Grande notte], e appare ancora oggi in alcuni paesi slavi come a Koledo [se ho compreso bene sotto natale], una ricorrenza simile ad Ognissanti o Halloween, ma slava. Dei giovani chiamati koledari o vučari [коледари или вучари] vestiti con vello di pecora, indossavano maschere di mostri e andavano a fare tanto chiasso e cantare canzoni.

 Коледа è un’usanza popolare, secondo la quale, da Natale all’Epifania, un gruppo di giovani mascherati e anche dei giovani sposi visitano ogni casa del paese e cantano canti natalizi, compiendo anche vari atti magici, tutti con il desiderio di influenzare la salute della famiglia ed evocare abbondanza e prosperità della casa. Nell’area della Krajina bosniaca, in cambio si ricevevano doni di cibo da ogni casa. Tra i serbi occidentali, l’usanza è andata persa molto tempo fa, quindi anche le informazioni a riguardo sono molto rare. È stata segnalata tra i serbi in Bosnia, a Ozren, Krnjin, Trebava e intorno a Maglaj, dove i koledari in gruppi da 10 a 15 giovani e tra loro dei giovani sposati visitano un villaggio. Dopo aver cantato una canzone, entrano in casa, cercano vari cibi e spaventano i bambini che vengono impiccati a delle catenine (da qui il nome di appendiabiti o perlomeno è il termine che il traduttore in rete mi ha dato). L’usanza è meglio conosciuta nella Serbia orientale e meridionale. I canti natalizi vengono preparati per alcuni giorni prima di Sant’Ignazio, da qualche parte dal giorno di Nicola, e la preparazione principale consiste nel realizzare maschere.



Una maschera che veniva indossata nella processione del Koled, nel XX secolo durante le vacanze di Natale. Dal Museo Nazionale di Leskovac.

 



Dal Museo della Vojvodina delle foto di Maschere del villaggio Straža (Vršac), 1969 – ‘69

Mi ricordano certe maschere carnevalesche sarde

https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%9A%D0%BE%D0%BB%D0%B5%D0%B4%D0%B0%D1%80%D0%B8

Dovrebbe corrispondere alla “caròla s. f. [dal fr. carole, danza sacra, poi profana], ant. – 1. a. Ballo di più persone che danzavano tenendosi per mano e girando in cerchio, di solito con accompagnamento di canto: fare la c., menare la c.; più spesso al plur., fare carole, tessere carole. b. estens., poet. Danza in genere. 2. Canto che accompagnava la danza; estens., canto in genere, ballata: E sentirai cantar nostre c. (Pulci).”

V. https://www.treccani.it/vocabolario/carola/

  Come all'incirca diceva nel doppiaggio italiano Kim Novak nella pellicola Una strega in paradiso del 1958 «E a natale voglio sentir Carole suonare.»

   Comunque anche se non lo mai vista, questa descrizione mi ha ricordato la scampanata [charivari] descritta nel Roman de Fauvel di Gervais du Bus.

 

Da dio Volos prende il nome un probabile falso, che testimonia dell’antica religione slava, noto come…

il Libro di Veles.

prima tavola del libro di Velez

 

   Il Libro di Veles o Vles è un gruppo di scritte su tavole di betulla scritte in un alfabeto speciale, il cosiddetto vlesovica [così lo definisce il traduttore in rete], e le ultime notizie risalgono al X secolo. Si ritiene che sia stato scritto da sciamani o sacerdoti russi che attraverso di esso descrivono il passato, la vita e la fede dei russi. La sua autenticità non è stata provata, anzi storici e linguisti lo considerano un falso.

Il Libro di Veles è un libro che presumibilmente parla dell’antica religione e della storia slava. Oggi, negli ambienti scientifici (sia tra gli storici come tra i linguisti), l’opinione generalmente accettata e ampiamente documentata è che si tratti di un falso.

Il libro contiene passaggi religiosi e documenti storici, intervallati da quelli più naturalistici. Gli eventi menzionati nel libro possono essere datati dal VII secolo a.C. fino al IX secolo della nostra era.

Secondo la wiki serba Indipendentemente dall’autenticità di questo libro, i neopagani lo usano come loro testo sacro.

Infatti secondo Yuri Petrovich Miroljubov, un russo emigrato negli usa (che molti considerano il suo vero autore) il libro (inciso su delle tavole di betulla) fu trovato nell’autunno del 1919 dal colonnello Fyodor Arturovich Isenbek dell’esercito imperiale, mentre stava cercando rifugio in Ucraina, dove si imbatté in un castello desolato. Vi trovò solo assi di betulla sparse. Dopo averli guardati, si è accorto che vi era scritto sopra qualcosa, quindi li ha portati con sé e ha continuato a vagare per il paese dove era in corso la rivoluzione. Quando la guerra finì, Isenbeck, come molti altri, lasciò il paese e andò prima in Turchia e poi in Jugoslavia, appena nata dalle ceneri della prima guerra mondiale.

Nel 1923 offrì le tavole al Museo Nazionale di Belgrado con un piccolo compenso in denaro, ma questo gli venne rifiutato. Poi si recò a Bruxelles dove incontrò appunto Miroljubov.

Ma Miroljubov avrebbe avuto bisogno di almeno 15 anni per poterlo interpretare. Poi Miroljubov andò in America con il libro di Velez e dette il libro al Museo Russo di San Francisco. Da allora molti esperti si sono occupati di quel libro, tra cui Šajan, Pešić, Kur, Lozko e Lesnoj.

Introduzione al libro di Velez.

Dedichiamo questo libro di Veles al nostro Dio, che è il nostro rifugio e la nostra forza.

A quei tempi era un uomo gentile e coraggioso che lo si chiamava il padre dei russi.

E quell’uomo aveva una moglie e due figlie.

Aveva anche bovini e mucche e molte pecore

e viveva nella steppa e non riusciva a trovare mariti per le loro figlie da nessuna parte, e chiedeva l’elemosina.

Pregò gli dei che il suo raccolto non appassisce così.

E Daybog (1) rispose alla sua preghiera e dopo quella supplica gli ha dato quello che ha chiesto. È così che quelli che sono tra noi si sono sposati.

E siamo obbligati a credere perché è chiaro che il dio Veles porta alla luce.

Siamo in debito con i nostri dei e quindi li lodiamo:

Possa la nostra guida essere benedetta ora e sempre e per sempre.

Gli stregoni lo dissero e se ne andarono.

 

Tavola 11a (Dasciva 11a)

Preghiamo e ci inchiniamo al primo Triglav (2) e gli cantiamo grandi lodi. Lodiamo Svarog (3), il nonno di Dio, che è l’origine e il creatore di tutti gli esseri viventi, dell’eterna fonte che scorre in estate e ovunque, e non gela mai in inverno... E al dio Perun (4) il tuono (o fulmine), il dio di battaglia e della lotta, diciamo: ci fai rivivere girando costantemente il cerchio e conducendo lungo il sentiero della verità attraverso le battaglie della grande Trizna [Велике Тризне] (5)... Diamo gloria al dio Sventovid (6) l’Onniveggente, perché è il dio della Verità e di Giav [бог Права и Јава] (7), e gli cantiamo perché è la luce attraverso la quale vediamo il mondo. Cerchiamo e sopravviviamo a Jav, e lui ci protegge da Nav e quindi cantiamo le sue lodi. Tutta la gloria a Svetovid, il nostro dio che apre i nostri cuori per ammettere azioni cattive e volgersi al bene. I due esseri contenuti nel cielo sono il Dio bianco Belbog (10) e il Dio nero Crnobog (11), ed entrambi sono tenuti e comandati da Svarog.

[https://sr.wikipedia.org/wiki/Велесова_књига ]

   

 

1 – Daybog


Максим А. Пресњаков. Дажбог,1998.

Dazhbog (Crksl. Даждьбог), Dazhbog (Strut. Дажьбогъ, russo: Дажьбог o Дажбог), Dajbog (russo: Дайбог), o Dabog, è una delle principali divinità della mitologia slava, specialmente tra gli slavi orientali. Era il dio del sole e la sua incarnazione. Era anche associato agli inferi, ai lupi e al fabbro e, secondo Veselin Čajkanović, era il dio supremo del popolo serbo e un possibile eroe culturale degli slavi.

La fonte primaria di Dazhbog è il Racconto delle estati passate [in italiano è più esatto Cronaca degli anni passati], o Cronaca di Nestore, che lo descrive come uno degli dei del pantheon di Kiev i cui idoli furono eretti dal principe Vladimir.

“E Vladimir iniziò a regnare da solo a Kiev e stabilì idoli sulla collina e fuori dal cortile con la torre: un Perun di legno con una testa d’argento e baffi d’oro, e Hors, Dazhbog, Stribog, Simargl e Mokosh.”

In uno dei versi indica la sua funzione di divinità solare, così come la sua associazione con i lupi [Lettera sul reggimento di Igor. canzone eroica del XII secolo, tradotta dal russo antico da M. Panić-Surep e stampata a Belgrado nel 1957.]

“Il principe di tutti gli slavi giudica il popolo e assegna le città ai principi, e lui stesso corre come un lupo di notte: da Kiev, Tmutoroknja corre dai galli, dal grande dio Cavallo, il lupo attraversa la strada.”

Nella prima metà del XX secolo, Veselin Čajkanović, in suo libro del 1994 [О врховном богу у старој српској религији A proposito del dio supremo nell'antica religione serba] deduce chiaramente dall’abbondanza di tradizioni e credenze popolari che il nome Dažbog è quasi sempre usato per un essere malvagio, e spesso per il diavolo stesso (Dažbog è anche indicato come il re dei diavoli) e giunge a due possibili conclusioni: Dažbog [Дажбогу] era il dio degli inferi, per questo veniva identificato con il diavolo. Dažbog era il dio supremo dei serbi, motivo per cui doveva essere identificato poi al diavolo. Analizzando le sue caratteristiche nel folklore, Čajkanović conclude che era senza dubbio una divinità ctonia, sulla base della quale lo identifica con il dio slavo dei morti.

Osservando la religione popolare serba, sempre Čajkanović conclude che è prevalentemente ctonia (battesimo, usanze durante il Natale, l’arrivo di San Nicola e San Sava in inverno...) il che dovrebbe significare che anche il dio supremo è una divinità ctonia, quindi dovrebbe essere Dazhbog.

Si ritiene infatti che quando un mitico antenato che viene a visitare la famiglia, oppure sia una divinità che vaga per la terra e viene in casa per scaldarsi e che dovrebbe assicurare un fruttuoso anno a venire. Questa divinità molto probabilmente sarebbe Dažbog a causa del fatto che è una divinità errante, nonché il mitico antenato degli slavi.

Con l’arrivo del cristianesimo il suo ruolo fu dato a San Sava, che gira fra la gente e risolve i problemi degli abitanti dei villaggi attraverso la sua saggezza. Probabilmente anche a causa del forte culto di Dazhbog, il dio fu demonizzato e appare in molte storie come Hromi Daba [Хроми Даба], un’entità diabolica.

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/Дажбог

2 – Triglav


Триглав у Волину - Triglav a Volin

 

Triglav (lat. Triglau) è una divinità a tre teste nella mitologia degli slavi baltici, probabilmente il dio della guerra. Tuttavia, in quanto dio supremo, ha anche il triplice ruolo di una divinità che svolge tre funzioni: Divinità della nascita, Divinità dell’aldilà, della morte e degli antenati. La divinità che deve sostenere la vita umana. Inoltre, la somiglianza di Svetovid e Triglav porta a pensare che possa trattarsi della stessa divinità, chiamata in modo diverso in diverse regioni.

Il centro del suo culto era a Stettino e nel Brandeburgo. A Štetin, che era circondata da tre colli, su quello centrale e più grande vi era un tempio dedicato a Triglav. In esso era collocata una statua di culto di un dio con tre teste e una benda dorata sugli occhi e sulla bocca. Si credeva che le tre teste simboleggiassero l’autorità del dio su tre regni separati: paradiso, terra e inferno, e che la benda dorata mostrasse che il dio non voleva vedere o conoscere i peccati dei mortali. Vicino al tempio era tenuto un cavallo corvo [così è scritto коњ вранац, forse era un cavallo nero come un corcvo] con una sella d’oro e d’argento, che veniva utilizzato per la divinazione prima delle campagne militari. Nove nuove lance furono quindi poste a terra, a un cubito di distanza, e poi il cavallo imbrigliato e sellato si incrociò tre volte in entrambe le direzioni. La campagna sarebbe stata intrapresa solo se il cavallo di Triglav non avesse toccato una sola lancia durante l’attraversamento.

Ottone di Bamberga (Mistelbach, 1060 - Bamberga, 30 giugno 1139), vescovo cattolico tedesco di Bamberga – viene considerato un santo nella Chiesa cattolica romana [https://sr.wikipedia.org/wikiОтон_Бамбершки], distrusse il santuario di Štětín e inviò al Papa a Roma tre teste mozzate dalla statua del culto di Triglav.

Statue del culto di Triglav che sono state trovate in altri luoghi erano argentate o dorate.

 


Il monte Triglav in Slovenia

 

Anche un toponimo molto importante in Slovenia è Trigava, cioè il monte Triglav, che è stato incluso nello stemma sloveno. Questo tipo di rispetto può indicare che un tempo era la divinità suprema nel territorio della Slovenia.

Triglav, come Svetovid, è un buon profeta e mostra la sua volontà alle persone per mezzo di un cavallo nero a lui dedicato. E il corvo di Triglav nessuno è permesso toccarlo, tranne quattro sacerdoti, che lo sorvegliano e lo puliscono. Un prete lo segue sempre. Ha la sua sella sacra adorna d’argento e d'oro, ed è sempre appesa alla sua statua nel suo tempio. Triglav era considerato molto benevolo con l’uomo. Il modo in cui profetizza il corvo di Triglav è diverso dal modo in cui profetizza l’uomo bianco di Svetovid. Triglav, come gli dei di Rujn e Retra, e come tutti gli dei slavi, è soprattutto un dio della guerra. Alcuni studiosi pensano che Triglav sia probabilmente una forma ringiovanita di un’antica divinità panslava.

È anche colui che copre i campi con l'erba e dona tutto ai suoi devoti.

   Il libro di Veles presenta Triglav come una divinità che appare in tre personaggi diversi. Questo concetto ricorda certo l’insegnamento cristiano sulla santissima trinità, ma è ricorda anche meglio l’insegnamento vedico sulla divinità chiamata Trimurti. La divinità Trimurti era composta da tre divinità (Brahma, Vishnu e Shiva) che, pur avendo una propria identità divina, rappresentano in realtà le diverse qualità di una forza cosmica (creazione, mantenimento e distruzione).

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/Триглав  

 

3 – Svarog


Svarog, in una raffigurazione di Andrey Shishkin.

 

Svarog è un dio disincarnato slavo, il creatore primordiale del cielo luminoso sotto il cui tetto “tutto nasce e accade”. È il capostipite della terra e di ”ogni genere e frutto”, cioè di tutto sulla terra, ma anche il creatore dell'intero universo, così come di tutti gli dei.  

Questo Dio era considerato da tutti gli slavi “pieno di gloria e divinità” perché governa il cielo che è al di sopra e al di là di tutto, ma include tutto. Svarog dorme e nel sonno ha creato questo mondo che ha affidato a Perun e agli altri dei perché lo custodissero e lo gestissero. Non agisce direttamente sull’ambiente fisico, materiale del sognatore, ma quindi influisce direttamente sulla volontà degli altri dei, ed è qui che la sua influenza è enorme. Il suo risveglio segnerà la fine del mondo. Nomi alternativi Rod e Usud.

   Il pantheon degli dei slavi differisce dagli altri pantheon politeisti in quanto le divinità slave non sono collegate da rapporti familiari o matrimoniali in senso umano, tranne per il fatto che tutti gli dei sono “figli di Svarog”, che provengono da lui. È difficile determinare con certezza come fosse il pantheon degli dei slavi. Ci sono diverse forti indicazioni che tutti gli slavi avevano un dio supremo comune e che, nonostante le opinioni diverse, tutti le divinità slavi esistevano tra tutti i popoli slavi. Gli storici della religione concordano sul fatto che gli slavi avessero un dio supremo, una divinità tutta slava, ma differiscono su chi fosse: Svarog, Perun, Svetovid, Svarožić o Triglav. La loro gerarchia è instabile, perché ogni tribù era particolarmente legata al “proprio dio”, il protettore tribale, celebrato e rispettato più delle altre, e ancor più del dio supremo. Qualcosa di simile si trova oggi tra le nazioni ortodosse dei Balcani, dove ogni famiglia ha la sua gloria e quella del suo santo patrono. Possiamo prendere seriamente in considerazione questa tesi, perché è confermata da molti: il ricercatore Veselin Čajkanović dice “abbiamo motivo di credere che i culti e le tradizioni, che un tempo erano legati agli dei antichi, siano stati ora trasferiti principalmente ai santi di oggi”. Anche ilo ricercatore Sreten Petrović pensa che il cristianesimo sia solo “innestato sull'antica fede degli slavi”.

Spasoje Vasiliev dice che distruggere l’antica religione era “quasi impossibile, soprattutto non in così poco tempo” e che le grandi feste cristiane erano collocate contemporaneamente alle grandi feste degli dei slavi. Josip Mal dice che, dopo la distruzione dei vecchi santuari o il taglio degli alberi sacri, «nuove chiese furono edificate negli stessi luoghi o nelle immediate vicinanze di essi».

Titmar, nell’XI secolo, giunge a una conclusione simile quando afferma che “ogni regione ha la propria divinità che venera”. È certo che gli slavi, oltre ai “loro” e ad altri dei, rispettavano anche divinità molto inferiori, i demoni, il che è confermato da fonti scritte e materiale folcloristico.

   La cronaca di Ipatiev dell’inizio del XII secolo menziona in particolare il dio che chiama Svarog. Gli slavi Poplav affermano esplicitamente che Svarog è “onorato e rispettato al di là degli altri”. Probabilmente è lo stesso del dio russo antico Rod, che simboleggia la creazione, e il cui nome è la base per i nomi “rodnoverje” e “rodna vera”, come talvolta viene chiamata sia l’antica fede sia la mitologia slava.

E i popoli sciti, che erano sotto l’inequivocabile influenza culturale slava, se non c’erano tribù slave tra loro, rispettavano il dio del cielo, che chiamavano Svargus. Poiché ci sono molte opinioni che la parola svarga tra gli slavi significasse il cielo (il controverso libro di Veles, ad esempio, dice “Il fumo delle steppe bruciate si arriva fino a Svarga”, e questa parola ha un significato simile in sanscrito), forse il nome stesso di questa divinità incarna la sua funzione di dio del cielo, Svarga-boga, anche se alcuni sono più inclini a collegare il nome con la parola svar, che in sanscrito significa il Sole, in antico indiano il firmamento, e in antico slavo luce o chiarezza.

Sebbene la mitologia slava sia politeista, in essa esiste una divinità suprema, l’unico “padre degli dei”, al quale tutti gli altri dei sono subordinati. Già nel XII secolo, Helmold scrisse che gli slavi credevano nell’esistenza di un dio più antico, da cui derivano tutti gli altri:

“Tra i vari dei, quegli slavi non negano che un dio comanda tutti gli altri dall’alto del cielo. Quel dio onnipotente è interessato solo alle cose celesti. Tutti gli altri hanno un’occupazione separata e il proprio lavoro, quindi gli obbediscono. Provengono dal suo sangue e sono molto più vicini a quel dio degli dei”

Questo dio è anche menzionato più volte nella Cronaca degli anni passati, la più antica cronaca russa della fine dell’XI secolo, nota anche come Cronaca di Nestore. Viene sempre menzionato prima di tutti gli altri dei slavi, come se lo stesso cronista considerasse questa divinità senza nome la più importante. Questa divinità è semplicemente indicato come “Dio”, anche se il contesto rende chiaro che questo non è il Dio cristiano: “Che quei cristiani russi che violano questo contratto siano puniti dall’onnipotente Dio, e quelli che non sono battezzati, che siano privati ​​​​di tutto l’aiuto di Dio e di Perun.”

L’idea di un dio supremo slavo, e che in un'epoca in cui non vi era alcuna influenza cristiana sugli slavi, è confermata nei suoi scritti anche da Procopio di Cesarea, storico bizantino dell’XI secolo, sebbene lo identifichi erroneamente con Perun.

La cronaca di Ipatiev sembra confermare la connessione tra il dio Svarog e il cielo quando dice: “Ed è così che gli antichi slavi chiamavano il cielo Svarog.” Nei racconti popolari serbi, la stessa divinità si nasconde probabilmente sotto il nome di Usud; questo è un vecchio che vive da solo, lontano dalle persone, in una specie di montagna o deserto inaccessibile, e in alcune storie è designato come il sovrano sia del paradiso che dell’inferno, ma anche una divinità che determina il destino.

La convinzione della grande influenza di Svarog sulla volontà degli altri dei è probabilmente conservata anche nel proverbio popolare serbo:

“Dio ha piedi di lana e mani di ferro”.

il cui significato è che la giustizia è lenta ma inarrestabile, e che, come dimostra Čajkanović, parla di un dio che non è cristiano, perché le sue mani di ferro indicano la crudeltà delle sue azioni, che è incoerente con la misericordia cristiana. Non può muoversi, come indicato dalla descrizione delle sue gambe "legate con legami di lana", ma la sua influenza è ancora enorme. Le sue “mani”, che eseguono la sua volontà di ferro, sono molto probabilmente in realtà gli altri dei a lui subordinati. Attraverso di loro, lui, incorporeo com'è, influenza il mondo materiale, quindi ne è contemporaneamente assente, ma anche presente in esso attraverso le opere degli altri dei.

Del “sogno eterno” di Svarog, in cui è nato questo mondo, che terminerà con il suo risveglio, probabilmente parla anche l’insegnamento di Bogumil.

Najslavniji stećci u nekropoli Radimlja pored Stoca. Bosanskohercegovački nadgrobni spomenici iz 13. st.

Gli stećci più famosi nella necropoli di Radimlje presso Stolac. Lapidi bosniache-erzegovine del XIII secolo.

Ci sono migliaia di stećak (lapidi medievali a forma di grosse pietre, a volte con decorazioni pittoriche scolpite o iscrizioni. Si trovano principalmente nel territorio dell’odierna Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Croazia, e sono stati creati dal XII all'inizio del XVI secolo. Vedi: https://sr.wikipedia.org/wiki/Стећак ) con iscrizioni scolpite nell’antico alfabeto cirillico e su una delle stećak più famose c’è un’iscrizione che è alla base della loro fede:

“Questo mondo è solo il sogno di un demone.”

Come Dio del cielo è Basato sull’etimologia solare e celeste, Svarog è spesso interpretato come una divinità creatrice celeste il cui ruolo nella mitologia di culto è stato trascurato. Svarog sarebbe il successore dell’ipotetico proto-indoeuropeo *Dyus. In questo caso corrisponderebbe a divinità come il Diaus vedico o il Deus baltico, ma anche lo Zeus greco o Giove romano: queste ultime due divinità assumevano caratteristiche di colpire con i fulmini e occupavano un posto importante nei loro pantheon.

Lo studioso Mikal Tera interpreta Svarog come la controparte del dio del cielo vedico Diaus, che secondo alcuni resoconti è il padre del dio del fuoco Agni-Svarožić e del dio del sole Suri-Dažbog. Lo collega anche alla figura mistica di Sviatogor, il cui posto nelle bilinas è preso da Ilya Muromets, l’erede di Perun – sempre secondo Tera - descritto come stanco, il cui peso la terra non può sopportare, e paragona quest’ultimo motivo alla mitica separazione del Cielo e la Terra, necessaria per mettere in riga il mondo. Si crede anche che Svarog appaia nei miti della creazione.

Henryk Lovmianski ha sviluppato la teoria secondo cui il culto del dio proto-indoeuropeo * Dieus tra gli slavi si è sviluppato in due forme: nella forma di Svarog tra gli slavi occidentali e nella forma di Perun tra gli slavi orientali. Successivamente, il culto di Svarog avrebbe dovuto essere trasferito da serbi e croati dagli slavi occidentali ai Balcani nel VI secolo.

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/Сварог

 

4 – Perun


L’Iris, la pianta di Perun

È il dio slavo del cielo e del tuono, ma anche il patrono dei governanti. Era probabilmente il dio supremo di tutti gli antichi slavi. Il giorno di Perun era giovedì. Perun era dedicato alla pianta dell’iris (dea), ma anche alla quercia. Gli antichi slavi credevano che Perun avrebbe ucciso chiunque avesse infranto la sua parola o mentito in testimonianza con il suo fulmine, ed è per questo che veniva usato in tutti i giuramenti seri e dai governanti quando faceva la pace. Le abilità di Perun sono state sostituite da Sant’Elia tra i cristiani. Nenad Gajić nella sua opera Mitologia slovena crede che Perun sia così rappresentato tra gli slavi da essere scambiato per il Dio supremo. Come scrive Nenad Gajić, Svarog è il Dio supremo e Perun è suo figlio, che può essere visto come Perun è spesso indicato come Svarožić, il figlio di Svarog. I compiti di Perun sono i più responsabili e gode della massima fiducia, quindi si dice anche che Perun gira la ruota di Svarog del cielo stellato o la Ruota Svarog. Secondo antiche credenze, il Ruota Svarogov è l’universo che ruota attorno alla stella polare, che è al suo centro. Perun controlla anche piogge e tempeste.

   Serbi, bulgari e russi (gli odierni russi, ucraini e bielorussi) lo chiamano Perun, i polacchi Piorum, i cechi Peraun e gli slovacchi Peron o Parom. Appare anche tra i popoli baltici (lituani) con il nome di Perkunas.

   Il nome slavo del dio del tuono Perun, corrisponde al nome lituano del dio del tuono Perkunas. Quasi la stessa forma del nome del dio del tuono tra slavi e lituani può indicare l’origine del dio Perun al tempo dell’unità religiosa, e forse linguistica, di slavi e lituani. L’esistenza del dio del tuono come dio supremo al tempo delle credenze politeistiche è evidente anche tra gli antichi greci e romani. Lo stesso posto nell’elenco degli dei, Perun, Zeus e Giove può indicare i fondamenti religiosi comuni degli indoeuropei, cioè che al momento della loro comunanza avevano il dio del tuono come divinità importante o suprema.

Nella Kiev di Vladimir, fu probabilmente raffigurato intorno al 980 con capelli grigi e baffi d’oro. Simile a Zeus e Thor, Perun era probabilmente raffigurato alla guida di un carro e con un’ascia, o un martello, in una mano. Lancia l’ascia contro le persone e gli spiriti malvagi. È legato al sole. La sua arma è una mela d’oro. Il mondo è descritto come un albero, una quercia, i cui rami sono il cielo e le cui radici sono gli inferi.

Veles, quando scappò dal fratello Perun, si nascondeva dove capitava per poter raggiungere gli inferi. Ma, dovunque fosse, i fulmini lo colpivano dal cielo.

   Il primo documento che parla del supremo dio del tuono tra gli slavi fu lasciato dallo storico bizantino Procopio di Cesarea, che nel VI secolo descrisse le credenze degli Antus e degli slavi nella sua opera Storia delle guerre (Οἱ πὲρ τῶν πολέμων λόγοι). “credono (sia gli Antis che gli Slavi) che uno degli dei, il creatore del fulmine, sia l’unico signore del mondo, e gli sacrificano il bestiame e tutti gli altri animali sacrificali”.

Procopio non ha registrato il nome di quel dio del tuono, ma da fonti scritte che sono venute dopo, è chiaro che ha scritto di Perun. Scrive Ivanov nel suo libro edito a Mosca nel 2005 Il culto di Perun negli slavi meridionali [Культ Перуна у южных славян] “Quando la credenza in più divinità scomparve tra gli slavi (forse in Bulgaria), fu creata una traduzione del romanzo su Alessandro Magno, in cui è scritto che Alessandro Magno era il figlio del dio Perun. Ciò dimostra che gli slavi avevano l’idea che gli dei del tuono Zeus e Perun fossero uguali.”

Nella Cronaca di Nestore è scritto che Nell’anno 980, “Vladimir iniziò a regnare da solo a Kiev e fece erigere idoli sulla montagna, fuori dalla corte del terem. La statua al dio Perun era di legno, ma la sua testa era d’argento e la sua barba [o: baffi* d’oro, e c’erano Chors, Daž’bog, Stribog, e Simar’gl e Mokoš. E chiamandoli déi, si offrivano loro sacrifici”.

Non passò nemmeno un decennio e nel 988 il principe Vladimir decise di sposare la principessa bizantina Anna e accettare il suo cristianesimo, rifiutando gli antichi dei degli slavi. “Appena giunto (a Kiev), ordinò di abbattere le immagini dei falsi déi, che furono gli uni fatti a pezzi con l’accetta, gli altri gettati nel fuoco. Ordinò poi di attaccare [la statua di] Perun alla coda di un cavallo e di trascinarlo giù dalla collina lungo la via di Boričev fino al fiume Ručja, e comandò a dodici uomini di percuoterlo con le verghe.“

   Quando gli slavi accettarono il cristianesimo, Perun, connesso con il tuono, venne sostituito da St. Elia. Oltre alle alture vicino a Kiev e su molte altre alture dove vivevano gli slavi politeisti, il dio del tuono, Perun, era venerato, o erano associati a quel dio. A sud-est di Spalato ci sono diverse colline (Perun, Perunsko e Perunić) che prendono il nome da Perun, e il nome di uno di essi è stato conservato fin dalla seconda metà dell’XI secolo. La traccia di Perun è stata conservata in alcuni altri toponimi Perun fino ai tempi moderni, ma in altri casi i cristiani hanno sostituito il nome Perun per alcune vette con il nome di San Pietro, oppure con Elia, un santo cristiano che era il signore del tuono, simile a Perun. Sembra in effetti che il sacrificio del bestiame sia stato trasferito da Perun a Sant'Ilia. Dopo la scomparsa della fede nel dio Perun, il suo nome sopravvisse come nomi personali Perun, Peruna, Perunika e Perunica tra gli slavi meridionali, e da lì derivò il cognome Perun(i)či tra i serbi.

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/Перун  

 

5 – la grande Trizna


“Festa dei compagni russi dopo la battaglia di Dorostol nel 971”. Dipinto del 1884

Di Henryk Ippolitovich Semiradskij (Ге́нрих Ипполи́тович Семира́дский 1843-1902)

 

Trizna - un insieme di riti funebri pagani tra gli slavi orientali o parte di essi, costituiti da canti, balli, feste e gare militari in onore del defunto. La Trizna veniva eseguita vicino al luogo di sepoltura dopo la pira del defunto. Successivamente, questo termine è stato utilizzato come sinonimo del rito di “commemorazione”.

L’etimologia della parola «trizna» non è del tutto chiara. Fra le altre vi quella di Vladimir Nikolaevich Toporov (1928, Mosca - 2005) - Linguista e filologo sovietico e russo, che ha tracciato un’ampia gamma di giustapposizioni di lettere con la tradizione indoeuropea nel quadro dell’idea della Trinità. In effetti, ha avuto l’idea che la trizna significasse tre tipi di conflitto, come la corsa dei tre cavalli, o il sacrificio di tre tipi di animali, che simboleggiano i tre mondi: sotterraneo, terreno e celeste. R. M. Zeitlin, accettando l’opinione che la base del “trizna” esistenziale sia il “tre“ numerico, e anche il significato personale del concetto di tre nella mitologia slava, suggerì l’ipotesi che l’antico “trizna” slavo abbia il formante “izna“ e abbia il significato di “tripla ricompensa”.

   La prima menzione della grande Trizna è sempre nella cronaca di Nestore

“I Drevljani, al contrario, vivevano in modo bestiale, normalmente come bestie feroci; si uccidevano tra loro, mangiavano tutto senza mondarlo e non contraevano matrimonio: essi rapivano le fanciulle quando andavano alla sorgente a prendere l’acqua.

I Radimiči, i Vjatiči e i Severjani avevano la medesima usanza: vivevano nelle foreste, come gli animali selvatici, si nutrivano di ogni cosa senza pulirla, pronunciavano ogni sorta di parole oscene in presenza dei loro genitori e delle loro nuore, non ammettevano alcun matrimonio, però organizzavano dei giochi fra i villaggi e andavano a questi giochi, dove si ballava e si intonavano canti demoniaci, e là ciascuno prendeva la donna con la quale si era già inteso; avevano anche due o tre donne. Quando uno o l’altro moriva, essi danzavano la trizna [banchetto funebre] intorno al cadavere, poi innalzavano una grande pira, ponevano il morto sulla pira, vi accendevano il fuoco e in seguito raccoglievano le ossa, le mettevano in un piccolo vaso e ponevano questo vaso su un palo lungo la strada, come ancora al giorno d’oggi fanno i Vjatiči.” Dalla fine del capitolo X.   

Sempre nella Cronaca di Nestore viene descritto come la principessa Olga si vendicò degli uccisori del marito Igor “e Ol’ga mandò [ambasciatori] ai Drevljani per dire «Ecco, sto venendo da voi; preparate molto idromiele nella città in cui uccideste mio marito, perché possa piangere sulla sua tomba e fare il banchetto funebre in onore del mio sposo».

Essi avendo inteso queste nuove parole, prepararono una grande quantità di idromiele. Ol’ga, seguita da una piccola družina, entrò in fretta verso la tomba del suo sposo, e, giunta, lo pianse e ordinò di preparare la cerimonia funebre. I Drevljani si sedettero per bere e Ol’ga ordinò ai suoi di servirli. I Drevljani chisero a Ol’ga: «Dov’è la nostra družina che ti abbiamo inviato per scortarti?». Ella rispose «Essi sono con me, con la družina di mio marito». E quando i Drevljani si furono ubriacati ordinò ai suoi uomini di lanciarsi contro di loro e di massacrali.” Dal cap. XXIX.

   Lo scopo della festa era scacciare le forze del male dai vivi. Nel russo moderno, la parola trizna è usata principalmente come parte dell’unità fraseologica per fare una trizna ed è intesa principalmente come una festa in onore del defunto, una commemorazione. Oltre alla commemorazione, la trizna includeva il rituale del lavaggio del defunto, della vestizione (vestirsi con i migliori abiti, gioielli), la veglia rituale al corpo del defunto, che poteva essere accompagnata da un divertimento rituale, e l’incendio del cadavere su un piattaforma speciale chiamata крада  (antico slavo krada, dr.-ceco krada), che significa «bruciato, fuoco, sacrificio» [https://ru.wikipedia.org/wiki/Погребальный_костёр].

 Tra gli slavi pagani vi era spesso una sepoltura ordinaria, senza il rogo, ma non fu più eseguita solo dopo la diffusione del cristianesimo. Tradizioni simili di riti funebri esistevano tra altri popoli.

In particolare, tra gli antichi greci, venivano organizzati giochi in onore del defunto.

V. https://ru.wikipedia.org/wiki/Тризна

 

6 – Sventovid


Illustrazione di Sventovit del 1722

Sventovit (lat. Zuantevith, polacco Świętowit) o ​​Svetovid è un antico dio slavo della guerra e della fertilità che era particolarmente adorato dagli slavi Poplav che è un nome collettivo per diverse tribù slave che, nel periodo dal VI al XII secolo, abitarono l’area a ovest del fiume Elba e del suo affluente Zalea, a est fino al fiume Oder e a nord fino alle rive del Mar Baltico, compresa l’isola di Rigen.

   Secondo l’etimologia, nella letteratura scientifica e popolare serba, il nome di questa divinità è solitamente dato come Svetovid, ma l’unica lettura corretta e generalmente accettata è Sventovit. La lettura con -d, che comporta vari fraintendimenti, è conseguenza del fatto che essa è associata al culto del santo cristiano Vito d’Ancona, martire sotto Diocleziano tra i Serbi e i Croati, che prese il nome dall’Italia tramite il aree sulla costa adriatica che erano sotto la giurisdizione di Spalato.

(Carletto magno aveva proprio ragione, l’Adriatico è solo uno stagno.)

Il nome “Svetovid” tra i serbi ha origine dall’interpretazione popolare di Vidovdan, già festa dedicata a San Vito, come festa dedicata alla resistenza all’invasione turca, il cui rinnovamento andò di pari passo con l’ascesa del romanticismo nazionale serbo nella metà del XIX secolo. Questa interpretazione sarebbe nata già nel 1815 e alla menzione di Vidovdan come giorno della battaglia del Kosovo (la battaglia del campo dei corvi) nel Dizionario di Vuk Karadzic nel 1818. Allo stesso tempo, il martire siciliano fu quasi completamente dimenticato.

L’essenza pagana e il significato di Vidovdan si basano in gran parte sugli studi di Natko Nodil sull’antica religione di serbi e croati scritti alla fine del XIX secolo. Qui viene presentata l’ipotesi che Sventovit (“Svetovid”) fosse il dio supremo di tutti gli slavi e sul ruolo di San Vito nel ridurre la popolarità del suo culto per conquistare più facilmente i popoli slavi alla nuova fede. Nodilo ha trasmesso ai serbi, ai croati e ad altri slavi la testimonianza di Helmold sulla connessione tra i culti di San Vito e del dio pagano Sventovit tra le tribù slave baltiche.

Nella scienza moderna sull’antica religione slava, di solito si accetta l’opinione che Sventovit fosse il dio più venerato dei Ruyan e di altri slavi baltici, ma che non fosse mai una divinità pan-slava.

Allo stesso tempo, in onore di Nodil, viene chiamato del tutto arbitrariamente Svetovid o, ancor più spesso, Vid, da parte di serbi e croati in epoca pagana e che per la maggior parte appartiene al contenuto folcloristico del culto di San Vito.

Si tratta per lo più di credenze legate a Vidovdan e basate sull’etimologia popolare del nome del santo, secondo la quale è venerato come protettore della vista e guaritore delle malattie degli occhi.

    Le principali fonti storiche dell’esistenza di Sventovit risalgono all’XI-XIII secolo e sono opera di cronisti dell’Europa occidentale. Tra le più significative ci sono la Chronica Slavorum di Helmold di Bosau in cui è scritto “Tra tutte le numerose divinità degli slavi, però, Sventovit, il dio della terra dei Rujaniani, spicca come il più famoso: è incomparabilmente più efficace nelle risposte profetiche, che per rispetto nei suoi confronti considerano gli altri dei come semidei. A proposito, hanno anche la sensazione ogni anno di scegliere a sorte un cristiano da sacrificare in onore speciale al loro dio. Alcune somme di denaro vengono inviate al suo santuario da tutte le regioni slave per pagare i riti sacrificali. Le persone, inoltre, sono così tanto influenzate dall'estrema riverenza di questo tempio che non osano mai giurare alla leggera su di esso, né profanare le vicinanze del tempio, anche di fronte a un nemico.

Ed anche le Gesta Danorum di Sax Grammaticus. Dalle loro dichiarazioni apprendiamo che Sventovit è la divinità più venerata tra i Rujan, una tribù slava che vive sull’isola di Rujan, l’odierna Rügen, nell’estremo nord-est della Germania.

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%A1%D0%B2%D0%B5%D1%82%D0%BE%D0%B2%D0%B8%D0%B4

 

7 - Jav, Prav e Nav

Secondo la credenza degli antichi slavi, Jav, Prav e Nav sono i tre mondi. Nav rappresenta il mondo dei morti, Jav la realtà e il mondo dei vivi, mentre il termine Prav si riferisce al mondo che governa l’Universo attraverso determinate leggi e regole che
devono essere seguite.
Gli slavi credevano che l’anima del defunto passasse in un’altra vita dopo la morte. L’anima va in paradiso, le regioni dell’aldilà per le quali, sulla base dell’esistenza di entrambe le parole in tutte le lingue slave, il ricercatore Luj Leže supponeva che fossero due luoghi separati: paradiso e inferno. La parola paradiso adottata dalla Chiesa cristiana, prendendola dalla mitologia slava antica, sta ad indicare un luogo destinato ai giusti dopo la morte.

A causa dell’impossibilità di comprendere il concetto di aldilà e le sue dimensioni e i suoi confini, gli slavi credevano che la vita dopo la morte fosse dall’altra parte del mare. Ciò è supportato dall’usanza dei becchini: mettere i morti su una barca che viene spinta in mare. A volte, a causa della distanza dal mare, gli slavi bruciavano i loro morti, prima di metterli simbolicamente su una barca. L’opinione che l’altro mondo sia da qualche parte sul mare è supportata anche dalla convinzione serba che quando la peste arriva in mare, le persone attraversano il mare. Un ruolo significativo è svolto anche dall’acqua, soprattutto acqua corrente, che ha anche un ruolo significativo nel culto funebre: quando gli abiti del defunto vengono lavati nel fiume dopo il funerale, è obbligatorio lasciarne simbolicamente una piccola parte di questi abiti giù per l’acqua. Secondo un’altra credenza, l’aldilà è sotterraneo ed è possibile accedervi dal mondo dei vivi attraverso una grotta o una fossa. Oltre alla cerimonia dell’acqua, gli slavi seppellivano i loro morti nei campi, con il volto del defunto rivolto verso il sole nascente. Lo scrittore di viaggi arabo Ibn Fadlan ha narrato che, ciò nonostante, tra gli slavi, l’usanza di bruciare il defunto era la più comune. Affinché il defunto potesse avere pace nella vita dopo la morte, doveva essere seppellito secondo le norme. Inoltre, era necessario lasciare cibo e bevande sulla tomba in modo che l’anima del defunto non avesse fame o sete nell’aldilà. In Serbia, vicino a Požarevac, è documentata l’usanza di lasciare un bastone accanto ai morti, in modo che il defunto potesse difendere il suo cibo dalle anime affamate nell’aldilà. Oltre a quanto sopra, c’è l’usanza di versare bevande sul pavimento, che segue la convinzione che la sete eterna regni negli inferi.

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%88%D0%B0%D0%B2,_%D0%9F%D1%80%D0%B0%D0%B2_%D0%B8_%D0%9D%D0%B0%D0%B2

 

10 - Bellog

Belbog nella mitologia degli slavi occidentali e baltici è il dio della luce, del successo e della felicità. Nella tradizione orale è citato con il nome di Bjelun. Viene immaginato come un vecchio dalla barba grigia vestito di bianco, e compare solo di giorno per fare beneficenza alle persone e aiutarle in ogni difficoltà. Il Dio Bianco, come forza creatrice positiva, si contrappone al Dio Nero, come forza distruttiva. Icona del germoglio.

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%91%D0%B5%D0%BB%D0%BE%D0%B1%D0%BE%D0%B3

 

11 – Crnobog


La rappresentazione Disney di Chernobog da Fantasia (1940).

Crnobog (Dio Nero) è il Dio della notte e dell’oscurità della mitologia slava. Il Dio Nero è forse la divinità slava più misteriosa su cui ci sono molte ipotesi.

C’è solo un documento scritto sul Dio Nero nella religione slava, che è la “Chronica Slavorum” del sacerdote sassone Helmold, che dice: "Est autem Slavorum mirabilis errore; nam in conviviis et compotationibus suis pateram circumferunt, in quam conferunt, non dicam consecrationis sed execrationis verba sub nomine deorum, boni scilicet atque mali, omnem prosperam fortunam a bono deo, adversam a malo dirigi profitentes. Unde etiam malum deum lingua sua Diabol sive Zcernoboch, id est nigrum deum, ricorrente.

“C’è ancora uno strano malinteso tra gli slavi, perché durante le loro feste e ubriacature festeggiano con una coppa sacrificale, con la quale parlano. Non dirò parole di consacrazione, ma maledizioni in nome degli dei, ovviamente: bene e male, dichiarando che ogni felicità viene da un dio buono e la sventura da quello malvagio. Ed è per questo che nella loro lingua chiamano il dio malvagio il Diavolo o Zcernoboch, cioè il dio nero”. Nella storia della mitologia slava, questo testo occupa un posto molto importante. Tuttavia, poiché questo vale solo per gli slavi di Popa, non è noto se il dio nero sia un’antica divinità locale e se fosse noto anche ad altri popoli slavi. I ricercatori generalmente hanno una visione negativa. La maggior parte non nega la sua esistenza, ma è convinta che lui, come lo descrisse Helmold, non sia il Dio slavo originale, ma che sia stato creato sotto l’influenza del cristianesimo e che sia uguale al diavolo cristiano.

Il famoso scrittore scozzese Walter Scott menziona il Dio Nero in due punti nella sua famosa opera Ivanhoe, dove l’Urlatore sassone dice: “Sarebbe meglio tornare a Odino, Herta e Crnobog, gli dei dei nostri nonni non battezzati [Боље би било да се вратим Одину, Херти и Црнобогу боговима наших непокрштених дједова]” (cap. 27) e “Accendi la torcia del dio nero urlatore [Запалите бакљу Црнобог урличе]” (cap. 31).

Questi i passi tradotti dal serbo in rete; nella mia edizione integrale Mursia del 1982, Ulrica dice a Cedric al cap. 27, a pag. 200 «Sarebbe forse meglio per me rivolgermi a Woden, Hertha, e Zernebock, a Mista e a Skogula, le divinità dei nostri antenati pagani»; mentre al capitolo 31, a pag. 247 trovò le prime strofe di dell’inno di guerra di Ulrica «Affillate la spada lucente, figli del drago bianco!/ Dai fuoco alla torcia, figlia di Engisto! […] Date fuoco alla torcia, Zernebock grida!»

Inoltre, il controverso libro di Veles sul Dio Nero dice quanto segue: “Ci sono due esseri contenuti nel cielo, il Dio Bianco e il Dio Nero, ed entrambi sono tenuti e comandati da Svarog” (tavoletta D-11) e “E quando arrivano i giorni dell’autunno, non vediamo l’ora di finire il raccolto. E se poi qualcuno devia dal sentiero e comincia a parlare in modo irragionevole, è colpa del Dio Nero...” (tavoletta D-22).

V. https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%A6%D1%80%D0%BD%D0%BE%D0%B1%D0%BE%D0%B3

 

Per tornare agli slavi Poplav citati più sopra per il dio Sventovid.



La fonte  della cartina è nella pagina [https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%9F%D0%BE%D0%BB%D0%B0%D0%B1%D0%B8_(%D0%BF%D0%BB%D0%B5%D0%BC%D0%B5)#cite_note-%D0%9F%D0%BE%D0%BB%D0%B0%D0%B1%D1%81%D0%BA%D0%B8%D0%B5_%D1%81%D0%BB%D0%B0%D0%B2%D1%8F%D0%BD%D0%B5._%D0%9A%D0%B0%D1%80%D1%82%D0%B0-1 ]  sono:

“Grande enciclopedia sovietica”. [„Большая Советская Энциклопедия”.

Sedov, V. v. (2002). Slavâne: Istoriko-archeologicheskoe issledovanie. Mosca: Lingue della cultura slava.

[едов, В. В. (2002). Славяне: Историко-археологическое исследование. Москва: Языки славянской культуры.]

 

 

Le tribù slave Poplap o Polabi più importanti erano i serbi Poplap: i Ljutići che abitavano le regioni settentrionali e orientali tra il corso inferiore dei fiumi Oder, Elba e l’isola di Rigena. I Bodrici o Obodrit che abitavano l’area a nord-ovest di Ljutić, e vivevano sulle rive del fiume Elba, principalmente nell’area degli odierni serbi del Meclemburgo e della Lusazia intorno al corso medio dell’Elba e di Zala. Dovremmo includere anche la relativa Pomerania, i cui componenti vivevano a Pomorje, la zona costiera tra i fiumi Oder e Vistola, come l’odierna Pomerania. Le tribù popalane parlavano la lingua popalana ed erano governate da principi. Negli scritti storici vengono menzionati i principi di Polapa: Dervan, Miliduh, Čemislav e Žistibor.

Si ipotizza che gli slavi Poplavi siano emigrati gradualmente in queste regioni dopo la partenza delle tribù germaniche nel periodo che va dal I al VI secolo, così che già nell’VIII secolo esistevano insediamenti slavi più grandi. Carlo Magno menziona gli Obodriti come alleati nella lotta contro i Sassoni.

Dopo molte traversie storiche, gli slavi baltici entro la fine del XVI secolo, furono per lo più sterminati e gli altri furono convertiti a forza al cristianesimo, germanizzati e divennero servi della gleba.

La germanizzazione si è svolta in diversi modi, con l’immigrazione di grandi masse della popolazione germanica, il divieto dell’uso della lingua e dell’uso dei nomi propri, e va menzionata anche l’innegabile influenza della Chiesa cattolica. Gli unici resti degli slavi baltici un tempo numerosi sono i pochi serbi lusaziani di oggi e dai loro ex vicini, i Kashub della Pomerania. Oggi nella Germania moderna esiste un gran numero di toponimi con nomi slavi nell’attuale composizione etnica della popolazione della Germania orientale è evidenziata da numerosi cognomi con radici slave.

Questo mi riporta alla mente un episodio del Commissario Shimanski, interpretato da Götz George (“Fratelli di sangue”, una storia che seppur drammatica si rifà alle pellicole di bud Spencer e Terence Hill), in cui un uomo da lui arrestato lo accusa di essere uno slavo, polacco o qualcosa del genere. La risposta del commissario fu “Sono tedesco al 100%”. Ma il cognome del commissario è di origine slava.

I Serbi di Lusazia

I Serbi di Lusazia sono una popolazione slava occidentale, relativamente piccola, che vive come minoranza nella regione della Sorbia o Sorabia, attualmente corrispondente in massima parte all’Alta Lusazia, situata tra la Sassonia e Brandeburgo. Il nome Lusazia deriva da una parola nella loro lingua che significa “palude”.

I Sorbi sono stati un gruppo molto perseguitato, specialmente sotto la Germania nazista. I Sorbi poi costituirono l’unica minoranza etnica residente riconosciuta nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT) e vennero riconosciuti, per la prima volta nella loro storia, come cittadini a parità di diritti.

v. https://it.wikipedia.org/wiki/Sorbi_(gruppo_etnico)

 


   L’unica rivista per bambini dei Serbi di Lusazia, è Plomjo (“Fiamma”) pubblicata fin dal 1952. Oggi, sembra che la sua diffusione è di ben 3.000 copie. La rivista è pubblicata da Domowina-Verlag Bautzen.

   Ne sono venuto a conoscenza perché sulla sua rivista venne pubblicata una storia illustrata tipo fumetti da un autore Jürgen Günther (classe 1938, un autore a cui rassomiglio) che pubblicò molto sue opere su FRÖSI, rivista per bambini tedesco orientale come il nostro Pioniere.

V. http://www.ddr-comics.de/plomjo.htm e http://www.ddr-comics.de/guenther.htm

 

   Erano principalmente dediti alla zootecnia e all’agricoltura in cui sapevano utilizzare frutti triennali, erano anche artigiani, cacciatori; vista l’abbondanza di corsi fluviali, lacustri e il fatto di vivere vicino al mare erano anche ottimi pescatori. Non erano estranei al commercio e – non poteva essere altrimenti – alle rapine occasionali.

La terra agricola veniva distribuita ai contadini e per essa pagavano le tasse al loro sovrano. Nel X secolo avevano importanti centri come Zverin (Šverin), Ljubek (Libek), ed altri ancora, e sull’isola di Rigen c’era un santuario pagano di Arkon [Аркон].

Le loro città erano solitamente costruite a forma circolare, sulle sponde o foci dei fiumi e circondate da mura di legno davanti alle quali veniva scavato un profondo fossato. Dentro le mura, su un’altura, costruirono una fortificazione con una casa ducale e una caserma, che veniva chiamata la città.

Fuori delle mura c’erano insediamenti di contadini. Le città di Popa, ad eccezione di Arkona, non furono costruite sulle rive del mare per paura delle incursioni dei pirati. La loro religione era politeista ed erano conosciuti anche come abili carpentieri.

Col passare del tempo i tedeschi, che nel frattempo avevano accettato il cristianesimo, iniziarono ad agire in modo aggressivo nei confronti degli slavi, cioè tentarono di convertirli al cattolicesimo e di conquistarli.

A causa del fatto che gli slavi identificavano l’accettazione del cristianesimo con la perdita dell’indipendenza, la popolazione slava si è sviluppata in queste aree fino al punto in cui abbiamo ordini sacerdotali con magnifici templi, quindi un’organizzazione ecclesiastica forte e sviluppata.

Personalmente ritengo che la credenza nelle loro divinità doveva essere inevitabilmente molto più antica di quel che si possa credere, questa rimane però una mia idea.

In ogni modo il risultato finale di ciò è il fanatismo quasi religioso degli slavi della Pomerania nella lotta contro i tedeschi.

Gli slavi furono sconfitti dalla penetrazione del cristianesimo, che facilitò la penetrazione dei tedeschi ad est, che fu fermata solo dal principe Alexander Nevsky nel 1242 presso il lago Chudsky.

 

Nell’isola di Rigen, ad Arkona, vi era un’importante centro di culto al dio supremo Svantovid, Quel tempio potrebbe essere stato costruito alla fine del IX secolo e distrutto nel 1168.

Una prima ricerca archeologica ci fu nel 1921 e poi tra il 1969 e il ’70.

Il tempio potrebbe essere stato costruito alla fine del IX secolo. sono descritti il ​​suo recinto di legno splendidamente decorato e l’idolo di dimensioni soprannaturali di Svantovid all’interno del tempio. Su Rigen c’erano altri tre templi a Garc (Karenthia), di cui quello al centro era dedicato a Rujevit, mentre negli altri due erano venerati Porevit e Porenut. A Ridgost (Retra) vi era un tempio dove venivano venerati un gran numero di divinità locali, di cui Svarožić godeva della massima reputazione. L’esterno del tempio era decorato con rappresentazioni di dei e dee, e all’interno c’erano idoli di divinità armate, oltre a un gran numero di doni votivi. Le fonti menzionano diversi templi a Šćećin, il più importante dei quali era il tempio dedicato a Triglav, anch’esso riccamente decorato. A Volyn c’era un tempio con una lancia sacra, e a Volgast c’era un santuario dove invece di un idolo c’era uno scudo gigante ricoperto di foglie d’oro.

A Gros Raden, nei pressi di Schwerin, è stato esplorato archeologicamente un grande santuario, quadrangolare alla base, attorno al quale sono state scoperte tavole di quercia lunghe da 1,50 a 2 m, che nella parte superiore sono lavorati in modo tale da assomigliare a una figura umana nel suo insieme.  Sulla base dei ritrovamenti ceramici, tale santuario è stato datato in epoca carolingia, cioè al IX-X secolo secolo.

 

Bisogna dire che gli slavi baltici adoravano alcune divinità nei santuari a cielo aperto.

Vicino a Oldenburg si trovava il boschetto, a cui erano dedicate le antiche querce sacre. Il santuario era circondato da una staccionata in legno, con due ingressi riccamente decorati. L’accesso sarebbe stato consentito solo a chi intendeva compiere un sacrificio, ma il santuario era anche un rifugio per tutti i perseguitati.

E questo mi ricorda il culto di Veiove a Roma, il cui Asjlum era nel bosco sacro sul campidoglio…

I templi degli slavi baltici erano usati spesso come una sorta di custodia dei tesori. Come se fosse una odierna banca, così come a Roma vi era il tempio del dio Saturno, che fu edificato ai primi anni della Repubblica, al cui interno vi era l’erario, cioè il tesoro di Stato.

L’usanza era di donare al santuario un decimo dei vari bottini di guerra, e il tesoro del santuario conteneva coppe d’oro e d’argento, che venivano usate solo nei giorni di festa. Sembra che tutti i santuari fossero circondati da fossati poco profondi o da una staccionata di legno. Solo al sacerdote era permesso entrare nel tempio, e anche lui avrebbe dovuto trattenere il respiro per non contaminare il santuario più grande.

Il clero si prendeva cura dei santuari e dei riti di culto in essi svolti. I santuari più piccoli, specialmente quelli all’aperto, erano serviti da un solo sacerdote, ma un numero maggiore di sacerdoti era annesso ai grandi templi. Il dovere fondamentale dei sacerdoti consisteva nel curare il bene della tribù, in modo tale che essi, interpretando la volontà della divinità tribale, decidessero guerra e pace o dispensassero giustizia e conducessero trattative diplomatiche. Si occupavano anche dei tesori del santuario. Poiché tutte le decisioni importanti dipendevano dal clero, spesso erano più potenti dei governanti tribali. Un posto molto importante nella vita sociale è dato alla divinazione. I sacerdoti usavano la cenere, l’acqua, le torte o dolci, il sapore del sangue o dell’urina della vittima [ma che vomito...] per profetizzare. La divinazione più influente veniva eseguita ad Arkona, a Retra e a Schwerin, dove le decisioni sulla guerra e sulla pace venivano prese in base al comportamento dei cavalli (come nel culto di Triglav). Al termine del raccolto, ad Arkona veniva eseguito uno speciale rituale, secondo il quale il sacerdote prendeva un vaso dalle mani della statua di Svantovid e, in base alla quantità di liquido in esso contenuto, indicava se l’anno sarebbe stato fertile o no. Quindi il prete poneva davanti all’idolo un dolce al miele, grande come un uomo [è scritto proprio così: велик колико и човек] , si chinava dietro di esso e chiedeva alla gente se poteva vederlo. Se riceveva una risposta affermativa, pregava che l’anno prossimo la torta fosse più grande, cioè che il raccolto fosse buono.

Durante la guerra il principe aveva il comando assoluto sull’esercito e sui contadini. Comandava tramite i suoi voivodi, ognuno dei quali gestiva una certa parte del territorio e ne era responsabile. I villaggi fornivano la fanteria e le città erano note per le loro lunghe navi simili ai draghi vichinghi. La loro cavalleria utilizzava cavalli più piccoli, adatti a incursioni veloci ed efficienti, ma non efficace contro la pesante cavalleria germanica.

https://sr.wikipedia.org/wiki/%D0%9F%D0%BE%D0%BB%D0%B0%D0%BF%D1%81%D0%BA%D0%B8_%D0%A1%D0%BB%D0%BE%D0%B2%D0%B5%D0%BD%D0%B8

 

   Il libro di Veles si credeva essere un opera dei sacerdoti chiamati  volhv di Novgorod (новгородскими волхвами).

   È interessante notare cosa dicono sul libro di Veles [https://elementy.ru/nauchno-populyarnaya_biblioteka/430720#12]

 «Sfortunatamente, come nel caso di altre opere di linguisti dilettanti, la falsità qui è chiaramente visibile solo ai linguisti professionisti. Un lettore impreparato può ancora essere affascinato dalle invenzioni primitive su come gli antichi russi combatterono con successo i loro diversi nemici millenni fa. Al momento attuale, caratterizzato da un attivo allentamento della fiducia del pubblico nelle conclusioni della scienza, un falso di bassa qualità, chiamato il “Libro di Veles”, ahimè, continua in una certa misura ad essere utilizzato dai distributori di ridicole fantasie storiche di orientamento russocentrico.»

  Ma cosa si sa dei sciamani o vollhv…


L’uccisione di un volkhv avvenuta nel 1071 per mano del principe Gleb Svyatoslavovich. Disegno della fine del XV secolo dalla Cronaca di Radziwiłł.

 

(cirillico: Волхв [Volhv] Magus; polacco: Wołchw, traducibile come saggio, mago, stregone, magus, cioè sciamano o mago) è un sacerdote nelle antiche religioni slave e nella fede nativa slava contemporanea.

Nella fede nativa slava contemporanea, i volkhv sono i responsabili dello svolgimento di riti per l’adorazione degli dei e delle comunità principali e delle feste religiose.

I Volkhv sono attestati tra i primi Rus'. Si credeva che i Volkhv possedessero poteri mistici, in particolare la capacità di predire il futuro. Il primo riferimento letterario a un volkhv si trova nella proprio nella Cronaca di Nestore (o cronaca degli anni passati oppure Manoscritto Nestoriano) dove nell'anno 912; gli indovini e maghi predicono la morte del principe Oleg. Con l'adozione del cristianesimo, i sacerdoti pagani subirono persecuzioni e talvolta cercarono di incanalare il malcontento sociale contro la chiesa cristiana.

Il tutto riferito da una paginetta della wiki in inglese https://en.wikipedia.org/wiki/Volkhv

 

Vediamo allora quella russa…

https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%92%D0%BE%D0%BB%D1%85%D0%B2%D1%8B

Secondo i linguisti V. V. Ivanov e V. N. Toporov, la parola  stregone è correlata alle parole capelli, peloso, volky, che, a quanto pare, è associato all’uso di capelli lunghi, capelli non tagliati. In finlandese, velho significa anche stregone. In precedenza, si credeva che la parola “stregone” fosse entrata nella lingua russa dalla tribù baltico-finlandese Chud (völho). Nell’antica Russia, uno stregone poteva essere chiamato dottore, che significava “parlatore, mago”, “mago, stregone”. La parola dottore in bulgaro significa ancora un guaritore, uno stregone; in serbo-croato: stregone, guaritore; e la parola vrachiti STA è raccontare fortune, indovinare, predire, guarire (grazie alla ciarlataneria).

I concetti di «волхв» “mago”, «врач» “dottore”, «лечец» “guaritore”, зелейник “[ritengo] erborista” e «чародей» “stregone” erano in realtà sinonimi.

Nella profezia della morte di Oleg [“Principe, il cavallo che tu ami e cavalchi sarà la causa della tua morte!”] avvenuta per un morso di serpente uscito dal teschio del suo cavallo (serpente e teschio), sono associati al culto del dio Volos-Veles. La cronaca sulla morte di Oleg si conclude con una glossa dedicata alla stregoneria, grazie alla quale gli stregoni risultano non essere veggenti, ma degli stregoni che uccisero il principe.

L’archeologo V.V. Sedov credeva che il capo (principe) degli antichi slavi combinasse funzioni amministrative, militari e religiose. L'esistenza dei Magi anche dopo la conversione della Russia è testimoniata da numerosi frammenti di cronaca. Negli antichi monumenti russi, i Magi venivano denunciati come falsi profeti: si credeva che i demoni dotassero i Magi della capacità di predire il destino come appunto la morte del Profeta Oleg, oppure nel racconto “Il racconto della campagna di Igor”

[https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A1%D0%BB%D0%BE%D0%B2%D0%BE_%D0%BE_%D0%BF%D0%BE%D0%BB%D0%BA%D1%83_%D0%98%D0%B3%D0%BE%D1%80%D0%B5%D0%B2%D0%B5 ]

 ambientato nel 1185 si attribuisce al principe le abilità dei Magi: La capacità del muta forma [оборотничество] (il versipellis dei romani, il lupo mannaro), divinazione e illusione; e in una serie di rivolte (tutte represse) nel 1071, uno sciamano apparve a Kiev, ma poi scomparve senza lasciare traccia in una delle notti seguenti.

Insomma il compilatore della pagina sulla wiki russa scrive che le fonti medievali successive (Stoglav del 1551 e altre) continuano ad accusare maghi e sciamani di azioni demoniache, con le quali erano già degli stregoni che fanno “miracoli”, divinazioni dalle stelle e su “libri abbandonati” con prevedeano il futuro. Secondo il ricercatore O. B. Stoglav, ... sciamani stregoni con i loro insegnamenti demoniaci fanno loro del bene; kudes colpisce le porte aristoteliche e guarda nel rafl [рафли un libro di predizione della fortuna.] e indovina dalle stelle e dai pianeti e guarda i giorni e le ore [in Mitologia slava. Dizionario enciclopedico].

E mi fermo qui e vado direttamente a...

Nelle leggende del libro redatto dal cronista Mazurin, nell'ultimo quarto del XVII secolo,

[https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%9C%D0%B0%D0%B7%D1%83%D1%80%D0%B8%D0%BD%D1%81%D0%BA%D0%B8%D0%B9_%D0%BB%D0%B5%D1%82%D0%BE%D0%BF%D0%B8%D1%81%D0%B5%D1%86 ]

il nome del fiume Volkhov [Волхов] è associato al nome del figlio maggiore del principe Sloven, il leggendario fondatore di Novgorod. Volkhov era “un diavolo e uno stregone”. Prese la forma di una “bestia feroce” di un coccodrillo, si stabilì sul Volkhov e divorò o annegò le persone. Lo stregone stabilì la sua città sul Перуна (un tratto sul fiume Volkhov vicino a Novgorod), dove si trovava l’idolo di Perun, quindi i pagani chiamavano il Mago un dio: Tuono o Perun. Quando Volkhov fu "strangolato" dai demoni, la gente lo seppellì piangendo sotto un grande tumulo. Tre giorni dopo, la terra si aprì e inghiottì il corpo del coccodrillo insieme al tumulo. Il ricercatore F. I. Buslaev ha confrontato questo personaggio con l’epico Volkh Vseslavich.

 


   L’ultima leggenda del libro, “Il racconto della costruzione della città di Yaroslavl” (citato – spero di non sbagliarmi – in Petrukhin V. Ya Magi // Mitologia slava. Dizionario enciclopedico, un libro presente in rete), che risale alla tradizione della cronaca, racconta dello stregone-sacerdote dell’idolo di Volos nel villaggio di Medvezhiy Ugol [1], che aveva anche un obolon [оболонь] (un luogo per il pascolo del bestiame) con il nome rifugio di Volosov [Волосова логовина]. L'idolo aveva un fuoco inestinguibile. Al fuoco fu assegnato uno stregone, lui stesso condannato a essere bruciato se il fuoco si spegnesse. Al primo pascolo del bestiame (tra gli slavi - il giorno di San Giorgio in primavera), un vitello e una giovenca furono sacrificati a Volos. Gli abitanti dell’Angolo dell’Orso giurarono fedeltà al principe Yaroslav Vladimirovich (il Saggio [kiev, 978 Vyšhorod, 20 febbraio 1054] ), ma all'arrivo del principe gli lanciarono contro una “bestia feroce”, ovvero un orso. Yaroslav sconfisse la bestia con un’ascia  e costruì la Chiesa di Elia il Profeta in quel sito.


 

 (cfr. Un orso con unascia nello stemma di Yaroslavl)

 



   Ci siamo. Siamo tornati in Russia e al dio Volos.

Spero che questa ricerchina vi sia piaciuta e che i collegamenti con le fonti originali russe e serbe, funzionino e che personalmente abbia fatto un buon adattamento; o che perlomeno vi abbia fatto un po’ sognare…

 

Henryk Siemiradzki,

Frine alle feste di Poseidone a Eleusi, 1889, dettaglio



[1] Medvézhiy úgol

L’angolo dell'orso è un'unità fraseologica che denota un luogo remoto, difficile da raggiungere e scarsamente popolato. La leggenda sulla fondazione della città di Yaroslavl da parte del principe Yaroslav dice: “Ma in una certa estate, il beato principe Yaroslav navigò sulle barche con un forte e grande esercito lungo il fiume Volga, sulla riva destra di esso, dove c'era quell'insediamento, chiamato l'Angolo dell'Orso ... E questo posto era verde e vuoto: perché un albero alto cresce, ma si troveranno subito pascoli erbosi. E questo era l'insediamento raccomandato dall'Angolo dell'Orso, in esso gli abitanti del popolo, la sporca fede delle lingue, sono arrabbiati. E questo posto era molto spaventoso…

La Kamchatka viene spesso definita l’angolo dell’orso, a significare sia la lontananza della penisola che la numerosa popolazione di orsi che qui vive.

https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%9C%D0%B5%D0%B4%D0%B2%D0%B5%D0%B6%D0%B8%D0%B9_%D1%83%D0%B3%D0%BE%D0%BB

 


Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger

(Questo è un sito!)]

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

21/01/’23

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