Le scuole carolingie
Le
scuole carolingie hanno inizio con una “circolare” di Carlomagno dell’anno 787,
indirizzata a vescovi e monaci per la “fondazione” di scuole pubbliche; e
questi mossi dalle frequenti lettere scritte da Alcuino seguono con entusiasmo
l’ordine del re.
L’ordinanza
imperiale diceva: «Carlo, per
grazia di Dio, re dei Franchi e dei Longobardi, patrizio dei Romani, nel nome
di Dio Onnipotente, saluta. Conoscendo la vostra gradevole devozione a Dio, e
dopo aver deliberato con i nostri fedeli, abbiamo stimato che i vescovadi e i
monasteri che, per la grazia di Cristo, sono stati posti sotto il nostro
governo, oltre all'ordine di una vita regolare e la pratica della santa
religione devono anche mettere il loro zelo nello studio delle lettere e
insegnarle a coloro che, Dio li aiuti, possono imparare, ciascuno secondo le
sue capacità. Così, mentre la regola ben osservata sostiene l'onestà della
morale, che la cura dell'apprendimento e dell'insegnamento metta ordine nel
linguaggio, in modo che coloro che vogliono piacere a Dio vivendo bene, non
trascurino di compiacerlo parlando bene. È scritto: sarai giustificato o condannato
dalle tue parole. Anche se, in realtà, è meglio agire bene che sapere, comunque
bisogna sapere prima di agire. Ognuno, pertanto, deve imparare la legge che
desidera compiere, in modo che l'anima possa comprendere tanto più l'estensione
dei suoi doveri, che la lingua sarà scaricata senza errori dalle lodi di Dio.
Perché se tutti gli uomini dovessero evitare l'errore volontario, quanto più
devono difendersi, secondo il loro potere, da coloro che sono chiamati solo al
servizio della verità! Ora, in questi ultimi anni, come ci è stato detto di
diversi monasteri, in cui i fratelli che lì vivevano hanno moltiplicato le loro
sante preghiere per noi, poiché nella maggior parte di questi scritti abbiamo
riconosciuto un senso retto ma un discorso non istruito. Questo non è che una
sincera devozione dettata fedelmente al pensiero, un linguaggio inesperto non può
esprimerlo al di fuori, per una negligenza degli studi. Ecco perché abbiamo
cominciato a temere che se mancasse la scienza nel modo di scrivere, era
necessaria molta meno intelligenza di quanto dovrebbe essere nell'interpretazione
delle Sacre Scritture. Sebbene gli errori di parola siano pericolosi, sappiamo
tutti che gli errori di significato lo sono di più. Ecco perché vi esortiamo,
non solo a non trascurare lo studio delle lettere, ma ancora, con umile
intenzione benedetta da Dio, a rivaleggiare con zelo nell’apprendere, in modo
che possiate penetrare più facilmente e più sicuramente i misteri delle Sacre
Scritture. Ora, come ci sono nei libri sacri, figure e altri ornamenti simili,
è indubbio per chiunque, che leggendoli, dovrebbe cogliere il significato
spirituale molto più velocemente, se è meglio preparato dall'insegnamento delle
lettere. Dobbiamo scegliere per questo ministero uomini che hanno la volontà,
il potere di apprendere ed anche il desiderio di istruire gli altri, e che lo
si faccia solo nella pia intenzione che ispira i nostri ordini. Poiché
desideriamo che siate, come si addice ai soldati della Chiesa, pii dentro e
dotti insieme, nella castità di una vita santa e la scienza di una buona
lingua, così che qualunque uomo che vi visiterà per amore di Dio, veda da vicino
la santità della vostra morale, e allo stesso tempo che sia edificato dal
vostro spirito, si illumini della vostra saggezza e la riconosca sia alle vostre
lezioni, o dai vostri inni sacri, e torni felice a casa, ringraziando il
Signore Onnipotente. Non trascurate di inviare copie di questa lettera a tutti
i vescovi vostri suffraganei e a tutti i monasteri, e vogliate gioire del
nostro favore: a chi legge vada il nostro saluto[1].
Fu Theodolfo,
d'origine probabilmente italiana dice la Treccani in linea si distinse subito
per far rivivere il movimento intellettuale, indirizzando un capitolare ai
preti delle sua diocesi «Lascia che i
preti tengano scuole in città e villaggi; e se uno dei fedeli desidera affidar
ad essi i suoi figli per studiare le lettere, non si rifiuteranno di riceverli
e istruirli, ma, al contrario, gli insegneranno con perfetta carità. ricordando
che è scritto: "Coloro che sono stati istruiti brilleranno come i fuochi
del firmamento, e quelli che hanno istruito molti sulla via della giustizia
brilleranno come stelle per tutta l'eternità". E che nell'educare i
bambini, essi non richiedono alcun prezzo e non ricevono nulla, tranne ciò che
i genitori li offriranno volontariamente e per affetto.[2]»
Le scuole erano divise in tre classi: scuole parrocchiali,
scuole monastiche e scuole episcopali. Le scuole parrocchiali erano di due
tipi; in alcuni i sacerdoti hanno dato l'istruzione, negli altri l'hanno ricevuta.
Cosa veniva
insegnato in queste scuole? I principi generali della teologia e della
tradizione; erano impartite lezioni sulle Sacre Scritture, il culto religioso,
i santi Canoni e tutto ciò che riguarda i Sacramenti della Chiesa. Per quanto
riguarda le scuole in cui i sacerdoti erano insegnanti, il loro insegnamento
era più limitato e più elementare. Il loro unico scopo era insegnare ai figli
del popolo i primi rudimenti della dottrina cristiana, per elevarli alla
conoscenza del simbolo, del sigillo di fede e della preghiera del Signore.
Le scuole
monastiche o abbaziali che, dopo la circolare di Carlomagno, furono erette, se
non in tutti, almeno nella maggior parte dei monasteri, erano anche in parte
volte a spiegare le verità fondamentali del cristianesimo; ma ci si occupava
principalmente dello studio delle arti liberali.
Vi era quello che allora veniva chiamato il trivium, ovvero la grammatica, la
retorica e la dialettica. Uno studio che poteva riversarsi nel quadrivium che comprendeva aritmetica,
geometria musica e astronomia; tutte discipline in cui due secoli dopo fu gran
maestro quel pastorello che sedette sul trono del Vaticano: Gerberto. La divisione
conosciuta del trinium e del quadrivium deriva da Cassiodoro e de
Boezio e fu portata dall'Italia in Inghilterra da Augustin; in Spagna, da
Isidoro di Siviglia; da Alcuino in Francia, resta da capire se è in Gallia [l’odierna
France] oppure la Francia che aveva sede nel Piceno.
Le scuole
monastiche erano divise in scuole interne ed esterne o in altre scuole canoniche[3]. Nelle scuole interne furono ammessi solo i bambini che
dovevano abbracciare la professione monastica. Le scuole esterne, d'altra
parte, erano frequentate da coloro che, dopo aver ricevuto le prime nozioni di
scienza, ritornarono nel mondo.
La diversità delle arti e delle scienze che sono stati
obbligati a insegnare nelle scuole monastiche, a causa della differenza di età
e la capacità intellettuale degli studenti, generò un'altra distinzione:
c'erano – come diremo oggi – delle università e delle scuole primarie o meglio
elementari. Nelle scuole primarie ai bambini veniva insegnato il simbolo della
fede, della preghiera domenicale, della canzone, del calcolo e della grammatica.
Le scuole superiori coltivavano la scienza su una scala molto più ampia; le
lettere divine sono stati insegnati, arti liberali, la matematica,
l'astronomia, l'aritmetica, geometria, musica, retorica, poesia, anche lingue
orientali, come l'ebraico e l'arabo.
Queste scuole, di
cui troviamo un modello perfetto in quello del monastero della Turonicæ Civitatis identificata con Tours,
alla cui testa vi sarà Alcuino, non furono organizzate da un decreto, un ordine
imperiale; hanno trovato la loro origine nella libertà dell'educazione
religiosa. Furono creati dallo zelo privato di alcuni scienziati che non
avevano nulla di così profondo da perfezionare la loro conoscenza e comunicare
agli altri le scienze che avevano acquisito. Hanno cercato di diffondere, di
propagare la cultura delle lettere; amavano diffondere l'erudizione; per questo scopo furono usati due mezzi molto
efficaci: quando in un monastero non c'erano uomini dotti, nessun uomo capace
di insegnare, nessuno arrossiva per chiederne un altro. chi l'ha avuto o alcuni
monaci furono mandati a studiare le lettere in cui fiorivano di più, in modo
che potessero riportare i tesori della scienza nel seno della loro
corporazione. Così tra i monaci c'era ovunque la comunicazione di idee, di
luci; lo stesso pensiero, lo stesso desiderio, quello di istruzione, infondendo ad altri la sete di conoscenza delle loro
anima.
Non per niente i padri del Concilio di Parigi, che si tenevano
nel corso dell'anno 829, proposero all'Imperatore Ludovico di erigere in
Francia (Francia o France?) tre scuole pubbliche, al fine di mantenere la
cultura delle lettere in alto onore. Secondo il loro piano, queste scuole
sarebbero state una specie di università, veri e propri viali della scienza,
accessibili a tutti, stranieri e francesi allo stesso modo; La conoscenza
divina e umana doveva essere insegnata lì, che poteva servire da ausiliari per
penetrare più facilmente, più profondamente nello studio della teologia e della
Sacra Scrittura[4].
La scuola Palatina
Ma al di sopra di
tutte le altre vi era un’altra scuola, quella del Palazzo, così chiamata perché
era all’interno del palazzo imperiale. Secondo Jean Baptiste Laforêt,
Carlomagno ne era il restauratore. Restauratore in quanto è a un certo padre Pitra, benedettino (Historie de St. Léger, capitoli II e III), che avrebbe provato l'esistenza della scuola di palazzo
sotto i re merovingi, cosa per altro già indicata dagli autori della Histoire littéraire de la France, t.
III. e da Ozanam nella sua opera de la
civilisation chrétienne chez les Francs tutti costoro avrebbero dato delle
prove dell'esistenza della scuola palatina prima di Carlo Magno, p. 404 e seqq.
c. IX.
Oltre l’amore per la guerra, le cacce, le campagne di
guerra spietate per trovare nuovi schiavi tra i pagani del nord Europa, e le
donne da amare, messer Carlo univa la passione per la letteratura. E per
soddisfare questa passione, tenne alla corte alcuni studiosi, alcuni uomini
dotti, con i quali conversò su tutte le questioni di erudizione; stava
costantemente risvegliando le loro menti, offrendo loro gravi difficoltà scientifiche
su tutti i rami della nostra conoscenza; li fece istruire i suoi figli e le sue
figlie con ordine e regolarità; egli desiderava, come riferisce Eginardo, che
dovessero insegnare loro le arti liberali.
La scuola fu un passo dovuto per chi voleva far tornare
l’istruzione nel suo regno. E con la scuola, anche i libri per l’istruzione.
Infatti vi era nel palazzo del principe, dove si trovava la scuola, una
biblioteca per gli studenti, come appare da Ademaro nella sua cronaca di
Angouleme, dove riferisce che Ludovico il Pio prestò libri da questa biblioteca
ad Amalarius, un diacono della chiesa di Metz, per redigere la regola che ha
composto per la vita dei canonici, con estratti che ha fatto dei vecchi concili
e dei Padri della Chiesa, e in particolare delle sentenze di Isidoro, vescovo
da Siviglia. [Claude Joly, Traité
historique des écoles épiscopales et ecclésiastiques. Parigi MDCLXXVIII. c.
XXII. p. 160 e 161.]
Anche se vi erano altri insegnanti – uno fra tutti Pietro
il Pisano – Alcuino era l’immagine vivente, l’anima stessa di questa scuola.
Erano suoi discepoli i grandi dignitari del regno: Carlo, Pipino e Ludovico
figli di Carlomagno, Adalberto, Angilberto, l’uomo d’armi Flavius Damætas, e
Eginardo, consigliere del re stesso, Gisla sorella del re e Gisla figlia del
re, Guntrade detta Eulalie e Carlomagno stesso che qualifica Alcuino il suo
carissimo precettore[5].
Tra gli allievi di Alcuino, vi era anche un certo Wido, o
Vidone; Jean Baptiste Laforêt a pag. 211 del suo libro
dice che il Maestro nei sui ultimi anni di vita indirizzò a questo uomo serio,
premuroso e di grande integrità, un trattato di morale pratica sulle virtù e dei
vizi. Il conte era un… mangravio della Bretagna Cismarina, quella stessa
Bretagna dove era la città e il monastero di Tours… non certo nel Piceno, dove
realmente visse il nonno dell’imperatore Guido e che per di più studiò alla
scuola Palatina.
Qui, sempre nella stessa scuola avvenne un dialogo (disputatio) tra Alcuino e Pipino in cui
un erudito (Ozanam) riconosce le tracce della poesia anglosassone.
Nella scuola
palatina, a torto o a ragione, si vede la nascita dell’Universitate Parisius,
riconosciuta da tutti per l’università di Parigi (Paris), quella libera
associazione di professori, consacrata nel XII° secolo da un papa e dal re
della France, preceduta, sempre in France, dalla scuola di Reims in cui insegnò
Gerberto.
Si era discusso se questa scuola era fissa o
ambulante per seguire i vari spostamenti del re, per cui nei suoi viaggi era
passato a Parigi, dando iniziò all’università, ma il soggiorno abituale di
Carlomagno era, secondo Eginardo, ad Aquisgrana e non certo a Parigi. Non può
essere Carlo l’imperatore il fondatore della Sorbonne.
Ma Alcuino ha altri problemi. Sogna di tornare
a casa e ci ritornerà nel 790. Ma anche lassù avrà dei problemi (problemi
diplomatici tra il re Offa e lo stesso Carlomagno) e problemi religiosi con nuove
dottrine religiose, eresie come quella del vescovo di Urgel, dal nome tanto
carino, quello di un gattino del mondo dei disegni animati: Felix.
Felix
viene convocato a un concilio a Ratisbona presieduto dallo stesso Carlomagno: «
Antequam ego...
venissem in Franciam, haec eadem
vestri erroris secta eodem glorioso principe præsidente, præsente Felice, quem
multum laudare solis, vestræ partis tum defensore, ventilata est in celeberrimo
loco, que dicitur Raiginis-Burg,
et synodali auctoritate sacerdotum Christi, qui ex diversis christiani imperii
partibus convenerant æterno anathemate damnata. Alcuin. lib. 1. Adv. Elipatum
p. 882. num. XVI. Frob. T. i. – e Bouquet, tom. V. Script. Rer. Franc. » Saranno le sviste
dei libri ottocenteschi dove Ratisbona è in Francia... Gatto Felix avrebbe
detto la sua.
Ma
lasciamoci dietro le sterili discussioni religiose. Carlomagno rivuole Alcuino
al suo fianco, e Alcuino non por dir di no a colui che entro breve – per
decisione di un pontefice – avrà il mantello del Comando degli imperatori
Romani dell’Occidente. Ma il continuo
studio, i molti viaggi, lo hanno sfibrato e una malattia febbrile lo costringe
a ritirarsi. Ma Carlomagno, approfittando della scomparsa dell’abate Ithier di San
Martino – in un monastero identificato a Tours in France – gli fa prendere il
suo posto.
E qui fonda una scuola, sembrerebbe proprio su
modello di quella di York. Per questo si fa inviare quei libri – i grandi
classici di Atene e di Roma – su cui aveva studiato nella sua giovinezza nel
monastero inglese. Perciò chiede il permesso a Carlomagno che gli siano portati
i fiori della Bretagna. «Non è giusto che il giardino in cui si trovano questi
fiori sia solo a York. Ne dobbiamo possederne alcuni anche a Turonis[6]».
Il permesso viene concesso e i discepoli
partono per l’Inghilterra e ritornano così con una gran numero di classici.
Classici, però concessi per un tempo limitato e poi dovranno essere
riconsegnati alla biblioteca di York.
Era necessario affrettarsi a trascriverli. Ma come trascriverli?
Il monastero in Francia mancava di eruditi copisti delle regole della
grammatica e dei principi dell'ortografia[7]. Alcuino era nei guai! «Faccio pochi sviluppi, procedo
poco, lottando ogni giorno con la rusticità dei miei monaci[8]». Allora fa nel monastero della Turonicæ Civitatis ciò
che aveva fatto con così tanto successo nella scuola del palazzo ad Aquisgrana,
insegnando ai suoi confratelli i primi elementi della letteratura, le regole
della grammatica, l'ortografia e i principi da seguire. per scrivere
correttamente: unendo la pratica alla teoria, pianificò, all'interno del
monastero, un museo per i copisti, a cui si era reso sacro il compito di
trascrivere le opere con la massima scrupolosità.
Non solo ma amando egli stesso la letteratura
dell’antichità, procede a ristabilire l’ortografia e la punteggiatura dei testi
alterati.
Da qui è nata l’Universitate Parisius? Nata in un piccolo centro tra la collina e la montagna che
doveva essere tranquilla, adatta all’isolamento studioso, che sembra rientrare
all’idea degli studi come la si coltiva più in Inghilterra che in Italia…. E chi me lo può più dire dopo oltre 1200 anni…
Ma il lavoro di Alcuino così costante, così ostinato, finì
per rovinargli completamente la salute; sfinito dalle veglie e dalle fatiche di
ogni genere, sentì il peso del governo del monastero. Chiese a Carlo Magno il
permesso di rassegnarsi a favore dei suoi discepoli. L'Imperatore si affrettò a
concederglielo. Di conseguenza Fridugise ebbe l'abbazia di San Martino. Del
resto, la sua salute stava peggiorando giorno dopo giorno, fino a portarlo in
fretta verso la tomba, il 19 maggio 804.
Dovè la Turonicæ
Civitatis? Una cosa la sappiamo; in
Francia, ma non in France! Tutto questo fervore partito da Aquisgrana, veniva
comunque dalla Francia. Non me ne vogliano i miei amici francesi (quattro in
tutto Jean-Yves, François, Gerard e Bernard e li sento amici per la pelle grazie a Cucciolo, Tiramolla – o meglio Pipo et
Elastoc –, Blek, Tex).
Nella ansia di sapere che mi fa capire di essere un
ignorante [io me lo dico, ma nessuno provi a ridirmelo!] mi domando «Com’è che
nei documenti in latino di questi anni, c’è la Francia e non la Gallia?».
Un momento un documento discordante c’è, dei tempi delle
sterili discussioni religiose contro Felix o Felice che dir si voglia: «Provate se ciò che dite è vero, mostratemi una
chiesa, sia in tutta l’Italia, sia in Germania, sia in Gallia, sia
nell’Aquitania, sia nella Bretagna che professi le vostra asserzione = Probate, si potestis,
verum esse quod dicitis; ostendite nobis vel unam ecclesiam in tota Italia, vel
Germania, vel etiam Gallia, aut Aquitania, immo aut Britannia, quæ vobis
consentiat in hac vestra adsertione. » — beati
Alcuini contra Felicem Urgelitanum Episcopum t.1. p. 792. num. VI.
Vabbè, tanto si sa la Francia d’allora, di cui parla la tradizione
orale del Piceno, era la Gallia. Ormai non c’è più da opporsi, questo è un
dogma, una verità indiscussa. In effetti che scrivo a fare? Obbè, Per riempire la
giornata e non spanciarmi con grandi piatti di penne all'Arrabbiata.
[1] Encyclica de
litteris colendis, apud Baluze. t. I. capit. p. 200. Sirmond, Concilia
Galliæ. t. II. p.
124. Pertz. t. I. legum. p. 52, tradotto da Ampère, histoire
litteraire, t. III. p. 25 e da Ozanam. la Civil, chrét. chez les Francs.
Ch. IX. p. 468 et 69. Il testo latino non sarebbe elegante, ma è corretto.
L'esemplare che è stato conservato era
quello indirizzato a Baugulfo, abate di Fulda: « Karolus, gratia Dei, rex
Francorum et Longobardorum ac patricius romanorum, Baugulfo abbati et omni
congregationi, tibi etiam commissis oratoribus nosiris, in omnipotentis Dei
nomine, amabilem direximus salutem.»
[2] «
Presbyteri per villas et vicos scholas habeant, et, si quilibel fidelium suos
parvulos ad discendas lilteras eis commendare vult, eos suscipere et docere non
renuant, sed cum summa caritate eos doceant, attendentes illud quod scriptum
est : qui autem docti fuerint fulgebunt quasi splendor firmamenti, et qui ad
Juslitiam erudiunt multos, fulgebunt quasi stellae in perpetuas xternitates.
Cum ergo eos docent, nibil ab eis pretii pro hac re exigant, nec aliquid ab eis
accipiant, excepto quod eis parentes caritatis studio sua voluntateobtulerint.
» Georg. Gothofr. Keuffel, Historia
originis ac progressus Scholarum inter Christianos. Helmstadii MDCCXLIII §
XL. p. 173. —
[3] « Traduntur post breve
tempus marcello scholæ claustri, cum beato Notkero balbulo, et ceteris
monachici habitus puerules : externæ vero, id est canonicæ Isoni, cum Salomone
et ejus comparibus. » Georg. Gothofr. Keuffel.
lb. §.
XLII. p. 179.
[4] Vedi cap. 4 di Jean Baptiste Laforêt, Alcuin
restaurateur des sciences en occident sous Charlemagne, Louvain 1851
[5] Lettera CXXIV di
Alcuino «carrissime in Christo præceptor»
[6] «...
Qui excipiant Inde necessaria quæque, et revehant in Franciam flores Britanniæ;
ut non sit tantummodo in Euborica hortus conclusus, sed in Turonica emissiones
paradisi cum pomorum fructibus, ut veniens Auster perflaret hortos Ligeri
fluminis... » Ibid. Epist. XXXVIII. ad Carolum magnum, p.
53. —
[7] Come afferma lo
stesso Alcuino nella lettera (la LXXXV) diretta a Carlomagno «Punctorum
distinctiones et subdistinctiones, licet ornatum faciant pulcherrimum in
sententiis, tamen usus illorum propter rusticitatem pene recessit a
scriptoribus.»
[8] Infatti nella stessa
lettera scrive: «...Ego
itaque, licet parum proficiens, cum Turonica quotidie pugno rusticitate.»
Marco Pugacioff
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