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giovedì 3 marzo 2022

L’Enchirioridio, o Enchiridion

 

L’Enchirioridio, o Enchiridion 


  Questo scritto – che pomposamente chiamo articolo – doveva apparire nel mio secondo ed ultimo libro di Cronaca dell’Insolito. Ma avendone ben poca voglia di farlo, questo articoletto e altri due o tre inediti, velo presento nel mio sito.

Il primo libro era dedicato al dottor Del Oso, il secondo avrei voluto dedicarlo a Robert Charroux e a Peter Kolosimo. Eccoli insieme in un mio disegno.


 

 

Leone III in un disegno tratto dal Dizionario infernale del 1863

 

    Secondo John Dickson Carr, giallista americano, vissuto in prevalenza in Gran Bretagna, amante della Storia, con cui ci cuciva intorno i suoi libri, l’Enchiridio era una raccolta di preghiere magiche scritta dal papa Leone III e dedicata a Carlo Magno nell’800; «Questo nome, nell’imbastardito latino medievale di cui ci siamo già lagnati, significa appunto Drago Rosso» spiega Sir Henry Merrivale.

V. Carter Dickson, I delitti della Vedova rossa, collana i classici del giallo Mondadori n. 1151 del 8/2-/2007, pag. 33 e 255, nella traduzione di A. M. Francavilla.

    Non parliamo dei draghi che in questi tempi sono davvero funesti, e seguiamo le tracce così come c’è le ha donate lo scrittore spagnolo Andrés Vázquez Mariscal… chissà se era imparentato con la madre del grande attore spagnolo José Luis López Vázquez, che lavorò con gli attori italiani Paolo stoppa, Pietro De Vico, Franco & Ciccio e con il caro Totò… forse no.

 

José Luis Lopez Vasquez pretore e Pietro De Vico cancelliere devono fronteggiare nel ‘63 due imbroglioncelli come Ciccio & Franco. Non centra niente ma c’è la metto lo stesso.

 

Ma lasciamo da parte i miei ricordi infantili, ora non posso fare a meno di parlare un po’ dell’origine della magia. Per far questo mi baserò sulle ricerche che fece Charles Nisard per il terzo capitolo del suo libro Historie des Livres populaires ou de la littérature du colportage, tomo I, stampato a Parigi nel 1864.

   Sembrerebbe che l’inventore della magia sia stato Zoroastro, contemporaneo di Nino, re dell’Assiria, e lui stesso re di Battria. I due sovrani hanno lottato l’uno contro l’altro sia con le armi che con la magia.

È anche certo che Zoroastro non fu mai re, che la sua nascita era oscura. Se dunque non fu l’inventore della magia, fu almeno – scrive Nisard – il restauratore di questa scienza che, per diversi secoli, era stata la religione dominante dei Persiani.

Nabucodonosor, re di Babilonia, cercando l’interpretazione di un sogno, porta alla sua corte gli indovini, i maghi, gli stregoni e i Caldei. Questi, secondo Diodoro di Sicilia, ricoprivano presso i Babilonesi lo stesso rango dei sacerdoti presso gli Egiziani, presiedendo al culto degli dèi, studiando soprattutto l’astrologia e da qui a prevedere il futuro. La magia era quindi solo un’estensione della religione, e coloro che professavano di evocare i fantasmi, tra Caldei, Egizi e Greci, avevano la guida dei sacri misteri.

Ma in nessun luogo la magia era più onorata che tra i Persiani, che includevano sotto questo nome diverse buone discipline. È certo, però, che la cattiva magia non era esclusa. Ostane [Osthanes] la diffuse in tutto il mondo dopo re Serse [vedi Plinio, l. XXX, cap. I.].

   Pausania, re degli Spartani, si recò espressamente ad Eraclea per evocarvi, in un tempio destinato a questo scopo, un’anima dalla quale era perseguitato, questo secondo gli scritti di Plutarco. Per placare i fantasmi di questo stesso Pausania, che infestava il tempio dove l’avevano fatto morire di fame, i Lacedemoni (in pratica i primi spartani) portarono dall’Italia o dalla Tessaglia, secondo Euripide, persone che facevano professione di evocare o di rinviare le anime [de Sera numinis vindicta.]. Plutarco cita parecchie altre caratteristiche di questo genere, aggiungendo che c’era una legge che riguardava queste cerimonie, che quindi erano autorizzate.

   Abbiamo anche versi di Empedocle [in Diogene, VIII.], dove ci fa sapere che si faceva forte di eccitare i venti o di placarli, di far bello il bel tempo oppure la pioggia, e anche di risuscitare un uomo.

 

Tutte le pozioni con cui si evitano la vecchiaia e la malattia ,

Li conoscerai , perché a te solo li comunicherò tutti ;

Calmerete così l' ira dei venti instancabili che sopra ogni cosa

Infuriati , devasta i campi con i loro respiri,

E al contrario , potrai a tuo piacimento sollevare venti benefici ,

Farai in modo che il bel tempo riesca alle nere piogge

E donerai agli uomini , invece nelle calde estati ,

Le benefiche docce agli alberi, che vengono d' estate,

E tu richiamerai il morto dagli inferi per ristabilire le sue forze .

 

V. http://ugo.bratelli.free.fr/Laerce/Pythagoriciens/Empedocle.htm

 

Nisard continua citanto Platone che prese in prestito dai Traci, cioè da Zamolxis, schiavo e discepolo di Pitagora, le formule degli incantesimi che guarivano i malati. Atene lo convocò per scacciare la peste. Si dice che fu il primo autore delle cerimonie con cui si purificavano le case e le campagne, e pare – secondo Diogene quando parla di Epimenide – che compose diversi esorcismi che le donne anziane, tra gli altre la madre di Epicuro, andarono a leggere nelle case.

   La Tessaglia era così fertile di streghe che il nome di Tessagliana [come si possono chiamare gli abitanti della Tessaglia? Personalmente da ignorante qual sono, così li ho definiti. Puga] era quello dato in Italia a una donna che esercitava questo mestiere. È molto probabile – dice sempre Nisard – che sia stata Medea, moglie di Giasone, re di Tessaglia, ad insegnare alle Tessagliane la stregoneria, di cui lei stessa aveva appreso il segreto alle estremità di Pont-Euxin o Ponto Eusino, il Mar Nero.

 

Eusino, Ponto (lat. Pontus Euxinus; gr. Πόντος Εὔξεινος) Antico nome del Mar Nero; secondo una tradizione, il nome E. (gr. «ospitale») avrebbe sostituito il primitivo nome di ῎Αξεινος «inospitale», dopo il passaggio degli Argonauti. Sembra probabile che il nome ῎Αξεινος sia un adattamento e un rifacimento per etimologia popolare del precedente nome scitico confrontabile con l’aggettivo avestico akhshaēna «oscuro, nero».

V. https://www.treccani.it/enciclopedia/ponto-eusino/


 Là, dove Giasone andò a cercar il vello d'oro...

 

   Naturalmente anche a Roma conoscevano la magia; Orazio riferisce su molte delle sue operazioni. Ovidio propone alcune delle sue formule e ricette. Eccone una infallibile per le fratture, tratta dal trattato Re rustica di Catone il Censore, capitolo CLX: “Prendete una canna quando è ancora verde; dividetela longitudinalmente al centro, gettate in aria il contenuto, unite le due parti della canna, legatela sulla parte slogata o fratturata, e scrive: Motas Væta Daries Dardaries Astartaries Drissunapiter, oppure: Huat, Hanat Huat, Ista Pista Sista, Domiabo, Damnaustra.

   Plinio osserva che anche i Galli erano stati contagiati dalla magia, e che regnò così tanto in Britannia che si potrebbe pensare che i Persiani avessero tratto le loro conoscenze da là. Dice anche che Tiberio ne aveva spurgato i Galli, sopprimendo i Druidi e altri indovini e guaritori consimili [Namque Tiberii Caesaris principatus sustalit Druidas eorum, et hoc genus valum medicorumque.].

Disquistionum magicarum libri sex - Martinus Antonius del RIO -  Proloquio pag 3
 

   Charles Nisard cita poi Martin del Rio, nelle sue Disquisitiones Magicæ [nota 2: In Proloquio.]. questa volta ho voluto cercare direttamente la fonte e lo trovata. Eccola…

«Legimusmus, post Sarracenicam per Hispanias illuvionem, tantùm invaluisse Magicam, ut cùm litterarum bonarum omnium, summa ibi esset inopia & ignoratio, solae fermè daemoniacae artes palàm Toleti, Hifpali, & Salmaticae docerentur. In hac quidem ciuitate, bonarum nunc artium matre, cum degerem, ostensa mihi fuit crypta profundissima gymnasij nefandi vestigium, quam virilis animi mulier Isabella Regina,  Ferdinandi Catholici uxor, vix ante annos centum, caementis saxisque iusserat obturari.»

 

Ed ecco un mio adattamento molto maccheronico, dopo una insana traduzione in rete. Spero sia molto vicino a ciò che era scritto in latino.

«Abbiamo letto che dopo l’alluvione dei Saraceni in Spagna, la magia prevalse a tal punto che, visto la più grande scarsità e ignoranza di tutta la buona letteratura, quasi solamente le arti demoniache furono insegnate apertamente a Toledo, Siviglia e Salamanca. In questa città infatti, ora la madre delle belle arti, quando ci vivevo, mi fu mostrata una cripta molto profonda dove era quel famigerato ginnasio, che la donna dallo spirito virile, la regina Isabella, moglie di Ferdinando il Cattolico, aveva ordinato appena cento anni fa di chiuderla con macerie e pietre.»

 

Un menestrello, un putto e un gattino da Colin de Plancy

 

  Torniamo nei meandri delle leggende, anzi delle fiabe medievali, condite con un po’ di Storia. Vi ricordate della dinastia dei Merovingi, che derivava da un umanoide marino, tal Meroveo? Bè, a dir la verità si dice anche derivassero dal figlio di Maria Maddalena che ebbe da suo marito Gesù, o qualcosa del genere… insomma scegliete voi.

    Fatto è che i merovingi fino a Childerico III erano infusi di un’aurea magica che gli attribuiva poteri quasi sopranaturali. Si vociferava che essi conoscessero le scienze arcane e che praticassero le arti esoteriche.

Interessante è ciò che Colin de Plancy, nel suo dizionario infernale scrive su Childerico terzo: «ultimo dei re della prima razza. Nel 742, pubblicò un editto contro gli stregoni, in cui ordinava che ogni vescovo, assistito dal magistrato che difendeva le chiese, facesse ogni sforzo per evitare che la gente della sua diocesi cadesse nelle superstizioni pagane. Egli proibisce i sacrifici agli spiriti, gli incantesimi, le filastrocche, gli auguri, gli incantesimi, le divinazioni, e altro ancora.» sesta edizione del 1863, in rete.

Venivano chiamati i Re maghi, o Re stregoni (Vázquez infatti scrive «los reyes brujos», ma di certo non portavano doni a natale…), grazie a un misterioso potere presente nel loro sangue, appunto i primi re taumaturghi.

Erano chiaroveggenti ovvero – secondo la Treccani – che vedevano e intendevano ciò che gli altri non vedevano, o che prevedevano eventi futuri; erano capaci di curare le infermità imponendo le loro mani (chissà se prima le lavavano), a volte addirittura solo toccando i vestiti, i malati guarivano.

Comunque i Merovingi non venivano considerati dei re nel senso stretto della parola, ma come re-sacerdoti, incarnazioni dirette delle divinità.

In più come caratteristica del loro potere ostentavano una lunga capigliatura… e sai, i pidocchi! Che aveva sicuramente Romolo ma non Giulio Cesare, e non perché era calvo ma perché si lavava spesso. Si vede che i Merovingi volevano emular Sansone, infatti quando Childerico III fu deposto e incarcerato nel 754 – scrive ancora Vázquez – lo stesso papa (che era all’epoca Stefano II) ordinò che lo rapassero.

In quell’anno, (una storia che ormai ben conosco, essendo quella della mia terra) il papa passò il montem Jovis [Col di Giove ad Appennino nel camerinese?] e in Francia pervenit in Aquisgranis palatio come è scritto nella Cronica di Benedetto.

Come spiego questa mia scemenza, visto che Aquisgrana in Val di Chienti è frutto delle fantasie di un vecchio professore, oramai in Paradiso? Ecco qua:

Col di Giove, oggi ricordato come nome solo da un agriturismo, è nominato come castello. Scrive Aristide Conti nel 1873, a pag. 3 del suo Camerino e dintorni «Fra i molti castelli presentemente diruti e abbandonati, che guardavano una volta tutta la linea del Chienti, uno ve n’era chiamato Giove il quale, se pur meritasse questo nome, doveva esser di tutti il principale. Sovrastava di molto a quel villaggio che ha lo stesso olimpico nome […]». È chiaro – per la mia stupida mente da ignorante – che il castello deve aver avuto nome dalla stessa altura su cui era edificato. V. https://blog.libero.it/Appenninopaese/  

Inoltre se volete conoscere altri luoghi dedicati al dio Giove nel Camerinese vi suggerisco di dare un’occhiata alle prima pagine di Febo Allevi nel suo Con Dante e la Sibilla ed altri, dagli antichi al volgare del 1965, e ne troverete un bel po’ elencate. Questo a dimostrare come le odierne università propagano vere e proprie menzogne!

Carlo detto poi Magno, era solo un ragazzino quando andò incontro al papa per accompagnarlo dal padre a Ponticone, oggi Sant’angelo in Pontano.

Nella pasqua di quell’anno Stefano II consacrò l’intera famiglia di Pipino, che aveva nelle sue vene sangue merovingio in quanto discendenti dei maggiordomi dei Merovingi.

Fu in quella occasione che il papa esibì un documento falso come Giuda, la Donazione di Costantino e creò dei veri e propri burattini nelle mani della Chiesa.

E burattini rimasero. Nell’anno 800, il papa di quegli anni Leone III fu pestato a sangue dal popolino infuriato e dovete fuggire da Roma. Il bello è, che malridotto com’era, passò le Alpi e arrivò a Paderbon, in Germania, che in quell’anno ancora non esisteva… che con Padeborn il Poeta Saxo volesse indicare delle acque termali? Mi sa che il luogo sia ben un altro.

Soccorso dal re Carlo, che lo riportò a Roma, Leone decise a sorpresa di consacralo Imperatore Romano d’Occidente, diretto successore di Romolo Augustolo; era la notte di natale. In questa maniera ebbe ancor più potere su questa stirpe di re, perché creata di fatto da un papa.

Come dice Malanga “Son forti questi del Vaticano”, bé, insomma del papato… E contemporaneamente gli fece un dono molto particolare. Insomma eccoci al succo del racconto.

    Un libro che sicuramente era realizzato in pergamena, scritto con una penna di canna sapientemente tagliata e affilata, in minuscola carolina (iniziavano proprio allora a usarla) con un inchiostro a base d’una mescolanza di acido gallico, solfato di ferroso e gomma arabica; con copertine di legno foderate di pelle di mucca e incastonate di gemme.

Un’opera degna di un regalo di un papa a un imperatore, per di più suo suddito. Un dono prezioso che avrebbe dovuto eguagliare, e quindi superare le virtù dei re-sacerdoti merovingi. Un libro che raccoglieva tutta la sapienza... o sicuramente così si è sempre creduto.

 


La copertina del libro (come mi ha fatto notare Leo) ha parole in ebraico

 

   L’enchiridion du pape Léon, nell’edizione del MDCLX, dopo alcuni salmi – in mio adattamento maccheronico – inizia così:

 

    Inviato come un raro presente al Serenissimo Carlo Magno Imperatore.

 

   San Leone, Papa, ha raccolto e messo in ordine l’Orazione seguente delle stesse parole e degli stessi precetti di nostra Madre Chiesa, e l’invia a Carlomagno, dicendo: se Voi credete fermamente, senza alcun dubbio, che ogni giorno reciterete con devozione l’Orazione seguente e la porterete su di Voi con rispetto, sia in casa, sia in guerra, sia sul mare o in qualunque luogo dove sarete, nessuno dei vostri nemici avrà supremazia su di voi; sarete invincibile e liberato dalle più malvagie infermità e da tutte le avversità.

   Al nome di Nostro Signore Gesù Cristo, E così sia: e in favore e memoria dello stesso Re Carlo, egli la fece scrivere in lettere d’oro, e la porterà su di lui con gran cura, rispetto e devozione. Così nessun mortale potrà pronunciare le virtù di questa orazione. Se gli uomini conoscendo la grandezza e la virtù, la reciteranno ogni giorno con grande devozione, e la lasceranno sopra di essi, e non troveranno nessuno che l’abbia recitata, sia abbandonato da Dio sui suoi bisogni e necessità, senza arrivare al suo scopo, finisca felicemente i suoi giorni; l’esperienza incontestabile l’ha fatta conoscere a molti, così che colui che la recita ogni giorno con devozione e la porterà su di sé con onore e rispetto, senza alterazione di corpi alla  gloria e alla lode di Dio onnipotente, e la gloriosa Vergine Mara sua Madre, e tutta la Corte celeste, sarà preservato ogni giorno dal ferro, dall’acqua, dal fuoco e da una morte improvvisa.

Il diavolo stesso non avrà alcun potere su di lui e non morrà punto senza confessione, il suo nemico non avrà alcun vantaggio su di lui, sia dormendo, né nel suo cammino, né in alcun luogo sia, egli non sarà né vinto e né fatto prigioniero: essa è meravigliosa sia contro la tempesta, la folgore e il tuono; se la si recita su un vaso d’acqua benedetta, dove si asperga l’aria in forma di croce, subito la tempesta e il tuono cesseranno.

Se si è sul mare e ognuno la recita tre volte, non gli verrà alcun infausto accidente né tempesta in quel giorno; e dite anche tre volte su una persona posseduta dallo spirito maligno, sia per lui stesso o per qualcun altro, con una candela benedetta accesa, egli sarà liberato immantinente, se qualche donna e in pericolo nel lavoro, e si recita tre volte con una candela benedetta accesa questa orazione, essa sarà libera all’istante: e se qualcuno vuole partire, o la si recita davanti a lui e la porta su di lui, durante il viaggio, sarà liberato da tutti gli accidenti e da ogni peccato; e se egli muore di qualche malattia, egli sarà salvo.

    Questa orazione degna di fede, è stata provata da molte persone.

    Qui iniziano le misteriose orazioni del Papa Leone.      

 

Infatti la preziosa ed unica copia era il segno di una tradizione segreta della conoscenza dei misteri di Madre Natura e riservata, secondo Vázquez, esclusivamente ai pontefici sovrani e ai maestri temporali del mondo.

Chi avrebbe avuto in mano questo libro e sapendo come decifrare i suoi disegni e i suoi scritti doveva diventare padrone del mondo… chissà cosa sarebbe successo se l’avesse avuto Giulio Cesare? Siamo seri, anzi sono serio! Il sor Giulio non ne aveva bisogno!

   Carlo Magno, da quel giorno, divenne il vero principe degli incantesimi e dei sortilegi, di una tale grandezza che ricordava il biblico Salomone.

Persino gli uccelli gli parlavano per guidare le sue truppe sulla strada giusta per la battaglia.

Alla morte di Carlo Magno, Eginardo, un monaco e storico che viveva a corte insieme con altri dotti come Alcuino di York, ed autore della Vita Caroli Magni, fece sparire il prezioso libro e i discendenti dell’imperatore non lo ebbero mai in mano.

 

 

   Questo finché non entrò in scena, un mio buon amico: papagatto Silvestro secondo, cioè Gerberto, il grande erudito che fu “scoperto” dalla dinastia degli Ottoni e che li seguì fino alla scomparsa della loro dinastia.

Sempre Colin de Plancy ha narrato «Martinus Polonus ha narrato che Silvestro II aveva un drago che uccideva tutti i giorni seimila persone.. » pag. 543, edizione del 1863.

   Peccato che questa favola (vedendo ciò che fanno certi dragoni oggi, non mi pare più una favola, anzi...) messer Polono la attribuisce a Silvestro I, infatti dice [da un edizione presente in rete stampata a Praga nel 1859] «Silvester I, natione romanus ex patre rufino. sedit annis XXIII mensibus X diebus XI [...] Silvester a draconis pestilentia roman liberaravit. Maxima pars urbis baptizata fuit. Cottidie [oppure Quotidie] draco VI milia hominum flatu suo interfecit»

In una traduzione ed adattamento maccheronico: «Silvestro liberò Roma dalla pestilenza del dragone. E battezzò la massima parte dell’Urbe. Ogni giorno, il drago uccideva con il suo respiro seimila persone. »

   evvabbé, tanto la distanza tra i due papi è all'incirca di... 666 anni, più o meno.

immagine tratta da Nisard dall'Almanacco dei pastori del XVII° secolo

 

Il povero pastorello Gerberto, entrato da bambino al monastero di Aurillac, ne uscì per andare in Spagna… Si sussurra che apprese da maestri arabi l’arte della negromanzia con cui evocava i morti, l’interpretazione del canto e del volo degli uccelli e che fece anche il classico patto con il diavolo che lo fece diventare un mago onnipotente… alla faccia di Mandrake! Non è che invece che in Spagna e Marocco, Gerberto è andato a studiare nel collegio della Magia in Tibet, dove insegna da un paio de secoli, il babbo de Mandrake? 


   Secondo la leggenda, in ogni  caso, il giovane Gerberto sarebbe riuscito ad avere un libro prodigioso rubandolo ad un vecchio saggio… e questo libro potrebbe essere proprio l’Enchiridio. Comunque papagattoSilvestro II, è stato detto in una fonte scovata dal mio amico Jean-Yves, era anche a conoscenza del segreto celato a Rennes-le-Chateau, collegato alla supposta tomba di Cristo e quindi ad una delle presunte origini della dinasta Merovingia, perciò poteva anche sapere come ritrovare il grimorio di Leone III.

Con esso poteva creare cerchi magici filtri amorosi, carri mossi dalla forza del diavolo (novello Leonardo, eh? Forse, potrebbe essere), evocazioni di demoni (Meridiana doveva essere davvero bella), mantelli che davano l’invisibilità,  navi incantate che potevano volare in cielo, una testa meccanica che rispondeva alle sue domande. Insomma tutto ciò che poteva aiutarlo ad ottenere un alto potere era dovuto agli effetti delle invocazioni e degli scongiuri dell’Enchiridio.

 

La splendida Melusina, una vera e propria fata compare al giovane Gerberto in Spagna, lo accompagnerà per tutta la vita e anche oltre.

  

Vázquez ritiene che Gerberto intimorito dalla potenza del libro malefico, fece in modo di restituirlo alla biblioteca da dove lo aveva recuperato, pochi giorni prima della sua fine.

Il suo mondo stava distruggendosi dopo la morte a Paterno – nelle odierne Marche – di Ottone III e aveva ormai troppi nemici, nella sua tomba fu scritto infatti «il mondo agghiacciò, perduta la pace, il trionfo della Chiesa vacillando disimparò la quiete.»; il suo successore era già pronto, Siccone, un fermano che rimase al suo posto solo cinque mesi. Era l’anno 1003.

 

Lastra presente a Rapagnano nella Chiesa di S. Tiburzio che

certifica la natività del successore di Papagatto Silvestro

 

    Passano i secoli e, dopo molte disavventure storiche in cui sarebbe entrato anche il libro magico di Leone III (incluso le vicende dei templari, che centrano sempre ed anche il sacco di Roma), nel 1530 Carlo V sarebbe riuscito a mettergli la mani sopra e lo avrebbe passato al figlio Felipe II, che conservò il libro nella biblioteca del monastero dell’Escoriale a Madrid, che si narra sia stato costruito sopra ad un ingresso dell’Inferno.

Però ! Quale miglior luogo dove custodire questo libro?

 

ωωω

Un bel disegno dal frontespizio del

El astrologo fantasma 1740

   Ma cos’è un grimoire o grimorio? Secondo quel che scrive Costantino De Maria alla pagina 543 del suo libro Enciclopedia della stregoneria questa parola «indica il libro magico per eccellenza e contiene le formule per evocare i demoni. Fra i più famosi e quello di papa Onorio, che contiene una raccolta di rari segreti».

 Ancor più preciso è Roberto La Paglia che scrive nell’aprile 2009 su I Misteri di Hera «Anche se accomunati sotto lo stesso nome, questi antichi testi posseggono una loro ben precisa connotazione: i libri di Alta Magia erano conosciuti come “Clavicole”, (dal latino chiavi), mentre quelli che trattavano esplicitamente la Bassa Magia o Magia Nera prendevano il nome di “Grimoires”, corruzione del termina francese “grammaries”.[ p. 8]» e ancora «Lo storico Giuseppe Flavio cita un libro che circolava nei primi anni dell’era cristiana, attribuito proprio a Salomone, che serviva per evocare spiriti maligni e aveva permesso al mago Eleazar l’Ebreo di esorcizzare i demoni alla presenza dell’imperatore Vespasiano. [p. 52]»

   Torniamo ancora a ciò che scrisse Nisard a pag. 139 del suo libro…

«Secondo lo storico Giuseppe Flavio [sempre lui.. uffa! Puga] Salomone è un nome  obbligatorio per tutte le stupidate di questo genere, stampate per quattro secoli, sotto il suo nome. Giuseppe Flavio riferisce in effetti [ Antiq., VIII, ch. 11.] che Salomone usò la conoscenza che aveva delle cose naturali per comporre vari rimedi e, tra gli altri, alcuni abbastanza potenti da scacciare i demoni.

Su questa base, gli impostori pubblicarono, in questa maniera, diverse opere dei segreti della medicina, della magia e degli incantesimi. Il Grand Grimoire, che è il più popolare, se non forse il più famoso. Questo onore, però, apparterrebbe piuttosto al Vinculum spirituum. Non c'è, si dice, nessun demone che possa resistere alla forza degli esorcismi di cui è pieno.

   Qui vediamo che Salomone trovò il segreto per racchiudere in una bottiglia di vetro nero un milione di legioni di spiriti infernali, con settantadue dei loro re, di cui Bileth era il primo, Belial il secondo e Asmodeo il terzo. Salomone poi gettò la bottiglia in un grande pozzo che si trovava a Babilonia. I negromanti sono persuasi che sia stato l’insopportabile orgoglio di questi spiriti che obbligò Salomone a questa sciagurata fine.

   Fortunatamente per i prigionieri, i babilonesi, sperando di trovare qualche tesoro in questo pozzo, vi scesero, ruppero la bottiglia e i demoni liberati tornarono alla loro normale dimora. Solo Belial ha ritenuto opportuno entrare in una statua. Lì diede oracoli: questo determinò i babilonesi a offrirgli sacrifici.»

   Nisard ha tratto questa storiellina da Mémoires d’histoire, de critique et de littérature, Parigi 1749, t. I, p. 29, presente in rete, scritto dall’abate d'Artigny. 

Baculo centurione di Giulio Cesare torna da suo fratello Virgilio,

grande studioso di cose occulte. Vignetta tratta da un mio vecchio fumetto.

Ecco dove è scaturita l’idea di Virgilio giovinetto che trovò, zappando il suo orto a Mantova, una bottiglia piena di demoni. Li liberò e si fece pavimentare una bella strada per andar a studiare alla scuola di Magia a Roma…

   E naturalmente c’è anche un altro formidabile trattato d’invocazione, e come s’intitola? Il Drago rosso, tra l’altro presente in rete. E basta con ‘sti rettili!!!

 

   Ebbene cosa dobbiamo pensare? Questi grimori e le clavicole di Salomone, uno dei libri che il re di Israele avrebbe scritto, esistono davvero? Questo sì, visto che sono stati stampati e funzionano? Sono cose che non mi interessano. Se ne occupi chi ha il malefico interesse ad aprire, a scoperchiare la porta dell’Inferno.

    Personalmente vado alla ricerca di ben altri libri.

    Avete mai sentito nominare il codex patatae?

 

 

Codex Patatae

 

   Si narra che questo libro esista dagli albori del tempo, addirittura dalla mitica Atlantide. La prima stesura fu realizzata ai tempi di Re Nippur de Lagash, nell’antica terra di Sumeria. Da lì passò in Egitto; era lettura preferita della poetessa Saffo nell’isola di Lesbo alle sue ancelle; nell’antica Roma fu letto assiduamente da Caio Giulio Cesare il quale se ne servì abbondantemente per dar la caccia alle ragazze, fregandosene dell’appellativo di “regina di Bitinia”.

Anzi correva voce, nei primi anni del regno di Augusto, che l’autore di questo testo fondamentale fosse stato proprio Giulio Cesare; la prima stesura fu ai tempi in cui conobbe Poppea – splendida ninfa di Lesbo – che divenne la sua seconda moglie e che dovette ripudiare per lo scandalo  della Bona Dea.  E la redazione definitiva avvenne negli anni del pontificato.

   Uno degli ultimi possessori del manoscritto originale fu l’Imperatore Giuliano che se ne servì per far innamorar di sé la futura moglie, una delle più belle ninfe di Lesbo dell’epoca. 

    Con l’avvento del cristianesimo e successiva caduta della repubblica imperiale di Roma fu demonizzato e come tale scomparve dalla circolazione. Si mormorava che dopo le cacce della brigata di Diana, le ancelle della Dea le leggevano ampi brani per favorire il suo successivo riposo. In realtà era un libro che tutte le streghe, seguaci della Dea, studiavano prima di penetrare nei segreti delle arti occulte.

    Ma il mondo arabo ne ebbe molte copie, anche se la lettura ne era proibita. L’originale di queste copie fu trovato nella biblioteca di Alessandria e trasportato successivamente alla casa della sapienza di Istanbul. Una di queste copie arrivò rocambolescamente a Firenze e fu ritradotta in latino dall’arabo, dagli umanisti della corte medicea.

   Purtroppo la nuova diffusione fu ancora una volta interrotta dalla santa inquisizione che la fece di nuovo scomparire. Una delle ultime copie fu stampata nel 1568, tradotta nel nascente volgare italiano. Alessandro, conte di Cagliostro (non l’imbroglione Giuseppe Balsamo) dopo averlo usato per conquistare la futura moglie Serafina donò la sua copia a Giacomo Casanova, nel loro famoso incontro, dono che Casanova non annotò nelle sue memorie.

   Oggi una copia si troverebbe nella biblioteca del vaticano e la sua visione è possibile solo ai vari papi.

   Una copia del XVI secolo è stata messa recentemente in vendita dalla casa d’aste Sosteby di Londra, alla fantastica cifra di 6 milioni di sterline, anche se la sua autenticità è stata messa gravemente in dubbio.

 

     Esiste questo libro, questo grimorio? No di certo! L’avete capito. Me lo son inventato io, con la complicità di qualcun’altro.

 

Marco Pugacioff

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

03/03/'22

 articoli

 

sabato 26 febbraio 2022

Il dragone di carnevale

 

Il dragone di carnevale

 


La rivista Il piovano Arlotto, capricci mensuali di una brigata di begli umori [chissà se cantavano tra loro Ma va fan zum…] ripubblicò nel 1858 una notizia data nel 1589, in un libro che parlava di salciccie. Essendo periodo di carnevale ve la ripropongo con il mio disegnino di Cucciolo e Beppe.

 Tantafera è un nome composto di tanta e di fera […] È  stata usanza in Firenze sempre mai vicino al carnevale, farsi publicamente giuochi, e feste, e fra l’altre andare in Maschera in diversi abiti, con varie foggie, e con nuove invenzioni; si che fra l’altre avvenne una volta (molti anni passati sono) che parecchi buon compagni per un Carnevale ordinarono una mascherata, e fecero uno Animalaccio, a guisa di quel Dragone, che l’anno per san Giovanni, suol menar la compagnia di San Giorgio a processione, ma maggiore assai, e di maniera divisato, e colorito stravagantemente, non pareva ne uccello ne pesce, ne serpente, ne altra fastidiosa fiera; perciocché il collo aveva di Cicogna la bocca di Cigniale [cinghiale], la testa era cornuta, ad uso di Toro, aveva l’alie [l’ali] di Pipistrello, la schiena come il Coccodrillo, il corpo di Lupo cervieri, le cosce d’Orso la coda, e la groppa di leone, e i piedi d’asino. Eravi un’huomo detro [dietro] che camminando adagio lo menava lo portava] a mostra per la Città, ed aveva congegniato [concepito] un fil di spago, in modo che tirandolo colui la bestiaccia apriva la bocca più larga assai d’un Forno, e dilungava il collo ad uso di Giraffa, più di doci [dodici] braccia in alto, di forte che aggiungeva [arrivava] ad ogni finestra; tal che le donne impaurite, serravono [chiudevano le finestre], e si fuggivano da i balconi, aspettando che fusse passato, aveva una scritta al petto a lettere d’Appigionasi.

Io son Biurro che mangio coloro

Che fanno a modo delle Donne loro.

   Erangli innanzi e’ndietro forse dieci coppie d’huomini travestiti a similitudine di Mori; e così fuori uscendo, e veggendosi questo Mostro, questa meraviglia , questa cosa stravagante, le genti non la conoscendo, e non potendo raccapezzarla, la battezzarono di comun concordia, una Tantafera: e così nacque, e ne venne in uso dall’ora in qua questo così fatto nome.

  La tantafera o tantaferata passò ad essere usata come una variante di filastrocca; nel Lessico etimologico italiano, Volume 10, pag. 1395 del 1979 è scritto “Antica maschera carnevalesca fiorentina rappresentante una creatura mostruosa”.

l’unica cosa che mi chiedo è se poi lo abbiano bruciato questo dragone. Che bello che sarebbe, ma è solo una mia fantasia.

Marco Pugacioff

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

26/02/'22

 articoli

 

lunedì 21 febbraio 2022

Diavoline, diavoli e diavolerie varie

 

Diavoline, diavoli e diavolerie varie

 



 

   Kolosimo era un gran bravo scrittore, ma siccome quello che di cui trattavano i suoi libri esulava dalla nostra realtà, le sue opere letterarie erano etichettate come “kolosimate”. A questo punto possiamo ben considerare le operine di coloro che ci capiscono tutto, come “angelate” dal nome del giornalistucolo che ha riunito un bel pò di dotti ignoranti per combattere queste astrusità.  

   Personalmente amo di più chi studia queste cose senza paraocchi. Perciò Kolosimo e Charroux hanno tutta la mia ammirazione.

    Una storia è particolarmente attraente; nella Scozia piena di fantasmi che Scott ci ha fatto amare, vi è un maniero detto castello di Gramis. Come ogni castello avrà passaggi segreti che portano a stanze che nessuno conosce.

Infatti in questo maniero vi è appunto una stanza segreta che nessun mortale è mai riuscito a localizzare. Non ci riuserebbe nemmeno Indiana Jones, con l’aiuto dei personaggi  a fumetti italiani, Gordon Link e Martin Mystère.

    Non si può localizzarla perché è il luogo dove, da secoli, il conte di  Baerdie gioca a carte con messer Belzebù, e il personaggio rosso vestito non vuole esser disturbato.

Il nobile ebbe da lui certi favori per cui in cambio avrebbe promesso al diavolo di seguirlo all’Inferno, se fosse stato sconfitto in quel gioco… Come è da prevedere i due messeri si ritrovano sempre pari, in effetti devono esser ambedue molto bravi nel barare, e inevitabilmente le partite continuano senza tregua.

    Ma non faranno mica apposta? Girava la voce che in quei dintorni una bella figliola sparisca per incanto, e che ciò sia dovuto con il desidero dei due rivali di concedersi un diversivo alla fine delle partite.

   È più simpatica così che come si narra in alternativa che il conte avrebbe perso tutto e il diavolo l’avrebbe condannato a giocare a carte e a perdere sempre… e tra la due è davvero meglio la prima.

  Che storiellina, eh? Oh, certo è solo una storiellina però in fondo – vera o falsa che sia – stuzzichevole. Che altro dobbiamo domandare ? 

La trovate ne Cittadini delle Tenebre, M.E. B. Torino 1971, a pag. 24.

 

Da Macaroneide

 

   Ferdinand Gregorovius, nel suo Storia della città di Roma nel Medio Evo dal 5° al 16°, libro VI, alle pagine 432-433 ci fa sapere che “In Cola di Rienzo (attore di teatro che fa la parte di eroe, avvolto in istracci di porpora dell’antichità) s’accoglie una miscela di ingegno e di pazzia, di verità e di menzogna, di esperienza e di inesperienza dei suoi tempi, di fantasia grandiosa e di pusillanimità Dell’operare: e quella mescolanza rappresenta al vero ed al vivo l’indole e l’imagine di Roma nel suo decadimento più profonde. La storia di Cola sparge un raggio di poesia fantastica sopra Roma deserta: dimenticarla non si potrà mai; ed i buoni successi che egli ottenne parvero così misterioso enigma che si ebbe ad attribuirli ad un demonio, il quale gli fosse stato a fianco a soccorrerlo. Ancora Rainaldo, annalista della Chiesa, reputò che il tribuno avesse usato di arti diaboliche: ogni uomo assennato invece, il quale creda alla efficacia che le idee esercitano fra gli uomini, sa spiegare per via di esse l’ascendente che Cola insegna. (nella nota: Il Petrarca parla del buon demone di Cola; e il popolo credeva che egli tenesse chiuso lo spirito Fiorone in uno specchio di acciaio, adorno di figure incise e di caratteri. Dopo la sua morte si rinvenne lo specchio unitamente ad un catalogo di proscrizione, contenente nomi di cittadini destinati al rogo (Vita, II, e. 24). – Specchi etruschi erano usati nel secolo decimo terzo. Dalla parola phleres che v’era scritta sopra devono essere derivate (come pensa l’Orioli) le voci Florus, fiore e Fiorone: vedi la nota di Zefino Re a quel capitolo della Vita. – Il Raynald con serio viso appella Cola magorum et daemonum societate inquinatile, e crede all’esistenza dello spirito Fiorone (ad. A. 1347, n. XIII).”

   Sempre riguardo gli specchi, il professor F. Orioli, nel 1841, nel suo scritto Di un uso non conosciuto degli specchi mistici [in Biblioteca italiana ossia giornale di letteratura scienze ed arti compilato ..., Tomo I] a pag. 69 cita Sparziano (In Didio Juliano 7.) “Quæ ad speculum dicunt fieri, in quo pueri, incantato vertice, respicere dicuntur, Julianus fecit. Tuncque puer vidisse dicitur et adventum Sereni, et Juliani decessum.” Ovvero “Fece Didio Giuliano di quegli incantesimi de' quali è fama che allo specchio si pratichino, dove narrasi che fanciulli, recitata loro sul comignolo del capo la prece dello scongiuro, si volgono a guardare. E si dice che un fanciullo allor vide l’arrivo di Sereno [dovrebbe esser Settimo Severo successore di Didi, Puga] e la morte di Giuliano.”

E ancora a pag. 72 cita Giovanni Wiero “Recenti adhuc memoria, anno 1530, sacerdoti, in crystallo, thesauros Noribergæ ostenderat dæmon. Hos cum, loco perfosso, ante urbem quæreret sacerdos, adhibito amico spectatore, et jam in specue arcam vidisset , atque ad eam cubantem canem atrum, ingressus sacerdos in specum, opprimitur interficiturque, ruente cacumine, et specum rursus complente .....;”

“A nostra memoria, l’anno 1530, il demonio in Norimberga mostrato aveva tesori sul cristallo ad un sacerdote, il quale, scavato il luogo, presso la città cercolli, ammesso a vedere un amico. E già manifestato s’era la grotta, e la cassa, e un cane nero che la guardava, quando il prete, al primo introdursi nello speco, perì ucciso ed oppresso dalla volta che sopra gli cadde riempiendo la cavità...”

Da Macaroneide

E continua a pag. 88 parlando della brigata notturna di Diana, che era congiunta ad Erodiade, “d’un antico epiteto di Diana stessa, il fosse Hera Dia (la signora divina, così chiamata dai maghi). […] S’immagini che, col solito ajuto della catoptromanzia (una delle tante arti – spiega a pag. 69 – le quali dai supposti maghi solevano con vana fiducia praticarsi molto comunemente), qualche fanatico avesse creduto vedere in sogno, non pure un fiume sotterraneo (il Lete, l’Acheronte, il Cocito, od alcuno de' fiumi dell’inferno di Dante), ma al di là del fiume la reggia di Diana l’incantatrice, cò' suoi tesori, e Diana stessa, od una statua di quella, simile alle statue che, negli Excerpta Muratoriana del cronico di Giordano, sono descritte come trovate da papa Gerberto, o vogliam dire da Silvestro II.

 

(nota 1 della stessa pagina) “Il volgo, nelle vicinanze di Roma, oggi [siamo nel 1841, ricordiamolo, Puga] ancora giura talvolta per Diana de dia, che può esser una corruzione d’un giuramento più antico e pagano per dianam deam diam, se non è invece per Diana del die, cioè per Diana la stella nunzia del dì, poichè in Italia il pianeta di Venere mattutina è appunto chiamato col nome della dea cacciatrice. Del resto Erodiade è anche nominata a questo proposito dal Sarisberiense nel Policratico, l. 17.

(nota 2 per Gerberto) Scriptor. rer. italicar., tom. IV, c. 220, col. 958. E forse nella imitazione della favola qual si trasformò sotto le penne de’ nostri poeti la dea diviene una fata (la fata Morgana), perchè Morgana nelle lingue teutoniche è la fata del mattino, come Diana è la stella del mattino.

 


Dal papà di Condorito, René Rodolfo Ríos Boettiger, più​ conosciuto come Pepo (1911-2000), ecco una stupenda diavolina edita sulla rivista cilena Pobre diablo nel 1947.

 

   Mi sono imbattuto in un’altra notiziola che mi ha aperto un libro pieno di… diavolerie varie e… di diavoline – in questa succinta cronaca – degne della nomea del Moulin Rouge parigino. Notiziola che avevo letto dapprima senza nota a p. 111 sulla Storia della magia di Richard Cavendish nel 1985 sugli Oscar Mondadori.

Jacob Burckhardt nel suo la civiltà del rinascimento in Italia, volume 2, Sansoni, Firenze 1876 cita a pag. 346 Ludovico Antonio Muratori che nel suo Rerum Italicarum scriptores ab anno aerae christianae..., Volume 1 pag. 897 scrive…

 


   “Frater Joannes de Faëllis Veronensis Ordinis Servorum Prior Sancti Offani in Montibus Bonomiae, invocatur Daemonum, & Haereticus, ab Inquisitore Sancti Dominici comprehensus damnatus est. Hic enim composuit quemdam Librum dictum Florem novellum, plenum multis erroribus. Cives Bononienses coire faciebat cum Daemonibus in specie puellarum; Daemones venerabatur, & illi oblationes faciebat.”

Ovvero tradotto da quel macchinario infernale in rete e addattato alla buona: “Il fratello Giovanni da Faellis, dell’ordine dei servi di Verona, priore di Sant’Offano sui monti bolognesi, aveva invocato dei demoni, e l’eretico fu arrestato e condannato dall’Inquisitore di San Domenico. Perché ha composto un certo libro intitolato Florem novellum, pieno di molti errori. Fece giacere i bolognesi co' demoni in forma di fanciulle; Venerò i demoni e gli fece offerte.”

Offerte ? I malefici sacrifici di cui tutti parlano oppure… offerte di gioie, e abiti sfarzosi ? Anche se demonesse – e nessuno ci vieta di pensare che ci fosse anche qualche dannata – son sempre… donne.

Alberto Cousté nel suo Breve storia del diavolo…, presente a pezzi in rete scrive che “la leggenda narra che, non appena pronunciata la sentenza, sia il postribolo sia le allegre figlie di Satana si volatilizzarono e che nel luogo dove era esistita la casa restò soltanto la nuda terra.”

Sono sicuro che tra tutte le belle diavolette, non c’era di certo Fiammetta, l’amabile fidanzata di Geppo, il diavolo buono.

 

Burckhardt nella nota a p. 346, indica la 29° novella della terza parte della raccolta di Matteo Bandello come esempio di diavoli o comunque di diavolerie varie e aggiunge “Un riscontro a ciò in Procopio, Historia arcana, c. 12, dove un lupanare vero è frequentato da un demonio, che getta gli altri frequentatori sulla pubblica via.”

Ecco il cap. 12, tratto da Anekdota ou histoire secrète de Justinien, Volume 1, edito a Parigi nel 1856 che ho adattato alla meno peggio in italiano.

 “4. Secondo i fatti che ho raccontato, molti dei miei amici ed io non li abbiamo mai considerati come esseri umani, ma come certi demoni insanguinati [Procopio sta parlando di Giustiniano], che i poeti chiamano Vampiri, i quali, di concerto, e per arrivare a la forza necessaria, per rovinare facilmente e rapidamente intere popolazioni e le loro opere, hanno rivestito un corpo umano. Così, divenendo uomini-demoni, mettono in combustione l’universo abitato. La prova di ciò può essere fornita, tra l’altro, dalla potenza stessa dei loro atti.

 6. Si dice che sua madre rivelò ad alcuni suoi intimi che Giustiniano non era figlio di Sabbazio, suo marito, né di nessun altro uomo. Quando rimase incinta, le capitava di entrare in contatto con un essere soprannaturale, che non vedeva con i suoi occhi, ma di cui sentiva il contatto, come accade quando un marito si unisce alla moglie, e che scomparve come in un sogno.

7. Alcuni de' servi di Giustiniano, che soggiornarono molto prima del calar della notte nell’interno del palazzo, e che erano sani di mente, credettero di aver veduto al suo posto un’apparizione soprannaturale in forma d’un demonio. Si diceva infatti che, levatosi d’un tratto dal trono regio, Giustiniano si mise a fare una passeggiata intorno al suo appartamento; poiché non era sua abitudine stare fermo a lungo; allora la sua testa sarebbe scomparsa immediatamente, e il suo corpo sarebbe andato e venuto ancora per molto tempo. L’ufficiale che vede questi fatti rimane stupefatto, e pieno di terrore come se sognasse davanti a una visione così incredibile. Ma presto la testa di Giustiniano torna a posarsi sul suo corpo, e si unì alle parti che sembrava avesse così stranamente abbandonato. Un altro disse che si era trovato seduto vicino al principe, quando improvvisamente il suo viso divenne come carne informe. Non riusciva più a distinguere né le sopracciglia né gli occhi nel posto che avevano precedentemente occupato, né qualsiasi cosa che renda riconoscibile un essere. Ma qualche tempo dopo, la figura riprende il suo aspetto ordinario. [Un vero rettiliano. Puga] Quello che scrivo qui non l’ho visto, ma l’ho sentito dalla bocca di coloro che allora hanno potuto esserne testimoni oculari.

8. Si dice anche che un monaco, molto devoto a Dio, inviato da coloro che vivevano con lui in una terra deserta, si recò a Bisanzio per sollecitare degli aiuti in favore delle popolazioni vicine, che avevano subito grandi violenze. Appena arrivato, ottenne udienza dall’imperatore. Ma, quando si è presentato nel suo gabinetto, perde l’uso di entrambe le gambe, poi torna subito sui suoi passi. L’eunuco, il suo presentatore e le persone ammesse all’udienza lo incoraggiarono con ogni sorta di parole a tornare avanti. Quest’ultimo non risponde loro nulla; ma, come un uomo colpito da paraplegia, torna al suo albergo. Le persone del suo seguito si informarono sui motivi che lo avevano costretto ad agire in questo modo. Si pretende che il monaco abbia loro risposto che entrato nell’appartamento del palazzo riservato alle udienze abbia visto in faccia il principe dei demoni, seduto sul trono e che quindi non poteva restare in quel luogo e non poteva rivolgergli alcuna parola. Come non considerare al modo di un demonio fatale l’uomo che, sebbene eccessivamente sobrio nel mangiare, bere e dormire, e che, gustando solo il cibo che gli era servito, si aggirava tuttavia nelle ore notturne indebite nel palazzo e si abbandonava furiosamente ai piaceri venerei?

9. Alcuni di coloro che furono amanti di Teodora, quando ella salì al trono, riferiscono a loro volta di aver visto un demone che li cacciò dalla sua dimora [evidentemente il lupanare che indicava Burckhardt, Puga], per passare la notte con lei.”

E per finire le ultime righe del 10° paragrafo “Si aggiunge che Teodora gli rispose che ella stessa aveva fatto un sogno quella notte, che le aveva consigliato di non preoccuparsi della sua fortuna, e che al suo arrivo a Bisanzio sarebbe entrata nel letto del principe dei demoni. che, con l’abilità dei suoi mezzi, sarebbe diventata sua moglie, e che attraverso di lui sarebbe stata padrona di tutte le ricchezze che poteva desiderare.”

Acciderba ! Come dice capitan Miki; passare a delle belle diavoline a questo resoconti, brrr! Sembra indicare personaggi odierni e non quelli di secoli fa… Forse non se sono mai andati da Roma o costantinopoli che sia!

   Proseguiamo con Burckhardt  ci và giù col piede pesante e indica a pag. 258 che “A Bologna (1452) il prete Nicolò da Verona era stato già, come negromante, scongiuratore di demonii e sacrilego profanatore dei sacramenti, pubblicamente degradato sopra un palco di legno dinanzi alla chiesa di san Domenico, e doveva esser condotto al rogo sulla piazza maggiore, quando per via una schiera di armati lo libero, e tuttociò accadeva per ordine del gioannita Achille Malvezzi, noto fautore degli eretici e audace violatore di monache. Il legato (il cardinale Bessarione) non potè avere nelle sue mani che uno dei complici, e lo fe' impiccare [ma che sfiga, sarà stato il più fesso del suo seguito, se anche peggio. Ovvero addirittura uno che passava per strada. Puga]; ma al Malvezzi non fu torto un capello.”

 

 

Da Macaroneide

   Il terrore del diavolo era tale che le prediche degli uomini di fede – in genere i frati – erano frequenti e si parlava in genere dei sette peccati capitali “[p. 266] Le conseguenze più immediate, che ne sogliono emergere, dopoché s’è predicato contro l’usura, le compere anticipate e le mode scandalose, sono l’aprirsi delle carceri, dalle quali per vero non escono se non gli sventurati che furono imprigionati per debiti, e la distruzione per mezzo del fuoco di una quantità di oggetti di lusso od anche di semplice passatempo, come, per esempio, dadi, carte da giuoco, inezie d’ogni specie, maschere, strumenti e libri musicali, formole magiche (in nota Infessura, presso Eccard, (Scriptor. II, col. 1874). Egli dice: canti, brevi, sorti. I primi possono essere stati libri di canzoni, quali furono arsi anche sotto il Savonarola. Ma il Graziani (Cron. di Perugia, Arch. Stor. XVI, I, p, 314) in simile occasione dice: brieve incante, che senza dubbio deve leggersi brevi e incanti, e una simile emendazione è forse da accettarsi anche nell’Infessura, le cui sorti accennano anche senza ciò a qualche cosa di superstizioso, forse al giuoco profetico delle carte.), finte acconciature ecc. Tutto ciò veniva senz’altro elegantemente disposto sopra un palco detto talamo, con sopra una figura di diavolo, e poi vi si appiccava il fuoco.”

Insomma tutto si risolve in un bel rogo di oggetti. Purtroppo “[p. 268] una predica di Bernardino, che egli tenne a Roma nel 1424, ebbe, oltre alla distruzione di molti oggetti di lusso e strumenti di magia, una conseguenza ben più terribile, vale a dire l’uccisione per mezzo del rogo della strega Finicella, «perchè, dice il cronista (nota: Infessura, I. c. Sul giorno della morte della strega sembra esservi un errore di scrittura. Come lo stesso Santo abbia fatto distruggere un famoso boschetto presso Arezzo, ce lo narra il Vasari, III, 148, Vita di Parri Spinelli: spesse volte lo zelo sembra essersi arrestato alla distruzione di certe località, simboli e strumenti.), con mezzi diabolici uccise molti fanciulli e ammaliò parecchie persone», e tutta Roma accorse a quello spettacolo.” Ma era Finnicella oppure Barbablù (Gilles de Rais)? Forse era solo una curatrice giovane e bella come l’attrice Eleonora Giorgi e questa fu la sua rovina, chissà…

 


Finnicela (Eleonora Giorgi) torturata dal’inquisizione e ingannata da quel demonio del cardinale (Renato Pozzetto)

 

   A Firenze arrivò Savonarola e diede inizio a una gran casino, ma di certo non nel senso del bordello bolognese pieno di diavoline.

“[p. 278] Qual fiamma di entusiasmo non deve aver divampato in lui per dargli la forza di trascinare i Fiorentini a ripudiar quella cultura e civiltà, di cui erano stati così vivamente innamorati! Una prova manifesta e parlante se ne ha nella enorme quantità d'oggetti d’arte e di lusso, che furono spontaneamente sacrificati sui suoi famosi roghi, di fronte ai quali si direbbero un nulla tutti i talami di san Bernardino da Siena e d’altri” e per finire “[pp. 279-280] Per tal maniera nell’ultimo giorno di carnevale dell’anno 1497 e del seguente poterono aver luogo due grandi bruciamenti sulla piazza della Signoria. In mezzo ad essa sorgeva una grande piramide a gradinate simile ai roghi, sui quali solevano essere arsi i cadaveri degli imperatori romani. Al basso in prossimità della base vedevansi maschere, barbe e vestiti aggruppati insieme: più in su figuravano libri di autori latini ed italiani, fra gli altri il Morgante del Pulci, il Decamerone del Boccaccio e il Canzoniere del Petrarca, e in parte anche preziose pergamene e manoscritti miniati; sopra questi vedevansi ornamenti muliebri e articoli di toeletta, profumerie, specchi, veli, acconciature, e più in alto ancora liuti, arpe, scacchieri, e carte da giuoco: finalmente i due gradini superiori non contenevano che soli ritratti, specialmente di donne celebri per bellezza, appartenenti in parte alla classica antichità, come per esempio, Lucrezia, Cleopatra e Faustina, in parte all’epoca contemporanea, come la bella Bencina, la Lena Martella e le celebri Bina e Maria de' Lenzi. […] Al primo appiccare del fuoco la Signoria assistette, affacciandosi alla loggia, e l’aria echeggiò di canti e del suono delle trombe e delle campane. Poi la moltitudine venne in massa sul piazzale di S. Marco, dove si ballò una danza concentrica: nella prima fila stavano i frati del convento, che si alternavano con fanciulli vestiti da angeli; nella seconda giovani ecclesiastici e laici; nella terza vecchi, cittadini e sacerdoti, questi ultimi incoronati di frondi d’ulivo.” Questa sì che è una diavoleria! Non per niente, lo stesso Savonarola finì lui stesso al rogo…

 

Da Macaroneide

 

   Le diavolerie continuano con strane scoperte archeologiche “[pp.333-334] Aggiungansi le meteore e i segni celesti, che ora riguadagnarono il posto che aveano avuto per tutto il medio-evo, per cui ad esempio, certe immagini della Vergine movevano gli occhi o piangevano [lo fecero pure all’arrivo dei francesi di Napoleone a Roma, se non erro, Puga], o allorchè certe pubbliche calamità susseguivano immediatamente a qualche vero o preteso delitto, di cui il popolo domandava ad alta voce l’espiazione (in nota; Come fece la Madonna dell’Arbore nel duomo di Milano l’anno 1515; cfr. Prato, l. c. p. 327. Il medesimo cronista racconta che nello scavare le fondamenta per costruir la cappella dei Trivulzi (in S. Nazaro) si trovò un dragone della grandezza di un cavallo; si portò la testa nel palazzo dei Triulzi e si gettò via il resto.).”

“[p, 337] in Italia i fantasmi si chiamano coll’antica denominazione di ombre. Anche oggidì [chiaro, l’oggidì è quello dell’800, Puga], se qualcuna di queste ombre si mostra, si fa celebrare un paio di Messe pel suo riposo. Che le anime dei reprobi appariscano sotto forma spaventevole, é cosa che s’intende da sè, ma quest’idea si associa ordinariamente ad un’altra, che i fantasmi dei morti in generale sono sempre maligni.”

 


E cita la prima novella della seconda parte della raccolta di Matteo Bandello, con un brano estratto molto pertinente «Domine, Oimè che io son quasi morto, imperò che foura il cimitero ho sentito i morti che fanno un gran romore. Io non anderei solo in chiesa chi mi desse la Badia di Chiaravalle. Vi so dire, che ho havuta una de le belle paure del mondo, e che mai havessi da che nacqui.  Oh tu sei pazzo (rispose il Prete) Fatti il Segno de la Santa Croce, e non ti dubitare. Tu devresti pur sapere, che i morti fon morti, e non hanno sentimento, ne vanno à torno; Va va (figliuol mio caro) e recami l’Ampolla, aciò che ungendomi cessi tanta doglia, e possa un poco riposare, Messere (disse lo spaventato Chierico) voi non fate se non dir la vostra; Io no v’andarei per tutto l’oro del mondo; So ben’io che ho sentito. Non havete voi udito dire, che molte fiate i morti guastano le creature? E questi dì, pur la ove fu morto Chiappino del Gatto da Monza, fu visibilmente visto un’huomo, terribile, nero e sozzo, e ci sono di molti che affermano, che hora appare con la testa, hora senza, e che spesso urla com’un cane. Voi non fate se non dire; Io non ci vorrei incappare in questi spiriti, e che mi facessero male.»

 

 

   Già, che molte fiate i morti guastano le creature? Tanto che continua “[p. 338]  Probabilmente egli separa nel suo pensiero l’ombra dall’anima, perchè questa espía le sue colpe nel Purgatorio, e, se appare, d’ordinario non fa che supplicare e lamentarsi. Altre volte ciò che appare, non è tanto l’ombra di un uomo particolare, quanto un simbolo personificato di un avvenimento, di uno stato di cose già passato. Cosi i vicini spiegano l’apparizione del demonio nel vecchio palazzo visconteo presso S. Giovanni in Conca a Milano: infatti quivi una volta Bernabò Visconti avea fatto torturare e strozzare innumerevoli vittime della sua tirannide, e non era quindi meraviglia, se qualcosa vi si mostrava.” e Burckhardt aggiunge in nota “Bandello, III, Nov. 20. Veramente non era che un amante, il quale voleva spaventare il marito della sua bella e distorlo dall’abitare un palazzo. Egli e i suoi si travestirono da demonii; e fu fatto perfino venire da altro paese un tale, che era capace di contraffare la voce e il grido di tutti gli animali.”

Nella raccolta c’è una lettera che Badellio scrive al gentilissimo Messer Domenico Campana detto Strascino, a cui presenta la ventesima novella della terza parte e scrive «E perché ne la novella intervengono cose di spiriti e paure che per téma di quelli s’ebbero, ho io cominciato a dire degli spiriti, e tanto più che si vede che talora l’imaginazione fa quello che farebbe il vero come in questa novella intervenne.»

Lo stesso spirito con cui Pedrocchi & Anzi finivano l’avventura La villa dell’Allegria di Cucciolo & Beppe nel 1941, dove una villa infestata si rivela un posto tranquillo.

   Sempre da p. 338 “Ad un amministratore infedele della Casa dei poveri in Perugia una sera, mentre egli stava enumerando del danaro, apparve una turba di morti con fiaccole nelle mani e danzò la ridda intorno a lui; ma una figura più grande delle altre parlò in tuono minaccioso per essi; era S. Alò, protettore delle case di Ricovero. (nota: Graziani, Arch. Stor. XVI, I, p. 640. ad a. 1467. L’amministratore morì di spavento.)”

    Secondo Burckhardt “[p. 338] In seguito l’Italia fu piena delle credenze popolari intorno ai demonii, quali regnavano presso tutti i popoli.”

“[p. 339] La notte della grande inondazione della valle dell’Arno nell’anno 1333 uno dei santi eremiti dei dintorni di Vallombrosa udì dalla sua cella un tumulto infernale, si fece il segno della croce, s’affacciò alla porta e scorse neri e spaventosi cavalieri passare a cavallo armati di tutto punto. Dietro un suo scongiuro uno di essi si fermò e gli disse: «andiamo ad affogare la città di Firenze per le sue colpe, se Dio lo permette (Gio. Villani, XI, 2, Egli intese la cosa dall’abate de' Vallombrosani, al quale l’aveva narrata l’eremita stesso.).”

 

   I monaci sono in genere abbastanza… diciamo carnali, buona panza e buoni denti, come i soliti templari che – se volete credermi, vabbé, sennò non importa – all’inizio della loro carriera avevano pure le... sorelle templare con cui andavano a due a due a cavallo, poi purtroppo arrivò la regola di San Benedetto e le gioie cameratesche finirono. Ma vi erano sicuramente dei monaci puri che si nutriva solo di preghiere e di astinenza con questi risultati.

 Come in quest’altro caso:

“Dimorando questo Religioso Santo in un luogo detto Massa [Fermana, Puga]; F. Giacomo da Falerone, di cui ragionata habbiamo;

era nella Provincia della Marca infermo, nel Convento di Mogliano, facendo F. Giovanni oratione per lui, vide nell’aria sopra la sua Cella, che tenea nel bosco, gran numero d’Angeli, & Santi, circondati da così gran splendore, ch’illuminava tutto quel paese; fra i quali vi era il Padre San Francesco con le sacrate piaghe, attorniato da maravigliosa luce […]”.

E la Peppa ! Una visione celestiale che sconfina in ambito ufologico…

  Dal libro di Marcos de’ Lisboa, Delle croniche de gli ordini instituiti dal P. S. Francesco…, 1605, libro ottavo, cap. V, pag. 365.

 

   Parlando della grotta della Sibilla sui Sibillini, Burckhardt in nota a pag. 343 dice “Una specie di baratro infernale si conosceva nel secolo XVI non lungi da Ansedonia in Toscana. Era una caverna, dove nell’arena scorgevansi tracce d’animali e d’uomini, che, anche cancellate, tornavano a riapparire il giorno seguente. Uberti, il Dittamondo, L. III, cap. 9.”

 

 

Là è la cava dove andar a torme

Si crede i tristi, ovvero le demonia.

E questo il manifesta, perché l’orme

D’ogni animal là dentro si ritrova

In su la rena, e d’uomini le forme.

Io dico più, qual fa questa prova,

Che quelle spegna e pulisca la rena,

Se l’altro dì vi torna, ancor le trova.

 

pp. 229-230 dall’edizione in rete del 1826


Dalla sibilla, Burckhardt passa poi a parlar di streghe, che se sono giovani, le si immagina sempre belle e attraenti…

“[p. 347] Le meretrici romane, per esempio, cercavano di aiutare il prestigio della propria persona anche con apposite malie, alla maniera della Canidia di Orazio.” E  Canidia era amica e amante (così si capisce) della strega Sagana, vabbé, lasciamo perdere. “Ora si fa innanzi, non come aiutatore, ma come rivale della strega, il mago od incantatore, ancor più esperto di tutte le arti le più pericolose. Talvolta egli è altrettanto, od anche più astrologo, che mago: più spesso però sembra essersi egli spacciato per astrologo per non essere perseguitato come mago, […] Sisto IV nel 1474 dovette con un Breve apposito (Septimo Decretal. 1. C.) chiamare al dovere alcuni Carmelitani bolognesi, che dal pulpito predicavano non esservi alcuna colpa nell’interrogare i demonii sulle cose future.” Certo che a Bologna ci andavano forte…

   Sempre dei maghi riguarda la fondazione di un palazzo o di una città con riti antichi che sfiorano la magia…

“[p. 352] Gli antichi una volta avean parlato di sacerdoti addetti ai riti inaugurali, detti telesti, il cui ufficio sarebbe stato quello di assistere alla solenne fondazione di alcune città, garantendone la futura prosperità con appositi monumenti, ed anche col seppellire nelle fondamenta, ma in via segreta e misteriosa, oggetti determinati (telesmata). Se qualche cosa ancora sopravviveva per tradizione orale e popolare del tempo romano, erano appunto ricordi di questo genere: salvo che l’augure antico naturalmente nel corso dei secoli fu tramutato in un mago, perchè non si comprendeva più il lato religioso dell’opera sua, quale era nell’antichità.”

Infatti non bisogna dimenticarsi di Virgilio mago e stregone, non per niente  “[p. 353] In alcuni prodigi attribuiti in Napoli a Virgilio sopravvive evidentemente la ricordanza antichissima di un teleste, il cui nome coll’andare del tempo fu sostituito da quello del sommo poeta.”

 “[p.355] Ciò non ostante questa magia ufficiale, che non era per lo più che una tradizione popolare, non agguagliò di gran lunga l’importanza, che ebbe la magia segreta usata per iscopi puramente privati e personali.” Infatti un personaggio di Ludovico Ariosto fu il protagonista della sua commedia Il Negromante. “[p. 356] Il suo eroe è uno dei molti ebrei espulsi dalla Spagna, quantunque egli si spacci per greco, per egiziano, per africano, e cangi continuamente maschera e nome. Egli ha bensì il potere di far abbuiare co' suoi scongiuri il giorno e di rischiarare la notte, di far muovere la terra, di rendersi invisibile, di tramutar gli uomini in animali e cosi via, ma queste millanterie non sono che una mostra esteriore: il suo vero scopo è di vivere a spese dei mariti gelosi e delle mogli infedeli, e le tracce che in queste pratiche egli lascia dopo di sè, somigliano alla bava di una lumaca e spesso anche al guasto, che lascia dopo di sè la procella. Per giungere a' suoi intenti egli porta le cose ad un punto, che si crede che il canestro, dove sta nascosto un amante, sia pieno di spiriti, o ch’egli possa far parlare un cadavere e simili. […]

 

Interessante è quello che scrisse Gioachino Pepoli a p. 66 del suo Cenni biografici sulla vita di Ludovico Aristo

“Il Negromante è il tipo dell’uomo d’affari, del Cavaliere d’industria del Secolo XVI.

   Egli con frottole e con promesse, fino a che non li abbia spolpati, inganna i gonzi che si fidano di lui, e cerca perfino

«Di trarre lor la pelle e mangiarserli.»

Un avvertimento che ci arriva dal 1875 e di cui non abbiamo mai fatto lezione…

 

Burckhardt infine nella stessa pagina, torna a parlar di  Matteo Bandello che non solo dipinge le arti magiche di un frate lombardo come vere ribalderie, meschine nell’invenzione e spaventevoli talvolta nelle loro conseguenze, ma mostra altresì, non senza un senso di indignazione, tutti i danni e le sciagure, cui si espongono coloro che vi prestano fede. Vedi la novella 52 della terza parte e la 29 sempre della terza parte. Il negromante si fa promettere con solenni giuramenti il segreto, in questo caso con promessa giurata sull’altare di S. Petronio in Bologna, quando la chiesa era al tutto deserta.”

 

Da Macaroneide

La nota prosegue con “Una buona raccolta di scongiuri magici trovasi nella Macaroneide, Phantas. XVIII. Non solo alla nota di pag. 347 Buchardt scrive che sugli schifosi ingredienti di cui si compone la cucina delle streghe, veggasi la Macaroneide, Phanta. XVI, XXI, dove si espongono distesamente tutte le ribalderie.”

Naturalmente il poema comico è scritto in latino, maccheronico, ma sempre latino è. Un poco difficilino da leggere, come ormai è il suo figlio più diretto l’italiano, oramai stuprato da una lingua infame, infatti un disegnatore viene detto designer…

Una diavoleria bella e buona; per dirla come Totò: E ho detto tutto! 

Marco Pugacioff

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

21/02/'22

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