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lunedì 8 luglio 2019

Le scuole carolingie

Le scuole carolingie

   Le scuole carolingie hanno inizio con una “circolare” di Carlomagno dell’anno 787, indirizzata a vescovi e monaci per la “fondazione” di scuole pubbliche; e questi mossi dalle frequenti lettere scritte da Alcuino seguono con entusiasmo l’ordine del re. 
L’ordinanza imperiale diceva: «Carlo, per grazia di Dio, re dei Franchi e dei Longobardi, patrizio dei Romani, nel nome di Dio Onnipotente, saluta. Conoscendo la vostra gradevole devozione a Dio, e dopo aver deliberato con i nostri fedeli, abbiamo stimato che i vescovadi e i monasteri che, per la grazia di Cristo, sono stati posti sotto il nostro governo, oltre all'ordine di una vita regolare e la pratica della santa religione devono anche mettere il loro zelo nello studio delle lettere e insegnarle a coloro che, Dio li aiuti, possono imparare, ciascuno secondo le sue capacità. Così, mentre la regola ben osservata sostiene l'onestà della morale, che la cura dell'apprendimento e dell'insegnamento metta ordine nel linguaggio, in modo che coloro che vogliono piacere a Dio vivendo bene, non trascurino di compiacerlo parlando bene. È scritto: sarai giustificato o condannato dalle tue parole. Anche se, in realtà, è meglio agire bene che sapere, comunque bisogna sapere prima di agire. Ognuno, pertanto, deve imparare la legge che desidera compiere, in modo che l'anima possa comprendere tanto più l'estensione dei suoi doveri, che la lingua sarà scaricata senza errori dalle lodi di Dio. Perché se tutti gli uomini dovessero evitare l'errore volontario, quanto più devono difendersi, secondo il loro potere, da coloro che sono chiamati solo al servizio della verità! Ora, in questi ultimi anni, come ci è stato detto di diversi monasteri, in cui i fratelli che lì vivevano hanno moltiplicato le loro sante preghiere per noi, poiché nella maggior parte di questi scritti abbiamo riconosciuto un senso retto ma un discorso non istruito. Questo non è che una sincera devozione dettata fedelmente al pensiero, un linguaggio inesperto non può esprimerlo al di fuori, per una negligenza degli studi. Ecco perché abbiamo cominciato a temere che se mancasse la scienza nel modo di scrivere, era necessaria molta meno intelligenza di quanto dovrebbe essere nell'interpretazione delle Sacre Scritture. Sebbene gli errori di parola siano pericolosi, sappiamo tutti che gli errori di significato lo sono di più. Ecco perché vi esortiamo, non solo a non trascurare lo studio delle lettere, ma ancora, con umile intenzione benedetta da Dio, a rivaleggiare con zelo nell’apprendere, in modo che possiate penetrare più facilmente e più sicuramente i misteri delle Sacre Scritture. Ora, come ci sono nei libri sacri, figure e altri ornamenti simili, è indubbio per chiunque, che leggendoli, dovrebbe cogliere il significato spirituale molto più velocemente, se è meglio preparato dall'insegnamento delle lettere. Dobbiamo scegliere per questo ministero uomini che hanno la volontà, il potere di apprendere ed anche il desiderio di istruire gli altri, e che lo si faccia solo nella pia intenzione che ispira i nostri ordini. Poiché desideriamo che siate, come si addice ai soldati della Chiesa, pii dentro e dotti insieme, nella castità di una vita santa e la scienza di una buona lingua, così che qualunque uomo che vi visiterà per amore di Dio, veda da vicino la santità della vostra morale, e allo stesso tempo che sia edificato dal vostro spirito, si illumini della vostra saggezza e la riconosca sia alle vostre lezioni, o dai vostri inni sacri, e torni felice a casa, ringraziando il Signore Onnipotente. Non trascurate di inviare copie di questa lettera a tutti i vescovi vostri suffraganei e a tutti i monasteri, e vogliate gioire del nostro favore: a chi legge vada il nostro saluto[1].

    Fu Theodolfo, d'origine probabilmente italiana dice la Treccani in linea si distinse subito per far rivivere il movimento intellettuale, indirizzando un capitolare ai preti delle sua diocesi «Lascia che i preti tengano scuole in città e villaggi; e se uno dei fedeli desidera affidar ad essi i suoi figli per studiare le lettere, non si rifiuteranno di riceverli e istruirli, ma, al contrario, gli insegneranno con perfetta carità. ricordando che è scritto: "Coloro che sono stati istruiti brilleranno come i fuochi del firmamento, e quelli che hanno istruito molti sulla via della giustizia brilleranno come stelle per tutta l'eternità". E che nell'educare i bambini, essi non richiedono alcun prezzo e non ricevono nulla, tranne ciò che i genitori li offriranno volontariamente e per affetto.[2]»
Le scuole erano divise in tre classi: scuole parrocchiali, scuole monastiche e scuole episcopali. Le scuole parrocchiali erano di due tipi; in alcuni i sacerdoti hanno dato l'istruzione, negli altri l'hanno ricevuta.
   Cosa veniva insegnato in queste scuole? I principi generali della teologia e della tradizione; erano impartite lezioni sulle Sacre Scritture, il culto religioso, i santi Canoni e tutto ciò che riguarda i Sacramenti della Chiesa. Per quanto riguarda le scuole in cui i sacerdoti erano insegnanti, il loro insegnamento era più limitato e più elementare. Il loro unico scopo era insegnare ai figli del popolo i primi rudimenti della dottrina cristiana, per elevarli alla conoscenza del simbolo, del sigillo di fede e della preghiera del Signore.
   Le scuole monastiche o abbaziali che, dopo la circolare di Carlomagno, furono erette, se non in tutti, almeno nella maggior parte dei monasteri, erano anche in parte volte a spiegare le verità fondamentali del cristianesimo; ma ci si occupava principalmente dello studio delle arti liberali.
Vi era quello che allora veniva chiamato il trivium, ovvero la grammatica, la retorica e la dialettica. Uno studio che poteva riversarsi nel quadrivium che comprendeva aritmetica, geometria musica e astronomia; tutte discipline in cui due secoli dopo fu gran maestro quel pastorello che sedette sul trono del Vaticano: Gerberto. La divisione conosciuta del trinium e del quadrivium deriva da Cassiodoro e de Boezio e fu portata dall'Italia in Inghilterra da Augustin; in Spagna, da Isidoro di Siviglia; da Alcuino in Francia, resta da capire se è in Gallia [l’odierna France] oppure la Francia che aveva sede nel Piceno.
   Le scuole monastiche erano divise in scuole interne ed esterne o in altre scuole canoniche[3]. Nelle scuole interne furono ammessi solo i bambini che dovevano abbracciare la professione monastica. Le scuole esterne, d'altra parte, erano frequentate da coloro che, dopo aver ricevuto le prime nozioni di scienza, ritornarono nel mondo.
La diversità delle arti e delle scienze che sono stati obbligati a insegnare nelle scuole monastiche, a causa della differenza di età e la capacità intellettuale degli studenti, generò un'altra distinzione: c'erano – come diremo oggi – delle università e delle scuole primarie o meglio elementari. Nelle scuole primarie ai bambini veniva insegnato il simbolo della fede, della preghiera domenicale, della canzone, del calcolo e della grammatica. Le scuole superiori coltivavano la scienza su una scala molto più ampia; le lettere divine sono stati insegnati, arti liberali, la matematica, l'astronomia, l'aritmetica, geometria, musica, retorica, poesia, anche lingue orientali, come l'ebraico e l'arabo.
   Queste scuole, di cui troviamo un modello perfetto in quello del monastero della Turonicæ Civitatis  identificata con Tours, alla cui testa vi sarà Alcuino, non furono organizzate da un decreto, un ordine imperiale; hanno trovato la loro origine nella libertà dell'educazione religiosa. Furono creati dallo zelo privato di alcuni scienziati che non avevano nulla di così profondo da perfezionare la loro conoscenza e comunicare agli altri le scienze che avevano acquisito. Hanno cercato di diffondere, di propagare la cultura delle lettere; amavano diffondere l'erudizione; per questo scopo furono usati due mezzi molto efficaci: quando in un monastero non c'erano uomini dotti, nessun uomo capace di insegnare, nessuno arrossiva per chiederne un altro. chi l'ha avuto o alcuni monaci furono mandati a studiare le lettere in cui fiorivano di più, in modo che potessero riportare i tesori della scienza nel seno della loro corporazione. Così tra i monaci c'era ovunque la comunicazione di idee, di luci; lo stesso pensiero, lo stesso desiderio, quello di istruzione, infondendo  ad altri la sete di conoscenza delle loro anima.
Non per niente i padri del Concilio di Parigi, che si tenevano nel corso dell'anno 829, proposero all'Imperatore Ludovico di erigere in Francia (Francia o France?) tre scuole pubbliche, al fine di mantenere la cultura delle lettere in alto onore. Secondo il loro piano, queste scuole sarebbero state una specie di università, veri e propri viali della scienza, accessibili a tutti, stranieri e francesi allo stesso modo; La conoscenza divina e umana doveva essere insegnata lì, che poteva servire da ausiliari per penetrare più facilmente, più profondamente nello studio della teologia e della Sacra Scrittura[4].

La scuola Palatina

  Ma al di sopra di tutte le altre vi era un’altra scuola, quella del Palazzo, così chiamata perché era all’interno del palazzo imperiale. Secondo Jean Baptiste Laforêt, Carlomagno ne era il restauratore. Restauratore in quanto è a un certo padre Pitra, benedettino (Historie de St. Léger, capitoli II e III), che avrebbe  provato l'esistenza della scuola di palazzo sotto i re merovingi, cosa per altro già indicata dagli autori della Histoire littéraire de la France, t. III. e da Ozanam nella sua opera de la civilisation chrétienne chez les Francs tutti costoro avrebbero dato delle prove dell'esistenza della scuola palatina prima di Carlo Magno, p. 404 e seqq. c. IX.
Oltre l’amore per la guerra, le cacce, le campagne di guerra spietate per trovare nuovi schiavi tra i pagani del nord Europa, e le donne da amare, messer Carlo univa la passione per la letteratura. E per soddisfare questa passione, tenne alla corte alcuni studiosi, alcuni uomini dotti, con i quali conversò su tutte le questioni di erudizione; stava costantemente risvegliando le loro menti, offrendo loro gravi difficoltà scientifiche su tutti i rami della nostra conoscenza; li fece istruire i suoi figli e le sue figlie con ordine e regolarità; egli desiderava, come riferisce Eginardo, che dovessero insegnare loro le arti liberali.
La scuola fu un passo dovuto per chi voleva far tornare l’istruzione nel suo regno. E con la scuola, anche i libri per l’istruzione. Infatti vi era nel palazzo del principe, dove si trovava la scuola, una biblioteca per gli studenti, come appare da Ademaro nella sua cronaca di Angouleme, dove riferisce che Ludovico il Pio prestò libri da questa biblioteca ad Amalarius, un diacono della chiesa di Metz, per redigere la regola che ha composto per la vita dei canonici, con estratti che ha fatto dei vecchi concili e dei Padri della Chiesa, e in particolare delle sentenze di Isidoro, vescovo da Siviglia. [Claude Joly, Traité historique des écoles épiscopales et ecclésiastiques. Parigi MDCLXXVIII. c. XXII. p. 160 e 161.]
Anche se vi erano altri insegnanti – uno fra tutti Pietro il Pisano – Alcuino era l’immagine vivente, l’anima stessa di questa scuola. Erano suoi discepoli i grandi dignitari del regno: Carlo, Pipino e Ludovico figli di Carlomagno, Adalberto, Angilberto, l’uomo d’armi Flavius Damætas, e Eginardo, consigliere del re stesso, Gisla sorella del re e Gisla figlia del re, Guntrade detta Eulalie e Carlomagno stesso che qualifica Alcuino il suo carissimo precettore[5].
Tra gli allievi di Alcuino, vi era anche un certo Wido, o Vidone; Jean Baptiste Laforêt a pag. 211 del suo libro dice che il Maestro nei sui ultimi anni di vita indirizzò a questo uomo serio, premuroso e di grande integrità, un trattato di morale pratica sulle virtù e dei vizi. Il conte era un… mangravio della Bretagna Cismarina, quella stessa Bretagna dove era la città e il monastero di Tours… non certo nel Piceno, dove realmente visse il nonno dell’imperatore Guido e che per di più studiò alla scuola Palatina.
Qui, sempre nella stessa scuola avvenne un dialogo (disputatio) tra Alcuino e Pipino in cui un erudito (Ozanam) riconosce le tracce della poesia anglosassone.
    Nella scuola palatina, a torto o a ragione, si vede la nascita dell’Universitate Parisius, riconosciuta da tutti per l’università di Parigi (Paris), quella libera associazione di professori, consacrata nel XII° secolo da un papa e dal re della France, preceduta, sempre in France, dalla scuola di Reims in cui insegnò Gerberto.
Si era discusso se questa scuola era fissa o ambulante per seguire i vari spostamenti del re, per cui nei suoi viaggi era passato a Parigi, dando iniziò all’università, ma il soggiorno abituale di Carlomagno era, secondo Eginardo, ad Aquisgrana e non certo a Parigi. Non può essere Carlo l’imperatore il fondatore della Sorbonne.
Ma Alcuino ha altri problemi. Sogna di tornare a casa e ci ritornerà nel 790. Ma anche lassù avrà dei problemi (problemi diplomatici tra il re Offa e lo stesso Carlomagno) e problemi religiosi con nuove dottrine religiose, eresie come quella del vescovo di Urgel, dal nome tanto carino, quello di un gattino del mondo dei disegni animati: Felix.
   Felix viene convocato a un concilio a Ratisbona presieduto dallo stesso Carlomagno: « Antequam ego... venissem in Franciam, haec eadem vestri erroris secta eodem glorioso principe præsidente, præsente Felice, quem multum laudare solis, vestræ partis tum defensore, ventilata est in celeberrimo loco, que dicitur Raiginis-Burg, et synodali auctoritate sacerdotum Christi, qui ex diversis christiani imperii partibus convenerant æterno anathemate damnata. Alcuin. lib. 1. Adv. Elipatum p. 882. num. XVI. Frob. T. i. – e Bouquet, tom. V. Script. Rer. Franc. » Saranno le sviste dei libri ottocenteschi dove Ratisbona è in Francia... Gatto Felix avrebbe detto la sua.


 Ma lasciamoci dietro le sterili discussioni religiose. Carlomagno rivuole Alcuino al suo fianco, e Alcuino non por dir di no a colui che entro breve – per decisione di un pontefice – avrà il mantello del Comando degli imperatori Romani dell’Occidente.  Ma il continuo studio, i molti viaggi, lo hanno sfibrato e una malattia febbrile lo costringe a ritirarsi. Ma Carlomagno, approfittando della scomparsa dell’abate Ithier di San Martino – in un monastero identificato a Tours in France – gli fa prendere il suo posto.   
E qui fonda una scuola, sembrerebbe proprio su modello di quella di York. Per questo si fa inviare quei libri – i grandi classici di Atene e di Roma – su cui aveva studiato nella sua giovinezza nel monastero inglese. Perciò chiede il permesso a Carlomagno che gli siano portati i fiori della Bretagna. «Non è giusto che il giardino in cui si trovano questi fiori sia solo a York. Ne dobbiamo possederne alcuni anche a Turonis[6]».  Il permesso viene concesso e i discepoli partono per l’Inghilterra e ritornano così con una gran numero di classici. Classici, però concessi per un tempo limitato e poi dovranno essere riconsegnati alla biblioteca di York.
Era necessario affrettarsi a trascriverli. Ma come trascriverli? Il monastero in Francia mancava di eruditi copisti delle regole della grammatica e dei principi dell'ortografia[7]. Alcuino era nei guai! «Faccio pochi sviluppi, procedo poco, lottando ogni giorno con la rusticità dei miei monaci[8]». Allora fa nel monastero della Turonicæ Civitatis ciò che aveva fatto con così tanto successo nella scuola del palazzo ad Aquisgrana, insegnando ai suoi confratelli i primi elementi della letteratura, le regole della grammatica, l'ortografia e i principi da seguire. per scrivere correttamente: unendo la pratica alla teoria, pianificò, all'interno del monastero, un museo per i copisti, a cui si era reso sacro il compito di trascrivere le opere con la massima scrupolosità.
Non solo ma amando egli stesso la letteratura dell’antichità, procede a ristabilire l’ortografia e la punteggiatura dei testi alterati.
Da qui è nata l’Universitate Parisius? Nata in un piccolo centro tra la collina e la montagna che doveva essere tranquilla, adatta all’isolamento studioso, che sembra rientrare all’idea degli studi come la si coltiva più in Inghilterra che in Italia…. E chi me lo può più dire dopo oltre 1200 anni…
Ma il lavoro di Alcuino così costante, così ostinato, finì per rovinargli completamente la salute; sfinito dalle veglie e dalle fatiche di ogni genere, sentì il peso del governo del monastero. Chiese a Carlo Magno il permesso di rassegnarsi a favore dei suoi discepoli. L'Imperatore si affrettò a concederglielo. Di conseguenza Fridugise ebbe l'abbazia di San Martino. Del resto, la sua salute stava peggiorando giorno dopo giorno, fino a portarlo in fretta verso la tomba, il 19 maggio 804.
Dovè la Turonicæ Civitatis? Una cosa la sappiamo; in Francia, ma non in France! Tutto questo fervore partito da Aquisgrana, veniva comunque dalla Francia. Non me ne vogliano i miei amici francesi (quattro in tutto Jean-Yves, François, Gerard e Bernard e li sento amici per la pelle grazie a Cucciolo, Tiramolla – o meglio Pipo et Elastoc –, Blek, Tex).
   Nella ansia di sapere che mi fa capire di essere un ignorante [io me lo dico, ma nessuno provi a ridirmelo!] mi domando «Com’è che nei documenti in latino di questi anni, c’è la Francia e non la Gallia?».
Un momento un documento discordante c’è, dei tempi delle sterili discussioni religiose contro Felix o Felice che dir si voglia: «Provate se ciò che dite è vero, mostratemi una chiesa, sia in tutta l’Italia, sia in Germania, sia in Gallia, sia nell’Aquitania, sia nella Bretagna che professi le vostra asserzione = Probate, si potestis, verum esse quod dicitis; ostendite nobis vel unam ecclesiam in tota Italia, vel Germania, vel etiam Gallia, aut Aquitania, immo aut Britannia, quæ vobis consentiat in hac vestra adsertione. » beati Alcuini contra Felicem Urgelitanum Episcopum t.1. p. 792. num. VI.
Vabbè, tanto si sa la Francia d’allora, di cui parla la tradizione orale del Piceno, era la Gallia. Ormai non c’è più da opporsi, questo è un dogma, una verità indiscussa. In effetti che scrivo a fare? Obbè, Per riempire la giornata e non spanciarmi con grandi piatti di penne all'Arrabbiata.




[1] Encyclica de litteris colendis, apud Baluze. t. I. capit. p. 200. Sirmond, Concilia Galliæ. t. II. p. 124. Pertz. t. I. legum. p. 52, tradotto da Ampère, histoire litteraire, t. III. p. 25 e da Ozanam. la Civil, chrét. chez les Francs. Ch. IX. p. 468 et 69. Il testo latino non sarebbe elegante, ma è corretto. L'esemplare che è stato conservato  era quello indirizzato a Baugulfo, abate di Fulda: « Karolus, gratia Dei, rex Francorum et Longobardorum ac patricius romanorum, Baugulfo abbati et omni congregationi, tibi etiam commissis oratoribus nosiris, in omnipotentis Dei nomine, amabilem direximus salutem.»
[2] « Presbyteri per villas et vicos scholas habeant, et, si quilibel fidelium suos parvulos ad discendas lilteras eis commendare vult, eos suscipere et docere non renuant, sed cum summa caritate eos doceant, attendentes illud quod scriptum est : qui autem docti fuerint fulgebunt quasi splendor firmamenti, et qui ad Juslitiam erudiunt multos, fulgebunt quasi stellae in perpetuas xternitates. Cum ergo eos docent, nibil ab eis pretii pro hac re exigant, nec aliquid ab eis accipiant, excepto quod eis parentes caritatis studio sua voluntateobtulerint. » Georg. Gothofr. Keuffel, Historia originis ac progressus Scholarum inter Christianos. Helmstadii MDCCXLIII § XL. p. 173. —
[3] « Traduntur post breve tempus marcello scholæ claustri, cum beato Notkero balbulo, et ceteris monachici habitus puerules : externæ vero, id est canonicæ Isoni, cum Salomone et ejus comparibus. » Georg. Gothofr. Keuffel. lb. §. XLII. p. 179.
[4] Vedi cap. 4 di Jean Baptiste Laforêt, Alcuin restaurateur des sciences en occident sous Charlemagne, Louvain 1851

[5] Lettera CXXIV di Alcuino «carrissime in Christo præceptor»
[6] «... Qui excipiant Inde necessaria quæque, et revehant in Franciam flores Britanniæ; ut non sit tantummodo in Euborica hortus conclusus, sed in Turonica emissiones paradisi cum pomorum fructibus, ut veniens Auster perflaret hortos Ligeri fluminis... » Ibid. Epist. XXXVIII. ad Carolum magnum, p. 53.
[7] Come afferma lo stesso Alcuino nella lettera (la LXXXV) diretta a Carlomagno «Punctorum distinctiones et subdistinctiones, licet ornatum faciant pulcherrimum in sententiis, tamen usus illorum propter rusticitatem pene recessit a scriptoribus.»
[8] Infatti nella stessa lettera scrive:  «...Ego itaque, licet parum proficiens, cum Turonica quotidie pugno rusticitate.»

Marco Pugacioff
  
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