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sabato 22 febbraio 2025

Stravaganze carolingie

 

Stravaganze carolingie

 

Avevo provato a mandare questo articoletto al centro studi san Claudio, ma non ho avuto nessuna risposta, perciò lo metto allungato sul mio sito e come diceva Totò…

“Buonanotte ai suonatori!”

 


Carlomagno santo (solenne minchiata!)

 

Barbarossa,  Carlo Magno e i re magi…

 

Se amate le notizie scientificamente infondate eccone alcune per voi…

 

  Anni fa, nel 2008, scrivevo per il professor Giovanni Carnevale quel libro dal titolo odioso L’europa di Carlo Magno nacque in Val di Chienti, dove alla nota 237, mi dettò…

«Lo smantellamento del Sancta Maria in Val di Chienti, non solo privava la Chiesa della sua Sede Lateranese ma rientrava nella logica di quella operazione politica che va sotto il nome di Translatio Imperii. Se ne fece esecutore Rainald di Dassel e la realizzò in forme che colpissero la fantasia delle masse in Germania.

La traslazione di San Carlo Magno non poté non avvenire in forme spettacolari, anche per ragioni di propaganda politica, eppure non ne è rimasta traccia nella tradizione tedesca, a meno che la traslazione dei “Koenige”, dal San Eustorgio di Milano, non si sia sovrapposta e confusa con quella di Carlo Magno dall’antica Aquisgrana. La presenza del termine “Koenig” (Re) induce a pensare che le due traslazioni si siano effettivamente confuse in un’unica tradizione quando, nel sec. XIII, i Domenicani si fecero propagatori del culto dei Re Magi. Prima di loro i Re Magi non sembrano essere stati oggetto di particolare culto né a Milano né a Colonia.

In fondo, la sigla C.M.B. con cui in Germania si rievoca ancora nel periodo natalizio la traslazione dei “Koenige”, potrebbe, nel sec. XII, aver fatto riferimento alla sola traslazione di re Carlo (Carolus Magnus Beatus), confluendo e confondendosi nel sec. XIII con quella dei Re Magi (Caspar, Melchior, Balthasar).

Rainald di Dassel, cancelliere imperiale e dal 2 ottobre 1165 arcivescovo di Colonia, col trasferimento delle ossa di Carlo Magno nella sua diocesi mirava non solo a configurare come Sacro l’Impero tedesco, ma anche a neutralizzare ogni iniziativa dei Re di Francia contro di esso.»


  A quel tempo non ricordavo di aver letto la storia a fumetti di Martin Mystère, tutta basata su leggende de Il ritorno dei magi e il suo seguito I negromanti, i numeri 149 e 150, usciti nel ’94. E quindi non potevo ricordare anche che Castelli, lo sceneggiatore del personaggio a fumetti nella posta del numero 153 del dicembre 1994 scriveva che…

«Buongiorno a tutti. Attilio Ambrosioni ha apprezzato il racconto “Il ritorno dei Magi" e vorrebbe saperne di più su quei personaggi. In effetti la loro “vera” storia nasconde molti enigmi.

No[no]stante quanto comunemente si ritiene, la letteratura “canonica” parla pochissimo di loro: dei quattro Vangeli solo quello secondo Matteo (2, 1-16) dice che “Alcuni Magi giunsero da Oriente... per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

Matteo non specifica il numero dei Magi né, tantomeno, che fossero Re. Il primo riferimento alla loro regalità e al loro numero risale al IV secolo, quando il Vescovo Orosio scrisse che uno di essi (uno solo, badate bene) si chiamava Crangagnor, era sovrano di Calicut e si era fatto accompagnare da due astrologi. Solo intorno all’anno mille, si diffuse l’idea che uno dei Magi fosse di razza nera.

Nei corso dei secoli, ai Magi furono attribuiti molti nomi diversi, ricordati tra l’altro in uno scritto del famoso Cardinal Lambertini (Papa Benedetto XIV, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo): Ator, Satos e Paratos, Appelius, Amerus e Damasus, Malgalat, Galgalat e Salaim.

A Milano, la città ove furono portate le loro reliquie, furono noti fino al X secolo con i nomi di Dionigi, Eleuterio e Rustico. [sottolineature mie]

Durante il Medio Evo, la storia dei Magi assunse la forma che oggi conosciamo e che e stata riportata nel nostro racconto a fumetti; si diffuse la notizia che certe ossa riposte in un sarcofago a Sant’Eustorgio (Milano) appartenevano ai Magi e nacque la leggenda del loro avventuroso trasporto. Federico Barbarossa era convinto a tal punto della sua veridicità che si premurò di impossessarsi delle reliquie; forse per questo sacrilegio fece una misera fine attraversando il fiume Salef, in Cilicia, con un’armatura troppo pesante e annegandovi ingloriosamente.»

 

Io, la mia micetta Luna e il bel libro della Signora Elisabeth

 

   Ancora una volta si ritorna in quella terra popolata da animali come lupi, mucche e pecore (a due e ad quattro) zampe.

Scrive la signora De Moreau nel suo Carlo Magno, la contro storia, Albatros del 2013…

«Anni fa, il professor Carnevale aveva trovato in alcuni documenti che, nell’Alto Medioevo, la piccola città fortificata che oggi conosciamo come San Ginesio si chiamava Sanctum Dionysium, cioè San Dionigi.

[…]

L’attuale chiesa abbaziale di San Ginesio presenta diverse  fasi di costruzione successive.

[…]

Nel grande altare troviamo una grossa cassa di ferro brunito, senza nessuna decorazione, se non chiodi e catene, e un’iscrizione più recente che recita: "Braccia SS Genesii e Eleuterii". "Braccia" era sinonimo di "ossa". San Dionigi è stato ribattezzato Genesio, ma Sant’Eleuterio e rimasto Sant’Eleuterio. D’altronde, dando credito alle informazioni raccolte dal prof. Cardareli, ci sono anche i resti di un terzo corpo, ufficialmente un "santo sconosciuto", il che è  evidentemente un controsenso. Può esserci un "soldato sconosciuto" ma non un "santo sconosciuto" perché per canonizzarlo si deve sapere chi è. Come vedremo, Suger ci dice che si tratta probabilmente di San Rustico.»

 

Poi recentemente ho scovato in rete un libro scritto da Luigi Antonio Vicione, Dissertazione sull’esistenza di Ripatransone prima dell’anno MCXCVIII, pubblicato a Fermo nel 1827, e lì vi è scritto…

Pag. 89 « 4. In Monte antico esistevano le dette due Chiese. Quella però, che, sopra di queste, e delle altre in detto Castello si distingueva, era la Pieve de' SS. Niccolò, Rustico, ed Eleuterio.»

Pag. 90 «Nel secolo XI, titolo di Pieve aveva la Chiesa di S. Rustico, e il Distretto di sua giurisdizione chiamavasi Ministero, come apparisce da due Carte Fermane una dell’anno 1099, e l’altra del 1073.»

Pag. 93-94 «I Santi Titolari di detta Pieve erano S. Rustico ed Eleuterio. Penso, che S. Niccolò sia stato aggiunto posteriormente. Furono essi due insigni Apostoli, e Martiri delle Gallie, nè con altri è lecito confonderli. Il Quadro, che osservasi in detta Chiesa, li rappresenta uniti con S. Dionisio, e dei medesini dal Paroco si celebra la Festa nel dì 11 Ottobre giorno, come ognun sa, dedicata alla memoria di quei tre Santi della Chiesa Gallicana.

 

E mi fermo qui.

   Certo che questi tre santi hanno fatto un bel giro… chissà se avevano anche loro una stella che li guidava?

ωωω

 

   Passiamo a un altro argomento…

 


Perché il Barbarossa avrebbe fatto quello che ha fatto? Un compositore e ricercatore di nome Riccardo Tristano Tuis, nel suo libro L’ARISTOCRAZIA NERA del 2016 che narra la storia occulta dell’élite che da secoli controlla  la guerra, il culto, la cultura e l’economia del pianeta” asserisce che…

«I guelfi neri,  rappresentati dalle famiglie dei banchieri, sostenevano il Papato a patto che questi fosse compiacente con l’usura da loro praticata e che da peccato mortale diventasse solo un mero peccato veniale.

Nonostante i banchieri sostenessero il Papa, parallelamente appoggiarono l’eresia in seno al cristianesimo poiché la pratica dell’usura era gestita più proficuamente se i zelanti sacerdoti erano impegnati nella lotta all’eresia. L’oligarchia veneziana usò i guelfi come arma con cui combattere l’imperatore e manipolare il Papato che minacciava ingiunzioni contro l’usura, il commercio degli schiavi e gli scambi commerciali con i paesi non cristiani. Venezia con i suoi occulti e contorti intrighdi riuscì a imporre a Federico Barbarossa la rinuncia alla sovranità monetaria in Italia fermando così la coniazione argentea del Sacro Romano Impero e, in seguito, il fiorino d’oro dei banchieri fiorentini.»

 

Tavola tratta da una mia storia di Cucciolo.

Ho ripreso la posa di Bombarda nelle vesti de Barbarossa da

una copertina di Storia d'Italia a fumetti.

    Non posso certo sapere da dove l’autore abbia preso queste notizie, però dà un motivo, anzi un motivone a quell’altra tesi della traslazione dell’Impero Romano in Germania da parte dell’Imperatore… eh, si sa. I soldi muovono il mondo come le ciglia di una bella ragazza.

 

 

Una pietra di epoca romana ad Aquisgrana

 

  In rete trovo un sito del museo ad Aachen, in cui è scritto «Un segno di relazioni internazionali durante l’era Romana: la moglie di un ufficiale di stanza in Britannia ha donato [la pietra] in un santuario dedicato alle dee Cibele e Iside alle terme di Brochel, per esprimere la sua gratitudine dopo che era stata guarita dalla malattia alle sorgenti termali.

Questa pietra di dedicazione fu data da Iulia Tiberina, moglie del centurione Quinto Giulio Flavio. I Romani furono felici di accettare e incorporare i riti di altre religioni praticate in tutto il loro impero nella loro cultura. Sembrano aver creduto che adorare le dee orientali Iside e Cibele sia ciò che ha dato all'acqua e ai bagni il loro potere curativo.»

Da: https://centre-charlemagne.eu/zeitreise/fruehe-besiedlung/?lang=en

 

Ma scusate, dov’è Apollo-Granno? Aah ! Si tratta de

Serenus Granus.

E ditelo prima, Porcaccia la miseria!

 

ωωω

 

   Una volta, anni fa, in rete scovai su gogole libri un libro del 500 (letterario) tutto in latino e tutto su Aquisgrana, dove si diceva che ad Aachen poteva comparire, d’estate, (vado a memoria) a mezzogiorno, uno spettro e la sua funesta visione presagiva degli incendi!

Sarà stato il fantasma di Granno, il fratello di Nerone?

   Ma chi era ‘sto Granno? Dal libro Mémoires et dissertations sur les Antiquités nationales et ètrangères, par la société royale des antiquares de France. Nouvelle série, tome deuxième. Paris MDCCCXXXVI, da pag. 20 in poi,  tiro fuori qualcosa…

 

ANTICHITÀ DI AIX-LA-CHAPELLE,

del M. Barone DE LADOUCETTE, membre résidant.

 


Granus scopre le sorgenti calde

Affresco tedesco

Poi le assurdità le dicono i piccoli ricercatori italici...

 

   Lo scopo principale di questa tesi è di esaminare se Aix-la-Chapelle [Aquisgrana] fosse nota agli antichi Romani; ciò non gli impedirebbe di supporre un’origine più antica e questo ci porta a decidere se aveva abitazioni e una popolazione permanente, più o meno considerevole. Tuttavia, dai monumenti che indicheremo saranno fondati come credo, essa godesse di grandissima importanza. Il suo nome latino è Aquis-Granum.

   [nota: Venne chiamata anche  Aquis Granensis, Aquæ, Aquis palatium, Aquis villa, Aquæ Granæ, Thermæ Grani, Grani palatium.]

   La torre orientale de l'Hôtel-de-Ville [il Municipio] è anche chiamata tour deGranus [torre Granus], e non sembra esserci dubbio che questo romano debba essere considerato il fondatore di Aquisgrana. Ma qual era il suo rango e in quale secolo visse? Carlo Magno lo credeva un principe, e perfino fratello di Nerone.  [Charlemagne le croyait prince, et même frère de Néron].

Questa opinione è espressa nell’iscrizione che era posta sulla vasca di bronzo della fontana, al centro della grande piazza.  

Lo troviamo in Munster, autore della Cronaca di Utrecht, in Wassenberg e altri, che fanno di Grano un fratello di Nerone e Agrippa, la cui genealogia fu addirittura pubblicata nella Cronaca di Colonia.

Jean de Leyde, nei suoi Annali del Belgio, e Jean de Beka, portano in Gallia, sotto Nerone, un illustre fuorilegge [e chi era un precursore de Robin Hood oppure de Guglielmo Tell?], proveniente da una delle famiglie di Granius, un nome comune tra i Romani; Questo senatore costruì, secondo loro, un castello o una fattoria in mezzo al deserto, dove si trovavano le acque termali lì dove era stato destinato, e questa fu Aquis-Granum.

Diversi geografi e critici, come Bertius, Audiffret, Jean Sianda e Vaissette, sostengono che Aquisgrana fu fondata da Serenus Granus, sotto Adriano, intorno all’anno 124 dell’era volgare; ma le loro idee si basano solo sul gusto per i monumenti di questo imperatore, e la storia non dice nulla di Serenus Granus; Queste terme potrebbero essere attribuite anche ad Alessandro Severo, che, secondo Lampride, ne costruì un gran numero.

Conrad Celtes, nel suo poema sui costumi dei Germani, attribuisce la fondazione di questa città ad Apollo, soprannominato Grano [Apollon, surnommé Granus]. Il dio del Parnaso senza dubbio provava piacere nell’ispirare lo scrittore, che ricevette l’alloro poetico; ma invece di dare il suo nome alle città, fu da loro che Apollo ricevette delle denominazioni, Delphinius, da Delphes, Clarius, da Claros, Patareus, da Patare, Delius, de Délos; se fosse stato particolarmente adorato ad Aquis-Granum, avrebbe preso lui stesso il soprannome di Granus. Si narra che, durante il famoso incendio del 1686, furono trovati ad Aquisgrana i resti di un’iscrizione, la n. 1, così spiegata dal signor Meyer, che pubblicò in tedesco un grande in-folio di 886 pagine sulla cronaca di questa città: Castellum cum suis turribus ante ai Cæsari in Gallias adventum civitas aduatica fossam fecit.

   [nota : Chronique d’Aix-la- Chapelle, presso Schættler; -Mulheim -sur-le-Rhin.]

   Ne consegue che prima dell’arrivo di Giulio Cesare In Gallia c’era un castello con delle torri, una città degli Aduatici [Aduatiques]; ma per decidere un fatto così importante, sarebbe necessario avere davanti agli occhi questa iscrizione, la cui pietra non è più in nostro possesso, e che è stata riprodotta nel Mercure de la Roër, con varianti piuttosto notevoli.

 

La solita cartina tratta dalla famigerata wiki...

   E mi fermo qui, ricordando che Aduatuca [Atuatucam] era l’accampamento Romano dove il centurione primipilo Plubio Sestio Baculo, fermò l’entrata ai cavalieri germanici e questo, pur essendo ferito e che da cinque giorni non mangiava, salvando così, con il suo fulgido esempio, tutto il campo. Saranno gli stessi luoghi? Perlomeno sono nella stessa regione…

 

Al solito metto una mia illustrazione che non centra niente. Questo disegno avrà trent'anni! Raffigura una copertina per i miei fumetti di genere fantastico basati sulla figura storica del centurione Publio Sestio Baculo, ufficiale di Giulio Cesare [altro che Serenes Granus!]. Ripresi per la posa del centurione, una copertina di Vincenzo Monti per TuttoWest.

Il monumento nel cielo, l’isola volante, mi fu poi, ricopiato per una il logo di una manifestazione di San Marino, non per niente avevo fatto il disegno proprio per quel concorso...

 

ωωω

 

   Passiamo direttamente agli studi moderni sulla cosiddetta Torre di Grano, attualmente inglobata nel municipio. Nell’articolo vi erano anche delle foto di ogni piano, che qui non metto…

 

 


Una foto rielaborata, ripresa da

https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187367-d5508447-Reviews-Granusturm-Aachen_North_Rhine_Westphalia.html

 

 


Tentativo di ricostruzione del palazzo reale carolingio di Aquisgrana , basato sulla ricostruzione di Albert Huyskens e Joseph Buchkremer del 1924/25, ampliata con una rappresentazione del quartiere termale degli anni '60. Sullo sfondo la Cappella Palatina, di fronte l’Aula Regia, sulle cui fondamenta sorge il Municipio di Aquisgrana, con la Torre Granus.

Da: https://de.wikipedia.org/wiki/Granusturm

 

   Nell’agosto del ’23 (ovvio del XXI secolo, non del nostro secolo ormai passato) scovai sul sito https://rathaus-aachen.de/rundgang/granusturm/  un articolo con foto di questa torre che era scritto (traduzione dal traduttore in rete, tralascio alcuni brani)…

«La Torre Granus dell’VIII secolo è il più antico edificio carolingio sopravvissuto nel complesso del Palatinato ad Aquisgrana.

[…]

Mauerwerk aus dem 14. Jahrhundert mit

Restaurierungen aus der Nachkriegszeit

Muratura in pietra del XIV secolo con restauri postbellici

La Torre Granus non è aperta al pubblico.

[…]

La Torre Granus fu costruita insieme alla Sala del Re di Carlo Magno a cavallo tra l’VIII e il IX secolo. I suoi quattro piani inferiori, che raggiungono un’altezza di circa 20 metri, risalgono a questo periodo, il quinto e il sesto piano al XIV secolo. La sua guglia è stata ripetutamente distrutta dal fuoco o dalla guerra. Quello attuale è stato costruito nel 1979.

L’aspetto esterno della torre è relativamente semplice. Tuttavia, i pavimenti carolingi in particolare presentano una complessa struttura spaziale interna: un vano a scale si snoda intorno a interni quadrati per lo più voltati, che collegavano l’ingresso principale alla torre al piano più basso con altre due porte al secondo e quarto piano. Queste porte conducevano al piano superiore o alla copertura di un portico che si estendeva lungo tutto il lato sud della cavea, oggi non più conservato.

[…]

Forse l’elevata complessità dell’elaborato compito di costruzione ha fatto sì che la torre delle scale non trovasse quasi alcuna imitazione nell’architettura medievale. Inoltre, poiché la torre non è menzionata nelle fonti scritte carolingie sopravvissute, ci sono state molte speculazioni sulla sua funzione originaria. [sottolineature mie] Era interpretato come una torre difensiva, viva e preziosa. Tuttavia, poiché non è possibile monitorare l’ambiente circostante dalle sue alte finestre, il suo interno non è illuminato e nessuna delle porte interne era adeguatamente protetta, non si può presumere che abbia assunto nessuna di queste funzioni. Piuttosto, l’attenzione architettonica è sulla scala, che ha un comodo rialzo in quanto avvolge l’interno ed è ben illuminata da tutti i lati dalle finestre. Tutte le prove suggeriscono che si tratti di una scala presa in prestito dall’architettura bizantina dai carolingi. Diversamente da lì, però, i Carolingi non pensarono alla scala come a una struttura in continua salita, ma crearono per ogni piano un nuovo tratto di scala, che collegava i punti a cui la scala doveva condurre. Gli interni potrebbero essere serviti come sale d’attesa o camere di equilibrio per dirigere gruppi di persone provenienti da direzioni diverse. Tre riconoscibili colonne di tre quarti fanno anche capire che non si trattava di una scala puramente funzionale. Insieme alle scale a chiocciola nell’edificio ovest della chiesa di Santa Maria (l’odierna cattedrale), queste sono le scale interne rappresentative più antiche conservate a nord delle Alpi, anche se ancora si ipotizzano le funzioni del portico dell’auditorium a cui conducevano.

[…]

Nelle fonti tardomedievali la torre è citata come "turris regia" o "saltorn", a testimonianza della sua stretta connessione con la sala del re. È stata chiamata "Torre Granus" solo dal Rinascimento, quando si credeva che la torre fosse una reliquia di epoca romana e la dimora del leggendario fondatore della città Granus Serenus, leggendario fratello dell’imperatore romano Nerone.

[…]

Per motivi di conservazione non è possibile renderla accessibile al pubblico.

 

  Il tutto a firma di una dottoressa, Judith Ley [è bene nominarla, sennò s’inc..., però, penso s’incaz... lo stesso. Evvabbé succede], che lavora presso l’Università RWTH di Aachen, l’attuale Aquisgrana.

 

Ma tutta la pagina è stata modificata e ridotta ai minimi termini… Come fanno a dire che è carolingia e non Romana o basso medievale, tipo del 1200? Ci sono studi della malta e cose del genere?

Hanno forse qualcosa da nascondere?

 

   Dalle ricerche della Signora De Moreau sembrerebbe di sì. Nel sito del centro studi san Claudio http://centrostudisanclaudioalchienti.blogspot.com/2025/02/sempre-piu-traballante-il-mito-di.html è scritto…

«La Dottoressa Elisabeth de Moreau invia all’assemblea del Centro Studi San Claudio al Chienti, tenuta presso l’Hotel Grassetti di Corridonia, una interessantissima informazione, una piantina del territorio di pertinenza della Diocesi di Liegi, tratta dalla: "Storia del Principato di Liegi". 

   Nella mappa risulta che nel 1559 la chiesa di Aachen (Cappella imperiale) era ubicata nel territorio della diocesi, ma nelle descrizioni non viene evidenziato della chiesa alcun interesse particolare. Solo nel 1881 Aachen passa sotto la giurisdizione della diocesi di Colonia.»


    Ma chi ci dice che la sede dell’impero carolingio, o meglio Romano, era in Italia, (ovvio,  dovunque esso era)?

   Il professor Enzo Mancini, ricorda ancora che dai tempi del liceo, il libro Documenti e testimonianze dei signori Franco Gaeta e Pasquale  Villani, dove si parla di una lettera del papocchio Innocenzo III, la Sicut Universitatis Conditor del 30 ottobre 1198, [lo cita il professor Enzo Mancini nel suo libro La barba fiorita del ‘23]. 

   Qui è scritto che «Ambedue questi poteri hanno avuto collocata la sede del loro primato in Italia.»

Comunque la vogliano interpretare i solenni sapientoni… il fatto resta!

 

   Scrive infatti Gregorovius nella sua storia di Roma nel Medioevo… «I legati franchi s’erano soffermati un anno intiero a Roma, e per fermo s’erano messi d’accordo coi Romani, dal cui voto elettivo la cosa principalmente dipendeva. Ed invero eran dessi che per l’antico giure di elezione, spettante al Senato ed al popolo, avevano proclamato Carlo a loro patrizio, e, per egual diritto, ora lo eleggevano a loro imperatore.

Nota: Lo dice espressamente l’imperatore Lodovico, nell’anno 871, nella sua lettera indiritta all’Imperatore greco Basilio: Nisi Romanorum Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumsimus: Anon. Salernit. c. 102.

Sempre affermarono i Romani che Carlo magno ricevette la corona dal Senato e dal popolo. Nel secolo undecimo il Cronista di Farfa scriveva : Carolum coronavit — et una cum omni senatu Romano imperium illi per omnia confirmamt (Mur. II, 2, p. 641).

Nell’anno 1328, il Parlamento dei Romani proclamava: suas esse partes Imperium conferre, Pontificis autem consecrare, iisdem auspiciis: Carolum enim magnum tunc demum coronatum esse, postquam Populus Romanus eum imperare jussisset (Nicol. Burgundus, ad a. 1328).»

 

Perché mettere sempre davanti un pontefice?

Perché il papato doveva sempre governare sul suolo italico, con o senza imperatori e se ad un certo punto, gli si son tolti dai cosiddetti (ricordate lo scritto di Tuis, più sopra?) ancor meglio per loro! E peggio per noi!!!

 

ωωω


Disegnino fatto per il carnevale di quest’anno e con l’invenzione della mascherina di

Carletto Magno, 

ricordando in un sol colpo sia il professor Giovanni Carnevale che il Trenino nel pianeta delle favole del professor Sergio Minuti…

solo avrei voluto esporlo sulla vetrina di san Claudio e…

No ! è proibito ! ma che siamo in Unione Sovietica ? Anzi peggio in

Usa e getta [da gettare...? magariii!], mi par chiaro !

 

   E scritto tutte queste solenni stronz…, vabbè tutte queste castronerie, mi fermo. A che pro continuare su questa strada? Non ci sono due Aquisgrane, c’è una sola e il professor Carnevale si è inventato tutto!

   Ragazzi, vorrei avere non la falce e il martello perché come mi diceva il Maestro del fumetto Giorgio Rebuffi “Con la falce taglio la testa agli S…, e con il martello la schiaccio!”. No, no!

  Vorrei avere la spada dell’Imperatore Guido, quella stessa con cui difese il suolo italico da invasori islamici e teutonici; quella stessa lama (che secondo tradizione) con cui sua moglie ci si fece seppellire.

   Oggi non serve più, una pistolettata e sei all’altro mondo, però visto che le rivoluzioni si facevano con i forconi e non certo con i telefonini, una lama così gloriosa mi darebbe una carica enorme, prima di partire per l’ultimo viaggio.

 

Basta con queste storielle! E spero vivamente che sia davvero così.

 

 

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante,

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

22/02/’25

 articoli

 Fumetti

 

lunedì 17 febbraio 2025

Su Aquisgrana in val di Chienti di Patrizia Licini, 16 febbraio 2025

 

Su Aquisgrana in val di Chienti

 

(Patrizia Licini, 16 febbraio 2025)

 

Ho cercato di approfondire la questione sul tema "Aquisgrana in val di Chienti". Qui di seguito espongo i miei dubbi.

 



L’eclissi avvenuta quando Colombo era al suo quarto viaggio

 

1. Sull'eclisse solare della mattina del 16 settembre 787.

Secondo gli annali di Lorsch si è verificata a nord di una linea che va da Parigi in Francia, fino a Monaco in Germania. Secondo gli astronomi si è verificata in Campania; quindi intorno a Napoli.

Ma secondo quale stile del calendario? Rispetto allo stile di oggi, lo stile moderno, la data poteva variare di città in città, tenendo conto del calendario adottato. Occorre trovare la data giusta per ognuna delle città presuntivamente interessate all'eclisse, poiché la data dell'anno per uno stesso avvenimento può variare di una unità, più o meno a seconda dello stile del calendario usato in un luogo, oppure in un altro.

 

Un utile aiuto è dato da Adriano Cappelli, Cronologia, cronografia e calendario perpetuo: dal principio dell'era cristiana ai nostri giorni, Milano, Hoepli, 2009 (Ed. 7a), Parte Prima: Ere e periodi cronologici e loro entrata in vigore. Nozioni di Cronografia, pp. 1-16. Oggi anche on line in Google libri.  Tra i diversi sistemi usati nel Medio Evo per cominciare a contare l'anno (capodanno), rimane da vedere in che paesi e in quali tempi i sistemi sono stati usati:

Napoli, essendo in Italia meridionale, al pari dei casi conosciuti specialmente in Puglia e Calabria, e negli ex territori della Magna Grecia, cominciava l'anno nuovo il 1° di settembre. Lo stile bizantino (sorto nel VII secolo) anticipa sullo stile comune moderno di quattro mesi, facendo cominciare l'anno nuovo il 1° settembre. In altre parole, per festeggiare capodanno, Napoli con tutta probabilità usava lo stile bizantino, che comincia dal 1° settembre, anticipando sul moderno, al quale corrisponde dal 1° gennaio al 31 agosto (vd. Cappelli cit., p. 8).

Di conseguenza, per verificare mediante le tavole cronologiche (vd. Parte II) a quale anno dell'era cristiana corrisponda una data qualunque dell'era bizantina, si dovrò tenere presente che l'anno bizantino comincia il 1° settembre, anticipando di 4 mesi sull'anno comune: quindi, se si tratta dei mesi da settembre a dicembre, l'anno dell'era cristiana va diminuito di una unità (vd. Cappelli cit., p. 16).

Questo è proprio il caso della data dell'eclisse solare in questione - 16 settembre 787 - che, se è espressa secondo il calendario moderno, in realtà a Napoli fu visto il 16 settembre 788 cioè quando qui l'anno nuovo 788 era appena iniziato il 1° settembre in anticipo rispetto all'anno dell'era cristiana.

Parigi fa cominciare l'anno nuovo secondo lo stile della Pasqua detto anche stile francese o gallico: comincia dal giorno di Pasqua, posticipando sul moderno, al quale corrisponde da Pasqua fino al 31 dicembre (vd. Cappelli cit.i, p. 8). Quindi nel caso della data del terremoto in questione - 16 settembre 787 - se è espressa secondo il calendario moderno l'eclisse solare fu osservato a Parigi il 16 settembre 787.

 

Per trovare cenni sulla data in uso a Monaco nel ducato di Baviera, occorre vedere un altro testo: Friedrich Hektor Grafen Hundt, Ueber die Bayrischen Urkunden aus der Zeit der Agilolfinger. Mit Registern über die vorkommenden Personen und Orts-Namen, München, Verlag del k. Akademie, 1873. Troviamo i seguenti atti pubblici registrati dalle cronache del ducato di Baviera negli anni 758 e 772.

 

Il primo viene dal monaco Kozroh nel monastero di S. Zenone sul fiume Isen (Isana Aeni=Isen) e la data è: "hoc factum est ad Isane in domo s. Zenonis Anno incarnationis Domini DCCLVIII indict. XI anno XI Tassiloni ducis regni eius" (p. 25).

Anche il secondo viene dallo stesso monaster: "ad ecclesiam b. Mariae Frisingas castro ... Hoc factum est ad Isane in domo s. Zenonis anno incarnationis dni DCCLVIII. Indict. XI anno XI Tassiloni ducis regni eius. in mense mai. VIII K. iun. " (p. 196).

Il terzo viene dalla città detta Dingolfing a 107 km di distanza a nord-est di Monaco (München): "Regnante in perp. d. n. J. Chr. in anno vero XXIIII regni religiosissimi ducis Tassilonis gentis Baioariorum Princeps ... Dingolvingam nuncupatam,", ab incarnatione dominica DCCLXXII (p. 200).

 

Nel ducato di Baviera, con la città di Monaco inclusa, l'anno nuovo inizia secondo lo stile della Incarnazione (Anno incarnationis Domini), cioè dal mistero del Verbo incarnato. A Monaco è usato lo stile della incarnazione, che comincia dal 25 marzo, posticipando sul moderno, al quale corrisponde dal 25 marzo al 31 dicembre successivo; con formule: anno incarnationis dni, ab incarnatione dominica

 

Nelle tavole cronistoriche della storia cristiana, la Pasqua cade il 30 marzo 788 (vd. Cappelli cit., Parte IV, p. 308). E re Carlo, che passerà alla storia come Carlo Magno, occupa la Baviera e passa l'inverno dell'anno 787 a Ingelheim dove festeggia il giorno della Pasqua cristiana, dunque il 30 marzo 788 in base alle tavole cronistoriche; sempre qui Carlo tiene poi il consiglio generale del suo popolo e convoca Tassilone III (Thassilo) il duca di Baviera, come tutti gli altri Primati del regno. Accusato dai Bavari poco dopo, e non potendo negarlo, Tassilone viene giudicato reo di lesa Maestà, come leggiamo nel frammento della Cronaca dei Nibelungi (vd. Nicolaus Hieronymus Gundling, D. Nicolai Hieronymi Gundlings Weyland Königl. Preußischen Geheimden und Consistorial Raths. Ausführlicher DISCOURS Ueber Den vormaligen und und ikigen Zustand Der Teutschen Shurfürsten Staaten, Frankfurt und Leipzig, Bey M. L. Springs, 1748, Dritter Theil, "Das Vierte Capitel", § 5, pp. 331-333; Petrus Matthieu (Pietro Mattei), Historia verace delle guerre sequite fra le due grandi Nazioni di Francia, e di Spagna, Venezia, Barezzi, con Licenza de' Superiori,1625, "Degli Stati della Francia e della Lor Possanza: per giudicar i gran ribelli", pp. 11-12).  

 

Per concludere su questo punto, nel ducato di Baviera dove è localizzata la città di Monaco, è usato lo stile della Incarnazione del Divino Verbo, il 25 marzo, e dunque l'eclisse solare del 16 settembre 787 fu osservato a Monaco il 16 settembre 787.

 

Sappiamo dunque con precisione l'anno dell'annessione carolingia del ducato di Baviera, 788, anche perché le cronache ricordano diverse incursioni degli Avari sia in Italia che in Baviera, tutte respinte da Franchi, Longobardi e Bavari, e pure che Geroldo II, un paladino di Carlo Magno, il fratello della regina Ildegarda la moglie legittima di Carlo Magno, lottò al fianco di Carlo Magno, e,  dopo la deposizione di Tassilone III duca di Baviera e cugino di re Carlo nel 788 (per via della sua infedeltà verso i Franchi perché non aveva mantenuto il giuramento di fedeltà del 787 e aveva appoggiato gli Avari, ma re Carlo gli risparmiò la pena capitale e preferì tonsurarlo e mandarlo in un monastero insieme a suo figlio Teodone), lo sostituì divenendo prefetto della Baviera, fino alla morte, sopraggiunta nel 799 combattendo nella campagna militare contro gli Avari invasori, in una coalizione di Franchi, Longobardi e Bavari. Geroldo II e Ildegarda, la regina morta il 30 aprile 783 dopo 11 anni di matrimonio con re Carlo come afferma Paolo Diacono, il monaco longobardo alla corte di Carlo Magno dal 781, nel suo breve componimento poetico Epitaphium Hildegardis reginae, essendo i figli nati dal matrimonio di Gerardo I il quale aveva avuto giurisdizione su importanti possedimenti familiari nella media valle del Reno e di Imma la figlia di Nebi il duca di Alemannia, erano imparentati con Tassilone III il deposto duca di Baviera (vd. Marco Stoffella, "Chi ha sposato chi? Carlomanno e Gerberga, Carlo e Ildegarda e il presunto matrimonio con una principessa longobarda", in Reti Medievali, Vol. 20, 2 (2019), Firenze University Press, pp. 7-49, particolarmente p. 24).

 

Conclusione

L'eclisse solare del 16 settembre 787 tra Parigi e Monaco non fu lo stesso osservato a Napoli la città che già dal 1° settembre era nel 788.

**

 

Universitate Parisius

 

Ho trovato solo attestazioni che localizzano Universitate Parisius inequivocabilmente nella geografia della Francia, nella posizione raggiungibile dalla nazione dei Normanni, da Saint-Denis, Tolosa, come dagli esempi qui allegati:


***

 

Aquisgrana in val di Chienti

 

I Freducci, i conti marittimi del Comitatus Firmanus nella parte meridionale della Marca di Ancona, che Carlo Magno aveva voluto nel 789 per custodire il litorale marittimo, dal loro castello maggiore di Falerone avevano giurisdizione sul territorio delimitato dal fiume Ete Vivo, che finisce direttamente nel Mare Adriatico, e dal fiume Ete Morto, che finisce nel fiume Chienti al punto della Abbazia di Santa Croce al Chienti (Patrizia Licini, Count Freducci's Nautical Charts, Papal Cartography, and Transmission: A Reply to Article by Chet Van Duzer (2017), in Humanities, Anno IX, Numero 17, Giugno 2020, pp. 29-144 (pp. 65-66).

 

Come si legge in Charlemagne, Capitularia, Liber IV, Cap. V "De Comitibus ad custodiam maritimam deputatis: Volumus ut Comites qui ad custodiam maritimam deputati sunt, quicunque ex eis in suo ministerio residet, de justitia facienda se non excuset propter illam custodiam", A.D. 789.

Patrizia Licini, 16 febbraio 2025

ωωω

 

   È giusto che la professoressa Licini, mi dica che l’ipotesi storica di Aquisgrana in Val di Chienti possa essere una solenne cantonata, ma non posso certo prestar fede alle università locali, e alle università nazionali italiche, sguattere di un potere nordico che non accetto, e che proibisce qualunque studio su questa ipotesi storica.

   Esiste una anomalia che si chiama Guido! E questa anomalia mi dice che Aquisgrana non era nell’attuale Germania, una terra di barbari, abitata da barbari che venivano schiavizzati dallo stesso Carlomagno, come manodopera per le sue terre, ovunque esse siano.

   E poi il signor Carlomagno mi è sempre stato visceralmente antipatico, mica è Giulio Cesare o l’Imperatore Giuliano o l’Imperatore Guido o Re Gioacchino Murat, conquistatore di Mosca e del Cremlino o… il presidente Vladimir Putin!

   Perciò ottimo che ci siano dubbi, e non certezze, specialmodo se vengono da una persona di specchiata onestà come la professoressa Patrizia, già docente nell’università di Fermo, creata da Lotario nel 825 e chiusa nel XVIII secolo, e rifondata e inglobata nella pessima unimc in questi anni!

   Mentre leggevo le note della Professoressa Patrizia, ma guarda tu, mi arriva il professore Sergio Minuti e mi dà da leggere gli ultimi due libri del Professor Carnevale e che ritengo non siano molto belli! 

Infatti il suo libro più bello è stato il suo quarto libro, più bello ancora dei successivi che gli scrissi come un amanuense per la sua enorme difficoltà alla vista del Professore. 

 

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante,

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

17/02/’25

 articoli

 Fumetti

 

venerdì 14 febbraio 2025

Un po’ di Spettri da ANNALI DELLO SPIRITISMO IN ITALIA 1896

 

Un po’ di Spettri da

ANNALI DELLO SPIRITISMO IN ITALIA

anno XXXIII (trentesimo) 1896

 



«Chi, fuor delle matematiche pure,

pronunzia la parola impossibile, manca

di prudenza.»

ARAGO, Annuario del 1853.

 

 

   Sarà san Valentino, però piove, perciò…

Sul numero 1 della rivista si parla di una figura spettrale apparsa nel maniero inglese di Clandon-Park, purtroppo le prime notizie erano in un numero precedente mai messo in rete da gogole libri allora ho scovato questo…

 

Lo spettro di Clandon-Park

da pag. 685 de

Vittoria Colonna periodico scientifico, artistico, letterario per le donne...

Treviglio 1896

 

 

«Tre spettri in un castello inglese. I giornali inglesi s’occupano d’un avvenimento singolarissimo.

Il fantasma d’una donna vestita di color crema appare nella villa detta Clandon Park, che il conte d’Onslow, ex governatore della Nuova Zelanda, possiede presso Guilford, in Inghilterra, e che questo gran signore aveva affittata ad un abitante di quella città.

Lord Onslow si recò sul luogo, accompagnato dal, famoso governatore sir George Lewis per controllare i rumori strani che correvano in proposito e per dimostrare, quando fosse possibile, l’assurdità delle sue pretese al locatario, il quale chiedeva la rescissione del contratto di affitto. Ma quale non fu il suo stupore e quello del suo procuratore accertandosi che le dicerie erano fondate!

Videro entrambi coi propri occhi la signora color crema che s’aggirava verso mezzanotte nei viali del parco, ove il suo passaggio non lasciava alcuna traccia. Ma c’è di meglio: il conte scorse due fantasmi non ancora denunciati: quello di una giovane in lutto e d’un vecchio barbuto; sembravano conoscersi, si rivolgevano saluti, si facevano segni d’intelligenza: non si curavano delle fucilate che venivano loro dirette e che non ottenevano alcun risultato.

Si annunziava testè a Londra che lord Onslow, anche per consiglio del suo procuratore, consente alla rescissione del contratto d’affitto e che ritornerà alla capitale per pregare alcuni scienziati di venire con lui a Clandon Park par osservare seco i suoi visitatori d’oltretomba.»

 

   Torniamo agli annali…

  

Ancora degli Spettri di Clandon-Park.

Nella Cronaca del Fascicolo di Ottobre 1895 ho già parlato dei tre spettri, che infestano il castello di lord Onslow chiamato Clandon Park o Clandon House. Ora, secondo nuovi particolari usciti ne' giornali inglesi, i domestici di quella tenuta vedono avanzarsi traverso le aiuole una donna vestita di raso color giallognolo con un cintolo di cuoio, da cui pende un coltello da caccia. I guardiacaccia tirarono già parecchie schioppettate sul fantasma, che li lascia fare senza curarsene e senza riceverne alcun danno, il che si capisce, vedendo com’egli entra a suo libito nel castello penetrando e trapassando incolume il granito delle muraglie o la quercia massiccia de' portoni. Un ministro protestante ( clergyman ) ha tentato di tagliar la strada all’apparizione col piantarsele davanti brandendo un crocifisso di bronzo; ma essa, senza scomporsi, gli strappò il crocifisso di mano, e si dileguò nell’aria, portando via seco quel simbolo religioso, di cui non si è mai più potuto trovare alcuna traccia. Il periodico londinese Light del 2 di Novembre 1895 narrava, che un informatore ( reporter ) del Surrey Times si è recato sul luogo del fenomeno. Dopo di aver riscontrato la verità delle voci, che corrono sul castello infestato, egli seppe, che un’abitatrice di esso, la signora Blaine, ne aveva pregato un’altra, la signora Merritt, notissima in Inghilterra per la sua ferma convinzione spiritica, di andar a investigare la cosa.

Questa, poich’ebbe acconsentito, sarebbe riuscita ad evocare lo Spirito, che si manifesta in quel modo, e avrebbe raccontato la sua storia, da cui risulta, che, madre prima di essere moglie, aveva ucciso la sua innocente creatura, e che, sposatasi di poi con un altro, questi, venuto a conoscere la cosa, indusse la cameriera della moglie ad avvelenare la sua padrona. Quindi si spiegherebbe. come tutti e tre gli assassini ritornino sulla terra a errare nel luogo del loro misfatto, e perchè la dama spesso si mostri tenendo in mano una coppa, che sarebbe quella, in cui le fu propinato il veleno.

 

   Il fantasma color crema (insieme ad altri) è citato anche su: https://www.paranormaldatabase.com/surrey/surrdata.php?pageNum_paradata=7&totalRows_paradata=182   

    Qui ho scovato un’altra notizia tra tante altre, ve la metto senza ritoccare gran che della traduzione fatta in rete…

 



Un grande gatto da un bestiario medievale.

Il cardinale

Posizione: abbazia di Waverley

Luogo: Abbazia di Waverley 

Tipo: Manifestazione inquietante 

Data/ora: Fantasma sconosciuto, avvistamento di un gatto il 27 ottobre 1825 

Ulteriori commenti: Apparendo nella sala da pranzo, questo ex cardinale è stato visto molte volte vagare in giro. Si ritiene che potesse fare la guardia a un tesoro nascosto. Lo scrittore William Cobbett ha riferito di aver visto un grosso gatto grigio durante la visita all'abbazia, forse uno dei primi incontri con un grande felino alieno. [Alien Big Cat].

 

   Un’ultima cosa… Il castello o villone di Clandon su cui giravano queste sinistre voci, è andato distrutto da un incendio alla fine di aprile del 2015. v. https://thecountryseat.org.uk/tag/clandon-park/

 

ωωω

 

Spiriti Perturbatori in un Convento.

Il 5 di Ottobre prossimo passato scrivevano da Madrid al giornale Le Petit Marseillais quanto segue: “Da cinque giorni qui non si parla di altro se non de' romori notturni e inesplicabili, che si fanno udire nel convento delle suore della Immacolata Concezione. Non appena son sonate le dieci ore di sera colpi da prima leggieri, ma che poi aumentano d’intensità con la durata, son battuti ne' muri: con lo approssimarsi del mattino vanno scemando, e cessano totalmente col sorgere del sole. Talvolta si direbbe, che vengono dal suolo, e ne paiono scosse insino le fondamenta dell’edifizio. Nel convento non dormono più per la paura.

L’abbadessa, suor Maria Filar, si è rivolta all’elemosiniere, il quale, riscontrata ch’ebbe la verità della cosa, nè riferì al suo vescovo. Questi, per bene sincerarsi, passò a sua volta una notte al convento, e ne fu persuaso. Le podestà civili hanno mandato sul luogo due ingegneri, che non seppero dare alcuna spiegazione del fenomeno, quantunque avessero diligentemente scandagliato tutti i muri, e fatto scavare profondi qua e là nel suolo diversi pozzi.

Il convento è guardato notte e dì da una squadra di agenti di polizia.

 

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Dal numero 2

 

PRESENTIMENTO E VISIONE PROFETICA

( Dalla Revue des Revues di Parigi )

Circa dieci anni fa il signor Alessandro Bérard ( abitante sull’Avenue Kléber, N. 52 ), allora non ancor Deputato, com’è oggidì, ma solamente giudice istruttore, era andato per diporto in un luogo di bagni su' monti. La sera di una sua gita alpestre, nella quale si era allontanato di troppo dalla cittaduzza, non si sentendo, perché morto di stanchezza, di ritornarvi, pensò di cenare e dormire in una remota osteria, che incontrò in mezzo di un romantico bosco su un sentiero certo non guari frequentato.

La osteria aveva nella insegna sopra la porta l’attraente iscrizione “Al Ritrovo degli Amici”; ma gli ostieri, due coniugi di età, con la lor aria schiva e sospetta, non invitavano troppo ad entrarvi.

Stracco e affamato com’era, il signor Bérard non badò punto all’aspetto sinistro della casa e de' suoi padroni, entrò, mangiò, e tosto dopo cena si fece condurre nella camera a lui destinata. Neppur quivi da vero uno scorgeva cosa, che accennasse a ritrovo amichevole : una miserabile branda serviva da letto, due povere seggiole zoppicanti e una tavola di legno rozzo con sopravi una catinella fessa e slabbrata per lavarsi ne formavano tutta la mobilia. Stranamente impressionato da quella squallidezza, l’ospite si affrettò a dar due giri di chiave nella toppa dell' uscio, e poi si mise a visitare minutamente la stamberga. In fondo di essa, astutamente nascosto in un angolo, egli scoprì un usciuolo, dietro a cui una scaletta metteva direttamente nel cortile. Allora per prudenza spinse contro di esso la tavola, inanzi alla quale mise ancora una delle seggiole, affinchè niuno potesse penetrare per di là senza spingere con istrepito quella improvvisata trincea. Ciò fatto, coricatosi, si addormentò.

Ma a un tratto, sobbalzando, fu ridesto. Gli pareva, che qualcuno tentasse di aprire l’usciuolo, e così facesse strisciare i mobili sul pavimento. Credette anzi di distinguere attraverso le fessure della porticina stessa la luce di una lampada o di una lanterna. Sorpreso, com’era stato, nel sonno, ed agitato con ragione allora egli gridò forte: Chi va là ? Nulla si mosse. Non vide e non udì più nulla, sì che disse a sè stesso, che quello era l’effetto di un incubo. Tuttavia sentiva una paura inesplicabile : rimase a lungo sveglio, origliando, senza poter iscacciare da sè insistenti imagini funeste. Soltanto dopo qualche ora si riaddormentò . E fece un sogno singolare.

In quella stessa camera occupata da lui e sulla stessa branda, su cui giaceva disteso, vide una persona sconosciuta immersa in profondo sonno. Ed ecco all’improvviso aprirsi l’usciuolo nascosto, e comparire sulla soglia un uomo l’oste della taverna “Al Ritrovo degli Amici” in carne ed ossa seguito da sua moglie, che con la mano protesa velava il lume di una lanterna. Mentr’ella con precauzione rischiarava la camera, il marito si appressò al dormiente, e gli cacciò un coltello nel petto. Quindi tolse la lanterna, ne mise l’anello di presa fra' denti, e afferrò l’ucciso per i piedi, la donna lo avvinghiò per la testa, e così la orribile coppia si dileguò con la vittima giù per la scaletta. Il signor Alessandro Bérard si ridestò di nuovo in uno stato di affanno tormentoso...

Tre anni dopo egli aveva da un pezzo dimenticato quella brutta notte, allorchè lesse ne' giornali, che l’avvocato Vittorio Arnaud, il quale villeggiava in quella stessa piccola città di bagni, era di un subito scomparso senza che si riuscisse a trovare traccia di lui. Al leggere il nome di quel luogo, ch’egli ricordava benissimo, il futuro Deputato, colto da un singolare presentimento, tremò. Quella impressione crebbe di assai di lì a due giorni, quando del fatto seppe altri particolari. Le gazzette annunziavano, essere accertato il dove e il come l’avvocato Vittorio Arnaud aveva passato il tempo nel giorno della sua scomparsa fino al momento ch’era entrato in una osteria chiamata “Al Ritrovo degli Amici”. Da quel momento in poi non se ne sapeva più nulla. Il taverniere assicurava, che l’ospite, dopo di aver cenato, era partito la sera stessa. D’altra parte quell’uomo aveva in paese cattiva fama. La gente vi parlava di un Inglese, che sei anni prima era sparito nello stesso modo. E la giustizia imprese una inchiesta.

Allora il signor Alessandro Bérard smise ogni ritegno. Partì, e si recò dal suo collega, il giudice istruttore in X, da cui venne ricevuto proprio mentre si accigneva a interrogare la padrona della osteria “Al Ritrovo degli Amici”. Il signor Bérard chiese la permissione di poter assistere all’interrogatorio, il che naturalmente gli fu concesso di buon grado.

La vecchia strega non lo riconobbe, non fece attenzione alla sua presenza, e raccontò tranquillamente, come un viaggiatore, la cui descrizione si attagliava abbastanza bene al perduto Vittorio Arnaud, fosse entrato quella data sera nella sua taverna, e vi avesse mangiato. A dormire però non vi era restato, perchè allora le due uniche camere della casa erano state già prese da carrettieri. La quale ultima osservazione era di fatto giusta, come la inchiesta giudiziaria aveva dimostrato.

Ma qui entrò improvvisamente in scena il signor Alessandro Bérard.

E la terza camera ? ( domandò egli) la camera sul di dietro ?

La donna si mise a tremare. Ciò veduto, con istupore del suo collega, il signor Bérard proseguì: Ivi ha dormito Vittorio Arnaud.

Durante il suo sonno voi e vostro marito siete penetrati per l'’usciuolo nascosto, per l’usciuolo, che dà sulla scaletta. Voi portavate una lanterna, e vostro marito un coltello. Questi ha ucciso il viandante per rubargli l’oriuolo e il portafogli. Poscia voi avete ghermito il cadavere per il capo, e vostro marito per i piedi, e così lo avete portato giù dalla scaletta. Vostro marito, ciò facendo, portava la lanterna, stringendone co' denti l’anello di presa.

Atterrita, schiacciata, battendo i denti, la colpevole cadde in ginocchio, mormorando la confessione : - Dunque Ella ha veduto tutto ?

La scena era proprio accaduta a lettera come il signor Alessandro Bérard l’avea veduta in sogno tre anni prima.

Nella stalla dell’osteria, sotto un mucchio di letame, si trovò il cadavere del povero Vittorio Arnaud, e vicino ad esso delle ossa umane, forse quelle dell’Inglese, altra vittima degli stessi assassini.

GERMAIN.

ωωω

 

 

Un Castello infestato.

 

Nel Journal de Liège del 16 di Dicembre 1895 si leggeva : “Da Quimper scrivono al Petit Journal quanto segue : «Il castello de la Coudrai, posto a sei chilometri da Pont-l’Abbé, è in questi giorni il soggetto di mille racconti. Lo si dice infestato dagli Spiriti. Tutti i dì, dalle ore 6 di sera in avanti, i mobili, il vasellame,le stoviglie e le suppellettili di cucina vi ballano una danza sfrenata. I gendarmi vi si misero in agguato; ma invano. Il curato di Triméoc ha inondato inutilmente due volte di acqua santa il castello. I curiosi vi accorrono in folla per assistere a quelle scene da medio evo.”

 

ωωω

 

Dal numero 3

 

GLI ECHI DELLA NOTTE DI SAN BARTOLOMEO

 



   Il signor de Sainte- Foix, nella sua Histoire de l'Ordre du Saint-Esprit edita l’anno 1778, riporta da un libro del marchese Chrétien Juvénal des Ursins, luogotenente generale di Parigi, scritto verso la fine del 1572 e stampato nel 1601, questo fatto.

“Il 31 di Agosto 1572, otto giorni dopo il macello di San Bartolomeo, avevo pranzato al Louvre dalla signora di Fieschi. Poichè il caldo era stato, durante tutta la giornata, fortissimo, andammo a sederci nel capannuccio dal lato del fiume per respirare un po' di frescura.

Mentre eravamo là udimmo a un tratto nell' aria uno spaventevole strepito di voci tulmultuose e di gemiti frammisti ad urli di rabbia e di furore. Restammo immobili ed atterriti, guardandoci di quando in quando silenziosi, perchè non avevamo la forza di parlare.

È certo, che anche il re Carlo IX udì que' romori ; che ne fu tutto sconvolto, e che nella notte non chiuse occhio. Onde la dimane, sebbene egli non dicesse verbo, si osservò , che aveva l'aria cupa, pensierosa , abbattuta.

Se mai un prodigio ha dovuto trovar fede, gli è sicuramente questo, perchè attestato dallo stesso Enrico IV. Questo Principe, dice il d’Aubigné ( nel suo Libro I, Capitolo VI, a pagina 561 ), ci ha raccontato parecchie volte, nel Circolo de' suoi più intimi familiari ( e ne ho ancor vivi parecchi testimonii, che non lo hanno mai raccontato senza raccapricciarne tuttora ), che otto giorni dopo le stragi del San Bartolomeo un vero stuolo di corvi andarono a posarsi e a crocidare sul padiglione del Louvre; che quella stessa notte Carlo IX, due ore dopo di essersi coricato, saltò giù dal letto, fece alzare i valletti di camera, e li mandò a frugar da per tutto, perchè sentiva un gran frastuono di voci lamentose simili a quelle udite la notte di San Bartolomeo, e che tutte quelle diverse grida erano sì orribili e sì chiaramente e distintamente articolate, che Carlo IX, credendo, che i nemici dei Montmorency e de' loro partigiani li avessero sorpresi ed assaliti, mandò un drappello delle sue guardie per impedire una nuova carnificina, le quali guardie invece tornarono a riferirgli, che tutta Parigi era tranquilla, giacchè gli strepiti, che s’intendevano, erano in aria.

 

ωωω

 

  ed ora al numero 5, torniamo a casa nostra, a Napoli…


UN CASO D'IDENTITÀ SPIRITICA

All’onorando Direttore degli ANNALI DELLO SPIRITISMO IN ITALIA.

Pregiatissimo Amico,

   Vi mando il seguente racconto, scritto e sottoscritto dal mio stimabile amico signor Luigi Cennamo, pregandovi di pubblicarlo nei vostri Annali, e perchè sufficientemente documentato con nomi di persone e di luoghi e indicazione di tempi, e perchè credo possa destar qualche interesse nei lettori, come quello che contiene, a mio avviso, un CASO DI MOLTO PROBABILE IDENTITÀ SPIRITICA.

Con reverente affetto

Napoli, 16 Febbraio 1896.

 

Vostro

V. CAVALLI.

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   Vivo lontano dal mio paese nativo per ragioni d’impiego. Però non ho mai dimenticato che ivi dimora la mia famiglia, che io amo, nè ho saputo liberarmi dalle naturali influenze del suolo, che mi fanno considerare quei cari luoghi come i più deliziosi della terra.

   Ogni anno, nel periodo delle vacanze estive, io mi vi reco a villeggiare, e soglio passare un mese di relativa beatitudine tra l’affetto de' miei e l’incanto di quelle placide colline verdeggianti, dimentico di ogni cura.

   Nell’agosto del 1894 vi andai, come al solito, e condussi con me l’unico mio figlio Ottorino, un angioletto biondo di tre anni, bello e caro come la madre sua, rapita al nostro affetto dalla morte nel fiore degli anni.

   La gioia dei parenti, quella volta, fu indescrivibile, e le loro cure verso di noi erano ispirate ad una profonda pietà della gravissima sventura che c’era toccata, proprio quando il mio bambino aveva maggior bisogno dell’amor materno.

    Una sera..... ( erano scorsi alcuni giorni dal mio arrivo ) io non volli uscire di casa, pel caldo insopportabile, e pregai mio fratello Giuseppe di voler menare a spasso il piccolo Ottorino, mentre io li avrei aspettati, fumando, nel cortile.

   Mi sorrise, egli, di un sorriso significativo; ma a me non riuscì di comprenderne il senso.

   Al suo ritorno, lo interrogai, ed egli ingenuamente mi rispose:

- Come ! non sai che nella nostra casa aleggia costantemente lo spirito di un defunto ?

- Allora risi a mia volta.... e di un riso così incredulo, che Giuseppe si vide costretto a spiegarmi subito le ragioni della sua credenza.

- Mi meraviglio, egli riprese, che tu, nato in queste mura, ignori la presenza di quello spirito irrequieto, che tante volte riempì di terrore la povera madre nostra, morta innanzi tempo; e che, specialmente dopo la lontananza di nostro padre, e dopo che io fui costretto, per le mie speciali condizioni di famiglia, ad abitare da solo nella casa, non passa notte senza che io non abbia una prova irrefutabile della misteriosa manifestazione.

    Sappi, dunque, che quanto affermo è vero, e sono lieto dell’occasione che mi si porge di poterti far costatare de visu la verità dei fenomeni.

   È già da gran tempo, che, rientrando in casa alla sera, soglio per abitudine costante appendere il chiavino del portone a quel chiodo che tu vedi a destra dell’uscio della camera da studio.

Ebbene, lo crederesti ? ... non una volta sola ho trovato il chiavino al suo posto, ed alla mattina ho dovuto sempre cercarlo fra le carte di cui è ingombro lo scrittoio ! ...

    E siccome io continuava a ridere di tutto cuore ( giacchè, è a sapersi, che in quel tempo io propendeva apertamente pel materialismo, ed escludeva quindi dalle mie credenze la continuità spirituale dell’universo come l’opera più grandiosa della creazione ), così Giuseppe, quasi indispettito, mi disse con vivacità insolita:

- Ne vuoi una prova ? .... Eccoti il chiavino ; appendilo tu stesso, e vedremo se domani lo troverai a posto...

Così facemmo; ma all’indomani il chiavino era al suo posto, e mio fratello restò sconcertato da quel disappunto, che mi dava un certo diritto di chiamarlo visionario.

   Dopo questa mancata prova mio fratello dimenticò, o fece mostra di dimenticare lo spirito irrequieto, ed i nostri discorsi non si aggirarono più su quel tema. Ma io, avido di conoscere la verità, e non potendo negar fede alle asserzioni di Giuseppe, il quale ha avuto sempre coscienza precisa di tutte le cose sue, continuai da me solo l’esperimento per circa una settimana; ma sempre con esito negativo.

   Qui è necessaria una parentesi, per meglio precisare i fatti. Mio fratello, giovane allora a 37 anni, era vedovo al pari di me, ed aveva affidato le sue quattro bambine alle cure della nonna materna signora Chiara Petitti, che abita una casa poco distante dalla nostra.

   Alla sussistenza delle bambine provvedeva naturalmente il padre, il quale soleva mandare, ogni giorno, alla suocera tutto ciò che occorreva alle figliuolette.

   Una volta mancava il vino.

   Giuseppe ne fu avvertito a tarda ora, la sera del 21 agosto 1894.

   Senza por tempo in mezzo, chiamò a sè la domestica dei signori Petitti, ai quali io e Giuseppe eravamo andati a far visita, e la pregò di volerlo accompagnare a casa per riempirne una damigiana.

   Come ho detto, io era presente; e siccome avevo portato dalla campagna un grosso mazzo di fiori, per liberarmi di quell' impaccio, volli accompagnare anche io mio fratello.

   Erano circa le ore 22,30 ... Giuseppe ci precedeva di pochi passi; per cui, quando noi fummo a' piedi della scala, egli vi si trovava alla sommità, e fu il primo ad entrare nel corridoio d’ingresso dell’appartamento, il quale era perfettamente all' oscuro.

   Un rumore insolito si fece allora udire nel corridoio..., un rumore così forte, che pare mi rintroni ancora nelle orecchie.

   Io e la domestica Antonia ci soffermammo nel mezzo della scala, per un moto istintivo; ma, vinta la prima impressione, quasi subito io gridai :

- Giuseppe, che è stato ? ..... che t’è avvenuto ? ...

 

 

- Niente..., mi rispose lui evidentemente commosso. Gli è che sono vivo per miracolo... È caduta una trave del soffitto, ed ha infranto la tavola da pranzo, sulla quale io cercava a tentoni la chiave della cantina !

   Accesi in fretta un solfanello, e lo raggiungemmo; ma quale non fu la nostra meraviglia nel vedere che nessuna trave era caduta, che la tavola da pranzo era intatta, e che tutto era intatto sopra di essa, per fino le bottiglie, le lampade ed i piatti ? ! ...

   Restammo tutti muti... ed io che, fino allora, aveva riso degli spiriti, ebbi da quella sera un senso indefinito, non so bene se di meraviglia, o di paura...

   Gli altri pochi giorni del mio congedo annuale scorsero celeremente, senza alcun altro incidente, ed al 1° di settembre ritornai a Napoli.

   Non poteva scacciare dalla mente il ricordo di quel caso, così straordinario, capitato a mio fratello, e mi doleva che, con tutta la mia riflessione, io non riusciva a dargli una spiegazione plausibile che non fosse in aperta contraddizione con la mia teoria e con i miei principii.

   Risaliva, quindi, ostinatamente col pensiero agli scritti di Aristotile, Keplero, Newton e Cuvier, i quali spiegarono il mondo, la sua origine, il suo movimento ed il suo progresso ; e vi risaliva nella speranza di trovarvi quello sprazzo di luce che mi era necessario; ma le mie speranze rimanevano deluse, perchè anche quei sommi parlarono del mondo, e lasciarono nel mistero l’uomo, la cui natura e destino sono a tutti sconosciuti ! ...

   È doloroso dover confessare a sè medesimo il proprio inganno, e dover distruggere in un attimo le proprie convinzioni ; per la qual cosa io aveva paura di conoscere la verità, perchè sentivo dentro di me che la verità mi sarebbe stata contraria.

   Ma i casi della vita sono tanti, che, qualche mese dopo, e quanto meno me l’aspettava, seppi che due miei amici, il Cav. Antonio Ghisolfi, capo d’ufficio nelle poste, ed il Cav. Giulio Malvolti, colonnello di cavalleria, tenevano qualche seduta spiritica con l’assistenza di Luigi Padrantonio, giovinetto quindicenne, medio [il Medium].

   Mi rivolsi dunque ad essi, pregandoli a volermi ammettere nel loro circolo, e l’ottenni.

   Per le prime volte mi tenni nella più stretta riserva, limitando la mia parte a quella di osservatore; ma, incoraggiato dalla cortesia loro, e tocco io stesso dal succedersi dei fenomeni affatto sbalorditivi, sedetti al tavolino, e mi provai anche io a rivolgere qualche domanda allo spirito tutelare, che, secondo la credenza degli amici, si era manifestato tra noi.

   Queste furono le mie domande testuali :

   D. - Spirito gentile, è vero che nella mia casa a Mirabella Eclano si aggira lo spirito di un defunto ?

    - R. – Sì.

    - D. Di grazia, potresti dirmi il suo nome ?

    - R. – Sì. Alfonso D’Elia.

    - D. – C’è da temere danno dalla sua presenza nella casa ?

    - R. - No; è uno spirito buono.

    - D. - E perchè si manifesta ?

    - R- Per richiamare l’attenzione dei viventi, e per ottenere che preghino per lui.

    ( È inutile dire che le risposte si ebbero con segni convenzionali del tavolo, corrispondenti alle lettere dell' alfabeto italiano. )

    Ecco altre due incognite per me ! ... Chi è questo Alfonso D’Elia ? Quale valore morale hanno le preghiere ? ...

    Avrei voluto scrivere subito a mio fratello Giuseppe per raccontargli il fatto; ma me ne astenni, pensando che sarebbe stato meglio non intrattenerlo su cose alle quali egli prestava fede cieca, e che potevano essergli cagione di turbamento.

   Stetti quindi in ansia dal mese di novembre 1894, tempo in cui ebbero luogo le prime sedute, me presente, fino alla metà di agosto 1895, epoca in cui, sebbene questa volta per pochi giorni, mi recai in famiglia a Mirabella.

   Nel frattempo imparai a memoria alcuni salmi dell’ufficio dei morti, e spesso li recitava con dolce effusione del cuore, quantunque non convinto che le mie preghiere potessero arrecar sollievo a chicchessia. Anzi, durante gli otto mesi che mi separavano dalle vacanze estive, feci anche qualche elemosina, associando al mio atto caritatevole il pensiero dello spirito D’Elia.

   Appena mi fu dato rivedere mio fratello, gli feci una minuta relazione di quanto m’era occorso di vedere, e gli domandai subito se egli conoscesse, o almeno, se avesse mai sentito a parlare di un certo Alfonso D’Elia morto; ma la sua risposta fu negativa.

   Allora, per ispirazione di Giuseppe, ci recammo entrambi da un nostro vecchio zio prete, signor Francesco Paolo Cennamo, uomo dabbene e di costumi semplicissimi, il quale vive da oltre quarant’anni separato dalla famiglia, in una modesta casetta, e dopo averlo salutato cordialmente, domandammo a lui se potesse darci qualche notizia intorno a ciò che desideravamo.

   Raccolse egli per un momento i proprii ricordi, e ci disse :

   - Alfonso D’Elia era il capo di quella famiglia, dalle quale, nel 1848, vostro nonno paterno Luigi comprò la casa che ora voi abitate. Molti suoi discendenti vivono anche oggi nel paese, ed alcuni altri nella campagna.

   Aggiunse inoltre :

   - Quel signor Alfonso ebbe una fine miserevole, perchè ( si racconta ) morto con mezzi violenti, mentre una sera tovavasi a sedere nella ritirata.

   Con queste notizie potemmo costatare l’identità di uno spirito, del quale noi ignoravamo l’esistenza precedente e perfino il nome che, un tempo, egli ebbe fra gli uomini del suo secolo.

   Ma, ciò che è più sorprendente, fu l’aver saputo da Giuseppe che precisamente dal novembre del 1894, mese al quale risalivano le mie preghiere, nessun’altra manifestazione dello spirito si era più avuta nella casa.

   Ora è morto anche il mio caro fratello Giuseppe, la persona più affettuosa che io avessi al mondo, e nella nostra casa, colpita dalla sventura, dimora felicemente l’avvocato signor Alfonso Cerrati, marito della seconda mia sorella.

LUIGI CENNAMO

Vicoletto del Fico a Foria, N° 11, Napoli.

 

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante,

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

14/02/’25

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