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mercoledì 15 febbraio 2017

Julenisse o Babbo Natale



Julenisse
o
Babbo Natale



Il folletto protettore della casa

    In Scandinavia, il Nisse (o anche Tomte o Pixies) è un folletto o spirito di famiglia che è responsabile della cura e della prosperità di una fattoria o di una famiglia, in particolare di notte quando si dorme. Un Nisse è solitamente descritto come un uomo o una donna di bassa statura (non più alto di 90 cm), dalla forza straordinaria che indossa un abito e un berretto rosso. Comunque, ci sono anche racconti in cui sembra che sia un essere mutaforma in grado insomma di prendere una forma molto più grande di un uomo adulto, oppure secondo altri racconti, il Nisse ha un unico, ciclopico occhio. Non basta, fa gara con Mandrake il mago nel creare illusioni e può pure rendersi invisibile e al buio i suoi occhi riflettono la luce come gli occhi dei gattini.
   Se la credenza nei folletti o spiriti custodi è una tradizione molto antica in Scandinavia, nelle nazioni vicine (in Danimarca, Norvegia meridionale e al sud della Svezia), la credenza nel Nisser dovrebbe risalire al tardo XVIII o al XIX secolo. Molte fattorie asserivano di avere il proprio Nisse, dove questo folletto faceva molti lavori campagnoli, come governare i cavalli, sistemare le balle di fieno, e le relative attività agricole. Il bello è che era molto più bravo dei altri lavoranti. Ma il suo carattere era però molto capriccioso, se non peggio. Infatti se la famiglia che lo ospitava non si comportava bene (tipo dargli una ciotola di porridge al burro alla vigilia di natale sulla porta di casa era meglio sparire dalla circolazione), perché sennò – e per un bel po’ – ti ci faceva sparire lui dalla circolazione. In un racconto si narra che una cameriera norvegese ebbe la malaugurata idea di mangiarsi lei il porridge, col risultato di finire duramente picchiata dal Nisse.
   Questo folletto con l’arrivo del cristianesimo fu purtroppo demonizzato. Se le voci su di una famiglia che avesse avuto in casa un Nisse fosse arrivato alle autorità religiose, il fattore avrebbe corso il rischio di essere accusato di reati vicini alla stregoneria. In un famoso decreto del  14 ° secolo Saint Birgitta (ovvero Santa Brigida) mette in guardia contro il culto di questi folletti, (Revelationes, libro VI, cap. 78) che sono chiamati anche tompta gudhi, gli dei Tomte. Il termine svedese Tomte deriva dal luogo di residenza, la casa o tomt.



L'arrivo dei regali
illustrazione di Jenny Nyström

   Dal 1840 il folletto delle fattorie Nisse, si mise a portare i regali di natale in Scandinavia, ed è stato così chiamato "Julenisse" (o anche folletto di natale « lutin de Noël ») e da allora è associato al Natale, insieme alla capra Yule –  altra creatura mitologica nordica – o insieme delle renne, oppure ancora da un gattino e comunque sempre con una slitta. Però al contrario di babbo natale non vive al Polo Nord, ma in genere in una foresta, in un campo o in un ruscello vicino. Lui (o lei) non scende dal camino la notte di Natale, ma giunge alla porta d'ingresso, per la consegna dei regali alla famiglia loro amica.
    A tutt’oggi, gli svedesi, alla vigilia di natale, depongono sulle finestre una ciotola di farina d’avena perché Julenisse possa nutrissi.


Rappresentazione di Julenisse di Jenny Nyström

   Nel 1881, la rivista svedese Ny Illustrerad Tidning pubblica il poema Tomten di Viktor Rydberg, dove il folletto solitario veglia durante la fredda notte di natale, e fa riflessioni sui misteri della vita e della morte. Lo scritto è illustrato dall’artista Jenny Nyström [pittrice e illustratrice svedese di libri per l’infanzia (1854-1946] che lo raffigura con barba bianca e abito rosso, di già molto vicino al nascente babbo natale.
Midvinternattens köld är hård,
stjärnorna gnistrar och glimmar.
Alla sover i enslig gård
djupt under midnattstimma.
Månen vandrar sin tysta ban,
snön lyser vit på fur och gran,
snön lyser vit på taken.
Endast tomten är vaken.
(…)
« Il freddo della notte di metà inverno è duro,
le stelle scintillano e luccicano.
Tutti nella fattoria isolata dormono
profondamente a mezzanotte.
La luna fa il suo corso silenziosamente.
La neve brilla di bianco su pini e abeti,
la neve brilla di bianco sui tetti.
Solo il folletto, il tomte, è sveglio.»


Arrivano i folletti di natale (lutins de noel) jenny nystrôm


Affresco di Ambrogio Lorenzetti al palazzo pubblico di Siena, raffigurante un uomo con una palla di neve, visione allegorica dell’inverno.

   Si è associato la parola Nisse, propria di questo folletto, alla parola Yule che indica la festa del solstizio d’inverno dei popoli germanici. Attraverso il sincretismo, come già avvenuto coi nostri Saturnali, così anch’essa fu associata al natale cristiano. Ecco da dove nasce il nome di Julenisse.

 
In Québec, il folletto (lutin in francese) è associato ai gattini bianchi (ma anche ai cani e ai leprotti). Vedi https://fr.wikipedia.org/wiki/Lutin

 
Illustrazione per il "Tomten" di Astrid Lingren


  
Nonno Gelo


Una graziosa scatolina in vendita su e-bay il cui coperchio raffigura una fiaba del principe Vladimir Fëdorovič Odoevskij su Nonno Gelo.


   In Russia, ed anche nella scomparsa Unione Sovietica, Ded Moroz (Дед Мороз), vale a dire "Nonno Gelo", ha lo stesso ruolo del nostro Babbo Natale. È il re dell’inverno e un potente sovrano della foresta. Indossa una bacchetta magica e porta doni ai bambini durante i festeggiamenti di Capodanno, spesso accompagnato dalla nipotina Snegurochka (Снегурочка) e a bordo della classica troika, il carro-slitta trainato da tre cavalli.
   Gelo (Мороз, ma anche conosciuto come Морозко, o ancora come naso rosso) era l'antico dio slavo dell’inverno, del freddo e del gelo, che [Se ho interpretato bene la traduzione] nei racconti sul Vento del Nord, è un uomo dotato di doni miracolosi. Vi è un racconto in cui un mugico era intento alla pratica della semina vicino ad un abete, ma una volta lasciato il campo, tutto il suo lavoro andò perso. Tornato a casa sconsolato, raccontò tutto alla moglie che gli disse che ciò era dovuto a Gelo, che doveva andare a scovarlo e richiedergli i danni. Il povero uomo fu spinto così dalla sua “vergara[1]” ad andare nella foresta, ma il poveraccio perse ben presto l’orientamento, finché trovò un sentiero che lo portò a una capanna di ghiaccio. Si avvicinò, tolse i ghiaccioli dalla porta e bussò. Venne ad aprirgli un vecchio tutto bianco; era proprio Gelo che donò al mugiko il suo vestito e la sua bacchetta magica.
   In altri racconti il dio Gelo personifica diversi fenomeni di tempesta, difatti dalla sua bocca arrivano brina e ghiaccioli e con i suoi capelli produce nuvole di neve. Sempre il dio Gelo, secondo i contadini, è un vecchio dalla lunga barba grigia che all’inizio dell’inverno, corre attraverso i campi e le strade e poi bussa alle porte di casa; se il suo picchiare alla porta è molto forte, arriveranno gelo e ghiaccio. Se ha colpito l'angolo della capanna, allora sicuramente verrà una crepa.


   Nei villaggi della grande Russia, è tuttora presente la forza del suo potere naturale nell’immaginazione popolare, che lo raffigura come un potente guerriero, con forze uguali al nostro Ercole.
Alla vigilia di natale il capofamiglia prende un cucchiaio di Kuti o kolyva (una polenta di grano, miele e noci, che in tempi antichi era conosciuto come “cibo degli antenati”), va alla finestra e dice «Gelo, gelo! Vieni c’è il dolce. Non colpire il nostro terreno.»
   Nel primo periodo della rivoluzione fu un personaggio accantonato ma poi, già dai primi anni ’30 fu rivalutato e il suo abito di colore celeste fu convertito in rosso come era il colore della bandiera sovietica.


"Nonno Gelo e la figliola adottiva," [Snegurochka la figlia della Fata Primavera e del Vecchio Inverno e che Jarilo, il Sole, l'aveva condannata a morire se mai si fosse innamorata di un ragazzo], poi Snegurochka divenne la nipotina di Nonno Gelo.  illustrazione del 1932 di Ivan Bilibin (1876, morto durante l’assedio di Leningrado del ’42) per il racconto popolare russo "Nonno Gelo" (Morozko).


L'immagine di Nonno Gelo (che sotto il vestito porta la maglietta dei spetsnaz) è stata usata nella propaganda anti-nazista durante la seconda guerra mondiale. Illustrazione del 1941

 
Questo francobollo sovietico raffigura Nonno Gelo sulla troika di fronte ad una torre del Cremlino a Mosca. La scritta С Новым Годом, significa naturalmente buon anno.


"buon anno 1991!" L'ultimo francobollo dell'URSS con Nonno Gelo

La Befana


Un vecchio Rebus, che ben figura l’offerta di un dono

   La Epiphaneia (il periodo odierno dell’epifania), era il festeggiamento dedicato alla manifestazione della Dea natura in cui i prati e gli alberi germogliavano in primavera. Ma arrivò Numa Pompilio che aggiunse i primi due mesi dell’anno, Gennaio e Febbraio, e la ricorrenza fu spostata ai giorni seguenti del solstizio d’inverno. Si racconta che quando Romolo cinse di mura la sua città, i cittadini gli offrirono come simbolo di prosperità, un fascio di rami verdi presi dal vicino bosco sacro della Dea Strenua, tradizione che mantenne poi tutti gli anni. Spostandosi le date, la ricorrenza di offrire rami sacri d’alloro e d’ulivo passò alle calende di gennaio. Sono l’origine delle nostre strenne, strenne che avevano anticamente la forza – data dalla salute (nella pronuncia sabina strenua significava Salute) che portava la Dea – di allontanare gli spiriti maligni provenienti dal Mundus[2], quando si chiudeva la porta dell’anno vecchio e si apriva la porta dell’anno nuovo (simboleggiato dal Dio Giano). Erano i cicli della vita e della morte che si rinnovavano e nei riti romani più antichi si donavano statuine della Dea bianche in occasione di una nascita e nere in occasione di una scomparsa. Questi doni si tramutarono nello zucchero, bianco, e nel carbone, nero; i regali odierni per i bambini buoni o cattivi della Befana.

 
    Nelle campagne sopravvisse a lungo la religione pagana e per secoli restò come simbolo di fertilità la Dea Diana, la dea dal bel viso perennemente giovane, libera e selvaggia. E Diana veniva vista spesso di notte (anche poi, durante il cattolicesimo) andare a caccia seguita dal suo corteo di ninfe – la brigata di Diana appunto – e si incominciò a favoleggiare che volava con la scopa sui campi, nella prima settimana di gennaio per benedire i campi seminati. Infatti gli anziani mi dicevano "sotto la neve c'è il pane", ha sottolineare che il grano riposa sotto la neve prima di germogliare con il caldo e darci così il pane.  La sua scopa era realizzata con una qualità di vimini provenienti dal Colle Viminale, (Mons Viminalis), dove doveva essere il bosco sacro della Dea Strenua. Fu la Chiesa a trasformare la Dea Strenna in Strega[3] e con lei anche Diana che si vide trasformare in una vecchietta a cavallo di una scopa a portar regali ai bambini.   

Tante Arie




     Ma la Befana esiste al di fuori dell’Italia? Sì! È la francese Tante Arie, la zia Arie, vive nelle foreste franc-comtoises [le foreste della Franca Contea], nelle montagne del dipartimento della Jura, la Giura, a cavallo tra Francia e Svizzera e risiede in grotte profonde e di difficile accesso.
    Tra queste vi sono  la "Roche de la Faire" (la roccia della fata) à Beurnévesin, "Sous la terre qui sonne" (Sotto la terra che suona) à Etobon, nella grotta della chaîne (catena) di Lomont oppure nella grotta di Millandre presso Boncourt. Ma il suo luogo di residenza preferito è la grotta della Combe Noire (il valloncello nero) a Blamont, tutte cittadine non lontane tra di loro.

 
L’ingresso della grotte della Combe Noire

    Ogni luogo ha la sua leggenda. Ha Boncourt, la zia si trasformerebbe in una viverna (essere leggendario simile a un drago) per fare il bagno nei laghetti di acqua chiara; A Daucourt si cambierebbe in serpente e possiederebbe un cofano pieno d’oro; A Réchésy, la zia avrebbe denti di ferro, una corona di diamanti e delle zampe di gallina e getterebbe i bambini cattivi nel fiume. Per molti, le pieghe della sua camicia rappresenterebbero dei fiocchi di neve.  
    Secondo alcune leggende la zia sarebbe l’ultima delle druidesse oppure la moglie di Odino; cosa a me simpatica, il suo nome deriverebbe dal latino Aëria[4].



La contessa Henriette de Montbéliard (1387-1444), Finestra di vetro nel coro della chiesa collegiata di San Giorgio a Tubinga.

   Ma l’origine della zia è da ricercarsi nella storia, più che nella mitologia. la contessa Henriette de Montfaucon - Montbéliard visse nel castello di Etobon del XV secolo. Henriette era una donna che brandiva le armi come un cavaliere per proteggere la sua contea. Era anche generosa con i suoi sudditi tanto che quando morì nel 1444 fu rimpianta da tutti. Visto che era tanto amata, il cielo la rimanda spesso in terra con l’incarico di vegliare sulla sua contea e beninteso per ricompensare i bambini. Arie deriverebbe dal nome Henriette pronunciato Ariette nel dialetto locale.


    Nella regione di Montbeliard [nel dipartimento del Doubs, regione della Franca Contea] è considerata la bonne fée [la buona fata] almeno dal 15° secolo, e ricompensa i bambini saggi e punisce i petit diables, i piccoli diavoli.
    La zia Arie ama invitarsi alla tavola degli abitanti e verifica anche la buona tenuta delle case, ed infine aiuta ben volentieri le casalinghe [che nel Piceno, come ho già scritto, sarebbero le vergare]. Inoltre aiuta le ragazze in attesa di maritarsi, insegnando loro la filatura del lino e della canapa.
    Ancora, la zia d’inverno si copre con uno scialle per proteggersi dal freddo e percorre la regione accompagnata dal suo asino Marion e distribuisce regali e pasticcini ai fanciulli giudiziosi ma anche mucchi di fascine imbevute d’aceto ai bambini disobbedienti.  

Un libro sulla Zia

 
Fonti:

 http://www.fjorn.com/whatispixie.html



Queste tradizioni sono però dei sogni che prima o poi svaniranno e di loro non resterà niente. E il disegno dello scheletro del drago, guardiano dei tesori di Theodor Severin Kittelsen, esemplifica bene questo mio pensiero.



[1] La vergara picena è una figura centrale del mondo contadino (parola che secondo l’interpretazione popolare significa “conta i dì – i giorni – per la semina”). Dice Cesare Angeletti: «La famiglia era questo nucleo o “clan” familiare piramidale a capo del quale c’era il vergaro cioè “portatore di verga”, quindi uomo che comanda. Vicino a lui c’era la vergara che comandava di meno, in teoria, ma in pratica la notte in camera da letto poteva far valere le sue ragioni. La figura della vergara c’è in tutta Italia: mi hanno chiamato dal Trentino dicendo che anche loro hanno questa figura; i due fratelli Guareschi (i figli di Giovannino) mi hanno scritto dicendo che loro hanno una figura uguale chiamata residora, quindi reggitrice. Quindi la figura di questa donna straordinaria c’è in tutta Italia.» vedi:
È quindi la maniera migliore – per me – per denominare in italiano l’energica donna del mondo contadino russo.
[2] Il Mundus era l’ingresso al paese dei morti, a cui si accedeva attraverso una profonda fenditura. Si narra che qui Romolo vi aveva sepolto suo fratello. È situato nel Foro romano, accanto all’arco di Settimio Severo. Situato al centro della città, fu poi chiamato Ombelico di Roma.
[3] A parte l’etimologia che fa derivare la parola Strega dal greco stryx o strygòs, cioè da strige o barbagianni, questa origine in effetti sarebbe più pertinente.


[4] Nella mitologia romana Giunone indicava l'aria [caelum Iunonis nomine consecratu, quae est soror et coniux Iovus. Cicerone, De natura deorum, Libro II, cap. 66], ed era chiamata Aëria [Et Macrobius, Junonem aeriam dictam. Lilius Gregorius Gyraldus, Historiae Deorum Gentilium L. III]. Presiede con Giove ai fenomeni atmosferici. Giunone (come ci informa Boccaccio nel libro nono sopra la geologia degli dei), è vincolata a suo marito Giove con catene d'oro, e con incudini di ferro appesi ai suoi piedi.

Marco Pugacioff
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lunedì 6 febbraio 2017

Caccia al ladro d'autore (Il Capitano Maffei)


CACCIA AL LADRO D’AUTORE
I magnifici sette
episodi del
Capitano Maffei.


Gemma nei panni del Capitano Maffei

   “Caccia al ladro d’autore” è una serie di telefilm il cui episodio pilota fu presentato alla biennale di Venezia del ’83. Il tema di queste pellicole erano le inchieste di un investigatore italiano impegnato a impedire la piaga dei furti d’arte che affliggono la nostra Patria.
    Sembra che tutto nacque nel ’68, quando Alfredo Castelli, giornalista e scrittore, venne affidata la realizzazione di una sceneggiatura di un pilota televisivo da Bruno Paolinelli (che produsse il disegno animato “Putiferio va alla guerra”). 

 Moretti il primo a destra e a sinistra Ubaldo Lay

   L’attore che doveva impersonare il futuro Capitano Maffei era Sandro Moretti che all’epoca interpretava la spalla del famoso “Tenente Sheridan”. Castelli battezzò questo personaggio Franco Ferretti, facente parte di un corpo speciale collegato ai Beni Culturali; il che ci riporta alla mente il personaggio dell’archeologa Sandra (l’attrice Luciana Negrini, già vista sullo splendido “Il segno del Comando”) nello sceneggiato “Ritratto di donna velata”.


Il numero 4 di Mystère uscito nel ’82, dove Castelli ripropose l’episodio
scritto originariamente per la televisione italiana.

   Il soggetto era ambientato – come il succitato sceneggiato – in Toscana (la fonte di queste note è lo speciale Anaf su Martin Mystère & Allan Quatterman degli anni ’90) e aveva attinenza con gli antichi Etruschi, e lo scrittore lo riutilizzò per la sua creatura a fumetti Martin Mystère – di cui si proclama suo umile biografo – ma questa è un’altra storia. Negli anni ’80, l’idea di questa serie passò al geniale Duccio Tessari, uno dei padri degli spaghetti-Western, che chiamò Giuliano Gemma, lo stesso attore con cui girò la pellicola di TexWiller.
    Gemma si calò bene nei panni di questo ufficiale dei carabinieri. Il personaggio ha, in questa serie, un passato da campione di declamo ai Giochi Mediterranei, avendovi gareggiato come componente dell’Arma; con l’ufficio dalla cui finestra si vede la scenografica Piazza di S. Ignazio a Roma, sede del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico.


Plenizio

   Come superiore, Maffei ha il Colonnello Raimondi (l’attore Luciano Stella, anche lui con passato nei Western e polizieschi italiani) che non manca mai di affidargli le peggiori patate bollenti, e un giovane assistente, il Brigadiere Federico Plenizio  (l’attore Vanni Corbellini) a cui – nonostante lo tiranneggi un po’ – è molto legato. Prova ne sono le amichevoli schermaglie tra i due che sono di casa in ogni episodio.
   Ma la cosa più importante è la famiglia a cui è strettamente legato, non la “sua”, essendo scapolo, ma quella della sorella restauratrice d’arte sposata con un avvocato. La sorella e l’avvocato hanno una figlia (Fiorenza Tessari, figlia del regista e della moglie Lorella De  Luca), una graziosa nipotina che assilla lo zio con le barzellette sui carabinieri, oppure chiedendogli di usare la sua agile mente per risolvere i giochi della “Settimana Enigmistica”.


Maffei e la nipotina

   Questa famiglia è un rifugio sicuro a cui approdare ogni volta che riesce a sfuggire al Servizio (con la S maiuscola come la pronunciava Turri Ferro sui “Raccontidel Maresciallo”). Un Servizio pericoloso, come sottolinea il cognato che lo vorrebbe nel suo studio, in cui più volte – alla Tex – rischia la vita e che lo mette nei guai con la sua fidanzata Laura (l’attrice Assumpta Serna) giornalista, che nel primo episodio “Il ratto di Proserpina” non compare mai, ma se ne avverte la presenza, e che si vedrà solo nell’episodio del calice di Murano.

   Purtroppo la RAI decide di cambiare le carte in tavola (come è regola fissa in casa rai) e affidò la serie ad altri sceneggiatori che fecero sparire la famiglia, puntando solo sul fatto che il capitano Maffei, insieme al fido Plenizio, siano un asso nella manica per il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, i quali si ritroveranno, coinvolti in un vero e proprio giro d’Italia. Infatti la serie si svolge in varie città d’arte d’Italia: Firenze, Pompei, Venezia… come a sottolineare che i furti d’arte non hanno sede, non per niente ci si vantava di avere ben il 70 per cento (in realtà il 40) del Patrimonio Artistico Mondiale.
    Oggi, comunque, dopo che la Rai ha voluto terminare la serie a soli sette episodi (Gemma disse “… per me se ne potrebbero fare CENTO…”) essa va ricordata come un piccolo gioiello in cui erano miscelati assieme avventura e divertimento con Storia dell’Arte, Cultura e Turismo.

ooooooo
I titoli

IL RATTO DI PROSERPINA
di Duccio Tessari


   il primo e il più bello. La famosa statua di Gian Lorenzo Bernini da lui realizzata nel 1622, viene rubata dalla Galleria Borghese. Maffei la ritrova in fondo al mare.



Maffei recupera la statua grazie all’elicottero dei carabinieri

LA FORESTA CHE VOLA
di Tonino Valerii
   Antiche donazioni di famiglie nobili veneziane ormai estinte – tra cui preziose ceramiche della settecentesca Rosalba Carrieri – vengono vendute all’estero grazie a un hostess inglese.

ADDIO RAFFAELLO
di Alberto Martino
   Un pazzo spara sulla tela che Raffaello Sanzio dipinse nel 1519, raffigurante il papa Leone X, in modo che sia trafugata dopo il restauro.
    In questo episodio è presente una bella restauratrice interpretata da Isabell Russinova, già principessa Tulac in Tex.



LA STATUA DI FIDIA
di Alberto Martino
   Dei tombaroli pompeiani ritrovano una statuetta della dea ATHENA realizzata dal celebre scultore greco Fidia (nato tra il 490 e il 485 a.c. e scomparso nel 430) e Maffei impedisce che un facoltoso italo-americano la espatri.
   Nell’episodio non è detto, ma probabilmente la statua – alta una trentina di centimetri – era una copia di quella gigantesca del Partenone, se non forse il suo modellino.

UN GALEONE PIENO DI SUONI
di Alberto Martino
   Durante un concerto all’Arena di Verona viene rubato un prezioso violino del ‘700, uno Stradivari.  
    In questo episodio, Maffei – nei pochi minuti in cui guida una Giulietta – gareggia in abilità col personaggio di  Marco Palma di POLIZIOTTO SPRINT, celebre film di Stelvio Massi con Maurizio Merli, e a cui le scene dell’inseguimento e della corsa su di una scalinata sono un piccolo omaggio.

IL CALICE DI MURANO
di Tonino Valerii
   Attraverso una cartina desunta da antichi archivi ecclesiastici si scopre che in un antico eremo senese (detto della Buona Morte), sotto una “crosta” del’400, si cela un’opera sconosciuta di Giotto.

 
 CARTOGRAFIA SACRA 
di Tonino Valerii
Attraverso una cartina desunta da antichi archivi ecclesiastici si scopre che su un antico eremo senese (detto della Buona Morte) sotto una crosta del 400 si cela un GIOTTO sconosciuto.
   L'episodio è stato girato a Rocca Calascio, presso  la chiesa a pianta ottagonale detta della Madonna della Pietà.


 
Marco Pugacioff
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giovedì 2 febbraio 2017

L’Operazione “Grande balzo” HIGHJUMP


L’Operazione “Grande balzo” HIGHJUMP
Articolo rivisto e corretto da Galileo Ferraresi

   Tra la fine del ’46 e l’inizio del ’47 partì la più grande spedizione degli Usa per l’Antartide. L’operazione era denominata High Jump ovvero Grande Balzo e iniziò a muovere dalle basi americane in Nuova Zelanda e Australia dirette al Mare di Ross (al sud della Nuova Zelanda). La spedizione era composta da ben 13 navi, tra rompighiaccio, corazzate, incrociatori, petroliere, un sommergibile e una portaerei, in tutto più di 4.000 uomini al comando fittizio dell’esploratore artico, nonché ammiraglio Richard Evelyn Byrd, Jr. [nativo della Virginia, la cui famiglia asseriva essere discendente della principessa Pocahontas] – anche se chi comandò l’intera operazione fu Richard Harold Cruzen – L’intera spedizione era destinata a durare dai 6 ai 8 mesi. 


    Oltre al Mar di Ross, una delle destinazione prescelte era la zona antartica il cui nome è Terra della Regina Maud, a sud del Sud Africa, già esplorata e colonizzata dai nazisti circa dieci anni prima e da questi ribattezzata Nuova Svevia. Una testa di ponte fu impiantata il 27 gennaio del ’47, a ovest della base nazista 211, anche chiamata Nuova Berlino.
   All’epoca era già iniziata la guerra fredda tra sovietici e americani, eppure a rinforzare la spedizione scientifica, oltre a navi canadesi ed inglesi, arrivarono anche navi militari sovietiche partite sicuramente da Leningrado. Non poteva essere certo una spedizione scientifica ma solo una gigantesca spedizione militare contro il loro principale nemico: il terzo Reich. A quel tempo Stalin era sicuro che Hitler fosse  vivo mentre l’ammiraglio tedesco Dönitz aveva firmato solo un armistizio, non una resa. In tal proposito è interessante notare che, carte alla mano, la Germania non firmò mai la pace con gli alleati; nel maggio ’45 Doenitz firmò un armistizio, la Germania fu occupata da Russia, Usa, GB e Francia e poi divisa in due. Nel 1992, alla riunificazione delle due Germanie, nessuno si pose il problema di firmare una pace e… qualcuno potrebbe dire che ancor oggi la Germania è in guerra contro il resto del mondo(come direbbe Totò: non so se ci siamo capiti…).
   Ma torniamo in Antartide: nel dicembre del 1943, sempre l’ammiraglio Karl Dönitz, avrebbe dichiarato in un telegramma «La flotta germanica è orgogliosa di aver costruito per il führer, in un’altra parte del mondo, una Shangri-La, una fortezza inespugnabile.» Una fortezza… in Antartide? Perché no?!


Byrd un anno prima di morire durante la spedizione Deep Freeze

    Durante quella operazione – secondo alcune testimonianze – furono usate dagli americani delle bombe atomiche che causarono l’attuale buco dell’ozono sopra l’Antartide. Cosa sia successo realmente non si sa, se non che la gigantesca spedizione scientifica dopo appena sei settimane ritornò in tutta fretta a casa.
   Alla fine dell’operazione Byrd, da bordo dell’incrociatore Olimpus, dichiarò in una intervista poi pubblicata sul quotidiano cileno “El Mercurio” di Santiago del Chile il 5 marzo del ’47 «Non intendo impaurire nessuno, ma l’amara verità è che, in caso di una nuova guerra, gli Usa saranno attaccati da aerei ostili provenienti dalle regioni polari.» Osservò anche che si poteva compiere una nuova spedizione con meno di quattromila giovani americani ma solo con l’aiuto esclusivo di un pugno di esploratori sperimentati [Non per niente, un anno prima di morire effettuò una seconda spedizione polare molto più piccola denominata Deep Freeze]. Dichiarò anche la necessità «di uno stato d’allerta e di vigilanza lungo le frontiere del cielo che costituiscono le ultime torri di difesa contro un’invasione.»


   Al suo ritorno il più grande aviatore dell’Antartide, l’eroe dei cieli polari, l’ammiraglio Bird, fu chiuso in un ospedale e non incontrò più la stampa per il resto della vita. James Vincent Forrestal, segretario della difesa, che aveva nominato Byrd responsabile dell’operazione Grande Balzo, andò a visitare l’ammiraglio in ospedale e poi fu ricoverato anche lui ufficialmente per una grave depressione e finì… suicida.
   Ufficialmente durante l’Operazione High Jump perirono appena quattro persone a causa di incidenti, ma il numero reale è ancora coperto dal segreto di Stato.
   Visto che in Antartide vivono solo pinguini, tutta la vicenda ebbe un appellativo umoristicamente angosciante: “la guerra dei pinguini”. 




Marco Pugacioff


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