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domenica 15 gennaio 2017

Piccolo campionario dell’insolito 2




Gerberto e il diavolo
Piccolo campionario dell’insolito 2

PRESAGI E STARNUTI

Da La route de l’ouest – n. 113 mars 1984
Una corrente d’aria, un colpo di freddo, un niente e noi starnutiamo. Il più delle volte in maniera praticamente intempestiva! Or bene, cosa credevano i nostri amici Greci… (quelli dell’antichità!) ?
Starnutire tra mezzanotte e mezzogiorno portava sfortuna. Ma se per fortuna si starnutiva nel pomeriggio, non potevano che arrivare cose deliziose e altrettanto impreviste.
Per i nostri avi, il presagio dello starnuto era differente. E più complicato! Se qualcuno aveva tendenza a starnutire dalla parte sinistra, era la fortuna assicurata. Ma se era dal fianco destro, allora si potevano temere i guai peggiori.
D’altra parte, se il marito starnutiva il mattino delle sue nozze, la famiglia navigava nell’estasi. Perché l’unione così celebrata… è pressoché santificata! E resta senza la minima nuvola. 
Il che, dopo tutto, non è così divertente perché il piacere delle baruffe, diceva Courteline, era decisamente di far la pace.
Ai nostri giorni quando qualcuno starnutisce, sia a destra che a sinistra, è piuttosto un brutto presagio. Vorrebbe dire che rischiamo di averci buscato un raffreddore.
ωωω

Regolo e il serpentone di Cartagine
   Durante la campagna del console Marco Attilio Regolo (di probabile origine ciociara) contro Cartagine nella prima guerra punica, si era posto un accampamento militare presso il fiume Bragada (l’odierno Mejerdah, che sfocia presso Tunisi). Qui come narrano Vibio Sequestro[vedi nota 1 e 2], Aulio Gèllio, Valerio Massimo e Plinio il vecchio vi era la tana di un gigantesco serpente che attaccava e trangugiava i militi Romani. Regolo informato dei fatti, attacca il serpente con soldati, baliste e arieti, ma la pelle del serpente è talmente dura che stritola e schiaccia molti legionari. 


   Allora è lo stesso console a cavallo che con la sua lancia a colpire il rettile, ferendolo alla testa. Dietro di lui, Maro, un soldato venuto dall’Umbria, lo colpisce ancora, prima che si cibi del cavallo del console e dopo di lui altri soldati colpiscono ancora il capo del serpente. Infine un grosso macigno scagliato da una balista spacca la testa del rettile.
    Il rettile venne poi scuoiato e la sua pelle insieme alle fauci furono portate a Roma e poste in uno dei templi sul Campidoglio. Plinio stesso ci assicura che la pelle – e sicuramente sapeva distinguere tra pelle ed intestini – era lunga centoventi piedi, cioè 35 metri; ed era ancora visibile almeno fino alla guerra di Numanzia [Plinio, Stor, nat., lib. VIII. 14,] contro i Celti iberici. Aggiunge inoltre che si può credere a questi fatti ricordando che si vide in Italia il serpente chiamato boa arrivare a tale grandezza, che sotto il regno del Dio Claudio, si trovò un bambino nello stomaco di uno di questi animali, ucciso al Vaticano.


   Maro [o Marus], dopo quest’impresa si illustrò l’elmo con un serpente, mentre Regolo, secondo la storia – ormai considerata leggenda – prigioniero dei cartaginesi fu posto in una botte irta di chiodi che venne rotolata da una collina fino al mare.


   Da cui venne – macabra battuta finale – il detto odierno “siamo in una botte di ferro”… e quando me lo dicono aggiungo “sì, come quella di Attilio”.

1 - Vìbio Sequèstre (lat. Vibius Sequester). - Compilatore latino (4º-5º sec. d. C.) di un lessico geografico con notizie storiche e mitologiche sui luoghi ricordati da Virgilio, Lucano e in parte da Silio Italico e Ovidio; il titolo è Vibii Sequestris de fluminibus fontibus lacubus nemoribus paludibus montibus gentibus per litteras; ma forse V. S. è uno pseud. attinto alla Pro Cluentio, 25, di Cicerone, o solo il Sequester è un'aggiunta fatta in ricordo del passo ciceroniano. Da http://www.treccani.it/enciclopedia/vibio-sequestre/  
2 - Vib. Seq., de fluminibus , v. Bagrada : Bagrada Africae juxta oppidum Musti, ubi Regulus serpentem longum pedes CXX exercitu abhibito interfecit.

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Da un programma radiofonico spagnolo chiamato “Espacio in Blanco” vi è stata fatta una puntata intitolata
“Las rutas del diablo”


Faust nella cucina della strega 1848, Sir Joseph Noel Paton, Pennino, inchiostro marrone e acquerello su carta 24.00 x 29.90 cm, © National Galleries of Scotland

  L’idea, il concetto dell’inferno dovrebbe derivare da un supplizio, detto castigo del fuoco, dell’antica Babilonia in cui i condannati dovevano passare su una passerella strettissima e lunga tanti metri quanto era grave il crimine. Essa passava sopra una fossa piena di legna, che degli addetti facevano continuamente ardere. L’incriminato, più era lunga la passerella più aveva difficoltà a respirare, e infine cadeva sulle braci ardenti. Da questo supplizio fu tratta l’immagine del castigo eterno.


Dal Liber Floridum il diavolo bestia

    Un fenomeno sociale tremendo in Spagna, come in Nord America è quello delle molte associazioni, chiese, sette dedicate al diablo, al diavolo. Quasi ogni regione spagnola ne ha una: Una dedicata a Lucifero in Coruña, los Hijos del diablo in Vigo, El Toro o la setta del Toro nel Leon, la Hermandad de Satan nel pireneo catalano, la hijia [o la setta] del mal Belzebù in provincia di Barcellona, la Mano Negra in Valenza, los Hermanos Diabolicos in Gandia, Satanis Hispanis a Marbella, nella provincia di Malaga, il tempio di Seth in Madrid e la Luna Negra in Toledo con il suo Papa, insomma una grande proliferazione di sette in Spagna, che si dedicano seriamente al culto satanico.


Illustrazione in La-Bas, di Huysmans
Paris, 1891
 
   Esagerando si può anche dire che ogni regione spagnola ha il suo ponte del diavolo. L’acquedotto di Segovia, seppur realizzato dai Romani è considerato un ponte del diavolo.



   In più da tempi antichi l’uomo ha utilizzato gli specchi per aver relazioni con ciò che vi è mas allà, al di là. Molta gente scompariva attraverso uno specchio. Si assicurava che esistesse un altro mondo oltre la superficie lucida, un mondo che conosceremo solo quando cesseremo di vivere.


   Lo specchio già esiste in natura, l’acqua riflette come uno specchio. Nello specchio comunque si vedono fatti del passato e volti conosciuti o sconosciuti. Era realizzato con un cristallo detto della luna, molto pulito, che fuso dava una superficie atta a riflettere, e i migliori specchi erano gli specchi veneziani, che erano quelli dove vi erano maggior quantità di fenomeni.



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…altra puntata di “Espacio in Blanco” fu su…
Il cammino iniziatico di Santiago.

Si attribuì a Carlo Magno lo scoprimento della tomba di Santiago di Compostella, tanto che nella sua urna d’oro attualmente ad Aachen, appare impressa la storia dell’apparizione di Santiago all’imperatore, che gli dice di seguire il cammino delle stelle e che alla fine avrebbe incontrato la sua tomba.


Si è detto che nel cammino di Santiago, poteva esistere, prima dello scoprimento del sepolcro dell’apostolo, un cammino iniziatico, detto anche il cammino degli architetti, perché erano coloro che detenevano il segreto delle vecchia architettura.


Maestro cantero representado en un canecillo medieval. [CanecilloParte del fascio di un edificio che si estende all'esterno della facciata e tiene la cornice.]

E si è detto anche che era il cammino degli scalpellini, o degli uomini della pietra; questo cammino iniziatico arrivava fino al mare dei morti – dove nell’antichità si credeva andassero le anime di chi moriva – un luogo sconosciuto, e il luogo più occidentale della costa occidentale e la fine della terra. È molto curioso il fatto che gli alchimisti chiamavano la ricerca della pietra filosofale, “il cammino di Santiago”. 


( 1550circa ).
la Chronique de Turpin afferma che la chiesa è stata fondata da Carlomagno

Sembra che Nicola Flamel venendo dalla Germania avrebbe iniziato il cammino di Santiago, cercando non solo la tomba dell’apostolo, ma ricercando anche il segreto dell’alchimia, il segreto della pietra filosofale che convertirebbe i materiali meno nobili in oro. Nella regione del León, avrebbe incontrato un vecchio alchimista giudeo, che gli avrebbe svelato la formula agognata. Flamel avrebbe avuto così molta disponibilità di oro convertito, e restaurò con essa la torre di Santiago, la torre Saint Jack a Parigi, ormai in rovina. 


La tour Saint-Jacques par Thomas Shotter Boys ; première moitié du XIXe siècle.
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Il Trickster

Una veloce risposta di José Antonio Caravaca a una mia domanda mi fatto scoprire uno strano  personaggio: Joseph Campbell nel suo libro "Las máscaras de Dios" "Maschere di Dio" definisce il "Trickster" mitologico, assicurando che è un personaggio che: «ha esercitato sempre un grande fascino ed è universale, inoltre è presente in tutte le culture e mitologie. Sembra sia stata la principale figura mitologica del mondo Paleolitico nella storia. Uno sciocco e un imbroglione crudele, lascivo e l'iniziatore del disordine; Tuttavia è anche il portatore di cultura. Può essere uomo, donna, animale, spirito, dio, dea o bestia antropomorfa, fa trucchi, disobbedisce alle norme e alle regole di comportamento, è sempre in movimento e ha una intensa sessualità. Sua caratteristica principale è la propria ambiguità, con due diverse nature (divino e umano, umano e animale, celeste e infernale...). E’ un essere ambivalente, che presenta nelle sue opposte nature, sia il bene sia il male, l’ordine e il caos.»
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Carlo Magno e i ritornanti
nel libro
Storia dell’antica Abbazia e del Santuario di Nostra Signora di Vezzolano (Piemonte) di
Antonio Bosio Torino, 1872


Si legge:
Si sa dalle storie che venne Re Carlo Magno nel 773 alla conquista della Lombardia. Superato alle chiuse in Val di Susa e vôlto in fuga Desiderio Re dei Longobardi, lo strinse d’assedio in Pavia, che molto durò. In quel tempo prese varie città, fra le quali Torino, da cui si recò cacciando, come era solito, sino alla selva di Vezzolano, forse neppure dieci miglia da quella città lontana. Ed appunto la pittura rappresenta quel Sovrano a cavallo, accompagnato da due scudieri parimenti a cavallo, e seguito dai cani, con uccelli che svolazzano per l’aria; esso è in atto di grande spavento, sì che accenna di cadere dal suo bianco destriere, e ciò per la vista di tre scheletri (credendoli forse di persone fatte da lui uccidere), che escono da una tomba, uno dei quali avvolto in funereo lenzuolo, che avrei creduto rappresentasse una donna, se non si scorgesse ancora un po’ di barba sul mento: i due cavalieri del suo seguito sono ugualmente spaventati, uno nasconde il volto fra le mani, l’altro rivolge il capo altrove per non vedere: un pio monaco o romito si presenta a confortarli, esortandoli a ricorrere alla Patrona di quel luogo, alla Madonna venerata nella vicina chiesa, che indica, e dice di non insuperbirsi, pensando che tutti dobbiamo morire. […]


Alcuni, non so con quale fondamento, credono che Carlo Magno fosse soggetto all’epilessia, e che per intercessione di Maria ne fosse libero, quindi in ringraziamento a Dio della ricevuta grazia, abbia donati mezzi più che sufficienti ad ampliare la chiesa ed il convento. Ma la pittura indica piuttosto lo spavento per la vista dei morti.[…]


Vedendo poi alcuni dipinto Carlo Magno che quasi cade dal cavallo, credono che sia stato improvvisamente colto dal morbo epilettico alla vista dello scheletro, e che quindi ne venisse dal monaco risanato, raccomandandolo alla Madonna, e quindi in ringraziamento dell’ottenuta grazia ne rifabbricasse la chiesa ed il convento. Ma di ciò la sola tradizione non corroborata dalla storia lo accenna come già dissi.


piccola ricerca di Marco Pugacioff

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va agli
 



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