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lunedì 15 maggio 2023

L’espansione carolingia sui Pirenei - Jean dit de Fontjoncouse [Giovanni di Fontedeigiunchi]

 

L’espansione carolingia sui Pirenei

Jean dit de Fontjoncouse [Giovanni di Fontedeigiunchi]

 


  Questo scritto ripreso dal catalogo Barcelone – Carcassone: destins croisés de deux comtés (IXe – XIIIe siècles) del ’97, (un regalo di Bernard che vive in quelle regioni) mi permette di mettere in relazione ciò che era successo qui, nel Piceno, con gli stranieri detti Guargangi dalle  malefiche leggi longobarde [le donne erano dette Guarganghe e «sembra che sarebbe stata la stessa condizione di San Colombano e degl’Irlandesi venuti con lui» V. p. 339 di Storia d’Italia del medio-evo, Carlo Troya, vol. IV, parte II, Napoli 1853 in rete], con ciò che poi avvenne sui Pirenei.

[riguardo quella grande civiltà dei longobardi e delle sue leggi, riferisco in pieno la nota 3 di Troya, a p. 564  «Permulta annorum curricula….. sine habitatore perinansit. La trista fama delle prime crudeltà de' Longobardi e della vasta solitudine da essi creata in Italia si mantenne viva nelle tradizioni popolari, e se ne ripeteva l'eco lontana per bocca d'uno de' pii nobili ed alti Longobardi qual fu Gregorio de' Conti Catinesi.»]

   Lo stesso Tommaso di Morienna era «un Guargango o straniero al Regno Longobardo. Tali furono altresì alcuni de' successori di lui: Guargangi simili a' primi Abati di Bobbio.» [v. p. 564 sempre di Carlo Troya, succitato]

«Già nel il 680 il franco Tommaso di Morienna, di ritorno da un viaggio-pellegrinaggio a Gerusalemme, si era portato nella Sabina e aveva posto mano alla ricostruzione dell'antico monastero di Farfa, andato in rovina. […] verso l'inizio del secolo VIII, Faroaldo (duca di Spoleto) donò alla rinata abbazia ben dodici curtes, ciascuna di undicimila moggi. Di queste, tutte dislocate tra la Sabina e il Piceno, ove si snodava l'antica via Salaria col prolungamento della Salaria gallica, almeno quattro erano sicuramente nel Piceno stesso. […] Sappiamo, inoltre, da Paolo Diacono che nel 680, lo stesso anno in cui fu fondata Farfa, una terribile pestilenza aveva spopolato numerose località d’Italia, da Pavia in giù. Il felice inserirsi dell'abbazia tra Roma e il ducato di Spoleto si rivelò provvidenziale quando gli arabi, completata la conquista della Spagna, intorno al 715, tentarono quella  della Gallia. […] agli Aquitani venne offerta solo la possibilità di trovar rifugio in Italia, sotto la  protezione dell’abbazia franca di Farfa che offriva loro l’ospitalità sul territorio di quelle curtes ricevute in dono dal Duca de Spoleto. […] profughi che in Italia erano stati accolti come guargangi, cioè forestieri che si sottomettevano a un potere locale, mentre rivendicavano per se stessi il diritto di essere "franchi", cioè liberi…» [come scrissi sotto dettatura per il professor Giovanni Carnevale, nel libro dall’infelice titolo di  L’Europa di Carlo Magno nacque in Val di Chienti. L’Europa è una entità malefica che pensa solo a dominare e a fare la guerra!]

   È l’inizio della Francia delle origini, di cui oggi rimangono solo deboli echi che si stanno spegnendo…

 


Come quel detto riferitomi da Michele Maceratesi su Force. Force detto "Il paese dei ramai", è una località dell’ascolano che è elevata a 690 metri di altezza, a cavallo tra la media valle del Fiume Aso e la testata del Tesino. Il borgo viene citato per la prima volta in documenti risalenti al IX secolo, come possedimento dell'Abbazia di Farfa…  

Ebbene di quel detto ricordo solo una delle 4 righe di cui è composto, ed è 

                      «con la parlata mezza francese»

(Ricordatevi di San Francesco che cantava in… francese) [il perché parlavano “mezzo francese” forse è detto in wiki «In passato i ramai di Force avevano sviluppato un particolare linguaggio, o meglio un gergo, parlato solo tra chi commerciava il rame. Oggi tale linguaggio, chiamato baccagliamento forcese, non è più parlato. Le etimologie dei termini del baccagliamento sono spesso incerte ed oscure, si pensa forse che siano addirittura di derivazione zingara, poiché i primi ramai erano appunto di origine zingara.» https://it.wikipedia.org/wiki/Force  ].

Erano in Francia, ma non ne parlavano bene la lingua… Come affermazione popolare, è di certo abbastanza singolare!

 

«La malattia di Carlo Magno

(en France Pépin)

chi se la prende

deve fare un bel bagno.»

 

il professor Occultis

ritorniamo sui Pirenei…

 

   Lo scacco della spedizione intrapresa da Carlomagno [Charlemagne in francese, Carlemany in catalano] nel 778 e che termina col disastro di Roncisvalle [Roncevaux in francese, Roncesvalles in catalano] segna il punto finale del primo tentativo della conquista franca a sud dei Pirenei [Pyrénées in francese, Pirineus in catalano].

   Alcuni cristiani che avevano dato il loro appoggio alla spedizione sono obbligati ad esiliarsi dietro la ritirata dei franchi. Nel 781, il raid che Abd al-Rahman lancia contro i ribelli della frontiera superiore dell’Al Andalus contribuisce ad accelerare la fuga dei rifugiati verso il regno carolingio.

    Nel preambolo di un capitolare, nel gennaio dell’815, Ludovico il Pio [Louis le Pieux in francese, Lluís el Piadós in catalano] evoca questi uomini che «sono fuggiti dalla Spagna a causa dell’ingiusta oppressione e del giogo tanto crudele da loro imposto dai saraceni, questi nemici feroci della Cristianità», e che «hanno abbandonato tutto, le loro case e i loro diritti, per rifugiarsi in Settimania [Septimanie in francese, Septimània in catalano], sotto la sua protezione».

   Questi immigrati, indicati in genere sotto il nome di Hispani [in catalano hispans] usufruivano di un trattamento di favore. La ragione di questo statuto giuridico privilegiato è semplice: insediati nelle regioni sulla frontiera ancora sottomessa alle incursioni musulmane, gli hispani potevano svolgere un ruolo militare, rinforzando così la sicurezza sulla frontiera sud dell’impero carolingio. Tenevano soprattutto una funzione economica e sono all’origine dei centri di popolamento e di colonizzazione agricola.

 

   Con il sistema noto come “aprision”, in latino aprisione [L'Aprision (presura in Castiglia o aprisio in Aragona), è il nome dato a uno dei meccanismi di ripopolamento all'inizio della Reconquista, basato sul diritto romano. Nel sud del regno carolingio, questa usanza avvantaggiava sia i rifugiati ispanici ma anche i cittadini locali. V.  https://fr.wikipedia.org/wiki/Aprision], i sovrani carolingi concedono agli Ispani il possesso di terre incolte a condizione che le dissodino e le sviluppino. All’aprisionnaire [l’aprisiador in catalano] viene riconosciuto inizialmente solo un diritto di possesso che può, dopo trent'anni, trasformarsi in un diritto di proprietà equiparabile all'alleu [alou in catalano];

Un alleu o proprietà libera è terra il cui proprietario non deve omaggio o riconoscimento a un signore. […] colui che possiede una proprietà libera non è soggetto ad alcuna sottomissione per marchio diretto della signoria, e al contrario, egli stesso è in qualche modo il signore diretto dell'eredità che possiede in proprietà libera. […] Alleu, alloux o franc-alleu deriva dal francique [la lingua originaria dei franchi salici] alôd, dal latino allodium.

 https://fr.wikipedia.org/wiki/Alleu

ALLODIO (fr. alleu; sp. la parola è germanica e significa "piena proprietà" (al "intera"; od "proprietà alodio; ted. Alod; ingl. allodial tenure) La proprietà viene chiamata Alod dalla legge salica (tit. 59); con ogni probabilità la parola è germanica e significa "piena proprietà" (al "intera"; od "proprietà"). […]

Un ampliamento degli allodî avvenne poi col progressivo dissodamento dei terreni incolti spettanti ai villaggi. I "vicini", che ne avevano la proprietà collettiva, ingrandivano a danno di questa le loro proprietà private: è l'adprisio o proprisio dei documenti del IX e X secolo. Ne troviamo il ricordo, in Italia, nei documenti di Farfa.

https://www.treccani.it/enciclopedia/allodio_%28Enciclopedia-Italiana%29/

una regola che si ispira probabilmente alla legislazione derivante dal diritto romano. In cambio dei vantaggi e della protezione loro concessa, Carlo Magno e i suoi successori pretendevano fedeltà dagli aprisionnaires [aprisiadors in catalano].

 


Il disegno del conte Eudo mentre difende Parigi

può ben evocare

le gesta di Giovanni a Barcellona.

 

   Uno degli hispani più famosi è senza dubbio Jean dit de Fontjoncouse, nell’italiano pre-novecento potrebbe essere Giovanni di Fontedeigiunchi o comunque così lo denomino. Va detto che, su questo personaggio e sul figlio Teodefredo Teudefred, abbiamo una serie di documenti abbastanza singolare: sette atti sparsi in un periodo che va dal 793 al 963. La precisione e  lo sviluppo cronologico di questa documentazione spiegano perché sia stata a lungo presentata come il modello e l'archetipo dell'insediamento ispanico in Settimania. Cosa sappiamo veramente di Giovanni? Prese parte molto attiva alle battaglie tra le truppe franche e i saraceni nei pressi di Barcellona intorno al 792: qui uccise un gran numero di infedeli, dicono i testi, e sottrasse ai nemici un cavallo pregiato, un usbergo (Cotta di maglia con maniche e cappuccio indossata dagli uomini d'arme nel Medioevo.) e una spada (indiana? Sarà un errore di copiatura del testo latino) con fodero rifinito [Aliquid exinde dilecto filio nostro obtulit, equum optimum et brunia optima et spatam indiam cum techa de argento parata (Dipl . 793). V. G. Mouynès, Cartulaire de la seigneurie de Fontjoncouse, Bulletin de la commission archéologique, de Narbonne, I, 1876-77, pag. 481]. Questo bottino, lo presenta a Ludovico, figlio di Carlo Magno, che gli concede, in cambio, un dominio incolto sul versante settentrionale del Corbières [Corberes in catalano], in una località chiamata Fontes (oggi Fontjoncouse) [Et petierat in pago Narbonense villare ..... quem dicunt Fontes (Dipl . 793). V. G. Mouynès, sempre a pag. 481 succitato].

 


Castello (già segnalato come distrutto nel XVIII secolo) e chiesa Sainte-Léocadie à Fontjoncouse

[Il luogo compare in un atto del 795, come designante una villa (tenuta agricola) nella forma Villare eremum… que vocant Fontes… in villa Fontejoncosa.

Più avanti  il nome del paese ebbe poche varianti: Villare Fontes (815), In Fonteginoso=Fontjuncoso (992), In Fonte Joncoso (1056), Castrum quod vocatur Fonte Joncoso (1106), Fontjonquiosa…, Fontjoncoisa (1121-1149), Villa de Fontibus seu Sancta Maria de Fonte (1127), Funt junchusa (1156), Castrum de Fonte Juncoso (1157), Fontjonchosa (1160), In Fonte Joncoso (1161), Font Jancosa (1196), De Font Jonchoso (1196), Fongoncouze (1595), Fontjoncouze (1781).

È un tipo toponomastico meridionale in Fons- / Font- "sorgente" (tipo di composizione che non si trova a nord della Loira, dove si preferisce Fontaine- nel vecchio senso di "sorgente".). Questa interpretazione è avvalorata dalla presenza di una sorgente ancora oggi esistente ai piedi del nucleo abitato.

Il secondo elemento -joncouse è un aggettivo in -osa , un suffisso latino che continua in occitano, francesizzato in -ouse da allora in poi. Corrisponde al francese -euse. -jonc- rappresenta il vocabolo latino juncu(s) > occitano jonc “giunco”, da qui il significato complessivo di “fonte dove sono giunchi”, “sorgente con giunchi”.

stesso tipo di formazione toponomastica di Fontpédrousefont pedrosa” = “fonte pietrosa” nei Pirenei Orientali.

https://fr.wikipedia.org/wiki/Fontjoncouse ]

 

   Nel marzo del 793 (795, secondo Ramon d'Abadal), Carlo Magno, su richiesta del figlio, concede questo dominio a Giovanni in aprile. [Giovanni riceve da Ludovico il Pio in pago Narbonense villare eremum ad laborandum que dicunt
Fontes
(
A. badal, Diplomes  2, p 307, anno 795).] Il conte di Narbonne, Sturmion, incaricato dell'esecuzione dell'atto imperiale pone Giovanni in possesso del feudo e si reca lui stesso a Fontjoncouse, accompagnato dai giudici, per fissare con precisione i limiti della terra concessa. Giovanni, aiutato da altri Hispani venuti con lui (suo fratello Vuillemir, diversi famigli e un prete), si è poi impegnato a valorizzare il terreno affidatogli: costruzione di abitazioni e fattorie, coltivazione di giardini, terreni e viti. Ma in seguito il feudo attirò la cupidigia: la prima volta fu nell'812, Giovanni dovette recarsi a giustificarsi alla corte imperiale di Aquisgrana o Aix-la-Chapelle [in catalano è detta la cort imperial d’Aquisgrà] per far fronte alle pretese del conte di Narbonne, Ademar. [Et dum Johannes ipsum villare ab omne integritate abuisset per suam adprisionem, sic Ademares comis, cum mallavit quod ipse villares suus beneficius esse debebat, in Aquis palatii ante Uvarengaude, comiti palatii, vel ante Gaucelmo, Berane, Giscafredo, Odilone et Ermengario comites, seu etiam judices Cixilane, Jonatam, Vincentio et Angenaldo, qui erant ad tunc judices dominici, seu etiam Archibaldo, notario, et alios plures. V. pag. 503, G. Mouynès, succitato]

Infine, arriva il conte Liebulffe che si impadronisce della proprietà di Giovanni Usque quod Leibulfus, comis, eum abstulit ad Johanne, sua fortia, injuste et absque judicio. (con la forza, ingiustamente e senza giudizio).

 

Dichiarazione concernente i terreni di Fontjoncouse


Atto di dichiarazione di testimoni portati davanti ai giudici da Teodefredo in un processo in cui sostiene a Narbona contro Dexter sulla questione della proprietà del dominio di Fontes, sul territorio di Narbonna (Fontjoncouse). I testimoni [che avevano giurato nella chiesa di San Martino, la cui basilica è nel Palazzo di Aquisgrana Hoc juraverunt in ecclesia Sancti Martini, cujus baselica sita est in Aquis palatii V. pag. 115, G. Mouynès, sucitato] dichiarano che il dominio di Fontes era stato donato anni prima a Giovanni, padre di Teodefredo, da Ludovico il Pio, allora re d’Aquitania.

Et ibidem ostendit, jamdictus Johannes, epistolam scriptam ad relegendum quod domnus Ludouvichus, dum rex fuisset, ad Sturmioni, comiti, direxit, quod revestisset ipsum Johanne, condam patrem de isto Teudefredo jamdicto, villare Fontes, ab omne intégritatem, cum omnes suos terminos et ajacentias et pertinentias ipsius villare ut Johannes et habuisset per suam adprisionem, absque ullo socio vel erede, et per adictum domni imperatoris. [V. pag. 113, G. Mouynès, succitato]

Giovanni fu eletto dal conte Sturmion il quale fissò lui medesimo i limiti del dominio. La possessione di queste terre fu sempre a lui riconosciute finché il conte Leibulfe se ne impadronì ingiustamente. I testimoni domandano che il dominio ritorni a Teodefredo, erede legittimo di Giovanni.

 

Però nell'834, diversi testimoni vennero a testimoniare in favore di Teodefredo, figlio di Giovanni: il dominio di Fontjoncouse dovrebbe, dicono, tornare a Teodefredo che ne era stato indebitamente spogliato.

Carlo il Calvo, nell'844, conferma Teodefredo nei suoi diritti [Quapropter et has litteras nostras illi fieri jussimus; per quas volumus atque firmamus, ut prædictus qui moderno habet fidelis noster Teodefredus sæpedictam villam Fontes perpetuo tenere, habere et absque ullius inquietudine possidere. V. pag. 117, G. Mouynès, succitato]; gli concede addirittura nell'849 la piena proprietà del feudo. Alla fine del X secolo Fontjoncouse non era più un “deserto”: il luogo è abitato e prospero, vi sono state edificate tre chiese. La principale è dedicata a Santa Léocadie [Santa Leocàdia in catalano, S. Leucadiam in latino], un'altra a San Christophe [Sant Cristòfol, in catalano beati Christophori in latino] e un'altra a Saint Victor [Sant Vìctor, in catalano S. Victoris].

 


Fronte e retro di Sant Vìctor

 

   Se è necessario uscire dalla visione mitica che talvolta viene data degli Hispani come "vittime sfortunate dell'oppressione islamica", uscenti dalla crisi economica delle regioni fino ad allora abbandonate, è innegabile che gli Hispani siano stati l'origine di un grande movimento di bonifica, disboscamento e creazione di “villaggi” e pievi, nei secoli IX e X. Questa azione economica non deve però far dimenticare il ruolo che ebbero alcuni Hispani in campo religioso, in particolare nella fondazione dei monasteri: aux Bains d'Arles (attuale Amélie-les-Bains. In catalano Banys d’Arles), Castellan, anch’egli proveniente dalla Spagna, fondò intorno al 778-780 un primo monastero [monastero in catalano è monestir], predecessore di quello di Arles-sur-Tech [Arles de Tec]; nel 782, un’altro Hispanus, Atala, fonda nel Razès [Rasès in catalano] l'abbazia di Saint-Polycarpe [Sant Policarp] che si sviluppò rapidamente grazie ai privilegi concessi sempre dai sovrani carolingi.

 

Aprisions et presuras au début du ixe siècle : pour une étude des formes d’appropriation du territoire dans la Tarraconaise du haut Moyen Âge

Di Juan José Larrea e Roland Viader

Scovato su:

https://books.openedition.org/pumi/30696?lang=it

 

«dal cap. 32

Per quanto riguarda l'aprision, in connessione più o meno diretta con il tema degli Hispani nella storiografia catalana, si potrebbe dire, ad esempio, che essa appare come "la figura giuridica centrale di tutta la spiegazione tradizionale dell'evoluzione economica e sociale della Catalogna nell'Alto Medioevo”

[…]

Dal cap. 36

L'aprision appare, infatti, come l'appropriazione e la delimitazione di terreni liberi la cui coltivazione è evidentemente un'operazione successiva e molto spesso parziale. In altre parole, include hermes [luoghi o località] che non sono stati tutti coltivati disboscando  e che non tutti sono destinati a essere perciò resi idonei alla coltivazione. È vero che questo appare male nei diplomi imperiali degli anni 812-816. Possiamo notare, però, che il testo dell'812 definisce i possedimenti degli Hispani come gli erema loca [luoghi o località desolate] di cui presero possesso per lavorarli (ad laboricandum propriserant), il che non significa che siano già completamente coltivati. Si aggiunga, inoltre, che tali proprietà sono definite anche villae. Insomma, nulla impedisce, anzi, che il territorio sequestrato per l'aprision abbia ampiamente superato la struttura di ciò che è stato effettivamente arato. Prove successive lo confermano oltre ogni dubbio. Si possono, ad esempio, addurre al riguardo le testimonianze presentate nell'834 da Theodofred, figlio del famoso Giovanni, uno dei "quarantadue di Aix-la-Chapelle". I testimoni, infatti, raccontano come Giovanni acquistò il villar de Fonts cum omnes suos terminos et adiacenteias; narrano la costruzione di case, lo sgombero di terreni, e la delimitazione del villar per il conte: la descrizione dei confini mette in evidenza che essi comprendono anche hermes. Quindici anni dopo, inoltre, boschi sono ancora citati nel territorio di Fonts. Si potrebbero moltiplicare i casi di questo genere, ben attestati. [nota 65: Così le villas di Céret (Vallespir) e Villanova de la Raho (Rossiglione): C atafau , Hispani et aprisionnaires ; Id., « Hispani » ; Id. et Duhamel-Amado, « Fidèles », pp. 446-449. Céret, fatto prigioniero in virtù di un'autorizzazione di Carlo Magno, è descritto nell'814  cum ipsa ecclesia (...) silvis videlicet vel campis, vineis seu pratis, aquis aquarumve ductibus vel decursibus (A badal , Diplomes 2 , p. 318).].

[…]

Dal cap. 37

La terza caratteristica dell'aprision così come presentata nei capitolari è ben nota, e ha dato luogo a numerosi commenti: i testi riconoscono una gerarchia, differenziano diverse categorie di hispani, e i dibattiti sono stati notevolmente oscurati dall'allargamento delle forme di opposizione messe in atto. L'unico punto che dobbiamo ricordare qui è il seguente: gli Hispani possono attirare degli uomini per fargli coltivare la parte delle terre che hanno ottenuto per aprision (815, cap. 3). Questi dovranno fornire loro i servizi concordati e saranno soggetti alla giustizia del concedente per questioni che non rientrano nella giurisdizione del giudice di contea; potevano, nelle stesse condizioni, trasmettere ai figli la terra lavorata (816), ma essa tornava al padrone se i nuovi arrivati ​​abbandonavano i loro appezzamenti (815, cap. 4). Questo fatto dovrebbe essere considerato da entrambe le parti. (a) Gli aprisionnaires difficilmente potrebbero attrarre questi ospiti o coloni a meno che non avessero una riserva di terra, un surplus di terra che non coltivassero essi stessi. In breve, un simile accordo ha senso solo se gli aprisionnaires sequestrano parte dell'hermes se non sgomberando, (b) Ma affinché il sistema funzionasse, bisognava anche impedire ai nuovi arrivati ​​di eseguire l'aprision per proprio conto. Questo è esattamente ciò che sembra organizzare il diploma dell'816, il quale non sembra prevedere altra possibilità per i nuovi venuti che raccomandarsi ai conti, ai vassalli dei conti o agli Hispani aprisionnaires, al fine di ricevere dalle loro mani la terra desiderata. Ancora una volta, l'esempio di Fonts aiuta a capire meglio le cose. I testimoni riferiscono, infatti, di aver visto Giovanni "occupare" il villar, "costruire" case, curtes e giardini, e di "lavorare" la terra. Dichiarano poi che egli "mandò là i suoi uomini", uomini a lui raccomandati e che lo ebbero per "patron [capo]". Concludono infine che tutto ciò che questi uomini costruirono di case, curtis e giardini, tutto ciò che ararono di terra, lo fecero per beneficium di Giovanni, e non per illorum aprisione.

Facciamo una pausa. Se ci atteniamo agli elementi appena citati, è chiaro che all'inizio del IX secolo l'aprision serviva a riprodurre una forma di possesso aristocratico basata sull'appropriazione e la demarcazione di hermes, in quanto queste permettevano di promuovere e controllare l'estensione dello spazio coltivato. Il modello riprodotto potrebbe essere stato importato, poiché si trattava in linea di principio di immigrati (signori e dipendenti), ma anche di locali, poiché sappiamo che il villar non era una nuova forma di proprietà dei potenti.

[…]

Dal cap. 38

Senza andar più lontano, possiamo mantenere l'idea che la coltivazione di certe terre permettesse di far valere un diritto di possesso su uno spazio più ampio e delimitato. Quando questo diritto era riservato a una sola persona, l'insieme somigliava molto a un dominio o ad una proto-signoria.

È il caso del villar de Fonts, dove i testimoni presentati da Teodofredo [Théodofred] nell'834 si affrettano ad affermare che Giovanni possedeva tutto per suam adprisionem absque ullo socio vel herede. Ma appunto  la loro dichiarazione rivela che altri aprisionnaires dovevano fare i conti con i loro associati.»

 

    E mi tocca fermarmi qui per non rendere troppo tedioso lo scritto, anche se il resto del testo è molto interessante.

 


Chiesa Santa Leocàdia, portale e insieme

La prima foto in bianco e nero viene dall’Archivio del dipartimento dell'Aude, la seconda da wiki. La consacrazione della chiesa di Fontjoncouse a Santa Leocàdia, vergine martire di Toledo, ci ricorda che il paese fu fondato alla fine dell'VIII secolo dagli Hispani (hispans in catalano) in fuga dei Saraceni.

 

La chiesa è inclusa nelle fortificazioni che circondano il colle che domina il paese. Costruito alla fine del XII secolo, il portale con arco a volta quadrupla si apre a nord della prima campata della navata e costituisce la parte più interessante dell'edificio. I tre archi interni poggiano su capitelli decorati a foglie d’edera, uno dei quali, in marmo, sembra provenire dalla chiesa primitiva. Due cordiere a cui hanno donato ingenuamente la forma di un volto umano accolgono l'archivolto del portale.

 


Abbazia di Saint-Polycarpe.

834, 30 agosto. 1 pezzo di pergamena, originale. 72 x 44,5 cm. Latino.

Archivio dipartimentale dell'Aude, G 6.

 

Fu alla fine dell'VIII secolo che l'abbazia benedettina di Sant-Policarp fu costruita al limite occidentale del massiccio delle Corbières. Se prendiamo come riferimento un diploma carolingio sospetto sulla sua autenticità, possiamo collegare la fondazione di questo monastero al movimento d'emigrazione che vide, negli ultimi anni dell'VIII secolo, l'arrivo in Settimania di un certo numero di Hispani. Un uomo di nome Attala sarebbe venuto con una piccola comunità, coltivando dei terreni situati intorno al loro primo accampamento. In quello stesso periodo, il suo connazionale Giovanni stava lavorando le terre di Fontjoncouse. L'attuale chiesa, coeva alla seconda metà dell'XI secolo, illustra, con la sua decorazione di arcate longobarde, un'importante stile architettonico, noto come il primo arte romanica meridionale. Da segnalare la presenza, all'interno dell'edificio, di frammenti di un'importante decorazione parietale di epoca romanica. Il tema è ispirato ai primi capitoli dell'Apocalisse.

 

    E qui finiva la prima parte del catalogo. Prosegue poi con altre figure storiche, come la figura de


Ermessenda I Almodis (975 circa – 1 marzo 1058),

che sposerà il conte di Barcellona Raymond Borrel nel gennaio del 993; con lui parteciperà alla spedizione armata di Cordova del 1016. Il marito morirà l’otto di settembre del 1016. Rimasta vedova, Ermessenda esercita il potere come contessa in nome del figlio Berenguer Ramon fino al 1023, quando si ritira a Girona, dove la sede episcopale è tenuta dal fratello Pere (Pierre) Roger de Carcassona.

Al decesso di suo figlio nel 1035, ritorna ad assumere il ruolo di contessa in nome del nipote Ramon Berenguer I, con cui avrà un conflitto già nel 1041, e di nuovo nel 1054. Si riconcilierà col nipote un anno prima della sua scomparsa. Venne sepolta nella cattedrale di Girona a sinistra dell’altare principale.

 

 

Alla fine di questo scritto mi rimane una ulteriore sfiducia negli storici ufficiali.

    Come non rimanere stupiti nel vedere l’abside originale di Sant-Policarp (sviluppato poi in altezza nei secoli seguenti), la copia degli edifici altomedievali delle Marche. Le stesse, identiche decorazioni.

Sfiducia perché non sono carolingi, anche se nati proprio in quell’epoca per cui diventano longobardi … o certo, non ci sono documenti e se ci sono, son sospetti, dubbi e via dicendo.

 

    La verità storica non è per gli uomini, personalmente cerco ancora di sognare, anche se la realtà è un incubo ad occhi aperti; una di queste realtà c'è la offre il caro Pif e il suo amico-nemico Ercole, che hanno ormai 75 anni. Vignetta ripresa da un libro regalatomi da François.

 


    Non si può lottare contro i mulini a vento… Si fa tutto solo per riempire la giornata…

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger

(Questo è un sito!)]

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

15/05/’23

 articoli

 

giovedì 11 maggio 2023

Il sogno del dottor Mišić di Šandor Gjalski (1890)

                     Il sogno del dottor Mišić 

di Šandor Gjalski (1890)

   Nell’antico maniero dei Jabučevački, luogo di fantasmi, di apparizioni, c'è un nuovo inquilino, il dottor Mišić. È un convinto sostenitore della ragione e della logica e ride di tutte le ipotesi dei suoi vicini sulle forze ultraterrene e sulla quarta dimensione. Tuttavia, viene presto perseguitato da strani sogni.

   Addirittura in uno di questi sogni, arriva a vedere il suo doppio, il suo doppelgänger nelle oscure catacombe che contempla il corpo di una ragazza su un tavolo da obitorio.

Šandor Gjalski (dalla rivista polacca "Echo Muzyczne", 1890, n. 378)

 

   È questo il tema di breve romanzo San doktora Mišića di Sandor Gjalski al secolo Ljubomir Tito Josip Franjo Babić, nato a Gredice presso Zabok in Croazia (allora sotto l’Austria), il 26 ottobre 1854 e scomparso durante il regno di Jugoslavia sempre a Gredice, il 9 febbraio 1935.

   Nacque in una famiglia nobile, e questo influenzerà la scelta dei suoi temi letterari. In alcuni suoi scritti non è solo un cronista, ma anche un paroliere sensibile, un artista raffinato e maturo. appare in primo piano il suo rapporto affettivo con la natura e la campagna dello Zagorje.

   Gjalski si cimentò anche in molti altri temi e motivi, coprendo quasi l'intera questione sociale del suo tempo. È ricordato come il primo critico e generalmente il primo scrittore croato che ha tentato di fornire una sintesi letteraria completa della società croata in cui viveva.

   In Italia la sua opera dovrebbe esser ancora inedita tranne Il sogno del dottor Mišić, un racconto fantastico, alla Edgar Allan Poe, stampato nel 1963 in La forza del sogno di autori vari, un libro della Collana Fenice n.5, della editrice Guanda. V. https://www.fantascienza.com/catalogo/opere/NILF1034734/il-sogno-del-dottor-misic/

  È sicuramente la traduzione del libro Puissances du rêve, éd. Roger Caillois, [Paris] : Le Club français du livre, “Récits ; 38”, 1962, p. 166-189, tradotto dal serbo-croato da Alexandre Grchich. V. http://levisagevert.com/bibliographie-auteurs/auteurs-g/auteurs-g/g0013.html

   Le visioni del povero dottore ebbero una versione televisiva nel 1973 (di un’ora e dieci minuti di  durata), realizzata dalla televisione di Belgrado, con l’attore  Ljuba Tadić (1929-2005) nella parte di Mišić, da cui ho tratto le immagini.


Il testo

   Già da molto, molto tempo, il castello Jabučevač aveva fama di esser infestato dagli spiriti. Costruito in legno, quel vecchio palazzotto non era più che una rovina. La famiglia dei castellani che per generazioni lo aveva abitato si era estinta, e da allora, nessuno l'aveva occupato a lungo. Ogni cinque o sei anni la tenuta cambiava di proprietario. Ogni autunno il vento s'infiltrava e urlava di più attraverso il tetto e le fenditure dei muri. Il suo cattivo stato lo rendeva ancor più sinistro, tanto che i contadini obbligati a passargli davanti, si proteggevano con un pio segno della croce. A dispetto di tutto ciò, la casa trovò un inquilino. Un medico mandato dal dipartimento, non trovando da sistemarsi in nessun posto, prese in affitto il castello. La storia che veniva attribuita a quella dimora non l'impensieriva gran che, era molto più preoccupato per il cattivo stato del luogo e per i topi. Il tetto fu ben presto riparato, e la casa ripulita. Una volta installato, il dottor Mišić venne a sapere dal suo vicino di essere un lontano discendente della famiglia Jabukoci, ed ebbe allora l'impressione di abitare la casa dei suoi avi. Egli era prima di tutto uomo di scienza, di scienze esatte, sperimentali e positive, e non poteva interessarsi che a cose che era possibile toccare con mano o provare con l'esperienza. Il suo spirito moderno, imbevuto di logica, lo teneva lontano da tutte quelle storie di apparizioni.

I discorsi del suo vicino Radicevic, che si sforzava di spiegargli tutti quei fenomeni con la quarta dimensione, lo facevano sorridere. Le vecchie signore del vicinato, più romantiche, credevano sinceramente a quei racconti terrificanti. Ma, egli pensava, eran tutte frottole, e scoppiava a ridere quando qualcuno gli chiedeva se aveva già incontrato dei fantasmi.

 


Malgrado la fama del castello, i contadini venivano a farvisi curare e la sala d'aspetto era sempre piena. Nessuno però osava andarci di notte.

«Almeno la notte mi appartiene», si diceva soddisfatto il dottore, andandosene tranquillamente a letto, e sapendo che non sarebbe venuto nessuno a disturbarlo.

Il dottore era un uomo intelligente e serio, di poco più di trent'anni.

Celibe, egli non aveva nessuna voglia di sposarsi, tanto s'interessava al suo lavoro. La sua salute era perfetta, ma poiché i suoi genitori erano morti giovani, egli diceva: «Non mi sento né debole, né malato, tuttavia il frutto non cade mai lontano dall'albero, e non ho nessuna voglia di lasciarmi dietro una giovane vedova».

Ma la vera ragione per cui egli era ancora scapolo consisteva nel fatto che non si era mai innamorato. Non che fosse insensibile e freddo, al contrario, troppo sensibile al fascino femminile, si innamorava di ogni bellezza che incontrava sul suo cammino. S'innamorava delle loro forme rotonde, tenere e belle, della loro pelle dolce, dei lunghi capelli serici ed opulenti. E quando il dottore ne parlava con entusiasmo, non alludeva alla bellezza di una sola donna, ma a quella dell'intero mondo femminile. Si estasiava dinanzi a forme scultoree simili a quelle di Venere, senza che per questo si potessero attribuire ad una persona determinata. Nell'occhio brillante della donna che abbracciava, non vedeva che uno sguardo femminile e la bellezza in sé. Questo slancio lo preservava dalla passione puramente animale. I suoi desideri gli permettevano di conservare un'anima pura. Egli ricercava la perfezione che sola era capace di soddisfare la sete della sua anima e del suo corpo. L'amore per la bellezza gli permetteva di proseguire gli studi e le ricerche alle quali aveva votato tutta la sua esistenza.

Il dottor Mišić aveva organizzato la sua vita a Jabučevač in modo abbastanza gradevole.

Aveva acquistato assai presto fama di medico abile e coscienzioso. Il suo lavoro gli rendeva, a dispetto del fatto ben noto che castellani e contadini pagano tardi e con difficoltà. A poco a poco il vecchio castello aveva perduto la sua aria trasandata. Ma la sua fama persisteva, ed il dottore si rifiutava sempre di credervi. Della stanza considerata la più terrificante, fece la propria camera da letto. Quanto ai domestici, essi lo abbandonavano tutti, gli uni dopo gli altri. Eppure il nostro medico era ciò che si chiama un buon padrone, e faceva ben poca attenzione al consumo del vino, dello zucchero e del caffè. I domestici lo trovavano «talmente buono» ma, piangendo, si dicevano forzati a lasciarlo per via delle apparizioni notturne.

Uno di loro aveva visto strane ombre, un altro fiamme che danzavano, il terzo affermava che una creatura trasparente era venuta a fargli la barba. La cuoca, poi, ripeteva strane conversazioni che pretendeva di aver avuto con le anime dei defunti.

Ella supplicava il dottore di lasciare quel luogo.

Prudentemente essa evitava di menzionare le bottiglie di rhum che discretamente beveva. Il dottore, da parte sua, dubitava dell'origine di questo straordinario potere. Trovava a volte divertenti queste storie, ma lui non aveva mai visto né sentito nulla. Quei rumori che sentiva, li attribuiva ai topi ed al vento. Vi si abituava e tutte le notti dormiva tranquillamente, con gran dispiacere del suo vicino Radicevic che sperava di ricevere presto il nostro dottore nella cerchia dei sostenitori della quarta dimensione.

Passarono circa otto mesi e le notti del dottore erano sempre calme. Ma da qualche tempo, tutte le mattine provava una specie di angoscia che gl'invadeva il cuore e lo opprimeva. In quei momenti perdeva il suo buon umore. Durante il giorno, il lavoro gli faceva dimenticare le sue angosce, ma la mattina, al risveglio, esse riprendevano il sopravvento. Il dottore non riusciva a spiegarsele. La sua vita monotona e regolare non poteva sconvolgerlo a quel punto. La causa doveva provenire dal suo stato fisico. Forse stava covando qualche grave malattia... ma egli era in ottima salute.

Fu allora che le premonizioni gli vennero in mente. Mišić trovò questa idea grottesca e non volle attardarvisi, era contraria al suo spirito logico. Pensò allora di soffrire di disturbi gastrici. «Certamente devo aver una cattiva digestione che mi provoca degli incubi. Poiché dormo profondamente, dimentico tutto fino al giorno dopo e la sola traccia che ne rimane è questa angoscia mattutina».

Egli trovava questa spiegazione fisiologica perfettamente soddisfacente. Convinto di aver trovato l'origine del suo male, decise di seguire un regime.

Malgrado ciò i disturbi del mattino persistevano. Diventava agitato e nervoso. Se cadeva il più piccolo oggetto, egli si metteva a tremare in tutto il corpo, e allo stesso tempo provava un dolore acuto sopra le tempie.

Bastava che due bicchieri si toccassero perché già nel suo spirito nascesse l'impressione che un lampo gli aveva attraversato il cervello. C'erano momenti in cui era di una tristezza estrema. Poco mancava che non si mettesse a piangere. E tuttavia non sapeva mai perché era triste, la sua tristezza non aveva né soggetto né forma. Mišić era completamente mutato.

La cosa era stata notata. Se ne parlò a casa di Radicevic, ma Mišić continuava a credere nella propria diagnosi.

«Avete torto», diceva Radicevic una sera in cui si erano riuniti a casa sua, «è proprio impossibile attribuire tutto ciò alla vostra salute. Quegli incubi non sono dovuti a mali di stomaco. Sarei piuttosto tentato di ripetervi ciò che vi ho già detto. Da sempre il castello di Jabučevač ha fama d'essere un eccellente strumento di comunicazione col mondo che esiste al di là dei nostri cinque sensi. Là non si possono ignorare i rapporti con l'altro mondo.

Se non aveste i nervi così solidi e se foste più ricettivo, anche le vostre impressioni sarebbero più chiare e più forti. Ma siccome voi resistete e rifiutate di credere, ebbene, allora, di questo contatto avuto con l'altro mondo, non resta nel vostro spirito che un'angoscia profonda. Se soltanto voi vi lasciaste andare, se accettaste di credere, chissà che cosa potreste vedere ed apprendere!».

Il dottore si accontentava di ridere e la conversazione seguitava così intorno a questo argomento. Mišić non contraddiceva più Radicevic, ed il curato, che era presente, esponeva allora le proprie idee sul mondo degli spiriti. Poi prese la parola Batoric.

«Perché mettete in ridicolo queste cose? Non sono dell'avviso di Radicevic, ma neppure a voi do ragione, caro dottore. Avete torto di credere vero solo ciò che può essere provato dall'esperienza scientifica. Nel corso della storia, ci sono stati sogni premonitori, presentimenti, non si può negarlo. Voi spiegate la vostra angoscia come un seguito di incubi e a questi ultimi attribuite una causa fisiologica. Io sarei pronto a credere che la vostra angoscia provenga dai vostri sogni, ma d'altronde sono persuaso che l'anima umana trova nuove forze durante il sonno e che questa forza rivela l'avvenire sotto un'immagine talvolta un po' deformata. Dunque non abbiate troppo timore...».

«Non temete, non ho paura di questi sogni premonitori, temo molto di più lo stato dei miei nervi ed i miei dolori di stomaco. Ed è per questo motivo che seguo un regime severissimo».

«Ebbene in questo caso vi dispensiamo dal bere con noi alla salute degli spiriti di Jabučevač. Ricordatevene tutti — il dottore non beve più».

«Eh! dottore, potrebbe darsi che fra gli spiriti si trovi qualche bellezza e che voi dobbiate pentirvi di non bere alla sua salute», disse ancora ridendo il vecchio.

Ma il dottore non si mosse e non toccò il suo bicchiere. Quando nessuno ancora pensava ad andarsene, si eclissò discretamente per raggiungere la sua casa.

Si mise ad un regime ancora più stretto. Non mangiava più la sera. Ciò nonostante, la sua inquietudine e il suo nervosismo mattutino peggioravano.

Oltre che di questa angoscia, egli soffriva di una specie di malinconia indefinibile. In quei momenti si sentiva innamorato. Giovani donne, leggere come rondini gli volavano davanti agli occhi. Inconsciamente la sua bocca si atteggiava al bacio. E tuttavia egli era sicuro di non amare alcuna donna.

Una notte, all'una del mattino, si svegliò di soprassalto. Aveva avuto un sogno così chiaro che le sensazioni provate nell'anima e nel corpo erano ancora presenti. Ora era ben sveglio; con suo grande stupore, un forte odore di acido fenico gli colpì le narici, egli non poteva spiegarselo, sia perché il suo laboratorio era molto lontano dalla sua camera da letto, sia perché non aveva fatto uso di fenolo la sera prima. Forse quell'odore poteva avere un qualche rapporto col suo sogno. Tentò di richiamarlo alla memoria.

Era entrato in una stanza oscura ed assai fredda, i muri erano umidi e coperti di macchie verdi e nere. Non capiva affatto per quale ragione si trovasse lì. Dopo poco, quando i suoi occhi si erano abituati all'oscurità, scorse un finestrino rotondo, proprio al disotto del soffitto. Ne filtrava un lungo raggio di luce biancastra. Egli si chiedeva se provenisse dalla luna o dal sole. Il raggio cadeva di scorcio in modo che tutta una parte della stanza veniva illuminata. Sul suolo di pietra giaceva il corpo di una fanciulla. Non si poteva distinguere se fosse morta o se riposasse. Tuttavia aveva la sensazione che i suoi occhi lo fissassero. Quello sguardo era strano, lo infastidiva, ma il dottore non riusciva a non guardare quel giovane corpo.

Quegli occhi erano meravigliosi, immensi e pieni d'incanto, lo sguardo era calmo e profondo. Lunghe ciglia lo nascondevano sotto un velo sottile. Più la guardava, più si sentiva attratto dalla ragazza. Provava un desiderio folle di gettarsi a terra per accarezzarla. In quel momento accadde qualcosa di straordinario, che, nel sogno, sembrò normale. Un altro uomo entrò nella stanza. Egli lo guardò e si riconobbe. Aveva un coltello in mano, e si chinò sulla ragazza per procedere ad una dissezione.

«Fermati! non è morta». Si mise a gridare rivolgendosi al nuovo venuto.

«Dimmi chi è e perché vieni qui, dato che ci sono già io».

«Sai bene che il nostro mestiere è come quello dei militari, dobbiamo essere pronti a fare il nostro dovere e a sacrificarci di continuo. Ho il mio dovere da compiere!».

«Ma fermati dunque, dimmi prima chi è questa ragazza; guarda com'è bella! Se mai dovessi amare qualcuno, amerei lei».

«Non essere stupido», rispose l'altro se stesso, e gli raccontò brevemente la storia della ragazza. Mišić non comprese nulla; poi l'altro si mise a cantare una canzone americana. Mišić se la ricordava benissimo. Era stato molto tempo addietro a Vienna, durante i suoi studi; un collega americano canticchiava la stessa aria nella sala di anatomia mentre dissezionava un braccio di donna e mangiava panini.

«Parli dunque inglese?» gli chiese Mišić tutto stupito. L'altro non rispose neppure, ma si avvicinò di nuovo al corpo. Sollevò il lenzuolo macchiato di sangue coagulato che copriva per m età la ragazza. Mišić rimase abbagliato.

Quel corpo era magnifico. Mai nella sua vita aveva visto una simile perfezione. Si sarebbe potuto paragonarlo a quello della Psiche del Canova, con le sue forme delicate, rotonde e perfettamente armoniose. Una splendida testa coperta d a folti capelli neri, riposava sul braccio sinistro, mentre il braccio destro era piegato sotto il seno, giovane e bellissimo. Non poteva distogliere lo sguardo pur avendo notato l'altro se stesso macchiato di sangue. Finalmente fu solo con lei. Si gettò per terra e l'abbracciò. Sentì subito un brivido percorrergli tutto il corpo, e la strinse ancora più forte. La ragazza gli rese il suo bacio.


I suoi baci erano gelidi — egli aveva la sensazione di perdere tutto il suo sangue. Ma continuò ugualmente ad abbracciarla, sprofondando lentamente nel torpore. All'improvviso non si trovò più nella stanza. Ondeggiava tra le braccia della ragazza, sprofondando irresistibilmente sotto le onde torbide e gialle, come il mare dopo i venti del sud. Aveva terribilmente paura ed anche molto freddo, ma continuava a tener stretta la giovane, e a coprirla di baci. Aveva voglia di parlare, ma non gli riusciva di pronunciare neppure una parola. Anche la ragazza rimaneva in silenzio. Ad un certo momento ebbe talmente freddo che pensò di morirne. Fu allora che si svegliò.

Il sogno gli era rimasto presente nella memoria. Con piacere ne rievocava i particolari. Si sentì più che mai in preda all'inquietudine. Gettò uno sguardo nella sua stanza. Tutto era calmo e tranquillo, i contorni dei mobili si disegnavano vagamente, come rotonde masse nere. Un sottile raggio di luna filtrava attraverso la finestra e cadeva perpendicolarmente nella stanza.

La pendola si trovava nell'oscurità, ma si percepiva nettamente il suo preciso e pigro tic tac. Sentiva anche il rumore forte e sgradevole della sua sveglia. Mišić le diede uno sguardo, era l'una e dieci. Si girò verso il muro e si riaddormentò.

Dopo un po' si svegliò di nuovo. Pensò che fosse mattina. Guardò l'orologio: era l'una e sedici. Aveva creduto di aver sognato almeno per dieci ore. Si trattava ancora della ragazza. Questa volta Mišić la vedeva in mezzo ad una vasta landa. Il suo sguardo era fisso come sempre, e mentre Mišić si avvicinava, la ragazza gli si gettò al collo per abbracciarlo con passione.

Dapprima egli la lasciò fare con una certa reticenza, poi s'abbandonò con vero piacere. Ma i baci della ragazza erano freddi come il ghiaccio.

Un'acqua sporca e fangosa cominciò allora ad affluire da ogni lato, accerchiando la coppia. Non provava alcuna paura, e si lasciava abbracciare mentre accarezzava il bel corpo della ragazza. Ella gli ricordava Ebe. Volle cantarle il suo amore in ditirambi, paragonando la sua bellezza al mughetto, agli uccelli della foresta, ai pesci argentei del ruscello. Mentre si estasiava in questo modo, la ragazza fu improvvisamente circondata da fiori, uccelli e pesciolini che si posavano ora sui seni, ora sulle spalle, ora sul collo, rendendola ancora più bella. Si aggiunsero poi mazzolini e corone di fiori che non aveva mai visto prima. Seguiva un lungo corteo di migliaia di pesciolini lucenti. Tutto questo piccolo mondo meraviglioso si mise a danzare intorno ai due giovani, fra le onde d'argento. Dalle scaglie dei pesci, dalle penne degli uccelli, dai petali dei fiori, emanava una luce azzurra fosforescente, che illuminava tutta la valle. Si vedevano giungere da lontano altri sciami di pesci rossi e dorati. Brillavano come rubini, smeraldi e topazi.

 

«Venere Anadiomene!» esclamava gioiosamente Mišić baciando il gelido collo della ragazza. La stringeva sempre più forte mentre lei restava aggrappata a lui senza dir parola e senza muoversi, pur restituendogli i suoi baci. Poi si trovarono entrambi su di una specie di zattera, con corone di cipresso sul capo. Migliaia di pesci e di mostri marini trascinavano l'imbarcazione sempre più lontano. I loro movimenti erano carichi di voluttà. Essi non si preoccupavano di sapere dove fossero diretti; navigarono così per lunghe ore passando in mezzo a enormi rocce di corallo, oppure sprofondando in abissi vertiginosi, e anche là c'erano fiori, e ancora fiori. La luce era triste e al tempo stesso fiabesca. Poi non era più una zattera, ma una specie di cofano che non seppe definire a prima vista.

Scoprì in seguito che era una bara. Lo invase una pace dolce e piacevole, era felice e si sentiva leggero con quel corpo incantevole al suo fianco. Solo Dio sapeva quanto tempo era trascorso. E del resto, egli se ne preoccupava poco.

La bara colpì uno scoglio e Mišić cadde in una voragine. Ebbe una grande paura e si svegliò. Non riuscì a riaddormentarsi fino al mattino.

Rifletté allora su quanto gli avevano detto i suoi amici Batoric e Radicevic. La sua mente razionale li avrebbe certamente contraddetti, malgrado egli non si sentisse più del tutto a suo agio.

Aveva un bel tenere gli occhi spalancati, rivedeva l'immagine della ragazza ed era ancora sotto il suo fascino. Ricordava con precisione le curve del suo corpo, gli si contraevano le dita per il desiderio di toccarla. Spesso si ripeteva: «Ah, se potessi incontrare una donna simile nella vita!».

Avrebbe voluto saper dipingere o scolpire, per poter così offrire al mondo quel capolavoro. Si addormentò di nuovo al mattino di un sonno profondo e calmo. Quando si svegliò alle dieci, la camera era inondata di luce. Dovette mettersi subito al lavoro; l'ingresso ed il corridoio erano pieni di malati.

Malgrado il daffare, non riusciva a liberarsi del suo sogno. Ne era come ossessionato e le idee di Radicevic lo perseguitavano.

«Ah! sciocchezze», egli s'interrompeva, ma soltanto per riflettere sulle parole di Batoric.

Conosceva un po' la filosofia di Schopenhauer, conosceva soprattutto le sue idee riguardo ai sogni. Ma Mišić, il materialista calmo e riflessivo, non esisteva più.

«Che ne so?» si disse alla fine alzando le spalle, mentre scriveva una ricetta per un contadino che diceva di soffrire di una malattia incurabile.

Non riusciva a liberarsi dell'immagine della ragazza del sogno. Fra i malati, c'erano alcune donne, ed egli non poteva fare a meno di paragonare le loro forme a quelle che aveva visto durante il sonno. Fu ossessionato da quella immagine per il resto della giornata.

Una sera, invece di recarsi, come al solito, a far visita ad uno dei vicini, si diresse verso il giardino, per respirare un po' d'aria fresca. Sperava di trovarvi sollievo e d'altra parte, aveva voglia di restar solo e di pensare tranquillamente. Il giardino era immenso e si estendeva al di là delle colline. I vecchi alberi da frutto gli davano a tratti l'aspetto di una foresta.

C'erano poi grossi tigli, betulle e abeti. Non appena calava il sole, un'ombra fitta regnava dovunque. I piccoli sentieri erano invasi dall'erba in modo che si scorgevano appena. Da una parte del giardino si trovava la casetta rovinata del giardiniere, di là partiva un viale stretto, fiancheggiato da cornioli e da faggi, che portava ad una collina artificiale sulla cui sommità era un padiglione cinese, anch'esso in rovina.

Il dottore prese quella strada per godere il panorama prima del calar della notte. Giunto al padiglione, vide la pianura che scomparve poi nel crepuscolo. I pipistrelli volavano qua e là, i corvi tornavano sulle cime degli alberi per dormire. Nel fossato, invaso dalle erbacce, ai piedi del padiglione, qualcosa si mosse facendo molto rumore. Mišić tremò. La visione della ragazza del sogno l'ossessionava sempre. Se soltanto ella potesse trovarsi al mio fianco, e viva! si diceva. E, con molta tenerezza, si mise a pensare alla tenera creatura di Goethe. La ragazza del sogno gli apparve come un essere altrettanto misterioso e lontano.

«Ma come potrebbe raggiungermi?» si chiese ad alta voce, rendendosi conto che la domanda era puerile.

Tuttavia una sensazione strana lo agitava. Aveva a volte la netta sensazione che la ragazza fosse viva e che fra loro esistesse un legame.

Gli parve che qualcosa avesse sorvolato il fossato, in lontananza.

Sussultò e rabbrividì in tutto il corpo.

«Sono molto malato; ho i nervi a fior di pelle per via di tutte queste sciocchezze». Nello stesso istante ebbe l'impressione che qualcosa l'avesse sfiorato. Si voltò bruscamente, ma tutto era calmo e tranquillo — come morto. Neppure le foglie si muovevano più, c'era soltanto, lontano, un uccello che volava, di cui non riusciva a distinguere la specie. Il dottore lasciò il padiglione di cattivo umore, e riprese, irritatissimo, a percorrere il viale. Anche là era tutto calmo — solo qualche merlo o qualche scoiattolo che cercava il suo posto tra i rami folti degli alberi. Suo malgrado, ricominciò a sognare. Pensò dapprima al suo lavoro, poi rivide la ragazza in circostanze diverse. Sempre però con tale precisione che avrebbe potuto toccarla. Quando si trovava sotto l'influsso di questo fantasma, il suo senso estetico era completamente soddisfatto. Ammirava l'ovale regolare del viso, la massa dei capelli neri, le spalle ed i giovani seni. Lo stupivano la vita sottile e la schiena. La sua passione era talmente forte che riusciva a stento a credere che si trattasse di una fantasia.

Intanto la notte era caduta e il viale non si distingueva più. Tornò allora al padiglione. Non appena arrivato, fu ripreso dall'angoscia. La dolcezza della sera l'opprimeva; anche i grilli ormai tacevano, il dottore non udiva più che i battiti del suo cuore. Gli parve di sentire un bisbiglio dietro di lui: ma, voltandosi, non vide nulla. Si era appena levata la luna, che illuminava il padiglione e i luoghi all'intorno. Il dottore ripensò al suo sogno. Il mormorio dietro a lui riprese, ed egli credette di sentire mormorare il proprio nome. Mišić sussultò, gli occhi fissi sul fossato.

Senza alcun dubbio, la creatura dei suoi sogni si trovava là. Gli faceva dei segni. Il dottore non distingueva molto bene la sua figura, ma aveva ugualmente l'impressione che quel volto fosse triste e che invocasse aiuto.

Avanzò leggermente, ma subito si riprese.

«Oh! sono pazzo! — cosa faccio! perdo la ragione!» esclamò con angoscia portandosi le mani al capo, che scottava, con il sangue che gli batteva nelle vene.

Lasciò con passo frettoloso il padiglione. Vergognandosi, si avvicinò al fossato e sedette nell'erba proprio nel punto in cui credeva di aver visto l'apparizione. Il salto di una rana lo spaventò. Il luogo era calmo, non v'era nulla di straordinario. Un cespuglio fiorito di lillà bianchi gli offrì la spiegazione della visione.

«È così, dunque!» si disse con un sorriso soddisfatto. E decise di fare un bagno freddo appena tornato a casa.

Quella notte non ebbe sogni. Dormì a lungo e quando si svegliò il sole era già alto all'orizzonte. Non provava nessuna angoscia.

«Grazie a Dio!» esclamò, attribuendo al bagno freddo il suo sonno profondo.

Decise di continuare quella nuova cura. «Lo sapevo bene — tutto ciò dipende dai nervi in cattivo stato!» Dopo pranzo, cominciò a sentire la mancanza dei suoi sogni, aveva un desiderio folle di vedere la ragazza.

Pensando che non l'avrebbe più rivista se i sogni non si fossero ripetuti, ne fu assai triste. Gli pareva di aver perduto una buona e cara amica.

Non ebbe visioni per otto giorni. Ma ne sentiva la mancanza. Dopo tutto, i sogni non fanno male e il desiderio di rivedere la ragazza e di ammirare la perfezione di quel giovane corpo era grandissimo. Non ne aveva parlato con nessuno fino a quel momento. Un bel giorno, credendo che tutta la storia fosse finita, ne parlò a Batoric, mentre era a casa sua, a Brezovica.

Magnificò estasiato il fascino e la bellezza della giovane.

«Fine finaliter», aveva adottato il modo di parlare dei suoi vicini, «si cela in me un artista — un pittore, o magari uno scultore — ed io sono soltanto un medico. Ho proprio paura di aver mancato la mia carriera», finì ridendo.

Radicevic scosse la testa, e gli chiese di raccontargli ancora una volta l'episodio del giardino.

«Ma ve l'ho detto — i nervi. Dipende tutto da un eccessivo nervosismo», concluse Mišić.

«Sì, sì, hai ragione» replicò Batoric, «direi anch'io che sono i nervi. Ma per quanto riguarda i sogni, è un'altra cosa. Ricorda il nostro vecchio Orazio: Post mediam noctem, cum somnia vera... ed i Romani erano persone intelligenti e possedevano il dono di scoprire la verità. Esiste un libro scritto da un certo Artemidoro, intitolato Oneirocriticon. Dovresti procurartelo e leggerlo, vi troveresti la spiegazione del tuo sogno».

Il dottore sorrise, e a pranzo, seguendo il suo regime, mangiò pochissimo.

Parecchi giorni dopo, sognò di nuovo. Ancora una volta rivedeva il corpo magnifico della ragazza. Questa volta egli era studente alla facoltà di Vienna e si trovava nella sala di anatomia. L'usciere gli diceva che gli aveva procurato un corpo intero da dissezionare, che si era dato molto da fare per averlo e che per questo motivo tutti gli altri gliene volevano. «Attento, dottore, che non vi accada nulla, — è talmente bella — potreste lasciarci il cuore», gli disse ancora l'usciere.

Avvicinandosi al tavolo, vi scorse la ragazza, tutta nuda. Pensava di averla già conosciuta ma non riusciva a ricordarsi in quale occasione, né dove l'avesse già vista. Abbagliato dalla sua bellezza, egli esitava a prendere il coltello. Gli dispiaceva esser costretto ad affondare il bisturi in quel meraviglioso seno.

D'un tratto non poté muoversi. Aveva braccia e gambe paralizzate, lo sguardo fisso, e non vedeva più nulla. Da molto lontano gli giungevano dei discorsi in latino che non capiva. Tuttavia si rendeva conto che era latino, e che lo faceva soffrire. Si svegliò all'improvviso e gettando un'occhiata alla sveglia vide che era l'una e dieci. Come sempre!

— «Post mediam noctem, cum somnia vera...» — furono le prime parole che pronunciò con terrore. E di nuovo l'angoscia lo prese.

«Se potessi vederla, la mia piccola bellezza!» mormorò tristemente. — Che significa questa visione che mi perseguita? Gli avvenimenti di cui sogno si svolgono più o meno allo stesso modo. Questo fantasma mi dà sensazioni più forti della stessa realtà». Ora non ragionava più, ma si abbandonava dolcemente ai suoi sogni.

«Perché mai devo sempre vederla in circostanze così orribili?» — si chiedeva, e si sentì oppresso da un'immensa malinconia.

Da quella notte i sogni ricominciarono, e le circostanze erano sempre altrettanto macabre. Si destava ogni volta atterrito. Se gli accadeva di dormire fino alla mattina, si svegliava in uno stato di tristezza profonda, come se fosse in attesa di qualcosa di terribile.

La ragazza continuava a visitarlo tutte le notti. Avvenivano tra loro incontri interminabili in luoghi strani e ignoti, e scene drammatiche, nelle quali la gelosia aveva una gran parte. L'immagine della ragazza rimaneva pura, di una bellezza perfetta, ma circondata da una specie di aureola di tristezza e di infelicità.

Aveva cominciato ad amare i suoi sogni, e non voleva privarsene. Per esser più certo di averli, la sera si sforzava di pensare alla ragazza. Ma si accorse ben presto che se pensava a lei prima di addormentarsi non la sognava mai. Non ne parlò più con nessuno. Se Radicevic o Batoric facevano domande, egli si sottraeva sorridendo e cambiando discorso. Non sapeva più cosa fare, desiderava solo rivederla. Da bambino, aveva preso lezioni di disegno. Tentò di fare uno schizzo di lei, ma dovette rinunciare dopo vani tentativi. Cercò un altro mezzo: annotò coscienziosamente i sogni in un taccuino.

Una sera in cui si era coricato presto, spossato dal lavoro della giornata, chiuse le imposte perché minacciava un temporale. Si addormentò quasi subito. Sognò di dormire in quel medesimo letto. Attraverso la fenditura delle imposte, una luce azzurrognola filtrava nella stanza. Vide il suo cameriere penetrare nella stanza vicina, reggendo in mano una candela a metà consumata. Costui si diresse verso l'armadio e ne tirò fuori una bottiglia del suo miglior cognac. La mise sotto la giacca e lasciò la stanza in punta di piedi. Sempre sdraiato nel suo letto, il dottore lo vide percorrere il corridoio per scendere a pianterreno e finalmente entrare nella sua camera, piena di uomini e donne. Ora il dottore non vedeva più il suo domestico, ma non fu per nulla stupito di aver potuto osservare questi avvenimenti dal suo letto. Volse lo sguardo verso l'esterno, e si accorse che fuori pioveva forte.

Sulla strada un carro correva veloce. Ora vedeva a distanza, — solo Dio potrebbe dire fin dove la sua vista giungeva. In fondo alla strada nazionale c'era una casa bassa, molto lunga. Era un albergo. Davanti c'era una folla di mezzadri, nella anticamera piena di fumo altri mezzadri, contadini e vagabondi di ogni specie. L'albergatore, grosso e grasso, e sua moglie, secca e sporca come la servetta di Kranj, si agitavano nella folla distribuendo vino, sigari o acquavite. In un angolo, vicino alla stufa, era seduto un uomo tutto curvo, coperto da un lungo mantello, talmente logoro che non se ne riconosceva più neppure il colore originale. Teneva sulle ginocchia un violino. I capelli lunghi e ricciuti gli nascondevano per metà il viso cupo e tormentato. Aveva una barba lunga, e poiché teneva la testa china, questa gli ricadeva fino a metà petto. Al minimo segno di richiamo egli riprendeva il suo violino, si raddrizzava e cominciava a suonare. Un lungo accordo percorse la sala perdendosi nel frastuono generale. Il musicista volse tristemente il capo. Da qualche parte, forse da dietro l'armadio, sorse una ragazza, in tenuta da circo rosa con nastri azzurri.

 


Ponendosi di fronte al musicista, ella si mise a cantare con una voce melodiosa e divina. Prima con calma, poi con passione e forza, terminando con un mormorio di suoni teneri e penetranti, che morivano dolcemente.

Il dottor Mišić era persuaso di non aver mai sentito quella canzone, e d'altro canto non ne comprendeva le parole, ma era bellissima. Non riusciva a vedere il volto dell'interprete. Verso la fine, la folla si mise a protestare: non volevano musica triste. Reclamavano una musica gaia, la zingara doveva cantare un'aria del luogo. In quel momento la ragazza si volse verso l'uditorio. Il dottore la riconobbe subito. Lo stesso ovale pallido, i grandi occhi tristi, i capelli neri ed il collo di cigno. Soffriva di non poter lasciare il suo letto. Eppure ella era più bella che mai. Aveva sempre lo stesso viso con quello stesso sguardo triste, ma da tutto il suo essere emanava la giovinezza e la vita. Era incantevole; timida ed infantile, con un lieve sorriso negli occhi lucenti sotto le lunghe ciglia. Si mise a cantare di nuovo. L'aria era ancora più triste. Mentre cantava, tutti tacevano. Gli ubriaconi del villaggio l'ascoltavano a bocca aperta, con i gomiti sul tavolo. Altri, che erano ancora in piedi, si avvicinarono formando un cerchio intorno alla ragazza.

Asciugandosi una lacrima, essi approvavano con un movimento del capo.

All'ultimo accordo, dal retrobottega sorse un tumulto. «Non voglio canti funebri, mi viene il mal di stomaco. Ehi, strega, cantami qualcosa di allegro!» Un vagabondo saltò dal suo banco, rompendo tutti i bicchieri al suo passaggio e, ubriaco, si diresse verso il musicista. «Che ci canti qualcosa di allegro!» gridavano altri che si erano uniti al vagabondo e che ora circondavano il violinista.

«Lasciatemi, mascalzoni...! lasciatela cantare, dunque! È così bello! Cosa volete?» — Deve continuare, protestavano quelli che si trovavano intorno a lei fin dall'inizio.

«No! No!» — Successe un parapiglia. Il violino del musicista fu fatto a pezzi. Costui, sconvolto, prese la ragazza per un braccio e si diresse verso l'uscita. Una bottiglia lanciata all'improvviso, la colpì alla tempia, ed ella crollò senza un grido, ripiegandosi su se stessa. Il dottore lanciò un grido e si svegliò.

Era così agitato che non poté più addormentarsi. «Da dove provengono tutte queste immagini terribili e strane?» si chiedeva spaventato. «Non saranno i primi sintomi della follia? — Tutto è così chiaro fin nei minimi particolari, come se l'avessi davvero vissuto! Non c'è il più piccolo elemento fantastico in tutto il sogno. Oh! mi pare di aver già visto tutto ciò!

Ora basta con gli scherzi! È necessario che mi rechi da uno specialista a Vienna. Bisogna che mi metta in osservazione. Sarebbe comunque spaventoso che io diventassi pazzo».

Era disperato. Decise fermamente di non pensar più alla ragazza. «È di là che vengono tutti i miei sogni. Sono così reali che finiscono per superare i loro limiti». Non poteva più restare a letto. Si alzò e si mise a camminare su e giù per la stanza. Poi, senza sapere perché, si recò nella camera accanto ed aprì l'armadio. Lanciò un'occhiata al ripiano riservato alle bottiglie. Gli mancò il respiro: mancava proprio la bottiglia di cui aveva sognato. Si diresse subito verso la stanza del domestico. Dal corridoio sentì cantare, come nel suo sogno. Per un attimo, gli ritornò l'angoscia. Poi si riprese: «Ah, ma certo, pur dormendo, io sentivo questo baccano e il sogno ha fatto il resto!» Tornò in camera rinfrancato, con un sorriso sulle labbra. «Dopo tutto — o meglio ancora — fine finaliter, stavo proprio per diventare un secondo Radicevic».

Passando davanti all'armadio si ricordò del cognac. «Ah, una pura coincidenza.

Probabilmente me n'ero già accorto ieri, e non ci pensavo più».

Si rimise tranquillamente a letto.

Il giorno dopo, verso mezzogiorno, aveva appena finito le sue consultazioni, quando si presentò a casa sua un corriere da parte del giudice comunale. Piuttosto lontano, ai confini del comune, c'era stato un delitto. In altre circostanze egli avrebbe accolto freddamente una simile notizia.

Questa volta invece ripensò subito al sogno. «C'è però qualcosa di vero qui dentro!» — si disse a bassa voce, mentre scorreva il foglio ufficiale. — Ma il suo spirito caustico riprese il sopravvento. «Nervoso come sono, sto diventando scemo».

Gli tremavano le mani mentre preparava la solita borsa di cui si serviva nei casi di dissezione. Fu costretto per ben tre volte a ritornare nel suo gabinetto, a prendere l'uno o l'altro oggetto che aveva dimenticato.

Il consiglio aveva già lasciato gli uffici. Il giudice e il suo segretario erano già usciti con l'altro medico, per arrivare in tempo sul luogo.

Era un caldo pomeriggio d'agosto. Spesse nuvole di polvere gialla si alzavano intorno alla vettura. L'aria era pesante, e si respirava a fatica. Il dottore aspettava con impazienza di compiere il suo sgradevole compito.

Ma provava una specie di ansietà, pensando al momento in cui si sarebbe trovato sul luogo del delitto. Non sapeva esattamente il motivo, ma non riusciva a liberarsi dall'idea che il suo sogno avesse qualche rapporto con la realtà.

«Dopo tutto — chi lo crederebbe! — non ha importanza. Queste faccende imbrogliano sempre le idee. In ogni caso, ho imparato qualcosa.

Non si è mai al riparo dalle superstizioni!»

Giunse a destinazione circa due ore dopo. L'agente locale lo aspettava per accompagnarlo all'obitorio dove si trovava già il consiglio. Trovò gente che si accalcava intorno al tavolo preparato davanti alla cappella mortuaria. Il cancelliere stava registrando le dichiarazioni dei testimoni. Il dottore lanciò un'occhiata circolare sulla folla, e si stupì che tutti quei volti gli sembrassero un po' familiari. Gli mancò il tempo di pensarci sopra. Il giudice gli indicò la porta della cappella mortuaria chiedendogli di procedere subito alla redazione del verbale medico mentre lui seguitava l'interrogatorio.

«Si trattava di un assassinio — hanno ucciso una zingarella. Fate dunque il vostro lavoro, dottore, e dateci poi il vostro verbale. Non perdiamo tempo. Farete voi la dissezione e il dottor Asbajer, qui presente, controfirmerà la vostra dichiarazione».

«Certo. Ve ne prego, caro collega» replicò il vecchio dottore. Era molto anziano e molto obeso. «Ho avuto troppo spesso questo piacere, e ho mal di testa, preferirei non entrare neppure. Intanto farò una corsa al villaggio e tenterò di trovare un buon bicchier di vino. — Caro collega, porterete a termine la cosa anche senza di me. In ogni modo il caso è chiaro. Un colpo mortale alla tempia, mi pare proprio che sia la sinistra, — il cranio sfondato al di sopra dell'orecchio — sì, sì senza alcun dubbio. A presto, dunque!

Sarò di ritorno prima ancora che abbiate finito». E rivolto al giudice: «Siete d'accordo, Signor Giudice Istruttore». Si diresse verso il villaggio con un'andatura barcollante.

Il dottor Mišić preparò i suoi strumenti, chiese dell'acqua e, accompagnato dall'agente e dal becchino, entrò nella cappella. Vi regnava la penombra. La stanza era stretta; i muri erano umidi e coperti di macchie verdi e scure. C'era odor di muffa. L'odore del cadavere era appena percepibile. In mezzo alla stanza si trovava un tavolo rozzo, e sopra v'era un lungo lenzuolo sudicio, dal quale spuntavano un paio di scarpe logore e coperte di polvere. All'altra estremità, il lenzuolo era macchiato di sangue.

Il dottore aveva perduto la sua calma abituale. Era ossessionato dal suo ultimo sogno, e scorgendo le macchie di sangue gli tornarono alla memoria anche quelli precedenti.

«E se fosse proprio lei! che orrore!» pensò. L'idea di vederla morta era peggiore di quella di veder realizzato il suo sogno. La sua emozione era quella di un innamorato tremante per il destino della donna amata. Di solito, quando doveva fare una dissezione, spogliava lui stesso il corpo, non volendo lasciare questo compito alle mani maldestre dei contadini. Quella volta non ne fu capace: chiese al becchino di fargli quel servizio. Intanto si volse verso la porta ad osservare il giudice che continuava il suo interrogatorio.

«Ma chi saprebbe dirlo quanti eravamo — l'albergo era pieno» diceva una voce. «Poi hanno cominciato a far baccano e a picchiarsi; non so dire né come né perché. Come se ci si fosse messo di mezzo il diavolo, certe

volte succede. La gente aveva bevuto, — chi riuscirebbe ad indicare il colpevole. Io non sono stato — lo giuro davanti al crocifisso — non ho toccato nessuno. Non sono stato io!».

«Ahi, ahi!» piangeva un'altra voce aspra. «Siete tutti colpevoli. Ah, Dio mio, uccidere una simile figliola? Mi faceva vivere, lei — ah, povero me!

Che farò adesso? Prego Sua Eccellenza il Giudice di arrestarli tutti — e che mi paghino, che mi paghino molto. Hanno ucciso la mia povera bambina come un gatto! Mi hanno anche fracassato il violino, un violino italiano, antico. Nessuno ne aveva uno migliore!»

Mišić trovava familiare quella voce, e volle uscire per vedere il vecchio che si lamentava. Ma qualcosa lo tratteneva e non si mosse.

«Abbiamo finito» dissero le voci del becchino e dell'agente. Il dottore sussultò e prese la borsa. Fuori, il vecchio si lamentava più che mai.

Sebbene non ci fossero problemi, il dottore rimase a lungo chino sulla borsa per scegliere i suoi strumenti.

«Ci occorreranno altre candele» osservò il becchino per ricordare al dottore che era tempo di cominciare.

 


Mišić si avvicinò al tavolo sospirando. Si era chinato per veder meglio.

«Eppure non sono Radicevic» disse riprendendosi e si avvicinò di nuovo al tavolo.

«Ma è lei!» esclamò indietreggiando di qualche passo. Le braccia gli pendevano lungo il corpo, mentre le mani stringevano gli strumenti che aveva preso poco prima. Sul tavolo giaceva il corpo di una ragazza bella e giovanissima. Il bel viso tenero fissava il dottore con occhi colmi di terrore.

Tra le ciglia e le sopracciglia era rimasta un po' di polvere, la massa dei suoi lunghi capelli neri cadeva in disordine verso il suolo. Sotto l'orecchio, una ciocca formava un nodo intriso di sangue.

«No, non è possibile» disse tra sé il dottore dopo un momento. «Deve essere un'illusione, come l'altro giorno in giardino, quando avevo scambiato un lillà bianco con una ragazza. Sono ancora i miei nervi!

Più guardava quel corpo, più i suoi dubbi diminuivano — era identico a quello dei suoi sogni. «È proprio lo stesso viso, sono le stesse forme che vedevo e rivedevo in sogno! È lei, è lei» esclamò pieno di tristezza. Gli si riempirono gli occhi di lacrime.

«È lei», mormorava, respirando a fatica, senza poter staccare lo sguardo dalle belle forme pallide e da poco irrigidite. Riconosceva ogni linea di quel corpo. Ritrovava il piccolo neo al di sopra dell'anca destra. Il braccio destro della ragazza era piegato sotto il seno, esattamente come nel suo primo sogno. Ebbe molta paura. Come se sul suo capo fosse passata una nube di cattivo augurio, diffondendo sopra di lui un'ombra dell'aldilà.

«I sogni non mentono, dunque» disse ad alta voce, senza tener conto della presenza degli uomini. «Lo stesso corpo, le stesse circostanze. Ed anche il fatto. L'uomo ha pur dichiarato che c'è stata una rissa. Ma potrebbe anche darsi che fosse una semplice coincidenza. Forse non vedo bene. I miei nervi sono malati. Facevo sempre lo stesso sogno e finisco per vederlo dappertutto». Si volse nervosamente verso il becchino chiedendogli l'esatta descrizione del corpo. Un po' stupito, costui si grattò un orecchio, e poi si rivolse all'agente con espressione ebete.

«Ma guardatela, signor dottore. È bella, è un peccato averla uccisa. Una ragazza così giovane!»

«Ma ditemi, come sono i suoi capelli? È robusta, è... ma parlate, dunque!»

«Per l'amor di Dio, signor dottore, ha i capelli neri. Il suo corpo è — come devo dire — eh, è giovane, è bella, e non è robusta».

«Ha un segno al di sopra dell'anca?»

«Ma sì, certamente, che ce l'ha! Guardate voi stesso».

«Allora vedo bene e vedo giusto!» disse il dottore a se stesso. «È lei, è lei». Ora non pensava più al sogno, ma contemplava quel bel corpo senza vita. Voleva rimaner solo con lei e, un po' bruscamente, fece uscire i due uomini.

Rivolse un lungo sguardo alla giovane morta, che, proprio come nei suoi sogni, splendeva in tutta la sua bellezza. L'anima gli si colmò di una immensa tristezza, di pietà e di disperazione. «Com'è bella! Avrebbe meritato solo felicità per la sua bellezza, ed ora non è che un cadavere.

Perché è accaduto?» e prese ad immaginare la vita miserabile di quella povera musicista errante. Non bastava che avesse trascorso la vita sulle strade, in continuo contatto con la miseria, con il peccato e con gli affanni.

Doveva anche patire una così crudele e precoce morte. Il dottore inorridì al pensiero di quel destino infelice. Poi si ricordò i suoi sogni d'amore. Gli parevano veri. Piangeva la sua amata come un amante prostrato. Si rattristava sulla sorte che lo condannava a vedere colei che aveva regnato nei suoi pensieri senza vita, distesa sulla tavola di una cappella mortuaria.

Aveva voglia di abbracciare quel corpo esanime. Cominciò a vaneggiare, dichiarando ad alta voce che la ragazza gli apparteneva per sempre, e che tutti quei sogni che aveva avuto dovevano pur avere il loro significato.

«Sì, sì. Le nostre anime si erano incontrate. Hanno vinto ogni barriera fisica. Essa è mia, è mia».

Si chinò e baciò le labbra fredde. La sensazione di freddo e il leggero odore di cadavere lo fecero dapprima indietreggiare. Guardandola ancora, se ne vergognò e si mise a baciarla per tutto il corpo. Finì per riprendersi e per staccarsene. Cominciò a piangere. Le lacrime gli scorrevano sul viso stravolto dal dolore.

«Allora, a che punto siete, dottore?» interruppe la voce del giudice sulla porta. «Io, più o meno, ho finito». Il giudice prese a raccontare quanto era emerso dall'interrogatorio. Tutto si era svolto come nel sogno del dottore. Il padre della ragazza scivolò nella stanza. Vedendolo subì un'altra scossa. Era

il musicista del suo sogno.

«Che c'è, dottore? siete pallido» seguitò il giudice, notando l'aspetto strano del medico.

«Niente affatto. Non faccio dissezioni da un po' di tempo».

«Se per caso vi sentiste male, potrebbe farla il dottor Asbajer. Lo manderò a cercare; è un po' vecchio, e non è facile per lui.

«No, no!» esclamò il dottore. L'idea che qualcun altro potesse esaminare quel corpo gli era insopportabile. «Tocca a me. Devo fargli almeno questo favore» diceva tutto smarrito.

Il vecchio musicista si era rifugiato in un angolo, e non smetteva di lamentarsi. Piangeva sua figlia e il suo violino. Il giudice voleva farlo uscire, ma egli lo supplicò di lasciarlo. Il dottore fece uscire tutti meno il becchino che doveva stargli a fianco per aiutarlo.

Rimasto solo, si sforzò di mantenersi calmo. Si tolse la giacca, si rimboccò bene le maniche e prese i suoi strumenti.

La prima incisione fatta in forma di croce sulla fronte gli causò un dolore profondo. Quella graziosa fronte tutta liscia — quel meraviglioso volto — che l'aveva conquistato nei suoi dolci sogni d'amore, era obbligato a distruggerli col suo coltello. Quando ebbe asportato la pelle del cranio, cominciò a segare l'osso, ma dovette fermarsi per riprendere fiato.

Non riusciva a dominarsi. Stava male e tremava in tutto il corpo. Soltanto l'abitudine gli permetteva di continuare il lavoro. Giunto al petto e ai visceri le forze lo abbandonarono. Il suo ultimo taglio non era corretto. Era inondato di sudore e ci vedeva appena. Per far uscire il cuore sopportò sofferenze atroci. Perdette conoscenza e crollò, le braccia in croce, sul cadavere.

«Attento a non ferirvi!» esclamò il becchino notando in quell'istante che il braccio destro del dottore si era ripiegato sotto l'ascella sinistra. Mišić non lo sentì, si rialzò e continuò meccanicamente il suo lavoro.

Mai fino allora aveva impiegato tanto tempo per una dissezione. Avendo finito, chiamò il cancelliere perché stendesse il verbale. All'inizio gli tremava la voce, poi si riprese e quando ritornò il dottor Asbajer, la sua voce era di nuovo ferma e sicura.

Nel momento in cui firmava l'atto, una goccia di sangue cadde sulla carta.

«Cos'è?» esclamò il dottor Asbajer.

«Non ne so niente» replicò Mišić. «Eppure mi sono lavato bene, non so da dove venga questo sangue».

«Ma non sarete ferito, per l'amor di Dio? Dio mio, se fosse così!»

«Non credo» replicò Mišić un po' inquieto.

«Eppure guardate, il sangue continua a scorrere. Misericordia, siete avvelenato!» e il vecchio dottore gli strappò con violenza una manica della camicia. Un taglio lungo e sottile si delineava sotto la spalla.

«Come è potuto succedervi, e a questa altezza; se fosse il palmo della mano o le dita, potrei ancora capirlo, ma a questa altezza? Mi pare quasi impossibile».

Il becchino disse che gli era sembrato di vedere che il dottore si era ferito quando si era sentito male.

«Ma allora, disgraziato perché non l'hai detto. Non sai che è una cosa molto grave? Non sai che è veleno, che è la morte, se non si interviene immediatamente? Sono già passate due ore» si lamentava il vecchio dottore.

Si volse poi verso la borsa di Mišić per cercarvi qualche rimedio. Non vi trovò nulla; né alcool, né acido cloridrico — in una parola -- nulla. Nel suo stato di nervosismo, Mišić aveva dimenticato a casa i disinfettanti.

«Dio mio, cosa faremo?» gridava il vecchio mentre Mišić restava come pietrificato. «Per succhiare la piaga è troppo tardi evidentemente, è davvero troppo tardi».

«Troppo tardi» replicò Mišić, a se stesso. La sua voce era inquieta e solenne. Si sentiva in preda alla legge assoluta del destino, che detta gli eventi e contro la quale egli non poteva far nulla. Ora capiva il sogno.

«Ecco la spiegazione della bara, ecco perché annegavo nell'acqua sporca, ed ecco perché avevo la sensazione che la ragazza mi succhiasse il sangue, quando mi baciava; il sogno diceva tutto. La morte mi aspettava. La mia anima aveva presentito ogni cosa. Questo doveva accadere» mormorava Mišić, incurante delle persone che lo circondavano. Annichilito, egli era persuaso ormai che la vita umana altro non fosse che un susseguirsi di eventi determinati in anticipo. Accettò e comprese. La sua concezione meccanica e fisiologica crollava. Non la rimpiangeva, ne provava anzi quasi piacere. Trasportata nell'estasi mistica, la sua anima s'innalzava. Sapeva che la morte non era la fine ma la soglia della perfezione. Si ricordò della ragazza e fu felice di esser sul punto di ritrovarla.

«Andiamo presto a casa» interruppe il vecchio Asbajer». Manderemo subito una vettura a Zagreb per cercare i medici. È urgentissimo, dovete saperlo, non posso nascondervi nulla. Conoscete questo genere di intossicazione. Bisognerà amputare il braccio al di sopra della spalla. Questo vi salverà».

«Credete? Non ne so nulla», rispose Mišić, immerso nel suo sogno. Poi tacque. Una volta tornato a casa, non protestò perché avevano richiesto d'urgenza un celebre chirurgo di Zagreb. Non si curò di nulla. Quella stessa notte fu preso da una forte febbre. La piaga s'infiammò. L'infiammazione si concentrò intorno all'articolazione della spalla. Il chirurgo arrivò il giorno dopo di buon'ora. L'infiammazione aveva raggiunto tutta la spalla e una amputazione non sarebbe più servita a nulla; il sangue era avvelenato.

«Non possiamo più essergli di alcun soccorso ormai. Fate venire il prete.

Mandate telegrammi alla famiglia» diceva il chirurgo a Asbajer. Intascando l'onorario si affrettava a ritornare in città, dove lo attendevano altri casi urgenti. La febbre di Mišić saliva. Perdeva sempre più conoscenza. La malattia progrediva rapidamente. Delirava. Era felice in compagnia della ragazza. Riprese conoscenza poco prima di morire. I raggi del sole filtravano nella stanza. Asbajer ed il vecchio Batoric erano al suo capezzale.

«Non soffro» diceva, ed era vero. Si sentiva leggero e lontano da tutto ciò che lo circondava. Il passato era distante e senza importanza. Quel raggio di sole, gli amici, la sua casa, niente contava più per lui.

Il suo spirito era sereno, i suoi pensieri precisi. Tutto ciò che aveva studiato durante la sua esistenza gli tornava nitido alla mente. Le pagine dei suoi libri di scuola, egli le sapeva tutte a memoria. Rivide poi la sua vita, fin nei minimi dettagli particolari. Ma gli mancava la nozione del tempo e del luogo. Anche i suoi sogni gli sfilavano dinanzi agli occhi e si mescolavano ad altri ricordi. La bella immagine della amata gli era dinanzi agli occhi.

«Oh, il mio sangue brucia!» si sollevò dolorosamente per cambiare posizione. La testa gli ricadde sul cuscino. Era morto.

 

Fine

 

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger

(Questo è un sito!)]

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